Le stragi della China/6. L'agguato

6. L’agguato

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5. Il mandarino prigioniero 7. Il traditore

6.

L’agguato


Cominciavano a diradarsi le tenebre quando la piccola colonna si mise in marcia attraverso le risaie, per raggiungere un corso d’acqua che sboccava ad occidente del Canale Imperiale.

Essa si componeva di dieci europei e di ventisette cinesi. I sette bianchi, che aveva condotto il signor Muscardo erano tutti operai italiani assoldati da un ingegnere inglese, il quale faceva dei rilievi per la nuova ferrovia, che dovevasi costruire attraverso la provincia di Scian-si.

Essendo stato il loro capo assassinato dai boxers, quei sette operai si erano ripiegati fino ad un piccolo deposito lontano cinque miglia da Ming, in attesa del signor Muscardo, il quale aveva loro promesso di mandare dei soccorsi.

Come abbiamo veduto, l’ex bersagliere, invece, avvertito dell’appressarsi dei boxers, mentre aveva mandato Sheng a sorvegliare le rovine di Khang-hi, ove dovevano radunarsi i capi del Giglio azzurro, era corso a chiedere aiuto a quei sette uomini che nel frattempo eransi uniti a dodici cinesi cristiani, scampati ad un eccidio.

La minuscola colonna, ben ordinata dall’ex bersagliere, il quale aveva assunto il comando, si cacciò risolutamente fra le risaie, marciando rapidamente lungo gli argini.

I boxers, che avevano incendiato il villaggio, parevano scomparsi, però il signor Muscardo non era completamente rassicurato sul loro conto.

Sapendo che grosse bande operavano all’est del Canale Imperiale, temeva giustamente che si fossero recati colà per avere aiuti e quindi riprendere vigorosamente l’inseguimento.

— No, questa calma non mi rassicura affatto — diceva a suo fratello che lo interrogava. — Mi aspetto da un momento all’altro un attacco.

— Fra due ore noi giungeremo al fiume.

— In due ore quei banditi possono ricevere rinforzi e correrci dietro. Tu sai che i cinesi hanno buone gambe.

— E la giunca, dove la troveremo?

— Al di là di Imen.

— È equipaggiata?

— Non vi sono che cinque cinesi condotti da Men-li, il vecchio pescatore.

— Sono pochi.

— E noi? Siamo in buon numero, fratello — disse il signor Muscardo. — Con questo drappello m’incarico di spazzare i boxers dalle rive del Canale Imperiale.

— Allunghiamo il passo e cerchiamo di guadagnare più via che ci sarà possibile.

Il sole incominciava ad alzarsi, fugando rapidamente le tenebre e sciogliendo la nebbiola che si estendeva su quelle immense risaie.

Moltissimi volatili s’alzavano dagli argini salutando, con grida gioconde, l’astro diurno. Si vedevano dei corvi, neri come i nostri, col collo cinto da una specie di anello di candide piume; grosse tortore colle penne gialle, fagiani dalle piume variopinte, alcuni dorati ed altri argentati, e stormi di anitre mandarine molto ricercate per la delicatezza delle loro carni e di quaglie molto più grosse delle nostrane.

Da tutte le parti si estendevano risaie, e anche in mezzo a quelle acque poco salubri, si vedevano comparire delle graziose capannucce ombreggiate da qualche lauro o da qualche cespuglio di peonie color del fuoco o da una macchia di bambù d’un bel verde pallido, i cui pennacchi ondulavano al vento.

Il signor Muscardo, orientatosi con una piccola bussola che portava appesa alla catena dell’orologio, raggiunse un largo argine che tagliava in due un bacino paludoso nelle cui acque si divertivano numerosissimi martini pescatori.

Quella lingua di terra era fiancheggiata da altissimi canneti che potevano offrire un ottimo rifugio nel caso di un inseguimento. Tenendosi dietro alle piante, si evitava anche di venire scoperti dai boxers.

— Se non vengono a tagliarci la strada, fra qualche ora noi saremo sulle rive del fiume — disse a Sheng che gli camminava a fianco.

— Sospetto che i boxers non ci lascino tranquilli, padrone — rispose il giovane cinese. — Non so per quale motivo, mi sembra che un pericolo ci stia vicino.

— Eppure queste risaie sono deserte.

— I boxers sono astuti, padrone, e forse hanno indovinata la nostra marcia.

— Siamo pronti a riceverli, ragazzo.

Tutta la colonna era salita sull’argine, sforzandosi ad accelerare il passo. Tanto gli europei quanto i cinesi erano inquieti e guardavano sospettosamente quei canneti che potevano nascondere un agguato.

E pur troppo avevano ragione di non fidarsi di quella tranquillità.

Il drappello marciava da una sola mezz’ora, quando il signor Muscardo vide un po’ più innanzi agitarsi le cime delle canne sia a destra che a sinistra dell’argine.

Dapprima credette che si trattasse di grossi volatili nascosti fra quelle piante, poi cominciò a sospettare che fossero, invece, uomini imboscati.

— Compagni, — diss’egli, volgendosi verso gli operai che lo seguivano da vicino, tenendo in mezzo il missionario, — prepariamo le armi.

— Hai veduto dei boxers, padre? — chiese Enrico, armando la sua carabina.

— Finora non ho veduto nulla; tuttavia temo una sorpresa. Vedo che le canne continuano a muoversi.

— Arrestiamoci ed aspettiamo che il nemico si mostri — suggerì un operaio.

Il signor Muscardo stava per rispondere, quando un clamore assordante rimbombò in mezzo ai canneti, seguìto da alcuni spari.

Tre cinesi del seguito, colpiti dalle palle, caddero fulminati.

— Fermi! — gridò l’ex bersagliere, vedendo che gli altri, spaventati da quell’improvvisa scarica, stavano per darsi alla fuga. — Chi si allontana è uomo morto. Tutti a terra!

Italiani e cinesi si erano lasciati cadere come un solo uomo, nel momento preciso in cui partiva una seconda scarica, questa volta inoffensiva.

— I bricconi ci aspettavano — disse il signor Muscardo, coi denti stretti. — Mostratevi e vi daremo una nuova lezione peggiore della prima.

I clamori assordanti erano subito cessati. I boxers volevano ingannare i loro avversari, fingendo di essersi allontanati dopo quelle due scariche.

Il signor Muscardo, che aveva fatto la campagna del brigantaggio, non era uomo da lasciarsi ingannare così grossolanamente.

— Strisciate dietro l’argine, — disse ai suoi uomini, — andremo a scovarli tenendoci al coperto.

— Se cercassimo un’altra via? — chiese uno degli operai.

— Dovremmo gettarci attraverso le risaie e combattere allo scoperto coll’acqua fino alle reni — rispose il signor Muscardo. — Ci conviene rimanere sull’argine e sloggiare il nemico. Attenti, si mostrano!

Due boxers, non udendo più alcun rumore e credendo che il drappello avesse voltate le spalle, si erano spinti fuor dei canneti per guadagnare l’argine.

Subito quattro colpi di fucile partirono.

I due boxers, crivellati dalle palle, caddero in acqua.

Urla feroci accolsero quella scarica, poi quindici o venti cinesi balzarono fuori dalle canne.

— Fuoco! — gridò il signor Muscardo, che aveva prontamente ricaricato il fucile.

Una scarica nutrita partì dalla piccola colonna, facendo parecchi vuoti fra gli assalitori.

— Avanti! — gridò l’ex bersagliere.

Il drappello, approfittando della confusione prodotta da quella tempesta di palle, si scagliò lungo l’argine a passo di corsa.

Alcuni spari rimbombavano fra i canneti, facendo più rumore che danno. Già, ormai la piccola colonna era passata.

— Avanti! Avanti! — gridava l’ex bersagliere, affrettando la marcia. — Fuoco la retroguardia.

I boxers si erano slanciati sull’argine sparando archibugiate.

Erano una cinquantina, quasi tutti armati di vecchi fucili e comandati dal capo che aveva distrutto il villaggio.

Vedendo la colonna fuggire, si erano messi ad inseguirla vigorosamente, urlando e scaricando le loro armi.

L’ex bersagliere passò alla retroguardia cogli operai, con Enrico e con Sheng, gridando ai cinesi di fare scudo al missionario.

I colpi di fuoco si succedevano quasi senza interruzione da una parte e dall’altra, colla peggio dei boxers, non avendo questi fucili di lunga portata.

Di quando in quando qualche cinese cadeva precipitando giù dall’argine. Questi ostinati, lungi dall’arrestarsi, attingevano invece maggior rabbia e maggior audacia.

La piccola colonna si ritirava in buon ordine. Ogni quindici o venti passi l’ex bersagliere faceva fermare la retroguardia e comandava una salva infliggendo al nemico nuove perdite.

— Vedo una casa! — esclamò ad un tratto il giovane Enrico, che faceva fuoco a fianco di suo padre.

— Bene! — rispose il signor Muscardo. — Ci servirà di rifugio per riposarci qualche istante. Che i cinesi vadano ad occuparla, finché noi tratteniamo questi banditi.

I boxers, avendo anche loro scorta la capanna, avevano mandato un drappello nelle risaie per impedire ai fuggiaschi di ripararsi là dentro. Il signor Muscardo, che aveva l’occhio a tutto, si accorse a tempo della loro intenzione, e con due scariche li costrinse a ritirarsi precipitosamente, lasciando indietro non pochi morti e feriti.

— Ora, di corsa! — gridò.

Il missionario ed i cinesi erano di già giunti alla capanna.

Era quello un meschino casolare colle pareti di fango secco ed il tetto di giunghi intrecciati, con due sole finestre riparate da certi vetri formati con conchiglie assai trasparenti, tagliate quadre e fissate su di un telaio.

Intorno alla casupola vi era un campicello coltivato a tabacco, il quale riesce molto bene nelle provincie della Cina settentrionale.

Udendo degli spari, un vecchio cinese, dal volto giallo oscuro e molto rugoso, era uscito tenendo in mano un arco ed alcune frecce.

Vedendo il missionario aveva subito gettata via l’arma dicendo:

— Dai cristiani non ho nulla da temere.

— Buon uomo, vi chiediamo ospitalità — disse padre Giorgio. — Siamo inseguiti dai boxers.

— Entrate nella mia povera capanna — rispose il vecchio. — Io odio i boxers, che hanno fatto già tanto male al nostro paese.

L’interno della sua casupola si componeva d’un’unica stanza, miseramente arredata. Non vi erano che alcune scranne di bambù ed un letto in muratura come usano i popolani della Cina settentrionale.

Quei giacigli sono tanto corti che una persona di media statura vi si può appena coricare e sotto sono fatti a volta per accendervi del fuoco durante la stagione invernale. Tutte le coperte consistono in due pezzi di grosso feltro, i materassi poi sono affatto sconosciuti.

L’ex bersagliere, dopo d’aver respinto l’ultimo attacco, vedendo che i boxers, scoraggiati forse dalle gravi perdite subite cominciavano a sperdersi, rifugiandosi nei canneti, aveva subito raggiunto il missionario ed i cinesi.

— Pare che ne abbiano abbastanza — disse a padre Giorgio. — Devono aver capito che le nostre armi sono ben più potenti delle loro. Ci riposeremo qui qualche poco, indi riprenderemo la ritirata. Il fiume deve ormai essere vicino.

Il vecchio cinese intanto aveva offerto tutte le provviste che possedeva, onde i combattenti, digiuni dalla sera innanzi, si ristorassero. Quei cibi consistevano in una forma di cacio composto con farina di fagiuoli e di piselli mescolata al succo di certi semi, non sgradevole, in gemme di bambù sciroppate ed in riso. Il bravo uomo però aveva anche offerto una zucca ripiena di sam-sciù, una specie di acquavite fortissima, estratta dal riso fermentato e un po’ di thè.

I contadini cinesi sono poveri e di una sobrietà proverbiale, quindi non si poteva sperare di più. Ordinariamente non si nutrono che di riso, e solo rarissime volte si permettono il lusso di mangiare una specie di maccheroni chiamati cotesci.

Non si creda però che tutti i mongoli siano così parchi. I ricchi anzi fanno un vero sfarzo di pietanze, le une più stravaganti delle altre e che certamente nessun europeo oserebbe assaggiare.

Immaginatevi che hanno una vera frenesia per i prosciutti di cane, per i topi salati, per le uova stantie, vecchie di parecchi anni, pei vermi di terra in salamoia, per le pinne di pescecane e per gli zucchetti cotti nell’olio rancido.

Potete quindi farvi un’idea della squisitezza della cucina cinese!...

Il signor Muscardo, padre Giorgio e gli altri si divisero fraternamente quelle poche provviste innaffiandole con alcune tazzine di thè mescolato ad un pizzico di zucchero rosso come usano i cinesi, poi vedendo che i boxers non si erano ancora decisi ad assalirli, ripresero la marcia seguìti dal vecchio contadino, il quale non sarebbe stato certamente risparmiato da quei sanguinari banditi, se fosse rimasto nella capanna.

L’ex bersagliere aveva diviso la sua colonna in due drappelli, il primo doveva cercare la via e sgombrarla; il secondo formato dagl’italiani e da alcuni cinesi, coprire la ritirata.

— Vediamo se quei bricconi verranno ancora a disturbarci — disse il signor Muscardo.

I boxers, invece, parevano questa volta fermamente decisi a non cimentarsi in un nuovo combattimento. Seguivano la colonna da lontano, sparando di quando in quando qualche colpo di fucile inoffensivo.

Si erano invece affrettati a dar fuoco alla capanna per punire il vecchio di aver dato ospitalità ai cristiani. Verso le otto del mattino, la colonna, sempre seguìta dai banditi, lasciava le risaie e giungeva presso un piccolo bosco d’alberi della canfora.

Queste piante sono comuni in quasi tutta la Cina, sia nelle provincie meridionali che settentrionali. Non sono molto alte, invece sono così grosse che talvolta venti uomini non sono sufficienti ad abbracciarne il tronco.

È precisamente da quegli alberi che si ricava la canfora, la quale si ottiene a mezzo della distillazione.

Si tagliano dapprima le fronde e si fanno macerare tre giorni e tre notti in una tina ripiena d’acqua piovana.

Dopo questa prima operazione, si fanno bollire in una marmitta, rimescolandole continuamente con un bastone di salice.

Quando il succo vi si attacca abbondantemente in forma d’una gelatina bianca, si versa in un bacino di terra verniciata e si lascia riposare per un mese.

Quando è bene coagulato forma una massa quasi trasparente che poi si purifica nuovamente col mezzo del fuoco, prima di metterla in commercio.

I fuggiaschi fecero una nuova fermata in mezzo a quei colossi i cui tronchi erano più che sufficienti a proteggerli contro le palle dei banditi, mentre alcuni cinesi si spingevano innanzi per esplorare i dintorni e cercare il fiume.

I boxers non avevano osato avanzarsi a portata di fucile. Non potendo sfogarsi contro la colonna, se la prendevano coi campi, bruciando i raccolti e facendo spreco di polvere, certo per attrarre l’attenzione di qualche altra banda che operava in quei dintorni.

Un quarto d’ora dopo, i cinesi mandati alla scoperta, ritornavano annunciando che il fiume si trovava vicino e che avevano trovato due barche capaci di contenerli tutti.

— Siamo salvi — disse il signor Muscardo. — So che quel corso d’acqua è molto profondo e anche rapido. I boxers non riusciranno a guadarlo così facilmente.

La ritirata fu ripresa attraverso il bosco dei colossi sempre in buon ordine, malgrado le frequenti fucilate dei banditi, e alle nove la colonna giungeva sulla riva del corso d’acqua senza aver perduto un uomo dopo i tre caduti sull’argine.