Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XLIV

Canzone XLIII Sonetto CCLXXXII

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CANZONE XLIV.


T
Acer non posso, et temo non adopre

Contrario effecto la mia lingua al core,
Che vorria far honore
A la sua donna, che dal ciel n’ascolta.
5Come poss’io, se non m’insegni, Amore,
Con parole mortali aguagliar l’opre
Divine, et quel che copre
Alta humiltate, in se stessa raccolta?
Ne la bella pregione, onde or è sciolta,
10Poco era stato anchor l’alma gentile,
Al tempo che di lei prima m’accorsi:
Onde sùbito corsi,


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Ch’era de l’anno et di mi’ etate aprile,
A coglier fiori in quei prati d’intorno,
15Sperando a li occhi suoi piacer sì addorno.
Muri eran d’alabastro, e ’l tetto d’oro,
D’avorio uscio, et fenestre di zaffiro,
Onde ’l primo sospiro
Mi giunse al cor, et giugnerà l’extremo:
20Inde i messi d’Amor armati usciro
Di saette et di foco, ond’io di loro,
Coronati d’alloro,
Pur come or fusse, ripensando tremo.
D’un bel diamante quadro, et mai non scemo,
25Vi si vedea nel mezzo un seggio altero
Ove, sola, sedea, la bella donna:
Dinanzi, una colonna
Cristallina, et iv’entro ogni pensero
Scritto, et for tralucea sì chiaramente,
30Che mi fea lieto, et sospirar sovente.
A le pungenti, ardenti et lucide arme,
A la vittorïosa insegna verde,
Contra cui in campo perde
Giove et Apollo et Poliphemo et Marte,
35Ov’è ’l pianto ognor fresco, et si rinverde,
Giunto mi vidi: et non possendo aitarme,
Preso lassai menarme
Ond’or non so d’uscir la via nè l’arte.
Ma sì com’uom talor che piange, et parte
40Vede cosa che li occhi e ’l cor alletta,
Così colei per ch’io son in pregione,
Standosi ad un balcone,
Che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta,
Cominciai a mirar con tal desio
45Che me stesso e ’l mio mal posi in oblio.
I’ era in terra, e ’l cor in paradiso,
Dolcemente oblïando ogni altra cura,
Et mia viva figura


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Far sentia un marmo e ’mpièr di meraviglia,
50Quando una donna assai pronta et secura,
Di tempo anticha, et giovene del viso,
Vedendomi sì fiso
A l’atto de la fronte et de le ciglia:
"Meco - mi disse -, meco ti consiglia,
55Ch’i’ son d’altro poder che tu non credi;
Et so far lieti et tristi in un momento,
Più leggiera che ’l vento,
Et reggo et volvo quando al mondo vedi.
Tien’ pur li occhi come aquila in quel sole:
60Parte da’ orecchi a queste mie parole.
Il dì che costei nacque, eran le stelle
Che producon fra voi felici effecti
In luoghi alti et electi,
L’una ver’ l’altra con amor converse:
65Venere e ’l padre con benigni aspecti
Tenean le parti signorili et belle,
Et le luci impie et felle
Quasi in tutto del ciel eran disperse.
Il sol mai sì bel giorno non aperse:
70L’aere et la terra s’allegrava, et l’acque
Per lo mar avean pace et per li fiumi.
Fra tanti amici lumi,
Una nube lontana mi dispiacque:
La qual temo che ’n pianto si resolve,
75Se Pietate altramente il ciel non volve.
Com’ella venne in questo viver basso,
Ch’a dir il ver non fu degno d’averla,
Cosa nova a vederla,
Già santissima et dolce anchor acerba,
80Parea chiusa in òr fin candida perla;
Et or carpone, or con tremante passo,
Legno, acqua, terra, o sasso
Verde facea, chiara, soave, et l’erba
Con le palme o co i pie’ fresca et superba,


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85Et fiorir co i belli occhi le campagne,
Et acquetar i vènti et le tempeste
Con voci anchor non preste,
Di lingua che dal latte si scompagne:
Chiaro mostrando al mondo sordo et cieco
90Quanto lume del ciel fusse già seco.
Poi che crescendo in tempo et in virtute,
Giunse a la terza sua fiorita etate,
Leggiadria nè beltate
Tanta non vide ’l sol, credo, già mai:
95Li occhi pien’ di letitia et d’onestate,
E ’l parlar di dolcezza et di salute.
Tutte lingue son mute,
A dir di lei quel che tu sol ne sai.
Sì chiaro à ’l volto di celesti rai,
100Che vostra vista in lui non pò fermarse;
Et da quel suo bel carcere terreno
Di tal foco ài ’l cor pieno,
Ch’altro più dolcemente mai non arse:
Ma parmi che sua sùbita partita
105Tosto ti fia cagion d’amara vita".
Detto questo, a la sua volubil rota
Si volse, in ch’ella fila il nostro stame,
Trista et certa indivina de’ miei danni:
Chè, dopo non molt’anni,
110Quella per ch’io ò di morir tal fame,
Canzon mia, spense Morte acerba et rea,
Che più bel corpo occider non potea.