Le piacevoli notti/Notte XI/Favola I

Favola I

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Notte XI Notte XI - Favola II
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FAVOLA I.


Soriana viene a morte, e lascia tre figliuoli, Dusolino, Tesifone e Costantino Fortunato; il quale per virtù d’una gatta acquista un potente regno.


Molte volte, amorevoli donne, vedesi un gran ricco in povertà cadere, e quello che è in estrema miseria ad alto stato salire. Il che intervenne ad un poverello, il quale, essendo mendico, pervenne al stato regale.

Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, e aveva tre figliuoli, l’uno di quali dicevasi Dusolino, l’altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose: cioè uno albuolo, nel quale le donne impastano il pane, una panara, sopra la quale fanno il pane, ed una gatta. Soriana, già carica d’anni, venendo a morte, fece l’ultimo suo testamento; e a Dusolino suo figliuolo maggiore lasciò l’albuolo, a Tesifone la panara e a Costantino la gatta. Morta e sepolta la madre, le vicine per loro bisogna quando l’albuolo quando la panara ad imprestido lor chiedevano; e perchè sapevano loro esser poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se [p. 200 modifica]Costantino gli addimandava cosa alcuna, rispondevano che egli andasse dalla sua gatta, che glie ne darebbe. Per il che il povero Costantino con la sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino, e adirata contra i duo fratelli che sì crudelmente lo trattavano, disse: Costantino, non ti contristare; perciò che io provederò al tuo e al viver mio. Ed uscita di casa, se n’andò alla campagna; e fingendo dormire, prese un lepore, che a canto le venne, e l’uccise. Indi andata al palazzo regale e veduti alcuni corteggiani, dissegli voler parlar col Re: il qual, inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua; e addimandatala che cosa richiedesse, rispose, che Costantino suo patrone gli mandava donare un lepore che preso aveva: e appresentòlo al Re. Il Re, accettato il dono, l’addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta, lui esser uomo che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il Re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e ben da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo, non essendo d’alcuno veduta, empìa la sua bisciaccia, che da lato teneva, d’alcuna buona vivanda; e tolta licenzia dal Re, a Costantino portòle. I fratelli, vedendo i cibi, di quai Costantino trionfava, li chiesero che con loro i partecipasse: ma egli, rendendogli il contracambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia, che di continovo rodeva loro il core. Costantino, quantunqne fusse bello di faccia, nondimeno, per lo patire ch’aveva fatto, era pieno di rogna e di tigna, che gli davano grandissima molestia; e andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato, e in pochi giorni rimase del tutto liberato. La gatta, come dicemmo [p. 201 modifica]di sopra, molto continoava con presenti il palazzo regale, e in tal guisa sostentava il suo patrone. E perchè oramai rincresceva alla gatta andar tanto su e giù, e dubitava di venire in fastidio alli corteggiani del Re, disse al patrone: Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco. — E in che modo? disse il patrone. Rispose la gatta: Vieni meco, e non cercar altro, che sono io al tutto disposta di arricchirti. E andatisi insieme al fiume, nel luoco ch’era vicino al palazzo regale, la gatta spogliò il patrone, e di commun concordio lo gettò nel fiume: dopo si mise ad alta voce gridare: Aiuto, aiuto! correte che messer Costantino s’annega! Il che sentendo il Re e considerando che molte volte l’aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad aiutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di nuovi panni, fu menato dinanzi al Re, il quale lo ricevette con grandi accoglienze; e addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere: ma la gatta, che sempre gli stava da presso, disse: Sappi, o Re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioie per venire a donarle a te, e del tutto lo spogliorono; e credendo dargli morte, nel fiume lo gettorono, e per mercè di questi gentil’uomini, fu da morte campato. Il che intendendo, il Re ordinò che fusse ben governato ed atteso. E vedendolo bello, e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie, e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti e triunfi, il Re fece caricare dieci muli d’oro, e cinque di onoratissime vestimenta, e a casa del marito, da molta gente accompagnata, la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato, e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condurre, e fece [p. 202 modifica]consiglio con la sua gatta; la quale disse: Non dubitar, patrone mio, che ad ogni cosa faremo buona provisione. Cavalcando ogni uno allegramente, la gatta con molta fretta caminò avanti; ed essendo dalla compagnia molto allontanata, s’incontrò in alcuni cavallieri, a’ quali ella disse: Che fate quivi, o poveri uomini? partitevi presto, che una gran cavalcata di gente viene, e farà di voi ripresaglia; ecco che l’è qui vicina: udite il strepito delli nitrenti cavalli! I cavallieri spauriti dissero: Che deggiamo adunque far noi? Ai quali la gatta rispose: Farete a questo modo. Se voi sarete addimandati di cui sete cavallieri, rispondete animosamente: Di messer Costantino, — e non sarete molestati. E andatasi la gatta più innanzi, trovò grandissima copia di pecore e armenti, e con li lor patroni fece il somigliante; e a quanti per strada trovava, il simile diceva. Le genti che Elisetta accompagnavano, addimandavano: Di chi siete cavallieri, e di chi sono tanti belli armenti? — e tutti ad una voce rispondevano: Di messer Costantino. Dicevano quelli che compagnavano la sposa: Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra ’l tener vostro entrare? ed egli col capo affermava di sì; e parimenti d’ogni cosa ch’era addimandato, rispondeva di sì. E per questo la compagnia gran ricco lo giudicava. Giunta la gatta ad una bellissimo castello, trovò quello con poca brigata; e disse: Che fate, uomini da bene? non vi accorgete della roina che vi viene a dosso? — Che? disseno e castellani. — Non passerà un’ora, che verranno qua molti soldati, e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? non vedete la polve in aria? E se non volete perire, togliete il mio consiglio, che tutti sarete salvi. S’alcuno v’addimanda: di chi è questo castello? diteli: di messer Costantino Fortunato. E così fecero. [p. 203 modifica]Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era; e tutti animosamente risposero: Di Messer Costantino Fortunato. Ed entrati dentro, onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello, per condurre a casa la moglie che novamente aveva presa; e per sua sciagura prima che aggiungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per la strada un subito e miserabile accidente, per lo quale immantinenti se ne morì. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo, che Morando, re di Boemia, morì; ed il popolo gridò per suo re Costantino Fortunato per esser marito di Elisetta figliuola del morto Re, a cui per successione aspettava il reame. Ed a questo modo Costantino, di povero e mendico, signore e Re rimase; e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel regno.

Grata fu a gli ascoltanti la favola da Fiordiana raccontata; ma acciò che il tempo vanamente non passasse, la Signora le comandò che ’l suo enimma proponesse. Ed ella allegra e contenta in questo modo disse:

Dentro un giardin di vaghi fiori adorno,
     Corre un fior rosso e una bianca rosa.
Nè si stancano mai notte nè giorno;
     E splende e luce sopra a ogn’altra cosa.
Dodeci rami cinge d’ogni intorno
     Una gran quercia, che nel mezzo posa;
E d’ogni ramo grande e grosso c’ha,
     Quattro sol, e non più, ghiande ci dà.

Non fu veruno che sapesse interpretare l’oscurissimo enimma; e ancor che uno dicesse una cosa e quell’altro un’altra, nondimeno la lor dichiarazione era [p. 204 modifica]molto lontana dal vero. Fiordiana, veggendo il suo enimma irresolubile rimanere, disse: Signori, il mio enimma altro non dinota, salvo questa machina mondana, la quale è come un giardino di fiori, ciò è di stelle, e per dentro corre un fior rosso, che è il sole, e una rosa bianca, che è la luna; e ambidue giorno e notte girano e illuminano l’universo. In questa macchina è piantata una quercia che è l’anno, e ha dodici rami, cioè dodeci mesi: di quai rami ciascun ha quattro ghiande, cioè quattro settimane del mese. Intesa la vera interpretazione dell’oscuro enimma, tutti universalmente la comendarono; e Lionora, che le sedeva appresso, senza aspettar altro comandamento dalla Signora, così disse.