Le pantere di Algeri/Capitolo 26 - Ventre a terra

Capitolo 26 — Ventre a terra

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Capitolo 25 — L'assassinio di Culchelubi Capitolo 27 — I furori di Zuleik

26.

VENTRE A TERRA


Gli equipaggi delle galere e le ronde del porto accorrevano da tutte le parti per tagliare la via ai fuggiaschi, prima che potessero prendere terra e mettersi in salvo nelle tortuose vie della città.

Schifi, lance, scialuppe, caicchi, solcavano frettolosamente la rada fra grida, minacce e imprecazioni scagliate all'indirizzo dei rinnegati e colpi di archibugi. Vivi o morti volevano averli nelle mani per fare poi orribile scempio di quei disgraziati che avevano avuto l'audacia di sopprimere il più terribile difensore dell'Islam ed il più intrepido corsaro del Mediterraneo.

Erano tre o quattrocento uomini, decisi a tutto, divenuti furiosi, che si preparavano ad opprimere quel gruppo di cristiani.

Urla spaventevoli s'alzavano di tratto in tratto fra gli equipaggi:

— Ammazzate quei cani!

— Al palo i cristiani!

— Vendichiamo Culchelubi!

— Attenti che non ci sfuggano!

Le scariche si succedevano alle scariche. Facevano fuoco dalle galere, dalle imbarcazioni e perfino dalle terrazze del bagno di Alì-Mamì che era il più vicino, mentre sulle gettate si vedevano accorrere gruppi di giannizzeri muniti di torce, pronti a contrastare ai fuggiaschi lo sbarco.

Il barone si era subito formata un'idea esatta della gravità della situazione che poteva ormai considerarsi disperata. Non era più possibile sperare di sottrarsi a quella caccia, senza impegnare una lotta suprema e con quasi nessuna probabilità di vittoria.

Da uomo coraggioso però, si preparava ad affrontare risolutamente il pericolo e anche la morte.

— Così doveva finire — mormorò.

Ebbe un ultimo pensiero per Ida di Santafiora, ma vinse subito l'emozione causatagli dal ricordo della fanciulla amata e impugnò risolutamente lo spadone, gridando con voce maschia:

— Prepariamoci a morire, cristiani! Rammentatevi che chi cade vivo nelle mani dei barbareschi, soffrirà mille volte di più che cadendo nella mischia crivellato di ferite.

La spiaggia non era che a venti passi e la scialuppa, spinta da uno sforzo supremo, vi correva addosso colla velocità d'una focena. Dei gruppi di giannizzeri giungevano ululando come belve, mentre le baleniere ed i caicchi delle galere raddoppiavano le scariche di moschetteria.

— Le armi in pugno! — tuonò il barone.

La scialuppa si era arenata sulla spiaggia con tale violenza, da gettare i rinnegati l'uno sull'altro.

Quasi nello stesso tempo, un'altra imbarcazione approdava a breve distanza carica di algerini, fra i quali si distinguevano alcuni negri. Il barone che l'aveva scorta a tempo, radunò in un baleno i suoi compagni e si slanciò dalla parte opposta, tentando di guadagnare una viuzza che sboccava sulla spiaggia.

Stava per raggiungerla, quando una banda di giannizzeri, che si teneva imboscata sotto un oscuro porticato, si scagliò contro i fuggiaschi, urlando:

— Arrendetevi!

— Addosso, amici! — gridò invece il barone, spaccando il cranio al comandante del drappello.

Sentendosi alle calcagna gli equipaggi delle scialuppe, che erano già riusciti a sbarcare, i rinnegati che si credevano perduti e che non volevano cadere vivi nelle mani dei loro nemici, sapendo quali atroci supplizi li attendevano, fecero impeto contro i giannizzeri, tentando di sfondare i loro ranghi. Avevano di fronte degli uomini solidi, che non avevano paura della morte, incanutiti fra il fumo delle battaglie. Strette le file, i berberi impegnarono con furore la lotta, risoluti a non lasciarli fuggire. La pugna fu breve e terribile. I rinnegati, già stanchi, sfiduciati, avevano urtato invano contro quella fronte irta d'armi ed erano stati subito costretti a ripiegarsi, non ostante le grida del barone.

Nondimeno erano ritornati alla carica, sciabolando disperatamente i giannizzeri che rispondevano a colpi di pistola, d'archibugio e di yatagan. Il barone, con a fianco Testa di Ferro, che almeno quella volta faceva meraviglie, era riuscito ad aprire una breccia in quella muraglia umana ed a farsi un po' di largo. Sventuratamente si era quasi subito trovato avvolto fra una nuova torma di giannizzeri accorsi da una via laterale e che erano stati attirati da quelle grida e da quegli spari.

Per di più i primi marinai erano già piombati alle spalle dei rinnegati, fucilandoli a bruciapelo e molti di questi disgraziati erano già caduti crivellati di palle.

Il barone tentò un supremo sforzo per riaprirsi il passo e morire almeno fra di loro.

— A me, Testa di Ferro! — gridò.

Formidabile spadaccino come era, non gli riuscì difficile a respingere i primi giannizzeri che tentavano di prenderlo vivo. Grandinando colpi disperati, validamente aiutato dal catalano che era riuscito ad impadronirsi d'una mazza di ferro, la sua arme favorita e che sapeva maneggiare con un'abilità invidiabile, si ricacciò nel folto della mischia, lasciando dietro di sé un solco sanguinoso. Dinanzi all'audacia ed al valore di quel giovane, i giannizzeri, stupiti e anche spaventati, si ritraevano precipitosamente. Già il barone stava per raggiungere i rinnegati, quando si trovò di fronte ad alcuni negri di statura gigantesca, i quali si precipitarono su di lui con tale impeto, da atterrarlo di colpo assieme al catalano.

Prima che avesse potuto rialzarsi, si era sentito afferrare da due braccia vigorose e levare in alto, mentre una voce gli gridava in un orecchio: — Lasciate fare!

I sei negri, che erano seguiti da un drappello di algerini, sfondarono d'un colpo solo i ranghi dei giannizzeri e si slanciarono a corsa disperata attraverso la via, mentre i loro compagni proteggevano la loro fuga con una scarica di pistole.

Il barone non aveva opposto alcuna resistenza. Aveva compreso vagamente che si cercava di sottrarlo ai giannizzeri e agli equipaggi delle galere e si lasciava trasportare dal gigantesco negro che pel primo lo aveva afferrato.

Dietro di lui, un altro sudanese portava Testa di Ferro, sbuffando come una foca, mentre tutti gli altri, compresi gli algerini continuavano a sparare all'impazzata per impedire di essere inseguiti.

Quella corsa velocissima attraverso le tortuose e oscure viuzze della città durò alcuni minuti, poi i due negri si fermarono dinanzi ad un gruppo di cavalli che stava sotto un vecchio porticato.

— Salite e prendete le mie pistole — disse il negro al barone. — Se vi preme la vita spronate forte e seguitemi senza perdere tempo.

Un uomo aveva condotto dinanzi a lui un magnifico cavallo dal mantello nero e bardato splendidamente.

Il gentiluomo senza chiedere spiegazioni, balzò agilmente in sella, prese le due pistole che si cacciò nella cintura e raccolse le briglie. Testa di Ferro era già salito su un altro.

Nella vicina viuzza si udivano grida furiose, cozzare d'armi, colpi di pistola e di archibugi e dei passi precipitati che s'avvicinavano rapidamente.

I due negri erano saliti su altri due cavalli e guardavano con ansietà verso l'estremità della viuzza, mentre tre uomini conducevano fuori dal porticato altri animali, tutti magnifici, veri corsieri del deserto che dovevano filare come il vento.

Ad un tratto il drappello degli algerini, preceduto dai quattro negri giganti, si precipitò nella viuzza a corsa disperata, mentre alle loro spalle echeggiavano grida furibonde:

— Addosso!

— Hanno rapito gli assassini di Culchelubi!

— Allarmi! Svegliatevi, abitanti!

— Via — dissero i due negri, volgendosi verso il barone ed a Testa di Ferro.

Gli algerini giungevano. Balzar sugli altri cavalli, piantare gli sproni nei fianchi dei poveri animali e partire ventre a terra, fu cosa d'un solo momento. Si erano lanciati dietro al barone, il quale, a fianco di Testa di Ferro, si era messo in mezzo ai due negri.

Il drappello attraversò colla rapidità d'una tromba alcune piazze ed alcune vie, rovesciando nella sua corsa vertiginosa quante persone incontrava e che erano scese attratte dalle grida dei giannizzeri e dagli spari dei moschetti e delle pistole, e raggiunse una delle porte che metteva nell'aperta campagna.

— Servizio del bey — avevano gridato i due negri, passando dinanzi alle guardie. — Maometto e Solimano!

Doveva essere la parola d'ordine per avere il passo libero. Ed infatti le sentinelle invece d'arrestarli si erano precipitosamente tirate da parte, presentando le armi.

Il drappello seguì per alcuni minuti la via di circonvallazione esterna, poi giunto quasi all'altezza della Kasbah si slanciò attraverso i campi di zafferano e di granturco, calpestando senza misericordia i raccolti e piegò verso le pianure meridionali, senza rallentare un solo istante quella corsa indiavolata. Il barone, ancora stordito da quel rapimento che gli aveva salvato in così buon punto la vita, quando già si credeva ormai nelle mani dei giannizzeri, non si era ancora accorto d'essere stato raggiunto da un algerino che gli si era collocato a fianco e che gli teneva gli occhi ostinatamente addosso. Pareva giovanissimo, quasi un fanciullo e quando il turbantino si sollevava sotto le scosse impetuose del bellissimo cavallo bianco che cavalcava, si vedeva ondeggiare sulle sue spalle una lunga capigliatura nera. Fu Testa di Ferro che gliene fece l'osservazione.

— Signor barone, — disse — chi può essere quel giovane che cavalca al vostro fianco?

Il gentiluomo s'era voltato vivamente, ma il giovane cavaliere accortosene, con una strappata aveva rallentata per un istante la corsa, riunendosi alla scorta.

— Sarà qualche valletto — disse. — D'altronde noi sapremo presto, spero, chi sono questi uomini che sono giunti in così buon momento a salvarci e dove ci condurranno. Questa corsa furiosa non durerà eternamente.

— Tutto ciò ha del miracoloso, signore. Perché questi uomini, che mi sembrano algerini, ci hanno strappati ai giannizzeri, invece di scannarci? Ne capite qualche cosa voi?

— Mi pare — rispose il barone. — Questi negri di statura gigantesca mi ricordano quelli della principessa Amina, della sorella di Zuleik.

— Era venuto anche a me il medesimo sospetto, signore. Qui sotto c'è la mano della mora. Desidererei però sapere come questi uomini si sono trovati assieme ai giannizzeri che ci davano la caccia?

— È un mistero che per ora non riesco a spiegare, Testa di Ferro. So che siamo salvi e pel momento mi basta. Peccato che non abbiamo potuto condurre con noi anche quei poveri rinnegati la cui sorte sarà ben triste, se non hanno preferito farsi uccidere, ciò che sarebbe stato meglio per loro.

— Che i giannizzeri siano riusciti a prenderne qualcuno vivo?

— Lo temo — rispose il barone, con un sospiro.

— Pur troppo, signor barone, — disse una voce dietro di lui, — e se noi fossimo giunti qualche minuto dopo sarebbe toccata anche a voi egual sorte.

Il giovane gentiluomo e Testa di Ferro avevano mandato un grido.

— Il Normanno!

— Sì, Michele il Normanno — disse il fregatario, collocandosi a fianco del barone. — Non vi eravate certo immaginato che fossi anch'io della partita è vero, signor di Sant'Elmo?

— Voi! — esclamò il barone che dubitava ancora.

— Potete chiamarvi ben fortunato, signore — disse il fregatario. — Sono ben io e dietro di noi galoppano i miei uomini.

— Quegli algerini...

— Sono i marinai della mia feluca, signore.

— Si direbbe che io sono in preda ad un sogno.

— Non mi sembra, signor barone — disse il fregatario, ridendo.

— Allora voi mi spiegherete...

— A suo tempo, non dubitate. Pel momento non occupiamoci che di guadagnar via. È necessario frapporre fra noi e Algeri il maggior spazio possibile e far perdere le nostre tracce.

«Lasciatevi condurre e vi metteremo al sicuro. Spronate, signor barone, spronate sempre, la vostra e la nostra salvezza dipende dalla rapidità dei nostri cavalli.

«A quest'ora l'allarme sarà stato dato, si saprà che noi siamo usciti dalla città e tutta la cavalleria algerina sarà in moto per cercarci.

«Abbiamo però un notevole vantaggio, dei cavalli che sono stati scelti con cura e che resisteranno a lungo e la possibilità di moltiplicare le nostre tracce. Ecco qui un terreno acconcio per far smarrire le nostre.»

Il drappello era giunto alla base di un gruppo di collinette sassose, che seguivano una vasta landa la quale si prolungava verso l'est.

Il Normanno rallentò la corsa del proprio cavallo, passando alla retroguardia, scambiò alcune parole col giovane algerino, poi tornò a raggiungere il barone, gridando:

— Nel bosco di Top-Hané.

Gli algerini ed i quattro negri della scorta piegarono a sinistra slanciandosi attraverso la landa, mentre i due negri che servivano di guida salivano al trotto le colline sassose dove i ferri dei cavalli non potevano lasciare impronta alcuna.

Il Normanno li aveva seguiti col barone e Testa di Ferro. Galopparono in silenzio per un quarto d'ora, poi scesero il versante opposto dell'altura, dirigendosi verso una foresta che pareva avesse una estensione enorme.

— Alto — disse il Normanno, quando furono sotto gli alberi. — Lasciamo riposare un po' questi bravi cavalli. Abbiamo ancora molta via da percorrere, prima di giungere al duar.

— A quale duar? — chiese il barone.

— Ah! Già, voi non sapete che ho trovato dei bravi amici nelle pianure di Medeah. Vi troverete bene laggiù, signor barone e potrete riposarvi in piena sicurezza fino a che non si sarà calmato il furore degli algerini.

Balzò a terra e levò il morso al cavallo per lasciarlo respirare più liberamente. I due mori lo avevano già imitato e si erano subito recati sul margine del bosco per sorvegliare la pianura e le colline.

— Chi sono quei due uomini? — chiese il barone.

— Non avete ancora indovinato a chi appartengono? — chiese il Normanno.

— Alla principessa, forse?

— Sì, signor barone. Gente di fegato, che sono stati preziosissimi e che valgono ognuno come dieci uomini. La principessa sa scegliere i suoi servi.

— E quel giovane algerino con cui avete parlato poco fa?

Il Normanno lo guardò sorridendo.

— È un giovane a cui dovete, più che a me, ed al mirab, la vostra libertà. Senza di lui non so se noi saremmo giunti in tempo per salvarvi e se saremmo riusciti a sapere che ieri sera voi dovevate venire condotto a bordo della galera di Culchelubi.

— Qualche vostro nuovo amico?

— Non posso dirvi nulla per ora; ho promesso di non parlare su ciò. Ditemi invece, vi è pervenuto un biglietto quando vi trovavate nella cella del bagno?

— Sì — rispose il gentiluomo. — Me l'aveva fatto pervenire il mirab è vero?

— Sì, signor barone, mercé le alte protezioni di quel giovane algerino. Avevamo preparato ogni cosa per farvi fuggire ieri sera dal bagno. Guardiani e sentinelle erano state comprate a peso d'oro e tutto sarebbe finito bene, quando fummo informati dell'ordine ricevuto di tradurvi sulla galera di Culchelubi. Fortunatamente, da un rinnegato che si trovava ai servigi del capitano generale e che io avevo già altre volte, ma invano, tentato di liberare, avevo appreso un segreto.

— Della congiura?

— Sì, signore, io ieri mattina sapevo che alla notte Culchelubi non sarebbe stato più vivo.

— E che cosa avete fatto?

— Ne ho approfittato senza perdere tempo. Immaginandomi ciò che sarebbe accaduto, ho fatto imbarcare i miei marinai ed i negri della principessa su una buona scialuppa e mi sono messo in agguato nei pressi della galera, colla speranza di potervi egualmente rapire, contando sulla confusione che sarebbe avvenuta.

— Voi dunque mi avete veduto fuggire coi rinnegati?

— Ho udito la vostra voce e mi sono messo dietro la vostra scialuppa, fingendo d'inseguirvi. Il giuoco è riuscito così bene, che nessuno aveva sospettato di noi, ma voi fuggivate con tanta rapidità che ci riuscì impossibile raggiungervi prima del vostro sbarco.

— Siete però giunto in tempo — disse il barone. — Grazie, mio bravo marinaio: vi devo non solo la libertà bensì anche la vita.

— Non a me, signore — rispose il fregatario. — Se non vi fosse stata la principessa, da solo non avrei potuto far nulla anche coll'appoggio del mirab.

— Dovrò dunque a quella donna della riconoscenza? — chiese il barone, coi denti stretti.

— Forse più della riconoscenza.

— Voi dunque ignorate che fu Amina che mi diede nelle mani di Culchelubi?

— So tutto.

— Chi ve lo ha detto?

— Il mirab.

— Come può averlo saputo?

— Vi racconterò tutto ciò durante il viaggio. Ripartiamo, signore, andiamo a trovare i miei amici del duar.

— Quali amici?

— Quelli che mi hanno aiutato a sfuggire ai cabili. Vi narrerò anche quell'avventura, signor barone.

Stava per chiamare i due negri, quando il giovane lo fermò.

— E di lei... nulla? — chiese con voce tremula.

— Della contessa di Santafiora?

— Sì — disse il barone, guardandolo con angoscia.

— Tranquillatevi, non corre alcun pericolo per ora. Si trova in un luogo sicuro, che Zuleik non può forzare.

— Sempre al bagno?

— No.

— Dove dunque? Ditemelo, Michele. Non vedete che mi fate morire d'angoscia?

Il Normanno esitava.

— Parlate, ve ne prego.

— Nella Kasbah.

Il barone aveva fatto un gesto di disperazione ed aveva mandato un grido strozzato.

— Dal bey! — aveva esclamato.

— È più sicura là che altrove, signore, — disse il fregatario, — e prima che possa entrare nell'harem noi l'avremo rapita. C'è chi veglia su di lei e che organizza la sua fuga.

— Me lo giurate?

— Sulla croce di Cristo.

— È schiava?

— No, è qualche cosa di meglio, una beslemè1 e si troverà mille volte meglio nella Kasbah che nelle celle dei bagni.

— E nulla potrà fare Zuleik?

— Non oserà mettere la mano su una fanciulla che appartiene ora al bey, qualunque sia la sua posizione sociale. Il bey non è Culchelubi e non si può scherzare impunemente con quel rappresentante del Profeta. A cavallo, signor barone. Il duar è ancora lontano e forse la cavalleria algerina è già nelle pianure e ci cerca.

— Sì, sì, andiamocene, padrone — disse Testa di Ferro, con voce spaventata. — Se quei cani ci ripigliano, ci faranno fare la fine dei rinnegati. Giacché siamo sfuggiti ai giannizzeri, cerchiamo di conservare più a lungo che potremo la nostra libertà.

Salirono sui corsieri e ripartirono velocissimi. Questa volta alla testa si era messo il Normanno, mentre i due negri erano passati alla retroguardia. S'inoltrarono nel bosco che era folto e disabitato e giunsero dopo qualche ora in una pianura frastagliata da corsi d'acqua rimasti a secco e limitata verso il sud da altre collinette sassose che al barone parve riconoscere.

— Non sono quelle che abbiamo attraversate il giorno in cui ci siamo recati a spiare Zuleik? — chiese al Normanno.

— Sì, signor barone — rispose il fregatario. — E quel minareto che vedete laggiù, sulla nostra destra, è quello che sovrasta la moschea di Blidah.

— Ed il duar dei vostri amici, dove si trova?

— Fra cinque o sei ore, se i nostri cavalli non cedono, vi saremo. Non scorgo ancora il minareto di Medeah.

— Ed i vostri uomini, dove saranno andati?

— Chissà fino a quando si faranno inseguire, ma non temete per loro. Troveranno cavalli di ricambio finché vorranno nelle fattorie o nei castelli della principessa e non si lasceranno raggiungere. Più tardi, cessato il pericolo, rientreranno in Algeri sotto altre spoglie e più nessuno si occuperà di loro.

— Anche il giovane algerino?

— No, ci raggiungerà al duar se non arriverà prima di noi. Ha un cavallo che sfida tutti quelli dell'Algeria.

— Rimarrà dunque con noi?

— Non ne so nulla — rispose il fregatario.

— Ma perché si è interessato della mia sorte?

— Ve lo dirà lui stesso.

— È qualche ricco moro?

— Ricchissimo e nobilissimo. Spronate, signor barone. Mi preme giungere sulla cima di quelle colline, per assicurarmi che non abbiamo nemici alle spalle.

Attraversarono l'ultimo lembo della pianura e senza che i cavalli rallentassero il loro trotto allungato, salirono la prima altura giungendo facilmente sulla cima.

Il Normanno aveva trattenuto il cavallo e aveva levato dalla fascia un cannocchiale di marina. Da quella cima si poteva dominare un vasto tratto di paese e scorgere anche la Kasbah, la quale, come fu detto, si alzava sulla parte più alta d'Algeri. Il fregatario puntò l'istrumento in varie direzioni, poi soddisfatto di quell'esame lo rinchiuse e se lo rimise nella cintura.

— Non ho scorto nulla di sospetto per ora — disse, rivolgendosi al barone. — Suppongo che la cavalleria algerina aspetterà l'alba per darci la caccia e siccome il sole non spunterà che fra due ore, avremo tempo per guadagnare varie leghe. Chi verrà a cercarci in un duar?

Si volse e fissò i suoi sguardi verso il sud, dove si distingueva vagamente una linea biancastra.

— Ecco laggiù il Keliff — disse poi. — Andremo a fare una punta verso quel fiume, poi torneremo verso l'est. È necessario far smarrire completamente le nostre tracce.

— Ammazzeremo i cavalli — osservò Testa di Ferro.

— Ne avremo degli altri quando vorremo far ritorno in Algeri — rispose il fregatario.

Ridiscesero al piccolo trotto le alture e riguadagnarono la pianura, continuando la loro corsa verso il sud-ovest.

I cavalli, quantunque avessero già percorso più di una trentina di miglia, resistevano meravigliosamente e non davano alcun indizio di stanchezza. Erano veri corridori, dai garretti d'acciaio, capaci di galoppare dodici ore di seguito senza un momento di riposo.

Il Normanno, che esigeva da loro uno sforzo straordinario, di quando in quando li costringeva a rallentare la corsa ed a prendere un breve respiro. All'alba il minuscolo drappello passava in vista di Medeah e due ore dopo giungeva sulle rive paludose del Keliff, il fiume più notevole dell'Algeria. Fece una sosta di mezz'ora, poi per la quarta volta riprese la corsa e non più verso il sud. Il Normanno risaliva verso il nord-est, passando attraverso piccole catene di colline boscose, sulle quali non si scorgeva alcun villaggio.

Galopparono così fino alle dieci, poi si slanciarono attraverso una pianura immensa interrotta qua e là da magri pascoli e da macchioni di querce da sughero. Il Normanno mostrò all'orizzonte alcune piccole alture.

— Le conoscete? — chiese al barone.

— No — rispose questi.

— Le abbiamo discese coi mori alle calcagna ed è stato là che Zuleik vi ha preso.

— Siamo ben lontani da Algeri.

— Quindici leghe, signore, se non di più. Orvia, un'ultima trottata e poi ci riposeremo dinanzi ad un agnello arrostito. I miei amici ormai saranno già informati del nostro arrivo e ci aspetteranno.

— E da chi avvisati?

— Da qualcuno dei nostri.

Anche la pianura, con un ultimo sforzo, fu attraversata. I cavalli, bianchi di schiuma, grondanti sudore, cominciavano a dare visibili segni di stanchezza, quando oltrepassata una macchia si trovarono improvvisamente dinanzi a due tende, circondate da una piccola palizzata e da un numeroso branco di montoni e di cammelli pascolanti le magre erbe che spuntavano su un suolo quasi sabbioso.

Un cabilo, avvolto nel suo mantellone di lana oscura, stava fuori del recinto, appoggiato ad un nodoso bastone. Vedendo il Normanno, aveva gettato indietro il cappuccio, dicendo:

— Mio fratello sia il benvenuto nel duar di Ibrahim. Sono contento che tu abbia mantenuto la tua promessa e che abbia condotto i tuoi amici.

— Come sta Ahmed? — chiese il fregatario, balzando a terra.

— Si è già alzato stamane e sta per guarire. Vieni: le mie tende, il mio bestiame e le mie armi sono tue e dei tuoi amici.


Note

  1. Le beslemè degli harem erano — e lo sono anche oggidì — fanciulle scelte fra le più belle e le più intelligenti, incaricate di adornare le sultane e le odalische e di distrarle con danze, canti e suoni e potevano a loro volta diventare favorite dei bey e dei sultani.