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Le novelle della nonna/Monna Bice e i tre figli storpi

Monna Bice e i tre figli storpi

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L'anello della bella Caterina Messer Gentile e il cavallo balzano
Monna Bice e i tre figli storpi

Una dolce aria primaverile faceva crescere a occhiate il grano nel podere di Farneta, e rivestiva di fiori gli alberi e i prati. Le speranze nella raccolta erano grandissime, e i Marcucci lavoravano instancabilmente per aiutare l’opera benefica della natura. Essi avevano già seminato i fagioli, le zucche, i piselli e le fave, e avevan tolto dai solchi del grano tutte l’erbacce, affinché quello crescesse rigoglioso e desse spighe più granite. Le donne, e la Vezzosa specialmente, trapiantavano le insalate, i cavoli, le erbe aromatiche, e facevano nascere i bachi da seta, ora che i gelsi mettevan le foglie, e non sarebbe mancato ai preziosi produttori della seta il loro naturale alimento. Tutti erano in faccende: gli uomini non tornavano a desinare a casa altro che la domenica, perché c’era anche da legar le viti sui pioppi, e ogni pianta aveva bisogno dell’opera del contadino. La massaia non aveva braccia abbastanza per preparare da mangiare per tutti e pensare ai suoi figlioli; le altre dovevano fare il bucato, il pane, e rassettare vestiti e biancheria. Anche i bimbi lavoravano: chi portava via i sassi dai fossi e dai campi, chi conduceva i maiali a pascolare nel bosco, chi faceva l’erba per le bestie e accompagnava i viaggiatori col trapelo fino al pian dell’Antenne, sotto Camaldoli. Tutta quella operosità, aumentata in quell’anno, per la previdenza di Vezzosa che aveva l’argento vivo addosso, doveva, senza casi imprevisti, recare l’agiatezza alla famiglia Marcucci. - Ma perché ti stanchi tanto? - domandava la Regina all’ultima delle sue nuore. - Non mi stanco, mamma; sono assuefatta al lavoro e non so star con le mani in mano, - ella rispondeva; ma non diceva che s’era imposta di lavorare per due e di far dimenticare alla sua nuova famiglia che non aveva portato nulla, proprio nulla di dote. In casa l’avevano soprannominata Caterina, in memoria dell’ultima novella, e Maso e la Carola, scherzando, le domandavano se san Romano aveva dato anche a lei l’anello con le tre pietre. Vezzosa rispondeva sorridendo che la sua pietra rossa era l’affetto per Cecco; quella verde, la speranza di rendersi utile; e quella color dell’alba, la fede che per ogni fatica v’ha un premio e poi una ricompensa. Una domenica, all’ora del tramonto, erano tutti raccolti sull’aia e parlavano del famoso anello; la Regina, vedendosi tutta la sua famiglia, e anche quella di Vezzosa, adunate d’intorno, prese a dire: - Non vi sarà discaro, suppongo, che vi narri anche oggi di una coraggiosa donna, giacché diceste che l’ultima novella vi era piaciuta. - Raccontate quella che volete; - risposero in coro i figli e i nipoti più grandicelli, - sapete bene che vi si ascolta sempre a bocca aperta.

- C’era dunque molti, ma molti anni addietro, un vicario di Poppi, inviato dalla Repubblica Fiorentina, che tutti temevano in paese per la sua perfidia. Questi avea nome Bindo Sergrifi, ed era di famiglia nobilissima. La moglie di lui, madonna Bice, lo temeva più degli altri, perché, se era duro con i suoi dipendenti, si mostrava intrattabile in famiglia e non c’era caso che sorridesse mai. Oltre a questo, era avaro e sprezzante quanto mai, e non permetteva nemmeno che madonna Bice, la quale tuttavia discendeva dalla nobile famiglia degli Agli, si sedesse a mensa insieme con lui, e le faceva indossare abiti più adattati per una contadina che per una gentildonna. Però, anche vestita poveramente, madonna Bice, giovane e amabile, era bellissima e ser Bindo era brutto come il diavolo nonostante i giustacori di velluto e di seta e le zimarre di drappo foderato di pelliccia. Quando la Repubblica inviò ser Bindo a Poppi, egli aveva da poco menato in moglie la bella madonna Bice, ma già la trattava come una serva, ed ella sopportava tutto senza mai lagnarsi, come si conviene ad una buona e devota moglie. Multe, imprigionamenti, impiccagioni, furono gli atti con i quali ser Bindo inaugurò la sua vicarìa; madonna Bice, per conto proprio, visitava i poveri, soccorreva le famiglie dei carcerati ed aiutava tutti coloro che sapeva colpiti dalla prepotenza del marito. Questa pietà della bella donna frenava le ire dei malcontenti, e ser Bindo avrebbe dovuto ringraziarla dalla mattina alla sera per averlo, con queste sue opere caritatevoli, salvato dal coltello degli offesi. Invece non faceva altro che rimproverarla, e la povera donna doveva attendere che egli fosse partito a cavallo, per recarsi nelle case dei bisognosi e portarvi conforto. Dopo pochi mesi che madonna Beatrice era a Poppi, mise al mondo un maschietto; ma un po’ forse per la vita disagiata, un po’ per gli spaventi avuti mentre lo portava nel seno, il bambino nacque con un piede rivoltato in dentro. Ser Bindo, appena lo vide, invece di consolare la madre piangente, disse con la sua vociaccia di disprezzo: - Meriterebbe che lo gettassi dal merlo più alto della torre; per i deformi non ci dovrebbe essere posto nel mondo. - Che nome gli daremo? - domandò la signora piangente. - Quello che ti pare; per me sarà sempre lo storpio, - rispose ser Bindo. La nascita del primo figlio, che è sempre una gioia, una grandissima gioia per ogni donna, fu dunque per madonna Bice un accrescimento di pena. Il vicario, irritato dalla vista di quel povero bimbo deforme, fuggiva le stanze della moglie e aggravava la mano sui suoi dipendenti. Le condanne fioccavano, e la gente era presa dal terrore. L’eco di questo malcontento giungeva agli orecchi della povera signora, la quale, cullando il suo bambino, lo copriva di lacrime. In capo a un anno madonna Bice mise al mondo un altro bambino, ed anche questo aveva una gamba storpia. Figuriamoci le furie di ser Bindo! Diventò una iena e coprì di vituperî la moglie, che non aveva nessuna colpa di quella doppia sventura che la colpiva. - Quale nome daremo a questo secondo figlio? - domandò madonna Bice al marito. - Chiamalo pure come ti pare; per me sarà sempre lo storpio, - rispose ser Bindo irato. E se dopo la nascita del primo figlio era diventato un cane per i suoi sottoposti, ora diventò un orso, ma che dico? un aspide, e non sorrideva altro che quando, a forza di condanne, di torture e di supplizî vedeva tutti piangere dintorno a sé. Per un raffinamento di barbarie, tolse i due bimbi alle cure di madonna Bice e le proibì di vederli. Essi furono affidati alle balie, e vennero relegati in una stanza attigua alla torre del castello. La povera madre correva su da loro appena vedeva ser Bindo uscire a cavallo, e allora si sfogava a baciarli e a coprirli di lacrime. In capo al second’anno, madonna Bice mise al mondo un terzo bambino, e l’infelice donna si sentì morire quando vide che invece di essere storpio da una gamba sola, come i due fratellini maggiori, costui lo era da tutte e due. - Questo è troppo! - esclamò ser Bindo quando vide il suo terzo figlio, - questo è un malefizio di madonna Bice; e se ella è capace di malefizio, deve esser trattata da strega. Pianse la povera donna udendo queste parole, che significavano per lei la condanna al rogo, e vedendo il marito irremovibile nell’accusarla, lo supplicò di risparmiarle la vita; essa aggiunse che di nottetempo avrebbe prese le sue tre creature, e sarebbe andata a rimpiattarsi in qualche luogo selvatico, affinché ser Bindo non vedesse più né lei né i tre storpi. Così egli non si sarebbe macchiato del sangue di quattro innocenti. - Va’ pure; ma se hai la disgrazia di capitarmi dinanzi agli occhi con i tre mostri che hai fatti, per te è finita, e non vi sarà tortura che io ti risparmi prima di farti morire. La povera signora, benché si reggesse appena in piedi, non volle, rimanendo qualche giorno ancora nel castello, esporre i suoi bimbi a una morte sicura. Ella accomodò i due maggiori in un gran canestro coprendoli bene di pannolini; prese il piccino in collo, e, postosi in tasca il poco denaro che aveva, verso sera uscì, piangendo, dal castello e camminò finché le forze la ressero, per allontanarsi più che poteva dalla dimora del marito; ma ad un tratto cadde sfinita per terra e nel cadere disse: - San Francesco, voi che aveste tanta pietà dei poverelli, abbiate pietà dei miei piccini! Dopo aver proferito queste parole, madonna Bice rimase distesa per terra, ma non lasciò andare Landino, che aveva in collo, e neppur Grifo e Leone che aveva accomodati nel canestro. Il beato san Francesco scese dal Cielo, dove gode la gloria di Dio, si fermò sulla strada dove giaceva la sconsolata madre, e toccandola con la mano che aveva operato tante guarigioni e miracoli, la fece passare istantaneamente dallo svenimento al sonno; poi, con quella dolce voce cui ubbidivano tutti, dalle fiere agli uccelli, chiamò a sé una capra, la quale accorse subito e presentò le mammelle piene di latte a Grifo ed a Leone, mentre col contatto del suo corpo cercava di riscaldare Landino. I bimbi maggiori popparono in gran copia il latte caldo della capra, e, quando si furono satollati, l’animale presentò la mammella al minore. Così quando madonna Bice si destò dal sonno, trovò i suoi bimbi più freschi e più tranquilli, e vide accanto a sé la capra, inviatale dal Santo e n’ebbe grande consolazione. Ma alzando gli occhi la colpì la vista dell’altissima torre del castello di Poppi, che le diceva com’ella fosse ancor troppo vicina al palazzo ove dimorava il persecutore suo e de’ suoi piccini. Così, dopo aver mangiato alcune castagne, che erano per terra, riprese la via, e, senza curare la fatica, sostenuta e spronata dal desiderio di allontanarsi da Poppi, camminò buona parte del giorno, sempre seguìta dalla capra. Verso sera, quando si sentiva mancar le forze, s’internò in un bosco di querci per passarvi la notte a riparo; ma aveva fatto appena pochi passi , quando vide una capanna di paglia, spalancata, dentro la quale ardeva il fuoco sopra una pietra. Ella vi entrò e la capra la seguì. In quella capanna vi era un soffice giaciglio di fieno, del pane e del vino, così che madonna Bice poté ristorarsi, dopo aver custodito i suoi bimbi, e dormire tranquillamente fino all’alba. Ma durante la notte incominciò a nevicare, e nevicò tanto, che la neve otturò la porta della capanna. Quando la povera madre si vide circondata e quasi seppellita dalla neve, alzò gli occhi al cielo e invocò l’aiuto di san Francesco. Il Santo scese dal Cielo per visitare la povera madre nella capannuccia di paglia. Appena ella lo scòrse, si gettò in ginocchio e gli presentò i suoi piccini, supplicandolo di non sottoporla allo strazio di vederli morire di freddo e di fame. - Non temer nulla: - disse il Santo, - le mammelle della capra daranno sempre latte; il pane e il fuoco non ti mancheranno mai. Si consolò madonna Bice alla promessa ricevuta dal Santo, e, sedutasi accanto al fuoco, attese pazientemente. Intanto ser Bindo, pentito di aver lasciato partire la moglie e temendo che ella se ne andasse a Firenze a raccontar tutto alla propria famiglia e alla Signoria, era montato a cavallo e s’era dato a cercarla dovunque; ma la neve caduta nascondeva la capanna e sottraeva la madre e i bambini alle sue indagini. Le quali furono di breve durata, come il suo pentimento, e in capo a due giorni non pensava più a madonna Bice, quasi che ella non fosse mai stata sua moglie. La stagione si mantenne crudissima, e sulla neve già caduta ne cadde altra, per modo che la madre rimase davvero sotterrata per più di un mese; ma il fuoco non si spense mai nella capanna, perché ogni notte gli angioli scendevano giù dalla cappa del camino e mettevano legna e legna sul focolare. E neppur mancò mai erba fresca alla capra, né pane alla donna, poiché gli angioli portavano ogni notte abbondanti provviste, e si fermavano attorno al giaciglio di fieno, che madonna Bice aveva preparato ai suoi bambini, cantando cori celestiali, che Grifo e Leone ripetevano con le loro vocine infantili, guardando gli angioli con gli occhi sbarrati e i volti sorridenti. Era un paradiso per la povera donna quel soggiorno nella capanna; almeno lì non sentiva le aspre parole di ser Bindo, non udiva i lamenti della gente oppressa da lui, non vedeva le occhiatacce che egli lanciava sui figli suoi ogni volta che li scorgeva da lungi in collo alle loro balie. Ora ella non aveva altro che gioie e carezze; carezze dai bimbi, dalla capretta, e sorrisi dagli angioli bianchi e circonfusi di luce che andavano a visitarla. Con lo sparire delle nevi, madonna Bice ebbe timore di essere scoperta dal marito trattenendosi a così breve distanza da Poppi, e allora risolvette di partire; ma nel mettere la testa fuori della capanna, si accòrse che giro giro, a una certa distanza, i pruni erano cresciuti così folti da nasconderla a qualunque sguardo. Soltanto al di sopra la capanna era libera, ed era di sopra che scendeva il sole e faceva nascere l’erba dintorno, per modo da formare un bel prato, nel mezzo al quale zampillava una purissima sorgente. Mentre madonna Bice, gettatasi in ginocchio, ringraziava san Francesco di quel nuovo miracolo operato per sottrarla, insieme con i figli, alle ire del marito, il Santo le apparve e le disse: - Madonna, non tentar di uscire da questa fortezza di pruni. Qui crescerà tutto ciò che è necessario al sostentamento del corpo tuo e a quello de’ tuoi figli; il sostentamento dell’anima cercalo nella preghiera. Con quest’acqua, che ha virtù salutari, bagna le gambe de’ tuoi storpiati ed esse saneranno. Il Santo benedisse la donna, i bambini, l’acqua e la terra, e risalì al cielo. La madre, consolata da quella apparizione, prese subito il suo Grifo e, condottolo accanto alla fontana, bagnò con quell’acqua la gamba storpia, ma nel momento non vide che quella si raddrizzasse. Nonostante, era tanta la fede che ella aveva nel Santo, che bagnò anche la gamba storpia di Leone e quelle di Landino, e quindi li ripose sui loro giacigli di fieno, lasciandoli alle cure della capra, che scherzava con loro, li nutriva e li riscaldava. Allora madonna Bice si diede a esaminare lo spazio di terreno che correva fra la capanna e la barriera di pruni, e vide che quel tappeto verde, che a prima vista le era parso di erba, si componeva di tante pianticelle di legumi, che crescevano miracolosamente sotto gli spruzzi dell’acqua che scaturiva dalla fontana. V’erano rape, cavoli, fagiuoli, zucche, e, mentre nei campi quelle piante avevano bisogno di spazio e di un lungo periodo di tempo per giungere a maturazione, lì crescevano una accanto all’altra, e in una sola giornata erano buone da mangiare. Lo stesso avveniva degli alberi, che crescevano a vista d’occhio e con tanti rami da fornir fascine per il fuoco alla povera donna, nonché frutti succosi ai due bimbi più grandicelli. Madonna Bice non aveva mai goduto una pace più grande dacché era moglie di ser Bindo, e dal suo cuore partiva a ogni ora del giorno un inno di ringraziamento al suo Santo protettore. Ella non si stancava di bagnare le gambe dei suoi bambini con l’acqua miracolosa, e quelle gambe prendevano forza, si coprivano di carne e di muscoli, tanto che i piccini incominciavano a potersene servire e a zampettare sul prato, rincorrendo la capra e i caprettini che ella aveva partoriti. A farla breve, in capo a un anno, madonna Bice era circondata da tre bimbi belli e forti, che erano il suo orgoglio e la sua consolazione, e in quell’angusto spazio di terreno non le pareva di esser prigioniera, ma bensì libera, perché in quel circuito ristretto crescevano piante e fiori, e il suo sguardo poteva contemplare il sole e le stelle, e riportarsi sui bimbi, che erano per lei il mondo intero. Ser Bindo, invece, tormentato da una terribile malattia, era inchiodato da più mesi nel letto, con immensa soddisfazione dei suoi sottoposti. Una specie di cancrena gli aveva mangiato la polpa delle gambe, e da tutto il suo corpo emanava un puzzo così forte, che nessuno poteva avvicinarglisi. Il temuto e prepotente signore era dunque costretto a raccomandarsi ai servi che gli portassero il vitto, i quali spesso, neppur con le raccomandazioni più umili, riuscivano a sormontare la ripugnanza che provavano. La sola persona che avesse misericordia di lui era una vecchia serva di madonna Bice; ma la vista di quella donna era un tormento per ser Bindo, poiché ella invocava di continuo la buona padrona, e diceva: - Questa vostra malattia è una punizione mandata dal Cielo per aver discacciato la moglie vostra e i figli. Per non udire questi rimproveri, che in altre condizioni sarebbero costati la vita alla imprudente donna, ser Bindo faceva a meno di farsi assistere da lei, e preferiva essere abbandonato giorno e notte come un cane. Il dottore l’aveva bell’e spacciato; le donne del paese che conoscevano la virtù delle piante, non lo volevano curare; e ser Bindo, in mezzo ad atroci spasimi, si vedeva davanti la morte, che gli metteva un grande spavento perché sapeva che, una volta nel mondo di là, avrebbe dovuto render conto delle sue azioni, e specialmente delle barbarie commesse verso il sangue suo. Un giorno, mentre spasimava e gridava come un cane arrabbiato, si presentò sull’uscio della sua camera un servo, annunziandogli che un frate francescano si offriva di curarlo. - Fatelo entrar subito, - ordinò ser Bindo. Il frate fu introdotto. Era un vecchio con la lunga barba bianca, curvo, cadente. - Fratello, - disse al malato, - io ti reco la salute, affinché tu abbia tempo di pentirti della vita che hai menato. Anche infermo, ser Bindo conservava la violenza dell’animo. Perciò divenne rosso in volto a quel rimprovero, e, drizzatosi sul letto, rispose con voce minacciosa: - Frate, è inutile che tu rimanga presso il mio letto; io non tollero accanto a me chi osa giudicare le mie azioni; vattene! - e con l’indice teso gli accennava la porta. - Non sono le tue ingiurie che mi faranno partire. Vecchio e cagionevole come sono, ho fatto il disagioso cammino dalla Verna a qui, per ordine del beato san Francesco, il quale mi ha ingiunto di disputare la tua vita alla malattia e la tua anima al suo eterno nemico, il demonio. Tu potresti anche minacciarmi di morte, ma io rimarrei! Ser Bindo, non potendosi muovere, urlò, sbraitò, senza che nessuno accorresse alle sue grida; e il frate pregava senza prestar orecchio alle villanìe che il vicario si lasciava uscir di bocca, come se non fossero dirette a lui. Così rimase il frate tutto il giorno accanto al letto dell’infermo, e questi, stanco alfine d’inveire contro di lui, e sentendo aumentare gli spasimi, disse con la sua solita manieraccia: - Se hai un rimedio, usalo, perché io mi sento morir dal dolore. Il frate era sicuro che si sarebbe venuti a questi ferri. Egli cavò da una bisaccia un vasetto di balsamo, e, sfasciate le gambe dell’infermo, le unse tutte con quello, recitando a bassa voce una preghiera. Dopo poco lo spasimo cessò, e ser Bindo, il quale non sapeva più che cosa fosse sonno, dormì profondamente per più ore. Al suo destarsi vide il frate inginocchiato che pregava, benché la notte fosse nel colmo. - Che cosa fai costì? - gli domandò il vicario. - Prego per te e attendo che tu mi chieda di assisterti, - rispose fra’ Celestino. - Quale interesse ti spinge a questo? - Nessuno, fratello, altro che quello di redimere un’anima. - Non lo credo. Fra’ Celestino non rispose e continuò a pregare. Ser Bindo, invece, si addormentò, ma poco dopo si destò, gridando come un dannato. - Che hai, fratello? - gli domandò fra’ Celestino alzandosi e curvandosi su di lui. - Soffri forse nuovi spasimi? Il vicario accennava di no col capo, e quando si fu riavuto un poco rispose: - Frate, io ho veduto in faccia la morte, che mi voleva acchiappare, e dietro a lei v’era una voragine ardente, che ella mi accennava. Dimmi, sull’anima tua, credi tu che quella sia la pena che mi aspetta? - Se non ti penti, lo credo fermamente. L’infermo non aggiunse altro, e poco dopo si riaddormentò. Il frate continuò a pregare con maggior fervore di prima, implorando da san Francesco che intenerisse con un raggio della sua fede quell’anima indurita nel peccato. E san Francesco apparve in sogno al vicario e gli parlò con quella voce dolce che ammansiva le fiere, dimostrandogli la sua perfidia, non solo verso la gente affidata al suo governo, ma principalmente verso la moglie e i figli suoi; e gli fece vedere madonna Bice ramminga per i boschi, portandosi faticosamente in collo i tre bimbi, i tre poveri bimbi storpi, che ella guardava con beatitudine, come se fossero tre angioli di bellezza. - Quella madre è felice, - disse il Santo, - e tu pure potresti esser consolato, poiché la felicità le viene dal sentimento di aver fatto il suo dovere, dalla consolazione di dedicarsi a quelle tre creature. Il cuore indurito del vicario si commosse a quelle parole di san Francesco. - Se potessi ritrovare madonna Bice e ricondurla presso di me! - esclamò. - Se il tuo pentimento è sincero, la ritroverai, e io ti darò una guida sicura per rintracciarla, - disse il Santo, e sparì. Quella volta ser Bindo si destò senza gridare, senza spasimare, e vedendo fra’ Celestino inginocchiato e pregante, gli disse: - Frate, metti un poco del tuo balsamo sulle mie ferite: io ho bisogno di guarire, perché debbo rintracciare mia moglie e i miei figli. Il frate non si meravigliò udendolo parlare in quel modo, perché sapeva che san Francesco aveva la virtù di operare grandissimi miracoli; e col balsamo unse le piaghe del vicario. Quelle piaghe si rimarginavano a vista d’occhio, e l’infermo non cessava di domandare quando sarebbe stato guarito, perché era punto dal desiderio di partire presto. Allorché in capo a tre giorni le gambe ritornarono sane come prima, ser Bindo disse al frate: - Ora che il corpo è guarito, curiamoci l’anima, venerando fratello. E inginocchiandosi dinanzi a lui, fece ampia confessione de’ suoi peccati, accompagnando la narrazione con lacrime di sincero pentimento. Il frate pure piangeva commosso, vedendosi dinanzi quel grande peccatore ammansito dalla parola di san Francesco, e ringraziava umilmente il venerato capo del suo ordine di averlo scelto per istrumento della conversione di ser Bindo. Appena il vicario si fu alleggerito la coscienza da quel peso, ed ebbe pronunziato l’atto di contrizione, promettendo di scontare con tante opere di carità le sue azioni malvage, ordinò che gli fosse sellato un cavallo, e, vestitosi in fretta, partì alla ricerca di madonna Bice e dei suoi figli. Fra’ Celestino lo accompagnò con le sue preghiere, e quando ser Bindo ebbe sceso il monte di Poppi, vide avverarsi la promessa del Santo, poiché da una siepe sbucò fuori un cane da pastori, che prima abbaiò per salutarlo e quindi si pose avanti al cavallo, servendo di guida al cavaliere. Così camminarono lungamente, finché il cane non si fermò sul limitare di un bosco. Il vicario vi spinse il cavallo e avrebbe voluto andar oltre, ma il cane si diede a saltargli alle gambe, quasi lo volesse trattenere. Era già notte, e ser Bindo capì che doveva pernottare in quel luogo, forse per non turbare il riposo della madre e dei bambini. Egli scese dunque da cavallo, e dopo aver mangiato le poche provviste che aveva seco, legò il cavallo a un albero sotto il quale si distese e dormì placidamente come non aveva dormito dopo che la sua anima s’era macchiata da tanti peccati. Gli uccelli, che salutavano il nuovo sole, lo destarono al far del giorno. Allora ser Bindo rimontò a cavallo, e questa volta il cane non si oppose alla sua andata; anzi, abbaiando festosamente, lo guidò fra i castagni, fino a una siepe di foltissimi pruni, che si diede a strappare con le zanne. Il cavaliere capì, e, balzando di sella, trasse la spada e cercò di aprirsi un varco nel prunaio. Ma in questo lavoro si forava le mani, lasciava la pelle attaccata agli spini e sanguinava da tutte le parti. Nonostante non cessava di tagliare per giungere alla moglie; ma ogni tanto il pensiero di vedersi davanti i tre storpiati gli toglieva il coraggio di proseguire, e allora gli veniva la voglia di scappar lontano, di lasciare madonna Bice e i tre bimbi al loro destino. In quei momenti di scoraggiamento sentiva o gli pareva di sentire la dolce voce del Santo che gli diceva: - Prosegui nella via del pentimento; non ti saranno rimessi i peccati altro che se tu ricondurrai a casa la infelice madre e i tre bimbi. E allora ser Bindo riprendeva coraggio e tagliava con più energia i pruni. Finalmente egli forò quella folta parete, e l’occhio suo si portò nel centro della spianata dove sorgeva la fontana. E quale non fu la sua gioia quando, invece di tre bimbi macilenti e deformi, vide saltare tre creature sane, belle e allegre, che si baloccavano con un caprettino di latte e ridevano delle capriole della bestiolina. Ser Bindo, senza pensare ai pruni, fece uno strappo alla pungente barriera, e in pochi salti fu accanto ai bambini e se li strinse al cuore coprendoli di sangue. Essi gettarono un grido, e madonna Bice, che era nella capanna, accorse spaventata. Ma quando ella vide il marito che accarezzava le sue creature, non poté più camminare, non poté più parlare, e cadde in ginocchio alzando le mani al cielo, in atto di profondo ringraziamento. Ella non disse al marito una sola parola di rimprovero per le sue barbarie, e appena poté moversi, corse ad attingere acqua alla fontana e con quella gli lavò le ferite. Il sangue si stagnò improvvisamente, e ser Bindo, commosso da tanta dolcezza, s’inginocchiò dinanzi alla moglie e le disse umilmente : - Mi perdoni? Ella non poté rispondere, ma gli prese la mano e la bagnò di lacrime. Poche ore dopo ser Bindo faceva salire a cavallo madonna Bice, le poneva fra le braccia i due figli maggiori, ed egli, tolto Landino in collo, conduceva il cavallo per la briglia fino al castello di Poppi. In quel momento il cane che lo aveva guidato fece un lancio e, abbaiando, sparì. La gente accorreva meravigliata sulle porte delle case per vedere passare il prepotente signore, ora così umile, e bisbigliava che soltanto un grande miracolo poteva averlo cambiato a quel modo. - Salute, fratelli! Salute, sorelle! - diceva ser Bindo passando accanto alla gente. - Pregate per l’anima mia! Da quel giorno il vicario non commise più nessuna prepotenza a danno del popolo a lui affidato, e fu eccellente marito e padre esemplare. Egli spese tutte le sue ricchezze in elemosine e nella costruzione di una chiesa, che fece erigere nel luogo dove la moglie e i figli suoi avevano passato un anno, e che dedicò a san Francesco. L’acqua della fontana, che aveva servito a togliere la deformità ai tre storpi di madonna Bice, sgorga ancora; ma ha perduto la sua virtù; forse perché nessuno l’ha usata con la stessa fede dell’infelice madre, la quale morì in tarda età, venerata da tutti e invidiata dalle altre donne per il valore, la saggezza e la generosità dei suoi figli.

Qui la Regina tacque e la Vezzosa prese a dire: - Anche voi, mamma, siete invidiata per aver d’intorno una nidiata di figliuoli sani, buoni e operosi; ma a voi sono state risparmiate le prove dolorose che ebbe a sopportare madonna Bice prima di conseguire quella felicità, non è vero? La vecchia guardò la giovine sposa, poi chinò il capo, e il suo volto, di consueto così sereno, si rannuvolò. Cecco, che aveva seguìto quella scena muta, si accostò alla moglie e la tirò per la manica, affinché non ripetesse l’intempestiva domanda; poi andò verso la mamma, e, per toglierla dall’abbattimento nel quale l’avevano piombata le parole di Vezzosa, la invitò ad andare a letto. Nessuno osò più parlare quella sera, e la veglia incominciata gaiamente, terminò molto triste. - Ma che mistero c’è sotto? - domandava Vezzosa al marito. - Lo saprai, ma ora taci; non vedi come tutti si sono fatti silenziosi?