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Le novelle della nonna/Messer Gentile e il cavallo balzano

Messer Gentile e il cavallo balzano

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Messer Gentile e il cavallo balzano
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Parte Terza
Messer Gentile e il cavallo balzano

La Vezzosa non aveva saputo resistere alla tentazione di domandare al marito quali erano i fatti dolorosi il cui ricordo bastava per render triste la vecchia Regina, e Cecco le aveva narrato che nei primi anni del matrimonio, le era nato un figlio infelice, assolutamente scemo, e che la vista di quel ragazzo con un testone che non poteva regger sulle spalle, era il tormento del vecchio Marcucci. Per quel povero bambino egli non aveva sentito mai altro che repulsione, e la Regina, che lo idolatrava appunto perché era disgraziato, si affliggeva immensamente di vederlo trascurato dal padre. Quella creatura melensa, vogliosa soltanto di mangiare, era campata cinque anni, e quelli erano stati cinque anni di tortura per la madre, sopportati con vera abnegazione. - Dunque vedi, - concluse Cecco, - che anche la mamma ha avuto le sue prove dolorose prima di conquistare la pace. Se ella non avesse saputo compatire il marito per l’avversione che sentiva per quel figlio mentecatto e deforme, che egli considerava come un’onta per la famiglia, ci sarebbe stato l’inferno in casa, e chi sa quello che saremmo noi ora. Se la mamma, dopo tanto tempo, soffre ancora ripensando a quella prova, è segno che deve essere stata tremenda. Dopo aver conosciuto quel fatto, la Vezzosa acquistò anche maggior venerazione per colei che si compiaceva di chiamar mamma, e fu più circospetta nel parlare, temendo di vederla di nuovo triste. Così quella domenica, quando furono tutti riuniti sull’aia per aspettare la novella, Vezzosa si tenne in disparte, senza ciarlare, e attese che l’Annina facesse il solito invito alla nonna per accostarsi alla narratrice, la quale prese a dire:

- C’era una volta una contessa Guidi, per nome Gualdrada, figlia di un conte di Porciano. Questa ragazza era abbastanza brutta, e i suoi genitori, disperando di maritarla, la spingevano a entrare nel convento delle Camaldolesi di Pratovecchio; ma Gualdrada non se la sentiva di rinchiudersi in convento e aspettava sempre che le capitasse un partito per maritarsi. Viveva a Staggia un esule fiorentino della nobile famiglia de’ Cerchi, molto povero e alquanto avanzato in età, il quale, tanto per avere l’appoggio di una famiglia potente, chiese Gualdrada in isposa. E il Conte, piuttosto che vedersi invecchiare in casa quella figliuola, acconsentì al matrimonio. C’era un bel divario fra il castello turrito e la casetta ove andò ad abitare la novella sposa; ma a Gualdrada anche quella catapecchia pareva più bella del convento nel quale avrebbe dovuto finire i suoi giorni, e si mostrò molto riconoscente a ser Berto per averla salvata da quella sepoltura di donne vive. I due sposi vissero alcuni anni tranquillamente, facendosi veder poco a Porciano e aspettando un figlio che rallegrasse la loro vita solitaria. Questo figlio nacque alla fine, ed era così bello e delicato, che il padre volle chiamarlo Gentile, e non vedeva il momento che fosse grande per addestrarlo nel mestiere delle armi. La famiglia Cerchi era una delle più potenti di Firenze; per parte di madre, Gentile era parente con i Guidi di Porciano e di Romena, e ser Berto sperava che tutte queste aderenze fossero per il figlio un valido appoggio nella vita. Quell’uomo che era così modesto per sé, aveva ambizioni smodate per l’unico figlio suo, e avrebbe voluto vederlo collocato fra i dominatori della terra. Ma prima che Gentile fosse in età di appagare le sue speranze, ser Berto morì a un tratto, lasciando i suoi privi di mezzi e di appoggio. Madonna Gualdrada, naturalmente, ricorse al padre suo, il quale, seccato di vedersela tornare a casa, l’accolse freddamente, ma non poté esimersi dal prendere il nipotino in qualità di paggio. Bisogna sapere che il Conte aveva un figlio maschio, già ammogliato e padre di due giovinetti, press’a poco dell’età di Gentile. Ma tanto questi era bello, cortese e nobile d’animo, altrettanto i suoi cugini erano brutti, screanzati e vili; perciò appena seppero che la sventura toccata a Gentile lo costringeva a chiedere l’ospitalità al nonno, incominciarono a trattarlo d’alto in basso, quasi che nelle vene del giovinetto non scorresse lo stesso sangue che scorreva nelle loro, ed egli non fosse di stirpe nobile. Gentile rimase offeso nel vedersi trattato a quel modo; ma tacque e neppur si sfogò con la sua mamma, la quale abitava una camera appartata nel castello e sfuggiva la compagnia dei parenti, sapendosi tollerata a malincuore da loro. Il Conte aveva voluto che un vecchio soldato, che era al suo servizio, ammaestrasse nelle armi i due nipoti; e quando giunse al castello anche Gentile, ordinò che egli pure fosse istruito dal vecchio Borso. Fino dai primi giorni, Gentile, che era agile e snello, divenne più destro dei cugini, e Borso, che non aveva preferenze, lo additava ai due fratelli come esempio da seguirsi e non cessava dal dirgli: - Ser Gentile, voi sarete un giorno un forte cavaliere! Queste parole facevano digrignare i denti a ser Guido e a ser Salvatico, e li spingevano a odiare il cugino, il quale non desiderava altro che di giungere in età da lasciare il castello e conquistarsi la gloria con la prodezza e il coraggio. Ogni giorno che passava, la sua condizione di parente povero, ospitato per carità, trattato da subalterno, mentre si sentiva nell’animo la fierezza propria delle genti assuefatte al dominio, gli pareva più dura. Le cose erano a questo punto, quando capitò al castello di Porciano un giullare, o buffone, detto Banfio. Costui faceva tirare una carrettella coperta da un cavallo balzano, che aveva ornato di sonagli e di stracci rossi, e pretendeva che il cavallo avesse virtù di leggere nel futuro. Banfio era noto alle corti e nei castelli, e per le sue burlette il signor di Porciano gli die’ l’ospitalità. - Te la pagherò, non credere, - disse il buffone. - Anzi, voglio esser generoso e ordinerò al mio Brancaleone, - Brancaleone era il cavallo balzano, - di leggere nell’avvenire la sorte tua e dei tuoi nipotini. Banfio, vedendo attorno al vecchio i tre giovinetti, li aveva creduti fratelli, non accorgendosi che Gentile vestiva in lutto e Guido e Salvatico, no. Il Conte prese in parola il giullare, e gli disse che subito la mattina dopo doveva, nel cortile del castello, mantener la promessa fatta e dilettarlo con le prodezze del suo cavallo. - Bada, - rispose Banfio, - si tratta di un animale, e dice la verità ai signori come ai poveri. - Che la dica pure; - replicò il Conte, - anche ai buffoni è concesso questo privilegio, eppure noi non andiamo in collera neppur quando ne abusate. Così la mattina seguente il Conte, seguìto dal figlio, dai tre nipotini, dai paggi e dai valletti, scese nel cortile dove già era Banfio col suo cavallo, al quale aveva messo più sonagli e più fronzoli del giorno prima. - Saluta la nobile compagnia, - ordinò il giullare al cavallo, toccandolo con un bastoncino. Il cavallo ubbidì e, piegate le ginocchia, inchinò tre volte la testa. - Messere il Conte, - disse allora Banfio, - ordina tu a chi deve per primo tirar l’oroscopo questo sapiente animale, che ha fatto strabiliare re, imperatori e sultani. Il Conte indicò che incominciasse da Guido, e a un cenno del padrone il cavallo si mise di fronte al giovinetto. - Vivrà a lungo? - domandò Banfio. Il cavallo stette un momento fermo, e poi a una nuova toccatina del giullare si sdraiò lungo disteso per terra alzando le zampe. - Quello che risponde il mio cavallo non è un lieto oroscopo, - disse Banfio. - Non importa, - rispose il Conte, - palesa tutto. - Ebbene, egli dice che messer Guido morirà repentinamente in età giovanile. Il Conte rabbrividì, ma non volendo far vedere che si lasciava commuovere dalle predizioni, aggiunse: - Vorrei sapere di che morte morirà? Intanto messer Guido s’era fatto bianco come un cencio di bucato, e non batteva palpebra. - Hai capito la domanda? - disse Banfio al cavallo. Questo accennò di sì e quindi girò un pezzo per il cortile; finalmente andò a toccare col muso la misericordia, che il Conte portava infilata alla cintura. Il vecchio tremò e Guido si sentì vacillare le gambe, ma non fece nessuna esclamazione. - Ordina al tuo cavallo di rivelare l’avvenire di messer Salvatico, - disse il Conte. Banfio rivolse le solite domande al cavallo, il quale si sdraiò egualmente in terra per significare che anche lui sarebbe morto presto, e interrogato di quale morte sarebbe perito, toccò col muso la spada del Conte. Il vecchio si fece sempre più pallido e pensoso, ma non fece nessuna esclamazione e disse al giullare di volergli rivelare l’avvenire di Gentile. Il cavallo, a un cenno di Banfio, si mise di fronte a Gentile, piegò le ginocchia e inchinò tre volte la testa salutandolo; poi, senza attendere ordini dal padrone, squassò la criniera e i sonagli e si diede a correre allegramente. - Lo vedi, signore, il mio cavallo dice che messer Gentile figurerà in molte giostre in campo chiuso, e sarà prode cavaliere. Il cuore del discendente dei Cerchi balzava di giubilo. Intanto il cavallo s’era fermato nel centro del cortile, e con la zampa scavava il terreno. - E questo che cosa significa? - domandò il vecchio. - La spiegazione è facile. Il mio cavallo dice che ser Gentile avrà il dominio di questo castello. Queste parole fecero tremare non solo il vecchio, ma anche Guido e Salvatico, i quali rivolsero sul cugino uno sguardo pieno d’ira. - Dimmi: di quale morte morirà questo giovinetto? - domandò Banfio al cavallo. L’animale alzò la testa, fissò il vecchio Conte, e con la testa gli sfiorò i bianchi capelli. - Morirà vecchio, di morte naturale, - rispose il buffone senza domandar altro all’animale, mentre questo era andato a collocarsi accanto a Gentile e nitrendo e sbuffando pareva lo invitasse a inforcarlo. Il giovinetto, lieto della predizione, senza riflettere a quello che faceva, balzò in sella. Il cavallo si aprì un varco fra la gente, e via di corsa trasportò il suo cavaliere attraverso il ponte e giù per la ripida china. - Fermalo, Gentile! - gridava il vecchio. - Fermalo! - urlava Banfio disperato. Ma o che Gentile non potesse o non volesse trattenerlo, il fatto sta che il cavallo correva come il vento, e ben presto sparì fra gli alberi dei boschi. - Signor mio, sono rovinato! - gridava Banfio, - quel cavallo era la mia consolazione; a lui dovevo il sostentamento. - Ne avrai un altro! - diceva il vecchio. - Tu non sai, signore, che da cavallo a cavallo ci corre quanto fra questo tuo nipote Guido e Gentile? Sono tutti e due nipoti tuoi, eppure qual differenza! Aspetta, aspetta, era giunto il meriggio, s’era fatto notte, e ser Gentile né il cavallo si vedevano tornare. La madre del giovanotto, avvertita dal fatto, si struggeva in lacrime; il Conte era afflitto; chi gongolava invece erano Guido e Salvatico. Se Gentile era precipitato in un burrone, se era morto, essi non avevano più da temere che un giorno o l’altro il dominio del castello e delle terre di Porciano passasse nelle mani di quell’odiato parente, che li vinceva in bellezza, in destrezza e in cortesia. Tanto meglio se era sparito per sempre! Il Conte fece salire a cavallo molti uomini e ordinò che percorressero i boschi e gli riportassero morto o vivo il nipote, perché in fin dei conti non poteva veder Gualdrada disperarsi in quel modo. Essi uscirono dal castello, recando in pugno faci di resina, e si dispersero per la campagna cercando e chiamando. La povera madre si struggeva in lacrime e, rinchiusa nella sua camera, s’era gettata in ginocchio dinanzi a un’immagine della Madonna addolorata e pregava che le fosse reso il figlio suo, il suo Gentile, la consolazione della sua vita. Mentre stava così plorante e supplicante, vide il volto afflitto della Madonna illuminarsi di un sorriso e le labbra schiudersi. Gualdrada credeva di sognare, ma a un tratto dalla bocca della Madonna udì queste parole: - Non tremare per il figlio tuo; qui l’invidia lo avrebbe cacciato in una prigione. Ho fatto fuggire il cavallo per sottrarre il giovinetto a questo supplizio. Gentile è destinato a grandi cose, e, per consolarti della sua assenza, te lo farò vedere ogni notte in sogno. Spera! Il volto della sacra immagine si fece di nuovo afflitto, ma nel cuore della madre continuò a brillare un raggio di viva consolazione. Ella si rasciugò le lacrime e, lieta, si pose a dormire. Appena il sonno le ebbe appesantite le palpebre, Gualdrada vide il suo Gentile in una camera signorile, disteso sopra un letto e sorridente nel sonno. La mattina dopo, quando gli uomini inviati sulle tracce del giovinetto tornarono al castello, non riportarono al Conte altro che un piccolo tocco di velluto guarnito di una penna di airone, che Gentile forse aveva perduto nella corsa. Furono fatte nuove ricerche, ma senza risultato, e il vecchio Conte pianse Gentile come se fosse morto. I due cugini invece si rallegrarono di non averlo più per compagno e di non dover più sostenere uno svantaggioso paragone con lui. Gentile aveva passato l’Appennino di Romagna e si trovava alla Corte dei Malatesta di Rimini, dove il signore lo aveva creato suo paggio e lo prediligeva sopra ogni altro per la sua destrezza e cortesia. La buona Gualdrada lo vedeva ogni notte in sogno, ora seduto alla ricca mensa del signore, ora cavalcando il suo balzano nelle corse a fianco di lui, ora sorridente in un circolo di nobili donne e di prestanti cavalieri, sempre più forte della persona, sempre più bello e più gentile. Così passò un anno, e in quel tempo una grave sventura si abbatté sul castello di Porciano. Il padre di Guido e di Salvatico, l’unico figlio maschio del vecchio Conte, s’era ammalato a un tratto di una malattia che nessuno aveva conosciuto, ed era morto dopo un mese di sofferenze. Il vecchio signore s’era afflitto immensamente di quella perdita, tanto più che i due nipoti che gli restavano non erano capaci d’infondergli speranza, né di dargli consolazione di sorta. Nessuna delle occupazioni degne dei gentiluomini era a loro gradita. Né la caccia, né il maneggio dell’armi, né il cavalcare. Se non erano sorvegliati, correvano a giuocare con i famigli e a udire le sconce narrazioni di quegli uomini ignoranti e ineducati. Al fisico poi divenivano ogni giorno più brutti e più deformi, e la rozzezza dell’animo si rispecchiava nei loro volti. Il vecchio Conte non poteva assuefarsi all’idea di dover trasmettere il titolo e il dominio di Porciano nelle mani di Guido, perché era sicuro che non avrebbe saputo far rispettare quel titolo, né difendere quel possesso dagli attacchi dei vicini. Per questo si crucciava immensamente e temeva di morire. Ora avvenne che i due fratelli andando un giorno a passeggiare a cavallo per la via maestra, s’imbattessero in un cavaliere romagnolo, seguìto da numerosa scorta, che era di passaggio nel Casentino. Quando il cavaliere fu a poca distanza dei due fratelli, fermò il cavallo e li salutò. Essi, che si vantavano di scortesia, non risposero al saluto. Allora il cavaliere romagnolo spronò il cavallo e, accostandosi a Guido, gli disse: - Perché, messere, non rispondi alla mia garbatezza? - Perché mi pare inutile rispondere, - rispose lo screanzato. Il cavaliere, che già era offeso di non vedersi restituire il saluto, lo fu ancora più da questa sgarbata risposta, e, fattosi pallido in viso, disse a denti stretti: - Difenditi, villano! In pari tempo cavò la spada e assalì Guido. Ma nell’assestargli un colpo di fendente sul capo, l’arma gli scivolò di mano. Guido aveva pure cavata la spada e cercava di difendersi. Il cavaliere, vedendosi disarmato, assalito ora dall’avversario, cavò dalla cintura una specie di pugnale, detto misericordia, e, fatto fare uno scarto al cavallo per evitare la spada di Guido, gl’immerse la misericordia nel collo. Guido cadde, e l’uccisore già spronava il cavallo alla fuga, quando fu raggiunto da Salvatico, che, con la spada sguainata, cercava di colpirlo alla schiena. Il cavaliere romagnolo non disse nulla, ma fece fare un repentino voltafaccia al cavallo, e dette con la misericordia un colpo secco alla spada del giovine per modo da fargliela schizzar di mano. - Ora sei in mio potere; ma io voglio essere generoso quanto tu sei vile. Vuoi batterti con armi eguali? Salvatico dovette rispondere affermativamente, e allora uno della scorta del cavaliere raccolse le due spade e le offrì ai combattenti. Ma se le armi erano eguali, era così diversa la mano che le reggeva che il duello durò pochissimo e terminò con un grido di Salvatico, il quale cadde da cavallo. - Ora raccomandiamoci ai nostri cavalli, - disse il cavaliere alla sua scorta. - Se essi non ci trasportano molto lontano, prima che si conosca questa doppia morte, noi saremo trucidati come cani, e tutto il Casentino si leverà a difenderli, poiché i due morti sono i conti Guidi di Porciano! Gli uomini armati che seguivano il cavaliere, invece di continuare il viaggio per la via maestra, voltaron briglia dietro il suo esempio, e saliti sino a Camaldoli ripassaron l’Appennino e ritornarono in Romagna, di modo che essi erano assai distanti quando si sparse la novella della uccisione dei due nipoti del conte di Porciano. Ma torniamo a messer Gentile. A Rimini, dov’egli era rimasto tutto quel tempo, ser Gentile aveva conquistato il cuore del conte Malatesta, che non vedeva più altro che per gli occhi di lui. Divenuto valentissimo nelle armi, il Conte lo aveva armato cavaliere, e dalla sua bocca non usciva altro che un rimpianto e un lamento: - Perché, perché non ho un figlio, e perché quel figlio non sei tu? Bisogna sapere che il conte Malatesta aveva tre femmine, ma nessun maschio, nessun erede della sua signoria; e siccome aveva da ogni lato pericolosi nemici, il non poter affidare nelle mani di un discendente valoroso e prode la sua eredità, era il cruccio maggiore che potesse colpirlo. Però messer Gentile, mentre non risparmiava parole di conforto al suo benefico signore, non s’era mai lasciato sfuggir di bocca la promessa di restare a Rimini e di usare la sua spada in difesa dei diritti della famiglia Malatesta. Ricordava bene che nel castello di Porciano aveva la madre e il nonno, e nonostante che egli fosse ormai maggiorenne, sentiva di dipender da loro. Inoltre rammentava anche la scena nel cortile del castello e le predizioni del cavallo balzano, e anche se non le avesse rammentate, la vista di quell’animale, che lo faceva uscire vittorioso da ogni giostra e da ogni combattimento, gliele avrebbe richiamate alla mente. La fama di quel cavallo correva in Romagna unita a quella del cavaliere, e ormai si contavano pochi campioni che osassero misurarsi con messer Gentile, perché erano sicuri di essere scavalcati per la valentìa di lui e la foga di quel balzano, che appena vedeva luccicare scudi e sentiva il tintinnìo delle spade pareva avesse il diavolo addosso. Le virtù di messer Gentile meravigliavano non solo i cavalieri, ma anche le dame, tanto è vero che tutte e tre le figlie del conte Malatesta speravano, in segreto, di esser da lui preferite. Però messer Gentile non aveva occhi, non aveva pensieri altro che per la minore, la bionda Clemenza, ed era l’affetto per la dolce fanciulla che lo tratteneva alla Corte di Rimini, altrimenti egli avrebbe corso il mondo per lungo e per largo conquistando sempre maggior fama. Ma gli occhi di Clemenza avevano il potere di ammaliarlo, e la voce di lei era la musica più dolce che potesse accarezzargli l’orecchio. Le cose erano a questo punto quando alla Corte dei Malatesta giunse un messo del conte di Porciano con una lettera per messer Gentile. Quella lettera, scritta con mano tremante per il cordoglio e per la vecchiezza, ingiungeva al giovine di tornare in Casentino per prendere di fatto il governo del castello e delle terre di Porciano. Il vecchio Conte narrava la uccisione dei suoi nipoti e diceva di sentirsi così debole e affranto per tante sciagure da temer di morire da un momento all’altro. Messer Gentile, senza quel dolce affetto per Clemenza, sarebbe partito subito per ubbidire alla volontà del nonno; ma la separazione gli riusciva dolorosa. Però, siccome nel castello di Rimini si era parlato dell’arrivo del messo, così egli non poté celare al conte Malatesta il contenuto della lettera. Sospirò profondamente il signore udendo che la morte dei due giovani rendeva necessaria la presenza di messer Gentile a Porciano, e gli disse con gli occhi umidi di lacrime: - Va’, figlio mio, poiché il dovere ti chiama; ma prima di partire prendi tutto ciò che ti è caro, affinché tu serbi grata memoria del tuo soggiorno presso di me. Il cuore di messer Gentile balzò a quelle parole, ed egli stava già per dire al Conte che gli lasciasse portar via la bella Clemenza; ma il pensiero di dover prima ottenere il consenso del nonno, gli fece morire le parole sulle labbra, e, chinato il capo, rimase pensoso. I giorni passavano dopo l’arrivo del messo, e messer Gentile non poteva risolversi a partire da Rimini. Dal canto suo il Conte cercava con mille pretesti di trattenerlo, tanto gli riusciva dolorosa la separazione. A un primo messo ne tenne dietro un altro, munito di una lettera ancor più stringente; e allora messer Gentile dovette fare gli addii ed inforcare il suo balzano. Prima di partire, però, egli ricevé dalle mani di Clemenza una sciarpa azzurra, finamente trapunta di seta e d’oro. Ma la fanciulla nel consegnargliela impallidì e non poté dir altro che queste parole: - Vi sovvenga di me! Il conte Malatesta offrì al giovane signore ricchi doni, gli diede numerosa scorta, e gli fece una sola raccomandazione: - Torna, torna presto! Dopo pochi giorni di viaggio, messer Gentile giunse al castello di Porciano, e appena la vedetta annunziò il suo arrivo, Gualdrada gli corse incontro nel cortile ed abbracciandolo gli disse: - Io vedevo le tue esitazioni e ne conosco la causa, poiché la Madonna ogni notte mi dava la consolazione di farmiti vedere in sogno; ma se tu tardavi ancora, non rivedevi più il nonno e non ricevevi il feudo dalle mani di lui. Salì presto il giovane nella camera del Conte e lo trovò agonizzante. Però il vecchio, prima di morire, ebbe la forza di cavare da un libro di preghiere una lettera già scritta molto tempo prima all’Imperatore, con la quale gli chiedeva per il nipote, Gentile de’ Cerchi, l’investitura del castello di Porciano, e raccomandò al nipote di spedirla immediatamente. Quindi volle che lo vestissero, e, fattosi portare nella sala d’armi del castello, dove già erano adunati tutti i suoi terrazzani, ordinò loro di prestar giuramento di fedeltà a Gentile e di ubbidirlo in tutto e per tutto come avrebbero ubbidito a lui stesso. Compiuta questa cerimonia, il vecchio si fece riportare a letto e spirò tranquillamente. Ma appena di questa morte furono informati i Guidi di Pappiano, di Montemignaio e di Staggia, che vantavano diritti sull’eredità del conte, si collegarono, e, uniti, mossero all’attacco di Porciano. Messer Gentile, che aveva preveduto questo, ordinò che si munisse di provviste il castello, che si alzasse il ponte levatoio, si armassero le torri, e, fatto accendere il fuoco nella fucina, fece riparare le armi e costruirne delle nuove. Egli, come talismano, aveva cinta la sciarpa donatagli da Clemenza, e col pensiero rivolto alla bella fanciulla, nel cui nome voleva lottare e vincere, sorvegliava i preparativi della difesa, intanto che la contessa Gualdrada, inginocchiata dinanzi alla immagine della Madonna addolorata, pregava per la salvezza del figlio. Il vecchio Conte era appena chiuso nell’avello dove riposavano i suoi, che già un piccolo esercito era adunato attorno ai fianchi del colle dove sorge il castello, e dopo aver devastato le terre batteva in breccia le porte e le torri. Però gli assalitori non credevano di trovare tanta valida resistenza. A ogni loro attacco, Gentile faceva rispondere a dovere e non cessava un istante di molestarli, ora ordinando che fossero scagliate pietre, ora facendo volare quadrella. Ogni giorno le fila dei collegati a danno di Porciano si assottigliavano; era morto un figlio del conte di Pappiano, era morto un Guidi di Staggia, erano morti molti validi campioni del piccolo esercito; ma il desiderio della conquista era così potente che, nonostante queste morti, gli assalitori continuarono a tener campo intorno a Porciano; e intanto nel castello le provvisioni venivano man mano a mancare. Messer Gentile, per non esporre i suoi uomini agli strazî della fame, tentò una mossa disperata per far togliere l’assedio. Lasciati pochi uomini soltanto a difesa delle solide torri, affinché non apparissero sguarnite, riunì gli altri in un sotterraneo e fece loro scavare un passaggio che mettesse nella campagna. Quando fu terminato, prese di nottetempo per la briglia il suo cavallo e, seguìto da buon numero dei suoi, riuscì in un bosco; poi, prendendo alle spalle gli assalitori, invase come un fulmine il loro campo. Quelli, credendo che fosse giunto un rinforzo ai porcianesi, si videro perduti. Il cavallo balzano faceva nella mischia veri miracoli. Saltava contro i nemici, li atterrava, li calpestava, ed essi, non potendo fuggire, non vedendo scampo, si arrendevano. A giorno, quando si accòrsero del tranello, si mordevano le mani; ma era tardi. Già molti dei capi eran rinchiusi nelle torri di Porciano come ostaggi, molti erano morti, e i porcianesi esultavano e acclamavano il loro signore. Quel giorno stesso giunse la risposta dell’Imperatore, il quale investiva nel titolo e nei feudi del defunto Conte, messer Gentile de’ Cerchi. Allora, quando il conte Gentile vide assicurato il suo dominio, ripensò con tenerezza sempre crescente alla bella Clemenza, e confidò alla madre il segreto del suo cuore. - Lo conoscevo, - rispose Gualdrada, - come conoscevo ogni atto della tua vita, ogni pensiero della tua mente. Ma se tu vuoi ottenerla in moglie, parti, corri, figlio mio, poiché Clemenza sta per farsi sposa di un altro signore. Quella notte stessa il conte Gentile inforcò il suo balzano e prese la via di Romagna. - Corri, corri! - diceva al cavallo. Il balzano correva come il vento, e, senza mai fermarsi, spronato, incitato, condusse il suo signore fino alla porta del castello dei Malatesta, dove cadde morto. Gentile sentiva le campane suonare a festa, e temendo che la cerimonia nuziale fosse già compiuta, non aveva il coraggio di farsi introdurre presso il Conte; egli stava incerto se dovesse retrocedere o no, quando vide scendere dallo scalone Clemenza, vestita da sposa, in mezzo alle sorelle, e dietro a loro un lungo corteo di donne, di cavalieri e di paggi. Il giovine mandò un grido e barcollò; ma il conte Malatesta, che lo aveva veduto, fu pronto a soccorrerlo. Nel medesimo istante Clemenza cadeva svenuta nelle braccia delle sorelle. A farla breve, la bella fanciulla, invece di prendere il velo, com’era sua intenzione, credendosi abbandonata da Gentile, sposò il giovane conte di Porciano con grandissimo piacere del padre e con dispetto immenso delle sorelle. Gentile condusse la sua sposa con molta pompa in Casentino, dove vissero lungamente felici.

- E qui, cari miei, la novella è finita; - disse la Regina, - ma nel parlare di Porciano, me n’è venuta in mente un’altra molto bella, che vi racconterò la settimana ventura. Per ora, buona notte, io sono stanca e vado a dormire.