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Le novelle della nonna/Il naso del Podestà

Il naso del Podestà

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L'impiccato vivo Il coltello del traditore
Il naso del Podestà

Nella settimana c’era stato un altro avvenimento a Farneta. La giovine moglie del nuovo ispettore, figlia dei villeggianti, era giunta e aveva portato seco l’Annina a Camaldoli, come aveva stabilito già da alcuni mesi. La ragazzina era partita contenta e felice, perché a quella età ogni cambiamento serve di distrazione; ma in casa sentivano il vuoto prodotto da quella partenza, e la Carola specialmente non sapeva darsi pace di non aver più dintorno a sé quella prediletta figliuola. - Non è mica andata alla morte, - le diceva Maso quando la vedeva pensierosa. - A Camaldoli ella s’istruisce, guadagna ed è affidata a persone per bene. - È vero, e lo so anch’io; ma che ci vuoi fare se sono addolorata di non averla più qui? Al cuore, lo sai bene, non si comanda. La domenica poi, quando la Carola vide tutta la famiglia adunata intorno alla vecchia per sentir la novella e notò che fra i ragazzi mancava l’Annina, si mise il grembiule agli occhi e scappò via. Vezzosa le corse dietro e le disse: - Non vi fate scorgere dai signori, che ora verranno a sentir la novella; se no diranno alla loro figliuola che voi siete tanto infelice per la mancanza dell’Annina, che quella ve la ricondurrà a casa. Ora sapete che abbiamo fatto tanti e tanti sacrifizî per lottare contro la disgrazia che ci ha colpiti, e l’aver trovato l’Annina un buon posto, qui vicino, è una fortuna per noi e per lei; fatevi coraggio, Carola. Le parole assennate della giovine cognata fecero rientrare in sé l’afflitta madre, che, asciugatesi le lacrime, tornò in mezzo alla famiglia. Il professore e la moglie avevano già preso posto a poca distanza dalla Regina, e questa, senza farsi tanto pregare, si mise in tasca la corona del rosario e incominciò:

- Fra i tanti Podestà che hanno governato a nome della Signoria di Firenze la terra di Stia, ve n’era uno, per nome Bandino Corsi, che aveva un naso così buffo, che faceva ridere quanti lo vedevano. In mezzo a un viso lungo, giallo e sbarbato, troneggiava, come un peperone, quel naso, al quale era appeso dal lato destro una specie di fungo di carne nerastra, tutto coperto di peli. Si diceva che il naso rosso e il fungo fossero venuti al Podestà con gli anni, e in conseguenza del gran vino che beveva. Si diceva pure che a Firenze, i monelli dessero la baia al povero ser Bandino, il quale, per sottrarsi ai loro motteggi, aveva chiesto e ottenuto di ritirarsi a Stia, dove, così almeno sperava, non sarebbe stato esposto a quelle moleste e continue burle. Però i monelli ci son per tutto, e quelli di Stia non erano meno burloni dei loro compagni, nati all’ombra del Cupolone. Appena il nuovo Podestà fu visto giungere a cavallo, seguìto dai servi, tutti i monelli si adunarono in piazza e cominciarono a urlare: «Ecco il tacchino! Ecco il tacchino!». Nel sentir queste esclamazioni di motteggio, il viso del Podestà si fece anche più giallo, e il naso, da rosso che era, divenne paonazzo. I ragazzi, vedendo che ser Bandino si arrabbiava, rincararono la dose degli urli e chiamarono a raccolta anche altri monelli, così che, quando il Podestà giunse dinanzi al palazzo, era preceduto da una turba schiamazzante. Non ho detto che ser Bandino Corsi, oltre ad avere il naso rosso e quel tale fungo nero da una parte, aveva un altro difetto, e questo si palesava maggiormente ogni volta che andava in collera. Egli metteva quasi sempre un’esse dinanzi a ogni parola, ma quando era in collera il suo dire diventava così buffo che nessuno poteva trattenere le risa. Quel giorno, fremente d’ira per l’accoglienza avuta, volle arringare la folla dei monelli per affermare la sua autorità, e appena messo piede a terra, si volse verso gli schiamazzanti, e incominciò a dire: - Sragazzacci, srispettatemi; srammentatevi sche sono Spodestà sdella Srepubblica sfiorentina! - Sviva slo Spodestà! - urlò uno dei monelli. - Sviva! - urlarono tutti gli altri. E lì una pioggia di motteggi, tutti preceduti dall’esse. Il naso di ser Bandino arrossì maggiormente, il fungo nero incominciò a ballare come un batacchio di campana, e giallo, livido, il Podestà alzò la mano e disse: - Sbirbanti, sme sla spagherete! Quell’addio non intimorì i monelli, i quali continuarono a rimaner sulla piazza urlando: - Sfuori slo Spodestà! Svogliamo slo sdiscorso sdallo Spodestà! Ma sì, ser Bandino aveva altra voglia che parlare dopo quello che era successo! Ordinò ai suoi soldati di disperdere la folla schiamazzante, e invece di raccogliere i complimenti che gli avevano preparati i suoi sottoposti, si rinchiuse in camera e, adducendo a pretesto la stanchezza del viaggio, rimandò ad altro giorno i ricevimenti e restò solo a pensare alla sua disgrazia. L’aveva fatta bella ad andare a Stia! Era peggio di Firenze; e se i giorni successivi somigliavano al precedente, quel soggiorno sarebbe stato un vero inferno. Il Podestà disse fra sé: - Al difetto del parlare posso rimediarvi: starò sempre zitto; ma al naso? Il naso si vede, e appena lo metterò fuori dell’uscio, i monelli mi canzoneranno. A questo malanno bisogna trovar rimedio e lo troverò. Pensa e ripensa, finì per persuadersi che il suo naso rosso sarebbe stato meno appariscente se lo avesse prima unto e poi coperto con un po’ di farina; e la mattina dopo, fattosi portare quei due ingredienti, si unse ben bene il fungo nero e poi non fu avaro di farina. A quei tempi non usavano gli specchi come usan ora. Le signore ricche si servivano di lastre d’argento; i poveri e le povere si specchiavano sui vetri della finestra, che eran piccoli e opachi. Il Podestà non era povero, ma certi lussi non li conosceva, e ricorse ai vetri per vedere se il naso coperto dalla farina stava meglio che rosso e nero. Gli parve di sì e, vestitosi, uscì per andare alla messa, poiché era domenica. Appena i monelli, che eran davanti alla chiesa, lo videro con quel naso tutto infarinato, incominciarono a ridere come matti, e poi, datisi la parola d’ordine, scapparono via. Il Podestà capì che gli preparavano una burla, e mentre ascoltava la messa, si sentiva rodere dall’ansietà ed avrebbe voluto che il prete non dicesse mai l’Ite missa est. Ma anche la messa terminò, come terminano tutte le cose di questo mondo, e il povero Podestà, facendosi animo, dovette attraversare la chiesa per uscire. Egli era tanto occupato di quel che sarebbe accaduto, che non si accòrse neppure che le donne si mettevano il fazzoletto alla bocca per non ridere, e gli uomini si coprivano il viso col cappello. Quando fu sul limitare della chiesa, rimase di sasso e non ebbe coraggio di andar più avanti. Ecco il perché. Una cinquantina di monelli gli si fecero davanti. Ognuno aveva in mano una padella, e ognuno urlava: - Smesser slo Spodestà, sla smia spadella scuoce smeglio; snon sfaccia scomplimenti, sfrigga slo snaso! Ser Bandino non ci vide più, e, afferrato il primo monello che gli capitò fra le mani, gli tolse la padella, e con quella incominciò a menar giù botte da orbi su tutta la masnada. I colpiti gridavano, piangevano; i non colpiti rispondevano con padellate. Intanto, a quel baccano, le donne erano uscite di chiesa e, naturalmente, s’erano avventate contro il Podestà per difendere i loro figliuoli. Alcune di esse, per trattenergli il braccio, gli strapparono perfino la manica del giustacuore; alcune altre lo sgraffiarono. Ne nacque il finimondo, e il Podestà si rifugiò al palazzo per non essere anche più malconcio. Ma appena in casa ordinò alle sue guardie di tornare in piazza e di arrestare dieci dei caporioni e rinchiuderli in prigione. - Sci svuole suna slezione! Sci svuole! - balbettava incollerito, passeggiando in su e in giù per la sala. I suoi ordini furono eseguiti; ma alcune guardie ebbero, dalle mamme inferocite, morsi, sgraffi e manrovesci. Né qui finì il subbuglio. Le donne si recarono a frotte sotto le finestre del palazzo a implorare la scarcerazione dei dieci monelli, e non essendo esaudite, perché il Podestà teneva duro, seppero incitare, a forza di urli, di pianti e di smanie gli uomini a fare egual tentativo. A questi le guardie intimarono di tornare alle loro case, perché la giustizia doveva avere il suo corso, e allora volarono sassi contro le finestre del palazzo, e improperî d’ogni genere contro l’infelice Podestà. Ser Bandino non sapeva più che cosa fare; la sua dignità non gli permetteva di cedere alle domande del popolo; il suo naso gli impediva di mostrarsi per sedare il tumulto, e di parlare alla folla non ci era neppur da pensarci; sarebbero volati contro di lui anche i tegoli! Il Podestà era uomo pio e specialmente devoto della Santissima Annunziata, di cui possedeva un’immagine che aveva portata con sé in Casentino e dinanzi alla quale teneva sempre, giorno e notte, accesa una lampada d’argento. Mentre gli urli echeggiavano sulla piazza e i sassi rompevano con fracasso i vetri delle finestre del palazzo, ser Bandino si buttò in ginocchio davanti all’immagine, esclamando: - Smadonna smia, sdatemi svoi suna sispirazione! E l’ispirazione gli fu data infatti e la tradusse subito in effetto. Egli chiamò un suo servo, press’a poco della sua statura, lo vestì dei suoi abiti, gli mise in testa il cappello piumato e gli ordinò di affacciarsi a una delle finestre del palazzo, e di arringare la folla. Quello che doveva dire glielo avrebbe suggerito lui stesso. Il servo fece presto a cambiar abiti; due guardie spalancarono la finestra, e nel vano di quella comparve il falso Podestà; il vero stava accoccolato dietro il parapetto. Ma appena la folla vide il servo camuffato dei ricchi abiti, si accòrse dell’inganno e non gli lasciò aprir bocca. - Guarda la maschera! - urlava. E lo bersagliava di torsoli di cavolo e di quanto le capitava fra mano; poi pigliava a gridare: - Il Podestà! Fuori il Podestà col naso a peperone e il fungo nero! Vogliamo il Podestà! Nonostante lo schiamazzo, ser Bandino si guardò bene dal mostrarsi; anzi, sentendo aumentare il tumulto, andò a rifugiarsi in cantina al buio, turandosi gli orecchi per non sentir le invettive. E di laggiù non sentì neppure che il popolo, impazientito, era entrato nel palazzo in cerca di lui, rompendo ogni mobile chiuso, dove credeva di trovarlo rimpiattato. Di questo fatto si accòrse soltanto quando sentì sconquassar l’uscio della cantina. - Squesta sdicerto sarà sla smia sultima sora! - esclamò il pover’uomo. E, accorgendosi che la porta cedeva, invece di star quatto quatto dietro la botte che gli serviva di nascondiglio, si diede a fuggire a tastoni per la cantina buia, urtando nelle pareti umide, dando del capo negli spigoli dei muri. Fuggi fuggi, giunse in fondo a una specie di galleria, e da uno spiraglio vide un fil di luce. Riacquistò coraggio e giunse in breve a quel punto da dove veniva la luce, ed essendosi accorto che da quel lato vi era una porticina, l’aprì e si trovò in campagna. - Sdio smio, sono sfuori sdi spericolo! - esclamò il Podestà. E cercò di richiudere la porta appoggiandovi contro dei massi, affinché i suoi inseguitori non si accorgessero da qual parte era uscito. Poi, nascondendosi fra gli alberi, sgattaiolò pian piano, tremando a ogni mover di foglia, a ogni fuscello che gli scricchiolava sotto il piede. Cammina cammina, giunse prima di notte sul monte dietro a Stia e, stanco morto, si nascose in un fosso, sul quale si stendevano i rami di un albero, e si mise a pregare la Santissima Annunziata di liberarlo da quel naso che gli procurava tante persecuzioni, e da quel difetto del parlare, che gli era così funesto. Dopo aver pregato a lungo, ser Bandino si sentì più calmo e, distesosi sulla nuda terra, s’addormentò placidamente. Mentre dormiva fu scosso da una specie di carezza, e sentì una voce che gli diceva: - Alzatevi e seguitemi! Aprì gli occhi e, al lume della luna, che brillava purissima nel firmamento, vide una vecchina piccina piccina accanto a sé. - La Santissima Annunziata mi è apparsa in sogno e mi ha detto di aiutarvi. Venite a casa mia, - aggiunse la vecchia. Ser Bandino la seguì di buona voglia, e la vecchina, curva sul bastone, lo fece camminare per un buon tratto sul monte sassoso, e si fermò soltanto dinanzi a una casuccia costruita a poca distanza da una delle ripe del torrente Stia, e invitò il suo compagno ad entrare. Il fuoco era acceso nel camino e la vecchia, vedendo che il Podestà era esausto, gli offrì da rifocillarsi; quindi gli disse d’inginocchiarsi e di pregare la Madonna di cui era specialmente devoto. La vecchia, mentr’egli pregava, uscì, e ritornata poco dopo con un fascio d’erbe aromatiche e una secchia d’acqua, bagnò più volte il naso di ser Bandino e lo coprì di foglie: poi gli disse di masticarne alcune e di trangugiare l’acqua. - Abbiate fede, e sarete guarito, - aggiunse la vecchia. Fede ne aveva, il povero Podestà, e masticò un fascio di foglie e bevve quanta più acqua poté. Ma dopo aver fatto tutto questo ed aver fervidamente pregato, si guardò il naso, e il naso era sempre rosso come un peperone; si tastò il fungo nero, e il fungo nero c’era sempre; si provò a parlare, e faceva sempre precedere da quell’esse incomoda ogni parola. Allora, scoraggiato, disse: - Sdonna smia, sper sme snon sc’è sbene. - Podestà mio, finché un cane peloso non vi morde il fungo e una biscia non vi bacia in bocca, da queste due infermità non sarete liberato. Vedo che né le erbe né l’acqua attinta durante il plenilunio vi giovano. - Sdio smio, se squei sbirbanti smi strovano... - mormorò tutto afflitto ser Bandino. La vecchia rise facendo vedere le gengive spoglie di denti. - Quassù da me nessuno oserà venirvi a cercare. - Sperché? - domandò il Podestà. - Che volete che vi dica? Sono anni e anni che curo la gente con l’aiuto della Madonna, eppure a nessuno sapreste levar di capo che io non sia una strega. Ser Bandino fu rassicurato in parte da queste parole e si mise ad attendere che giungessero i due animali che dovevano liberarlo. Era una calda giornata di maggio, ed egli, vinto dalla stanchezza, si appisolò. A un tratto fu destato da un dolore acuto da quella parte del naso dove gli pendeva il fungo nero. Aprì gli occhi e vide un can da pastori con una lunghissima coda, che scappava. Ser Bandino si portò subito la mano al naso e si accòrse con gran piacere che quella escrescenza carnosa non c’era più; allora si mise a chiamar la vecchia. - Svieni, sdonnina, svieni; sci sono snovità sgrosse! La vecchina, che era su in camera, scese le scale e alzò le mani al Cielo in atto di ringraziamento, vedendo che il fungo era sparito davvero. - Ora, coraggio, - ella disse, - e come è venuto il cane verrà la biscia; abbiate pazienza e pregate. Ser Bandino si rimise in orazione, ma snocciolando sempre avemmarie finì per appisolarsi col capo inclinato a destra e la bocca spalancata. Un sibilo fortissimo lo destò, e così in dormiveglia si accòrse di aver in bocca la testa di una biscia. Sul subito si spaventò, ma ripensando alle parole della vecchia si fece animo e preso il rettile con due dita gli disse: - Grazie! Nel pronunziare quella parola capì di esser guarito dalla seconda infermità, e questa volta, senza far precedere ogni parola da un’esse, chiamò: - Vecchina, scendi presto, vieni a vedere; il miracolo è compiuto. La vecchina scese pian piano, e sentendo che il Podestà parlava speditamente, si lasciò cadere in ginocchio e pregò a lungo. Ser Bandino fece lo stesso, e quando ebbero terminato, la vecchia disse: - Spero che mi sarete grato e non mi lascerete morir qui come un cane. - Figurati! - disse il Podestà, - ora torno subito a Stia, punisco i colpevoli e dopo vengo a prenderti con una lettiga e ti conduco al palazzo, dove sarai servita e rispettata come se tu fossi mia madre. - Badate di non dimenticarvi della promessa! - replicò la vecchina. - Io sono gentiluomo! - esclamò Bandino. - E senti che cosa dico: Se non mantengo la promessa in capo a un mese, che mi possa ricrescere il fungo e che ritorni più scilinguato di prima. Ser Bandino, tutto allegro, scese il monte, e ogni tanto si toccava il naso, che aveva ripreso il colore del restante del viso, e si provava a parlare a voce alta. Non gli pareva vero di non essere più un coso buffo e di parlare come tutti gli altri. Quando giunse a Stia, era sera inoltrata e il palazzo era chiuso sprangato. Bussa che ti busso, nessuno gli andava ad aprire e di dentro le guardie gli gridavano: - Il Podestà è assente, noi non apriamo a nessuno. - Il Podestà sono io! - rispondeva ser Bandino. - Non ce lo date ad intendere, imbroglione. Il Podestà, quando apre bocca, si conosce subito. - Son guarito! - badava a dire ser Bandino. - Di certi mali non si guarisce; andate in pace, se no vi leghiamo come un salame e vi mandiamo a far compagnia ai dieci monelli, cagione di tanti guai. A farla breve, il portone del palazzo quella sera non si dischiuse per lasciar passare il Podestà; ma egli, che conosceva l’ingresso segreto delle cantine, per non dormire a ciel sereno, entrò in quelle e si distese per terra. La mattina, appena vide uno spiraglio di luce, uscì dal suo nascondiglio e andò di nuovo a bussare al palazzo. Le guardie, che nell’assenza del Podestà e dopo aver respinto la folla tumultuante vi si erano asserragliate come in una fortezza, invece di spalancare la porta, andarono a una delle finestre munite d’inferriate per vedere chi bussava. - Sono il Podestà, aprite! - ordinò ser Bandino; ma a quel comando si sentì rispondere con una sonora risata. - Guarda, guarda chi si spaccia per il Podestà! Se non vuoi essere arrestato per avergli rubato le vesti, raccomandati al cavallo di san Francesco. Non sai che il Podestà ha un fungo appeso a un lato del naso paonazzo, e parla scilinguato, - disse una delle guardie. - Sono il Podestà, aprite! - ordinò ser Bandino. - Se vuoi venire in gattabuia, peggio per te, - gli fu risposto. Il portone del palazzo si aprì, quattro braccia robuste afferrarono ser Bandino e quasi di peso lo portarono nella stessa prigione della torre dov’eran rinchiusi i dieci monelli, autori del disordine. Non valsero né le preghiere né le minacce di ser Bandino per farsi riporre in libertà. Tutto il giorno udiva i monelli parlare del naso e del fungo del Podestà, tutto il giorno li sentiva fargli il verso, e nessuno lo riconosceva tanto era cambiato. Tutte le volte che chiedeva alle guardie quanto tempo intendevano tenerlo in prigione, si sentiva rispondere: - È andato un messo a Firenze; quando tornerà col nuovo Podestà, sarai giudicato. - Ma se il Podestà son io! - Taci, bugiardo, ingannatore, furfante! - gli dicevano. Così passavano i giorni, così passò un mese. Quando quel termine fu spirato, ser Bandino, una mattina, nel destarsi, si vide dintorno tutti i monelli con tanto d’occhi sgranati. Volle interrogarli per sapere che cosa notavano in lui di strano, ma appena ebbe aperto bocca essi incominciarono a schiamazzare gridando: - È lui, è il Podestà! gli è ricresciuto il fungo nero accosto al naso ed è ritornato scilinguato. È lui! è lui! Ser Bandino si sentì morire. Non aveva potuto mantener la promessa fatta alla vecchia ed era ritornato tal quale come prima, perciò i monelli lo canzonavano egualmente. Le guardie, sentendo tutto quel baccano, accorsero, e appena aprirono l’uscio della prigione, rimasero sulla soglia senza osar di fare un passo. Il prigioniero era proprio il Podestà! E ora che cosa sarebbe avvenuto di loro che non avevano voluto riconoscerlo e si eran presi l’ardire di trattarlo a quella maniera? Ma il Podestà era tanto afflitto e avvilito di udirsi colpito di nuovo da quella doppia infermità, che non pensava a vendicarsi. Uscì a capo chino dalla prigione, senza aprir bocca, e dietro a lui uscirono tutti i monelli, che si affrettarono a tornare a casa. Verso sera, quando in paese non v’era più nessuno, il Podestà si avviò solo solo su per il monte in cerca della vecchina. Ma guarda che ti guardo, non gli venne fatto di trovar più né la casa né altro, e nel cuor della notte se ne tornò al palazzo. Questa volta le guardie lo riconobbero al parlare, e gli apriron subito. Benché fosse stanco morto, egli non si mise a letto. Inginocchiatosi dinanzi alla Santissima Annunziata, la pregò fervidamente non più di liberarlo dalle sue infermità, ma di dargli il coraggio di sopportarle. Mentre stava in orazione, che è che non è, ecco apparirgli la vecchina. - Se non hai mantenuto in tempo la tua promessa, - gli disse, - non è colpa tua. Appena libero sei andato a cercarmi sul monte; e in Cielo, dove le buone intenzioni sono valutate, ti si tiene conto di esse. Rassicurati, e a suo tempo sarai consolato, te lo prometto io! «A suo tempo! - pensava egli. - Dunque le mie prove non sono terminate? dunque dovrò soffrire ancora?» La vecchia sparì, e il Podestà poté dormire tranquillo nella sua camera. La mattina dopo, nel destarsi, andò subito a guardarsi nello specchio, ma la deformità del naso non era sparita ed egli non parlava speditamente. Allora pensò che doveva armarsi di coraggio per sostenere nuove prove; ma la speranza che a suo tempo sarebbe stato liberato, faceva svanire la cupa disperazione che lo aveva assalito nel passato. Però la sua pazienza fu messa a dura prova. Era appena ritornato al palazzo, quando gli fu annunziato da un messo l’arrivo di messer Alessandro Vitelli, temuto condottiero di quel tempo. Ser Bandino fece preparare per lui le più belle stanze, e dette ordine al cuoco di mandar ne’ serbatoi a prendere le trote più belle e di tirare il collo ai più grossi capponi, poiché bisognava onorare un ospite di tanto riguardo. Il capitano giungeva dalla Consuma per recarsi ad Arezzo. Il Podestà gli mosse incontro a cavallo, con numerosa scorta, e appena incontratolo, volle fargli il suo bravo discorsino. - Sillustrissimo smessere... - incominciò. Ma non poté finire, perché il capitano Alessandro Vitelli gli dette una di quelle guardatacce, come egli sapeva dare, e ser Bandino, tutto confuso, si sentì la lingua inchiodata al palato e si fece pallido come un morto, mentre il suo naso prendeva un bel color rosso vivo. - La Repubblica fiorentina tiene un Podestà molto strano in questa sua terra di Stia, - disse il capitano rivolto ai suoi, ma in tono abbastanza alto da farsi sentire anche da ser Bandino. - Non è un rappresentante che le faccia onore. L’infelice avrebbe preferito di essere ancora rimpiattato in cantina dietro la botte e minacciato dall’ira degli insorti, piuttosto che di trovarsi di fronte a quel superbo, cui non poteva ricacciare in gola le offese. Però dovette celare nel cuore il dolore e la rabbia che provava, e mettersi al seguito del condottiero, il quale non lo aveva neppur invitato a cavalcargli accanto. Se il primo incontro era stato amaro per ser Bandino, la permanenza di Alessandro Vitelli a Stia, fu un lungo e non interrotto supplizio. Il condottiero, non solo era entrato nel palazzo da padrone, senza curarsi per nulla del Podestà, ma aveva dato carta bianca ai suoi di esigere imposte, di reclutare uomini atti a portare armi, e di comandare, insomma, come se il rappresentante della Repubblica non esistesse, come se il Podestà fosse un fantoccio. Ser Bandino vedeva tutto e fremeva. Inoltre v’era una continua processione di gente a far reclami presso di lui per le ingiustizie che commetteva il condottiero, e questa gente gli rimproverava acerbamente la sua debolezza; ma ser Bandino non osava parlare ad Alessandro Vitelli. Un giorno, però, incalzato da tante e tante lagnanze, si fece animo e si presentò al capitano, il quale, squadratolo da capo a piedi, con fare burbanzoso, gli disse: - Chi vi ha ordinato di venire da me? - Sdoveri sdello stato smio, slagnanze sdegli Stiani! - Andate al Diavolo voi, le vostre esse e i vostri Stiani! - rispose il capitano. - Finché sto qui, intendo di comandar io, e voi non dovete farvi vedere, se no vi rinchiuderò in prigione. Bandino dovette fare una prudente ritirata; ma ridottosi in camera sua pianse amaramente sulla propria sventura e si raccomandò fervidamente alla Santissima Annunziata di liberarlo presto dalle infermità che gli procuravano tanti tormenti. Però, nonostante le promesse della vecchia, le lacrime e le preghiere, il supplizio continuò per più giorni, e il Podestà si ammalò dalla pena. Mentre era a letto, più malato d’animo che di corpo, il condottiero ricevé l’ordine di portarsi subito sopra Città di Castello; di notte tempo fece i preparativi della partenza e se ne andò, senza neppur curarsi del Podestà. I cittadini di Stia respirarono vedendo partire il Vitelli, che in pochi giorni li aveva dissanguati, e il Podestà guarì subito. Ma siccome una consolazione non vien mai sola, il brav’uomo, nell’alzarsi dal letto, si accòrse che gli era sparita la deformità del naso e che parlava speditamente. Lieto, lietissimo di ciò, invece d’inveire contro i monelli del paese, contro tutti quelli che avevano dato mano al saccheggio del palazzo, annunziò con un pubblico bando che voleva iniziare il suo governo con un generale perdono, tanto più che il popolo era stato abbastanza provato dal passaggio di messer Alessandro Vitelli. Questo atto magnanimo lo rese popolarissimo a Stia, dove ser Bandino terminò in pace la vita.

Qui la Regina tacque ed ebbe dai signori villeggianti gli stessi complimenti ricevuti la domenica precedente. Mentre essi parlavano di Stia, dove volevano andare a fare una gita, giunse una carrozza di ritorno da Camaldoli e si fermò dinanzi alla viottola. Il vetturino schioccò la frusta per chiamar qualcuno, e tre o quattro dei ragazzi accòrsero subito alla chiamata. Un momento dopo tornarono gridando: - La signora dell’Annina manda a dire che viene domani a desinare dalla sua mamma. - E l’Annina non ce la conduce? - domandò la Carola. - Sì, conduce anche lei. Vengono tutti. Tirate il collo a due galline, mamma, - disse Beppe. - Alle frutta ci pensiamo noi: vedrete che lamponi e che fragole! A quella notizia la gioia ricomparve sul viso della massaia, e anche la Regina sorrise con quel sorriso buono che era il riflesso della felicità dei suoi.