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Le novelle della nonna/L'impiccato vivo

L'impiccato vivo

../La criniera del leone ../Il naso del Podestà IncludiIntestazione 19 settembre 2008 75% fiabe

La criniera del leone Il naso del Podestà
L’impiccato vivo

Da alcuni giorni il signor Luigi e la signora Adele erano stabiliti al podere di Farneta, e le donne di casa eran tutte affaccendate a servirli e a render loro piacevole il soggiorno di quella campagna. La signora Adele era una vecchietta arzilla, tutta fuoco e penne, che si alzava all’alba e stava tutto il giorno a far conversazione con la Regina, mentre le mani, che erano preste come la lingua, menavano avanti, a vista d’occhio, una tenda di refe finissimo all’ago torto, destinata come dono di Natale alla figliuola, che non doveva tardare a giungere a Camaldoli. Il signor Luigi era un vecchio sano anche lui, ma di carattere taciturno e dedito alla lettura ed ai libri. Egli aveva una predilezione per il pergolato del giardino, dove passava l’intera giornata, in mezzo alla quiete della campagna, respirando l’aria pura dei monti. I Marcucci avevano tutti una gran soggezione di lui; la mattina camminavano scalzi per non destarlo, e il giorno si riguardavano anche di parlare fra loro per non turbarlo mentre leggeva. Con la signora, invece, avevano più confidenza; ella si tratteneva giù nella cucina mentre essi mangiavano, e non sdegnava assaggiare le minestre saporite che preparava la Carola. Però la tavola dei Marcucci non accoglieva più tutta la famiglia. Beppe s’era impiegato a Stia nella fabbrica di tessuti, e non tornava altro che a cena; Cecco, coraggiosamente, vedendo che c’erano in famiglia anche troppe braccia per lavorare il podere, senza consigliarsi con alcuno, altro che con la Vezzosa, aveva domandato un posto di cantoniere sulla via provinciale che traversava il Casentino, e ora stava tutto il giorno sotto la sferza del sole a spaccare i sassi per la ghiaia. Vezzosa ne aveva sofferto, ma riconosceva che stava a Cecco, come minore dei fratelli, a cercar lavoro fuori, e per aiutare anche lei la famiglia che l’aveva accolta con tant’affetto, oltre al far le faccende di casa e stirare per i forestieri, la mattina presto e nel dopopranzo, quando le altre donne facevano un pisolino nella capanna sulle foglie del granturco, ella tesseva. La domenica, la famiglia era al solito raccolta sull’aia, i forestieri erano a passeggiare, e i bimbi, che avevan fatto buona raccolta di fragole da spedir via, sapendo di essersi guadagnati la giornata, insistevano con la nonna perché raccontasse loro una novella. - Io non vi posso contentare; - rispondeva ella, - da un momento all’altro potrebbero giungere i signori, e il professore specialmente, che è tanto istruito, mi mette soggezione. - Nonna, non vi vergognate di parlare in presenza del signor Luigi; se sapeste quello che so io! - disse l’Annina. - Sentiamo, che cosa sai? - Figuratevi che il professore non soltanto vi sta a sentire a bocca aperta quando parlate, ma scrive sopra un taccuino le vostre espressioni. - Che vai forse a frugare fra le carte di lui? - domandò Maso con piglio di rimprovero. - No davvero! - rispose l’Annina offesa da quella supposizione. - Il professore stesso mi ha domandato il significato di certe parole che non capiva, ed ha voluto sapere da me come si usavano noi. Stamani, per esempio, ha sentito la nonna che parlava di ago torto e non sapeva quello che volesse dire. Io gli ho spiegato che era quell’ago a forma d’uncino che la sua signora adopra per far la tenda; ed egli se n’è mostrato meravigliato perché al suo paese si chiama uncinetto, e subito ha cavato di tasca il taccuino e ci ha scritto la parola e la spiegazione. Vedete dunque, nonna, che non potete aver soggezione di chi cerca di imparare da voi la lingua nostra. Mente l’Annina parlava, il professore e la moglie erano comparsi in fondo alla viottola e si avanzavano lentamente. Vezzosa preparò due sedie per loro, e l’Annina, che voleva a tutti i costi la novella, disse: - Non è vero, signor professore, che la nonna parla molto bene? - Benissimo; ed io che desidero tanto raccogliere dalla bocca del popolo la lingua parlata, sto a sentirla per incanto. - Sa, - continuò la ragazza, - perché le ho fatto questa domanda? Perché la nostra cara nonna ci ha assuefatti a raccontarci una novella ogni domenica, e ora non vuol narrare per soggezione di lei. - Zitta, pettegola! - disse in tono scherzevole la vecchia. - Regina, io vi prego, non a nome dei ragazzi, perché essi sanno pregarvi da sé, ma a nome mio, di non interrompere questa bella consuetudine. Se dite la novella, mi fate un vero regalo, - aggiunse il professore. - Ma son fiabe da ragazzi, quelle che io racconto, - rispose la vecchia. - Trattatemi come un ragazzo e raccontate. - Quando vuol così, così sia, - disse la Regina. E prese a narrare:

- C’era una volta qui, in Casentino, un ragazzo che non aveva né babbo né mamma. Gli eran morti tutti e due in un giorno, al tempo della peste, e Fazio era rimasto solo a questo mondo, senz’altro patrimonio che un testone circondato da una foltissima capigliatura rossa come una fiamma di fuoco. Fazio poteva avere sì e no una diecina d’anni quando rimase orfano, e siccome i genitori non gli avevano lasciato nulla, proprio nulla, egli andò a raccomandarsi a tutti quelli che conosceva, perché lo pigliassero almeno per badare ai maiali. Ma era tanto brutto che nessuno lo voleva d’intorno. Chi gli diceva: «Rosso, mal pelo», chi invece: «Uomo rosso e can lanuto, piuttosto morto che conosciuto», e così tutti lo scacciavano senza volerlo aiutare. Bussa di qua, bussa di là, Fazio era trattato da tutti come un cane, e se non faceva presto a battere il tacco, avrebbe avuto anche le frustate o qualche cos’altro. Vilipeso, maltrattato, il povero Fazio, che era già tanto e poi tanto afflitto per la morte del suo babbo e della sua mamma, non sapendo più che fare, se ne andò nel folto di un bosco verso Bibbiena, e si mise a piangere, col testone fra le mani. - Mamma mia, - diceva l’infelice singhiozzando, - perché mi hai lasciato così misero? Lo vedi come tutti mi discacciano? È forse colpa mia se ho questo testone e questi capelli rossi? Eppure tu sai che non son cattivo e che voglio bene a chi mi fa del bene e so anche perdonare a chi mi fa del male. Aiutami tu, che sei certo in Paradiso, se no chi mi aiuterà? Fazio s’era messo in ginocchio e teneva le mani congiunte e lo sguardo rivolto al cielo in atto supplichevole, come se sperasse di ricevere di lassù una qualche consolazione. Nel riabbassar gli occhi, vide davanti a sé un vecchio curvo, con un barbone bianco, e gli abiti logori e stracciati in più punti. - Senti, ragazzo, - disse il vecchio con una voce dolce che scendeva al cuore, - io non conosco la via e vorrei esser guidato fino alla Verna; ma non ho come ricompensarti. Vuoi accompagnarmi? Fazio fu tanto consolato sentendosi rivolger la parola in quel modo che, senza esitare un momento, benché fosse digiuno e stanco per aver tanto girato in cerca di rifugio, subito rispose: - Buon vecchio, voi mi pregate con tanta benignità, che non saprei negarvi nulla; andiamo. Il ragazzo s’avviò su per l’erto cammino, e il vecchio lo seguiva alquanto penosamente. - Volete appoggiarvi? - gli disse Fazio, vedendo che il vecchietto faticava e ansava, - eccovi la spalla; aggrappatevici, e così il salire vi riuscirà meno grave. Il vecchio accettò; ma anche appoggiandosi stentava assai ad andar oltre, e a un certo punto cadde per terra estenuato, e pareva che stesse per ispirare. Anche Fazio era stanco, eppoi aveva lo stomaco vuoto e la testa gli girava dalla fame; ma fatto al vecchio una specie di guanciale col proprio mantello, gli disse di riposarsi, promettendogli di portargli presto qualche ristoro, che egli stesso non sapeva dove procacciarsi. Però si sentiva sostenuto da una fiducia nuova, e dalla mente e dal cuore gli era svanito il ricordo doloroso di tante repulse provate nel domandar lavoro per sé. Giunto in cima a una salita, volse intorno l’occhio per iscoprire se vi fosse qualche cosa. La Verna era lassù in alto, troppo, troppo lontana, e il vecchio sarebbe morto prima che egli vi fosse giunto e ne fosse tornato. Nel guardar così, gli venne fatto di scorgere una casetta di pietra dello stesso colore delle balze brulle e pietrose che la circondavano, e con nuova lena rivolse il passo verso quella. Fazio, quando fu a una certa distanza dalla casa, ristette esitante. Sulla porta aveva veduto una donna secca, con un viso arcigno, una di quelle facce d’arpia che non darebbero neppure un Cristo a baciare. Però, pensando che il vecchio sarebbe certo morto senza un qualche ristoro, vinse il timore che la donna gl’incuteva e si fece avanti umilmente, dicendo: - Buona donna, v’è un vecchio cadente che ha bisogno di un po’ di aiuto; potreste darmi un po’ di vino e un po’ di pane per ristorarlo? La donna lo guardò sinistramente, e con una vociaccia aspra, rispose: - Hai quattrini per pagare quello che mi domandi? Qui non si può dar nulla senza compenso. - Io non ho nulla, altro che le mie braccia; ma se mi date di che ristorare il vecchio, queste braccia lavoreranno per voi una settimana, e anche un mese se vi occorre. - Quando è così, - rispose la donna, - vieni in casa e ti darò ciò che chiedi. Ma bada di tornare a far l’obbligo tuo, perché altrimenti il mio cane, lo vedi? ti riporterebbe qui con la carne a brandelli. - Vado e torno, - disse il ragazzo quando ebbe ottenuto quello che chiedeva, - e vedrete che non sarete mai stata servita con più zelo. In sulle prime Fazio corse spedito giù per le balze; ma ad un tratto si sentì mancar le forze e gli parve di udire una voce che gli diceva: - Sciocco, con lo stomaco dilaniato dalla fame, tu pensi a soccorrer gli altri! Mangia e bevi, e lascia che il vecchio crepi solo. Il ragazzo guardò il fiaschetto del vino, e si accostò il pane alla bocca; ma poi, invece di ficcarci i denti, disse: - Per lui l’ho chiesto e a lui servirà, - e con nuova lena riprese la corsa. Ma quando giunse al punto dove aveva lasciato il vecchio, cadde in terra sfinito. Il vecchio, che non era più disteso per terra, ma bensì stava in piedi, gli prese di mano il vino e il pane, e, fattone due parti, ne dette una al ragazzo. Poi gli fece trangugiare la metà del vino, e quando ambedue si furono ristorati, disse: - Ragazzo, tu hai un cuore d’oro, ed io l’ho esperimentato in questa occasione. Io non sono un mendicante, ma bensì san Giuseppe in persona, mandato dalla Madonna in terra, dietro richiesta di quell’anima benedetta di tua madre, per aiutarti. Ora, invece di proseguire il pellegrinaggio, me ne torno in Cielo; ma siccome tu avrai altre durissime prove da sostenere, voglio darti il mezzo di liberarti da tutti i pericoli. Eccoti gli strumenti del mio mestiere: il martello, la pialla e la sega; bada di non perderli, ed essi ti torneranno di gran giovamento nella vita, se saprai usarli. Mentre il Santo pronunziava quest’ultime parole, una nube lo avvolse e lo innalzò lentamente verso il Cielo. Fazio rimase stupito a guardarla, e la stessa voce che lo aveva tentato prima gli disse: - Ora che hai gli strumenti da falegname, perché, invece di andare a servir quella donna, non prendi il largo? Tu potresti guadagnare qualcosa occupandoti da un artefice; via, non essere stupido! Fazio, per tutta risposta, si fece il segno della croce e, caricatosi in ispalla gli arnesi, si avviò alla casetta. La donna lo aspettava sull’uscio. - Credevo che tu avessi fatto come tanti altri, - gli disse vedendolo da lontano. - Ma ora ti rimetto la stima; vieni, che t’ho preparato la pattona calda. Infatti versò dal paiolo sul tagliere la bella polenta di farina di castagne, e con un fil di refe ne tagliò una fetta al ragazzo, il quale la mangiò avidamente, perché il pane non aveva fatto alto che stuzzicargli l’appetito. Dopo che ebbe mangiato a sazietà, la donna gli disse: - Vedi quel ciuffo di castagni giù in quella valle? Sono miei, e io voglio che tu me li poti tutti. Prendi un’accetta e bada di non tagliare altro che i rami vecchi. Fazio prese l’accetta, ma non si separò dagli istrumenti che aveva in ispalla, e col cuore allegro scese nella valle cantando. Per quel giorno tutto andò bene, e la sera riportò a casa un bel fascio di rami potati, che la donna gli fece riporre in cantina, e, dopo aver mangiato la pattona arrostita sulle molle, andò a dormire nel lettuccio che gli era stato preparato. La mattina dipoi, per tempo, la donna lo destò per mandarlo al lavoro, e gli disse di segare il più vecchio dei castagni, quello col tronco tutto vuotato, perché voleva farsene una tavola per cucina, ché quella che aveva era vecchia. Fazio scese nella valle, e appena ebbe accostato la sega al tronco del castagno, questo cadde da sé, si spogliò della corteccia e di lì a poco era tutto segato in belle assi corte della lunghezza appunto di una tavola. - San Giuseppe benedetto! - esclamò il ragazzo. - Davvero che mi aiutate! E caricatosi le assi in spalla le portò alla donna. Questa, nel vederle, fu tutta contenta. - Sei bravo davvero e lavori con voglia, ragazzo mio; ma chi ti ha insegnato? - San Giuseppe! - rispose Fazio umilmente; e lì in quattr’e quattr’otto mise insieme le assi, tagliò e piallò le gambe, e quel giorno stesso la tavola servì di desco per il desinare. Ogni giorno Fazio faceva un mobile; ora un letto, ora un armadio, ora degli sgabelli, di modo che, in capo a un mese, la casa della donna era tutta rifornita di attrezzi nuovi. Il ragazzo, spirato quel tempo, credé di avere abbastanza rimunerato la donna per il piccolo servigio resogli, e le disse: - Sapete, ho intenzione di andarmene per il mondo. Sono abbastanza abile per guadagnarmi ovunque la vita. Queste parole dispiacquero alla donna. Ella aveva sperato di guadagnare molto vendendo ai frati della Verna i mobili fabbricati da Fazio, e siccome era avara, già sognava di veder assai aumentato il capitaletto che teneva nascosto sotto una pietra dell’impiantito, in cucina; perciò gli disse: - Senti, Fazio, perché non rimani meco? Io ti fornirò il legname, e quando venderò i mobili che tu fabbricherai, ti darò un terzo del guadagno. Fazio si lasciò adescare da questa promessa e lavorava per dieci, ma non vedeva mai un picciolo. La donna ogni tanto gli faceva un vestito grossolano, un paio di scarponi, ma quattrini non gliene dava, e quando egli la richiamava ai patti, soleva rispondergli: - Li avrai tutti insieme; che te ne faresti dei quattrini ora? Sul finir dell’inverno la donna ammalò gravemente e Fazio l’assisté con amore di figlio. Lui correva a Bibbiena a cercarle il medico e le medicine; lui la vegliava notte e giorno e non c’era caso che l’abbandonasse mai. - Sei più che un figlio per me, - disse la donna una notte che era proprio in fin di vita, - e voglio ricompensarti. Sotto la terza pietra dinanzi al focolare è nascosto il mio tesoro e anche il frutto del tuo guadagno. Appena sarò morta, smuovi la pietra, prendi ogni cosa e va’ dove vuoi. Però, prima di partire, fammi una cassa e cura che io sia sepolta nel camposanto della Verna. Fazio s’era affezionato alla donna e piangeva sentendola parlare così. Però non voleva farla morire senza assistenza, e corse alla Verna per cercare un frate. Quando tornò, ella era agonizzante e poté ripetere soltanto: - Rammentati la terza pietra davanti al focolare... E spirò. Fazio le costruì la cassa, la fece trasportare nel camposanto, e quando ebbe pregato e pianto sulla tomba della donna, ritornò a casa, rimosse la terza pietra del focolare, e, cavatone una grossa bisaccia di cuoio piena di fiorini, se la caricò sulle spalle insieme con gli arnesi e scese a Bibbiena. Costì, invece di andar mendicando di porta in porta, com’aveva fatto alcuni mesi prima, prese in affitto una bottega, comprò del legname e si mise a costruire mobili. A un tratto si sparse la notizia che Fazio aveva fatto fortuna, e questa notizia giunse agli orecchi di certi parenti della morta, i quali sapevano che ella aveva tenuto in casa Fazio. Questo bastò per insospettirli. La loro parente aveva fama di donna denarosa. Fazio dunque doveva avere spogliato la casa a danno loro. Essi andarono prima alla casetta isolata della donna, trovarono la pietra smossa dinanzi al focolare e dissero: - Fazio ha preso il tesoro! Allora tornarono a Bibbiena, e ingiunsero al ragazzo di restituire quello che aveva rubato. - Non ho rubato nulla; - protestò Fazio, - quello che ho, me lo sono guadagnato in parte, e in parte me lo ha lasciato la morta. Gli avidi contadini non intesero ragioni. Pochi mesi prima, Fazio era uno straccione, un mendicante; come poteva dunque aver accumulato de’ danari senza averli rubati? Questo fu il ragionamento che fecero e che fecero fare ai paesani, e anche al Potestà. Fu fatta una perquisizione nella bottega del ragazzo, dove trovarono la borsa di cuoio; e Fazio fu condotto in prigione come un malfattore. L’antica antipatia contro quel ragazzo col testone circondato di capelli rossi come il fuoco, si ridestò fra la gente, che cominciò a dire, come di solito: «Rosso, mal pelo» e «Uomo rosso e can lanuto, piuttosto morto che conosciuto»; e non v’era più alcuno che non lo credesse colpevole, financo di avere assassinato la donna, per impossessarsi del tesoro. A farla breve, le sue proteste d’innocenza, le sue lacrime, le sue suppliche non valsero a nulla. Il Potestà disse che ci voleva un esempio per trattenere altri di darsi così giovani al vizio, e lo condannò ad essere impiccato di domenica sulla pubblica piazza, dove solevan fare il «Bello Pomo». Tre giorni soli trascorsero fra la condanna e l’esecuzione della sentenza, e Fazio li passò pregando continuamente il suo protettore san Giuseppe di far palese la sua innocenza. Non gl’importava di morire, ma gli doleva acerbamente di macchiare il nome onorato di suo padre, di portare nella tomba il marchio del ladro. La domenica, dopo la messa, quando la piazza era affollata di gente intenta a esaminare la forca, che da tanti anni non era stata più veduta in paese, Fazio fu tolto dal carcere e, in mezzo alle guardie, venne condotto al patibolo. La gente lo fischiava, gli gettava insulti, gli sputava in faccia chiamandolo: «ladro! assassino!» e il povero innocente piangeva a calde lacrime sentendosi vilipendere. - Confessa! - gli diceva il frate che lo accompagnava. - Sono innocente! Innocente, e san Giuseppe lo sa! - Zitto, ladro! assassino! - ripeteva la folla. Fazio fu fatto salire sopra uno sgabello, il carnefice gli passò la testa nel nodo scorsoio, e dato un calcio allo sgabello lo tirò su fino al palco. In quel momento Fazio fece una nuova invocazione a san Giuseppe e si rassegnò a morire, pregando che gli fosse tenuto conto, almeno nel mondo di là, della sua innocenza. Ma invece di soffrire le pene che soffrono gl’impiccati quando pendono dal patibolo, egli si sentì sostenuto da tante mani invisibili, in modo che la corda non gli stringeva la gola, né gli mancava il respiro, e udì una voce dolce che gli sussurrava nell’orecchio: - Coraggio! La prova è quasi passata, tu sarai salvo; io ti sono accanto e non ti abbandono. Allora l’impiccato, invece di mostrare al pubblico un volto contratto dallo spasimo dell’agonia, prese a sorridere e a dire: - Vedete se sono innocente! Il mio glorioso protettore non permette che muoia infamato. Io vivo e vivrò per provare che non sono un ladro né un assassino, e che il danaro l’ho preso perché la vecchia me lo ha lasciato in premio de’ miei servigi. La gente, nel vederlo sorridere, nel sentirlo parlare con tanta calma e con voce naturale, fu presa da sgomento e incominciò a fuggire, in modo che di lì a poco non rimasero attorno al patibolo altro che le guardie e il carnefice, i quali si guardavano sbigottiti da tanto miracolo. In quel momento comparve sulla piazza un frate della Verna, spronando un asino tutto coperto di sudore. - Fermate! - urlava il frate, che era lo stesso che aveva raccolte le ultime parole della donna. - Fermate! Voi impiccate un innocente. Quando fu giunto sotto al patibolo, narrò come egli stesso avesse udito la donna indicare a Fazio dove stava il tesoro e aggiunse: - Dormivo ancora stamane quando mi è apparso il glorioso sposo di Maria, san Giuseppe, e mi ha detto: «Inforca un asino e corri a Bibbiena a salvare un innocente ragazzo che viene impiccato per ladro! Si tratta di quel Fazio, sai, con i capelli rossi». Sono corso, ma non avrei fatto in tempo senza un intervento celeste, e a metà strada l’asino s’è messo a galoppare come un cavallo di buon sangue, e le ultime miglia le ha volate. Allora le guardie tagliarono il capestro, che legava il collo del ragazzo, e questi, come se avesse avuto, invece del supplizio, un abbraccio di due mani amorose, scese sano e sorridente sulla piazza. Si vide poscia un vero miracolo che persuase popolo e guardie dell’innocenza del condannato. Le solide travi del patibolo caddero tagliate in mille pezzi, come se cento seghe invisibili vi avessero lavorato intorno alacremente per più ore. Il Potestà, riconosciuta l’innocenza di Fazio, volle che gli fossero restituiti i denari trovati nella bottega; ma il giovine li cedé generosamente ai parenti della donna, ai quali perdonò pure, e chiese soltanto che gli fossero resi gli strumenti del mestiere. Il giorno dopo dell’impiccagione egli riprese a lavorare nella bottega come se nulla fosse accaduto, e in poco tempo accumulò più danaro di quello ereditato. Fazio divenne un uomo, e quindi un vecchio, e la gente, vedendolo prosperare, non si accorgeva neppur più che avesse quel testone circondato da capelli rossi, perché egli sapeva farsi amare per il suo buon cuore e per le amorevolezze che mostrava verso i miseri e i bisognosi. Trovandosi possessore d’immense ricchezze, accumulate mercè la facilità con cui lavorava con gli strumenti donatigli da san Giuseppe, volle con esse costruire in Bibbiena una chiesa in onore del Santo, e fece venire da Firenze architetti, scultori e pittori perché l’adornassero splendidamente, e quella chiesa era la più bella e ricca che fosse stata mai eretta in tutto il Casentino. Fu in quel tempo che da noi crebbe molto la venerazione per san Giuseppe, e di lui non erano soltanto devoti i falegnami, ma anche i boscaiuoli e quanti maneggiavano legname. Quando Fazio venne a morte, lasciò gli strumenti del mestiere al più indigente dei falegnami; ma essi non avevano più le virtù di un tempo, e se l’uomo voleva guadagnare, doveva faticosamente lavorare. Fazio fu sepolto in quella chiesa; ma la chiesa venne distrutta da un incendio, e di essa e del suo fondatore adesso rimane soltanto la memoria.

- E avevate soggezione di me? - esclamò il professor Luigi, quando la Regina ebbe cessato di narrare. - Se io avessi la vostra abilità, non me ne starei qui, ma andrei nelle principali città, e vi assicuro che la gente colta e intelligente correrebbe a sentirmi. Anzi, - aggiunse egli, - se mi permettete, la prossima volta che voi racconterete una novella, io la scriverò, e in seguito darò alle stampe la narrazione raccolta dalla vostra bocca, senza cambiarvi una parola. - E dirà il nome e cognome della nonna? - domandò l’Annina. - Altro! lo stamperò a grossi caratteri sopra la novella. Non le spetta forse quest’onore? La Regina era confusa, ma i figli, le nuore e i nipoti esultavano, vedendo apprezzata la loro cara, la loro buona vecchietta. E allora il professor Luigi disse alla famiglia Marcucci come molti altri prima di lui si fossero studiati di raccogliere dalla bocca del popolo le novelle, specialmente quelle narrate dagli abitanti delle montagne, dove la tradizione e la lingua si mantengono più pure. Così avevano raggiunto un doppio e utilissimo scopo: quello di ricercare in quelle novelle le credenze, le superstizioni e gli usi antichi di ciascun paese, e di ringiovanire ed arricchire la lingua con vocaboli andati in disuso nelle città, dove l’affluenza di gente di altre regioni la corrompe continuamente. I contadini stavano a bocca aperta a sentirlo parlare. La Regina ruppe il silenzio, dicendo: - Non credevo mai, signor professore, che noi ignoranti e zoticoni si potesse insegnar qualche cosa alla gente di città. Mi pare che abbiamo tutti da imparare, e non mi sognavo davvero che il nostro linguaggio potesse esser preso ad esempio. - Voi potete insegnare molto, e se rimanessi qui vorrei pregarvi di raccontarmi tutte le novelle che sapete per pubblicarle in un bel volume, come è stato fatto per quelle montalesi; ma, purtroppo, debbo tornare in città! - Dunque ci sta volentieri qui da noi? - Tanto volentieri, - rispose il professor Luigi, - che se non avessi altri obblighi fisserei la mia dimora in questo bel paese. Voi non capite quanto siete felici! - Tutti abbiamo i nostri guai, - disse Maso sospirando, - e se conoscesse i nostri, non vorrebbe sicuro fare a baratto. - Chi lo sa! - replicò il professore. - È certo che la vita semplice e ritirata espone l’uomo a minori dolori. Prima di tutto godete un’aria che vi dà la salute... - Questo è vero, - replicò Maso. - È ben difficile che il medico entri in casa o che lo speziale veda in faccia i nostri quattrini; eppure siamo dimolti in famiglia. - Poi avete la pace... Anche questo è vero. - E le occupazioni vostre sono quelle che mantengono fresca la vecchiezza. Vedete: la Regina è più vecchia di me, eppure è tutt’arzilla e io sono decrepito. Gli è che lei ha respirato aria buona, ha faticato col corpo, e io con la mente. E, credetemi, più l’uomo vive secondo la natura, più sta vicino alla madre terra, meno si espone alle malattie e alle sofferenze. Il professore lo diceva e bisognava crederci; ma molti dei Marcucci avrebbero cambiato la loro esistenza con quella di lui, stimandosi felici del cambiamento. La signora Maria, cui quella conversazione non riusciva gradita perché richiamava alla mente del marito i proprî acciacchi, volle troncarla. - Ma incomincia a far fresco, - fece ella osservare, - e tu devi interrompere la conversazione per tornare a casa. Se tu prendessi un malanno, addio villeggiatura! Il professore cedé al desiderio della moglie, e per quella sera non parlarono d’altro.