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Le novelle della nonna/Il coltello del traditore

Il coltello del traditore

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Il naso del Podestà Il talismano del conte Gherardo
Il coltello del traditore

La Carola era consolata dacché aveva riveduto l’Annina e che questa l’aveva assicurata che in casa della signora ci stava come in Paradiso. Già, non c’era bisogno di quest’assicurazione per capirlo. Bastava guardarla in viso per accorgersi che era felicissima. E s’era fatta financo più carina, in pochi giorni. Non già che la sua padrona l’avesse messa in ghingheri; anzi, le aveva lasciato i vestitini di cotonina e di percalle che portava la domenica quando era a casa; ma su quelli le aveva fatto porre un bel grembiule bianco guarnito di falsature e stirato con cura, e questo bastava a darle un aspetto pulito e ravviato, più di quello che aveva prima. Tutti in famiglia le avevano fatto un’accoglienza festosa, come se ella mancasse da un secolo, e l’Annina aveva detto: - Sapete, ho già imparato tante cose. Servo a tavola benino, so preparare le camere per la sera, e imparo a pettinare. - Son tutte cose che sapevi fare anche in famiglia, mi pare. - Oh! fra servire a tavola qui e in casa di signori, ci corre quanto dal giorno alla notte. E imparerò anche molto di più; la signora, nel dopopranzo, mi fa mettere accanto a lei e m’insegna certi lavori!... Basta, non voglio parlare; vedrete! E, lasciando in tutti una buona dose di curiosità, la ragazza era tornata a Camaldoli; ma la sua visita aveva dissipato tutti i timori sul conto di lei. La famiglia Marcucci, un po’ per il guadagno che ricavava dai villeggianti, un po’ per il collocamento dell’Annina e le giornate che portavano a casa Cecco e Beppe, godeva ora di una certa agiatezza e tutti avevano riacquistata la calma e non guardavano più con terrore l’inverno, che è una stagione disastrosa per i poveri, e benedivano gli aiuti insperati che erano venuti a calmare le loro angosce. Come al solito, la famiglia era radunata la domenica sull’aia, e il professore e la moglie erano seduti accanto alla Regina, la quale, lieta in quel giorno, prese a dire:

- C’era una volta un lontano parente dei Guidi di Poppi, per nome ser Alamanno. I suoi genitori erano morti quand’era in fasce, ed egli era cresciuto nel castello, più tollerato che amato. Anzi, se non fosse stato per la benevola intromissione di madonna Bona, madre del conte Alessandro, questi gli avrebbe più volte ingiunto di prendere il largo, in seguito alle dispute che Alamanno aveva con tutti per ogni lieve motivo. Il sentimento della sua povertà lo rendeva oltremodo sospettoso, e quando gli pareva che qualcuno lo trattasse con poco riguardo, attaccava subito lite e passava facilmente dalle parole ai fatti. Così una volta, per esempio, ferì con la spada un valletto che, secondo lui, lo aveva guardato un po’ dall’alto in basso; e un’altra volta dette un pugno nella faccia a un soldato, che gli aveva negato obbedienza. Dopo quest’ultimo fatto specialmente, il conte Alessandro uscì dai gangheri, e disse al suo lontano parente che, se voleva abitare in casa sua, doveva prima di tutto far rispettare il nome che portava, perché quegli scoppi d’ira eran da villano e non da signore suo pari. Ser Alamanno si morse le labbra, ma non fiatò. Però il suo animo s’inasprì sempre più, e nella mente irrequieta ruminava pensieri di vendetta. Egli evitava quanto più poteva di trovarsi in compagnia del conte Alessandro e dei figli di lui, e, inforcato un cavallo, si aggirava a preferenza nei boschi, dove si sentiva solo e libero come un uccello, mentre a Poppi non dimenticava mai di essere schiavo di chi l’ospitava per carità. Un giorno, mentre aveva lasciato le briglie sul collo al cavallo e saliva su verso Fronzola, vide a un tratto un uomo, vestito miseramente, uscir dal bosco e piantarsi in mezzo alla via, in modo da impedire al cavallo di ser Alamanno di andar oltre. - Che cosa vuoi da me, villano? - domandò con voce aspra il cavaliere. - La tua accoglienza non dovrebbe invitarmi a parlare; - rispose lo sconosciuto, che, nonostante i miseri panni, aveva viso altero e piglio di comando, - ma io ti conosco, ser Alamanno, e come tu puoi giovare a me, io posso molto giovare a te. - Prima di tutto, chi sei? Io non sono abituato a parlare con chi non conosco. - È inutile che ti dica il mio nome. Sono fiorentino e odio quel covo di arpie ch’è annidato nel castello di Poppi; l’odio, forse, quanto l’odî tu. - Non paleso al primo venuto i miei sentimenti; - rispose ser Alamanno, - e tu sarai molto bravo se saprai indovinarli. - Leggo nel tuo pensiero come in un libro aperto, e so che nel tuo cuore ha preso stanza l’odio per i tuoi potenti cugini di Poppi, - rispose il fiorentino; e subito soggiunse: - Non lo negare, sarebbe inutile. Se vuoi vendicarti di loro, della umiliazione che ti hanno imposto, io ti seconderò. Ma non ti metto il gancio alla gola; pensa, ripeto, se ti senti la forza di lottare d’astuzia contro di loro, e fra tre giorni torna in questo luogo. Allora mi dirai se preferisci serbare sul collo il giogo ignominioso che ti hanno posto, oppure tornare uomo libero e forse potente. - Addio; fra tre giorni avrai la mia risposta, - disse ser Alamanno. E spronato il cavallo tornò a Poppi, pensando alle parole dello sconosciuto. Appena ebbe abbandonato le redini del cavallo a un servo e fu salito in camera sua, una nuova umiliazione gli fece bollire il sangue nelle vene. Durante la sua assenza erano giunti al castello ospiti di riguardo, e il conte Alessandro aveva dato ordine che si allestissero loro tutte le camere attigue a quella di ser Alamanno, compresa quella di lui. Così, giungendo, il giovane vide che i servi avevano aperto tutti i cassetti per votarli, e portavan via carte, abiti, armi, tutto alla rinfusa. - Che fate? - domandò ser Alamanno turbato. - Eseguiamo gli ordini del Conte, - risposero quelli. - Mi caccia forse dal suo palazzo? - chiese il giovane digrignando i denti. - No, - rispose uno dei servi. - Vi manda soltanto all’aria fine, in soffitta. - Sospendete il trasporto di codesta roba, se no me la pagherete, - ordinò ser Alamanno. E corse a chieder spiegazione del fatto al suo potente cugino. - Sarebbe bella che non fossi padrone di disporre delle stanze di casa mia! - rispose il Conte senza scomporsi. - Se non ti piace di star in alto, va’ al piano, e vai lontano! Il volto pallido di ser Alamanno si fece livido a quell’ingiuria, ma egli non rispose. Raccolse però tutte le forze di cui disponeva, e disse fra sé: - Mi calpestano, e io mi vendicherò; ma la vendetta sarà tremenda. E ripensando all’incontro fatto poco prima, il suo cuore esultò di una gioia selvaggia. Quella sera, a causa degli ospiti di riguardo giunti al castello, ser Alamanno si trovò, a cena, relegato in fondo alla tavola, fra un buffone e un suonatore di viola, giunti appunto al seguito dei visitatori. Nessuno gli rivolse la parola, né il Conte, né la Contessa, né i figli. La madre del signore di Poppi, la persona più affabile con lui, era trattenuta da un’infermità nella propria camera. Durante la cena, ser Alamanno, fremente, ruminava pensieri di vendetta, e, dimenticando i benefizî ricevuti per molti anni dalla famiglia del suo lontano parente, non rammentava altro che le umiliazioni sofferte, e, rivangando il passato, mangiava pane e veleno. Dopo tolte le mense e allorché la nobile compagnia prendeva diletto alle buffonate del giullare, ser Alamanno si allontanò come un’ombra e, ridottosi nella soffitta assegnatagli, si gettò sul letto. Egli era ancora in dormiveglia quando gli parve di rivedere la grande sala del castello, come l’aveva lasciata poco prima, con la tavola apparecchiata e gli ospiti seduti dai due lati. Però, dal posto d’onore, sotto il baldacchino, era sparito il conte Alessandro e vi era lui, non più miseramente vestito, ma con un ricco giustacuore coperto di ricami, ed una cintura tempestata di gemme. Sul velluto del baldacchino gli pareva che stesse scritto a lettere d’oro: «Premio della vendetta!». Ser Alamanno aprì gli occhi, sbalordito da quella visione, e si alzò dal letto. Era una bella serata primaverile, e le case aggruppate sotto il castello erano illuminate da una chiara luce lunare, che le faceva apparire così bianche, come se la neve le avesse ricoperte. Ser Alamanno s’era affacciato alla finestra, e in quel chiarore vide passare e ripassare un corvo, che andò a posarsi sul davanzale a portata della sua mano. Egli fece per acchiapparlo, e il corvo si lasciò prendere, portare in casa e posare sulla spalliera di un vecchio seggiolone. L’uccello piantò i suoi occhietti gialli in faccia a ser Alamanno, e, battendo le ali, disse con voce distinta: - Vendetta! Vendetta! Vendetta! Poi sbatté di nuovo le ali, e fuggì di dov’era venuto. - Non era dunque un sogno, il mio, ma bensì un avvertimento diabolico; e io voglio seguirlo, - disse ser Alamanno, che rivedevasi ancora al posto d’onore nella sala del castello. - Corvo, se mai io sarò davvero signore di questo luogo, giuro sull’anima mia che metterò un corvo nel mio stemma, col motto: «Vendetta! Vendetta! Vendetta!». Questa parola suona dolcissima al mio cuore. Mentre il castello, nel dì seguente, era tutto in festa per onorare gli ospiti, ser Alamanno stava chiuso nella sua soffitta, e nessuno si curava di lui. In quella solitudine, dimenticato da tutti, egli sentiva viepiù crescere l’odio che gl’ispiravano i suoi parenti e il desiderio di vederli un giorno umili dinanzi a sé, implorando misericordia. Mentr’egli ruminava nella mente questi pensieri, che gli si rispecchiavano sul volto truce e accigliato, ser Alamanno udì bussare lievemente all’uscio di camera sua. Andò ad aprire e vide un vecchio in umili vesti. - Chi sei? - domandò con voce aspra. - Se anche vi dicessi il mio nome, non mi conoscereste, messere. Vi basti sapere che fui scudiero del padre vostro ed ebbi dalle sue mani un dono che debbo restituirvi, ora che mi sento vicino a morte. Mentre parlava, il vecchio aveva tratto di seno un pugnale. Ser Alamanno vi gettò un’occhiata e vide che sulla lama scintillante era incisa una parola che molto spesso, in quegli ultimi tempi, gli era corsa alle labbra. - Vendetta! - esclamò quasi parlando a se stesso. - La voglio tremenda. Me la consigliano i vivi, me la consigliano i morti, e il mio cuore la vuole e la chiede; e vendetta sia! Il vecchio, senza aggiungere parola, era chetamente uscito dalla stanza, e ser Alamanno non pensò a richiamarlo, tutto assorto com’era nei suoi truci pensieri; ma baciò con reverenza il pugnale, che credeva avesse appartenuto a suo padre, e se lo infilò nella cintura. Quella sera egli non comparve neppure alla mensa del conte Alessandro. Scese bensì nella dispensa e, fattosi dare un pezzo di pane, lo mangiò rabbiosamente in camera sua, bevendo acqua della brocca; ma col desiderio affrettava l’ora dell’incontro col fiorentino nel bosco di Fronzola. Quando chiuse gli occhi, a notte avanzata, ebbe un’altra visione, ma una visione dolce. Egli vide una donna, che aveva le sembianze della madre sua, che lo guardava piangendo. La donna gli si accostò, prese il pugnale che egli teneva anche di notte a portata di mano, e, gettatolo in terra, lo calpestò gridando: - Amore! Amore! Amore! Ser Alamanno si destò di soprassalto; l’immagine cara era sparita, ed erano pure spariti dalla sua mente i truci pensieri. Ma a un tratto, come se qualcuno che volesse rievocarli gli si fosse messo accanto, sentì una voce aspra che gli rammentava tutti gli sgarbi, tutte le umiliazioni sofferte, da quando, bambino, era entrato al castello, fino a quel giorno in cui si trovava relegato lassù nella soffitta, senza prender parte a nessuna delle feste che si davano per gli ospiti, senza che nessuno domandasse neppure se era morto o vivo. E allora ser Alamanno balzò dal letto ed esaminò alla luce incerta del giorno nascente la lama del pugnale che portava incisa la tremenda parola. - Vendetta! - esclamò. E, vestitosi in un baleno, uscì senza alcun rimpianto dal castello per recarsi al convegno nel bosco di Fronzola. Questa volta non s’era fatto sellare alcun cavallo. Camminava solo, evitando la gente, rimpiattandosi fra gli alberi appena udiva un rumore di ruote od uno schioccar di frusta sulla via. Non voleva essere veduto, perché sapeva che il suo volto tradiva i pensieri che lo agitavano. Quando giunse al luogo del convegno, guardò da ogni parte, ma non vide il fiorentino, e, sedutosi per terra, con le spalle appoggiate al tronco di un poderoso castagno, attese. Passati pochi minuti dacché era in quel luogo, udì gracchiare un corvo, e subito dopo quell’uccello gli volava accanto e, guardandolo con gli occhietti gialli, diceva distintamente: - Vendetta! Vendetta! Vendetta! E quindi spariva. - Sì, vendetta, a costo della eterna dannazione! - esclamò ser Alamanno. In quello stesso momento gli comparve il fiorentino, mal vestito, ma col solito piglio altero. - Mi fa piacere che tu sia venuto; - gli disse, - questo mi prova che hai riflettuto. - Ho riflettuto: - rispose ser Alamanno, - sono stanco di questa vita di servo; voglio esser ricco e potente. - Adagio col voglio! - esclamò lo sconosciuto. - Prima di parlare così imperiosamente, dobbiamo fare i patti. Sei pronto a cedermi il tuo braccio per compiere la mia missione? - Non solo il braccio, ma anche l’anima mia, di cui non so che farne. - Ebbene, - disse lo sconosciuto, - io farò di te il signore di Poppi. Tutte le terre che dipendono dal feudo saranno sottoposte ai tuoi voleri, e sui terrazzani avrai diritto di vita e di morte; ma... - Spiègati, - ordinò ser Alamanno. - Ma col pugnale che porti infilato alla cintola e su cui sta inciso: «Vendetta!» devi freddare quel superbo conte Alessandro e i figli di lui. - E chi sei tu per chiedermi questo e per promettermi così larga ricompensa? - Sono colui al quale il mondo si sottomette volontariamente: io sono il Diavolo! - rispose lo sconosciuto. E per provare la verità della sua asserzione, con un movimento rapido della gamba gettò via una scarpa e mostrò a ser Alamanno il piede biforcuto di capra. - Riconosco la tua potenza, re dell’Inferno e dominatore del mondo! - esclamò il cavaliere, - e sono pronto ad ubbidirti. - Ebbene, fa’ uso del pugnale, ed allorquando tutti e tre i baldanzosi Conti saranno periti, chiamami, e io ti darò la signoria che ambisci. Dette queste parole, il Diavolo sparì nel bosco e ser Alamanno riprese la via del castello. Quando fu giunto nel severo cortile del palazzo e stava per salire il primo gradino dello scalone di pietra, vide scendere il Conte, seguìto dai figli, tutt’e tre riccamente adorni di vesti trapunte d’oro e di gemme scintillanti. Il Conte, appena vide il cugino, gli gridò: - Lascia libero il passo a me e ai figli miei, villano! A queste parole il sangue ribollì nelle vene dell’insultato, il quale non continuò a salire, ma si fece da una parte, mettendo le spalle al muro in umile atteggiamento. Però la sua destra era corsa all’impugnatura del pugnale, e quando il conte Alessandro gli passò d’accanto senza degnarlo di uno sguardo, la lama dell’arma luccicò un momento, e poi sparì nel petto del conte di Poppi. Un grido disperato gli uscì dalle labbra; ma prima che altri si occupasse di ciò che era accaduto, il pugnale scintillava di nuovo al sole e s’immergeva nella gola del figlio primogenito del Conte, e poi nel cuore del figlio minore. I tre cadaveri rotolarono sulle lastre di pietra del severo cortile, e ser Alamanno, brandendo il pugnale, senza temere i servi che, sgomenti, fuggivano, esclamò: - A me, Satana! In quel momento comparve dinanzi all’uccisore lo sconosciuto del bosco di Fronzola, non più vestito di povere vesti, ma adorno di abiti ricchi, e inchinandosi dinanzi a ser Alamanno, disse: - Vi saluto, o conte di Poppi! I miei uomini custodiscono le uscite del castello, e impediranno che la novella di questa triplice uccisione venga comunicata agli altri Guidi di Casentino... Su, venite nella sala, e siate sicuro che tutti i servi vi presteranno omaggio. Il Diavolo spinse con un piede i tre cadaveri per lasciar libero il varco al nuovo signore, che guardò impavido le sue vittime, e quindi seguì ser Alamanno nella grande sala del castello. Nell’oltrepassare la soglia, i suoi occhi si posarono sul baldacchino del trono, e sul pendone di velluto a frange d’oro vide scritte, come l’aveva vedute in sogno, le parole: «Premio della vendetta». Ma invece di pentirsi, rammentando per quale seguito di circostanze era giunto fino a toglier la vita a chi lo aveva raccolto in casa sua, sorrise di compiacenza e, con piè fermo, giunse al seggiolone posto sotto il baldacchino e vi si sedé. Il Diavolo gli si pose dal lato destro e, secondo la promessa fattagli, suggerì ai valletti, agli scudieri, ai paggi e ai famigli di andare a far atto di sottomissione al nuovo signore. La vasta sala fu piena ad un tratto, e in tutto il castello non v’era rimasto nessuno ad attendere alle faccende. Mentre tutti prestavano giuramento al nuovo signore, dimentichi già di quello ucciso poco prima, e il cuore di ser Alamanno era gonfio dalla gioia vedendosi riverire da tutti coloro che lo avevano disprezzato, la porta della sala si aprì e nel vano di quella comparve la madre del conte Alessandro, pallida e sconvolta. L’usurpatore, nel vederla, fece atto di alzarsi e di voler fuggire; ma il Diavolo gli pose la mano sul braccio per trattenerlo. La desolata donna rimase nel vano della porta, e, alzando il braccio, disse: - Assassino! Sono io che ti ho raccolto, nutrito, difeso, e così tu mi paghi? Che tu sia maledetto! - Arrestatela! - gridò ser Alamanno alle guardie. E quelle, vedendo il piglio torvo del nuovo padrone, afferrarono per i polsi colei che li aveva curati dalle ferite riportate nelle guerre contro i Tarlati di Fronzola e contro gli altri nemici di Poppi, e osarono trascinarla in una prigione, praticata in fondo alla torre. Il nuovo signore graziò i suoi sottoposti di tutte le pene, e la sera vi fu un banchetto che durò fino a giorno. I tre cadaveri erano stati in fretta e in furia trasportati in una stanza sotterranea e rinchiusi in una sola cassa. Mercè la guardia che i seguaci del Diavolo facevano alle porte del castello, nessuno seppe per qualche tempo dell’eccidio commesso dentro le mura di Poppi, e l’usurpatore aveva cura di tenere la gente in continua allegria per impedire che qualcuno cercasse di eludere la vigilanza e recasse la notizia dell’accaduto ai Guidi di Romena, di Porciano, di Popiano, di Montemignaio e di Stia. Ma intanto che ser Alamanno affogava nelle orgie e nel vino il ricordo del suo misfatto, la povera madre dell’ucciso pensava anche lei alla vendetta, e con le mani palpava la porta e le pareti della prigione per vedere se trovava un’uscita. Dopo alcuni giorni che ella era rinchiusa in quell’antro buio, sentì, in quel silenzio sepolcrale, un lieve rumore all’uscio della prigione, come di chiavi che girassero pian pianino e di chiavistelli tirati con cura. Quando il rumore fu cessato, ella si trascinò fino alla porta e, scossala, sentì che cedeva. In quel momento, dal suo petto affranto uscì un grido di trionfo, e fuori che fu dalla prigione, si accòrse che le chiavi erano nella toppa. Richiuse, tolse le chiavi, e poi, quatta quatta, s’internò per un corridoio oscuro in discesa, che metteva a una uscita segreta, nota soltanto ai signori del castello. Quando la vecchia si trovò in aperta campagna, esclamò: - Ora, se non vendico il figlio mio e i miei infelici nipoti, sono indegna di vivere! E, fattasi forza, prese la via di Romena. Ella vi giunse dopo lunghe, lunghissime ore di travagliato cammino, e quando ebbe posto il piede nel cortile del castello, cadde tramortita. Per fortuna fu riconosciuta da un valletto, il quale corse ad avvertire il Conte che la madre del signore di Poppi era giunta a piedi; lacera e affranta. Il signor di Romena la fece subito trasportare nella camera nobile del castello, e ordinò che le fosse dato un cordiale. Intanto aveva fatto chiamare le donne della moglie per vegliarla, ed egli stava per ritirarsi, allorché l’afflitta madre aprì gli occhi e, riconosciutolo, esclamò: - Non mi abbandonate, signore, io ho bisogno di tutto il vostro aiuto e di quello degli altri parenti nostri, poiché vi sono tre morti da vendicare. - E dove sono questi morti? - domandò il Conte, credendola ammattita. - Essi riposano in una stanza sotterranea e ancora non hanno avuto sepoltura. - Ma voi vaneggiate, madonna; siete forse ammattita? - No, - rispose la vecchia solennemente, - non vaneggio. Ho visto i cadaveri sanguinosi dei miei tre cari, e io stessa fui rinchiusa in una prigione dalla quale sono uscita per miracolo. A voi, conte di Romena, a voi spetta vendicare il sangue dei vostri congiunti. L’assassino, l’usurpatore, è quell’Alamanno, quel serpe che mi sono cresciuta in seno! - Ser Alamanno morrà! - esclamò il conte di Romena. - Ma conoscete voi qualche entrata segreta che metta nel castello? - La conosco, - disse la dama, - e troverò la forza di condurvi voi e i vostri guerrieri, purché vendichiate il figlio mio. - Ebbene, tenetevi pronta, e stanotte compiremo l’impresa. Da Romena partirono subito messi per Porciano, Popiano, Montemignaio e Stia, chiamando alle armi tutto il parentado. Le schiere di essi dovevano mover subito e cinger d’assedio il castello, affinché nessuno ne uscisse; a penetrarvi non visto, pensava il conte di Romena. Quando la notte fu alta, egli uscì da Romena con un drappello di armati, scelti fra i più intrepidi dei suoi. In una lettiga era portata la vecchia contessa di Poppi. La schiera si avanzava lentamente nelle tenebre, e fece sosta appiè del monte ove riusciva la strada sotterranea, già percorsa dalla contessa. Ella fece smovere un ciuffo di pruni e, presa una lanterna, guidò il conte di Romena nei corridoi scavati nei fianchi del monte. Quando fu arrivata nel cortile si fermò. - Udite: - ella disse, - giungono fino a noi le grida e i canti avvinazzati di ser Alamanno e dei suoi. Salite, penetrate nella sala, e fate strage di lui e di tutti! Che Iddio vi protegga! Il Conte si slanciò con la spada in pugno su per la scala; i suoi lo seguirono. Egli penetrò nella sala come un lampo, e mentre i suoi uomini si gettavano sui banchettanti, il Conte andò diritto all’assassino, che era seduto sul trono, e con un colpo di punta lo passò da parte a parte. All’apparire del conte di Romena, il Diavolo, che in tutto quel tempo era rimasto a fianco del traditore, sparì non si sa come. Nella sala avvenne una carneficina. I soldati di Romena, incitati dall’esempio del signore, trucidarono tutti i banchettanti, e siccome il castello non era più custodito dai Demonî, così gli altri Guidi vi penetrarono. Pallida, con lo sguardo truce, la vecchia Contessa entrò nella sala, e vedendo il corpo di ser Alamanno disteso sui gradini del trono, gli tolse il pugnale che portava alla cintura e glielo immerse più volte nel cuore, gridando: - Vendetta è fatta! Dopo l’uccisione dell’usurpatore fu creato conte di Poppi il figlio minore del conte di Romena. La vecchia Contessa però volle che prima fosse gettato in Arno il corpo del traditore, e che il pugnale, lordo del sangue di lui, fosse collocato nella sala, in un cofanetto di cristallo, a perpetua memoria di quel fatto. Si dice che ogni anno, nella notte in cui ricorre l’anniversario della uccisione di ser Alamanno, il sangue accagliato sulla lama del pugnale si sciolga, e un’ombra si aggiri nelle sale del castello. Però nessuno l’ha vista, e forse ora che a Poppi non c’è più il pugnale e che da tanti secoli non vi abitano più i Guidi, quell’ombra avrà cessato le passeggiate notturne.

- Brava Regina! - esclamò il professor Luigi accorgendosi che la novella era terminata. - Io mi congratulo con voi: siete inesauribile nel narrare. - Lei, signor professore, ha sentito soltanto tre novelle dalla mamma; - disse Vezzosa, - ma non sa che con questa ce ne ha raccontate trentasette, una più bella dell’altra! - E ne so dell’altre! - esclamò la vecchietta. - Fino all’autunno vi terrò allegri; poi non più, e chi sa che, col terminar delle novelle, non finisca anch’io. - Mamma! - esclamarono tutti i Marcucci in coro. - Forse vi sentite male? - No, ma ho un presentimento; mi pare che al ritorno dell’inverno... - Zitta, mamma! - gridò Vezzosa che vedeva Cecco soffrire per quei discorsi. - Ai presentimenti non bisogna crederci, e noi vi sapremo difendere dalla cruda stagione e vi terremo nell’ovatta. - Ma non mi saprete difender dagli anni; essi passano per tutti, e alla mia età ogni anno conta per dieci. - Mamma, - osservò Cecco per distrarla, - non avete sempre detto che volevate tenere in collo i miei figliuoli come avete tenuto quelli degli altri miei fratelli? Dunque dovete cercar di star sana, perché i marmocchi miei non sono ancora nati. - Ma nasceranno! - disse la vecchia guardando di sottecchi Vezzosa, - e scommetto che poco dopo il Natale, avremo anche noi la nostra natività in famiglia. Hai ragione, bisogna scacciare i pensieri tristi e cercar di mantenersi in gamba, per accoglier degnamente il nostro bimbo. - Ora sì che siete ragionevole, - rispose Cecco. - Voi, mamma, sarete la comare, e al compare ci penseremo. - Il compare, se non vi dispiace, sarò io! - esclamò il professor Luigi. - Avrò così il diritto di chiedervi ogni tanto l’ospitalità, perché, lasciate che ve lo dica, siete una famiglia esemplare, e vivendo con voi ci si sente allargare il cuore. Cecco gongolava e Vezzosa balbettò: - Si figuri, è un onore per noi! Così fu ufficialmente annunziato alla famiglia ed agli ospiti, che la Vezzosa avrebbe avuto un bambino; ed i piccini, da quel momento, non la lasciarono più in pace. Ogni tanto volevan sapere quando ella avrebbe dato loro un cugino, e chi lo voleva maschio e chi femmina. - Aspettate! - rispondeva Vezzosa ridendo, - sarà quel che Iddio vorrà e voi gli vorrete bene. - Oh! questo è sicuro, - dicevano i bimbi. E attendevano impazienti la nascita del figlio di Vezzosa.