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Le novelle della nonna/Il gatto del Vicario

Il gatto del Vicario

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Il grembiule di madonna Chiara L'Albergo Rosso
Il gatto del Vicario

Il tempo era brutto, ma brutto, e invece di maturare il grano, le piogge e i vènti lo facevano piegare a terra. S’era alla fine di maggio, e Maso e i suoi fratelli si grattavan la testa, vedendo i campi così rovinati dalle intemperie. Anche le viti, che avevano già fiorito, pativano, e i contadini si struggevano a veder andar tutto in perdizione per quel tempaccio da lupi. Nessuno pensava più a star sull’aia nel dopopranzo, e la sera, anzi, la famiglia Marcucci si rincantucciava sotto la cappa del camino, mentre cuoceva la cena, per levarsi da dosso quell’umido penetrante che veniva dalla pioggia continua. Regina leggeva nel cuore de’ suoi figliuoli come in un libro aperto, e capiva le loro angustie; così, quando la domenica sera si vide dintorno i figliuoli, le nuore e i nipoti, invece di aspettare che la invitassero a raccontar la novella, ne richiamò alla mente una piuttosto allegra e prese a dire:

- Vi ho parlato spesso di Poppi e dei suoi signori; ora dovete sapere che, nell’anno 1440, la repubblica fiorentina inviò, contro il forte castello, Neri Capponi con molte truppe; e il conte Francesco Guidi, che fu l’ultimo signore della rôcca, scese a patti con gli assedianti per mancanza di vettovaglie; poi, quando quelli furono ratificati, uscì da Poppi insieme con le figlie, i figliuoli e trentaquattro some di roba, e vi entrarono i fiorentini. Da quel giorno, che segnò la fine della signoria dei conti Guidi a Poppi e in Casentino, la repubblica di Firenze mandò sempre, ad esercitare la Vicaria di Poppi, cittadini illustri, come lo provano le iscrizioni murate nel cortile del castello. Al tempo di cui tratto io, era Vicario per Firenze messer Cicciaporco Cicciaporci, uomo robusto quanto mai, e nemico del genere umano. Non aveva né fratelli, né sorelle, né famiglia propria, e il solo compagno suo era un gatto con la coda e gli orecchi mozzati e cieco da un occhio, che faceva schifo soltanto a guardarlo. Tuttavia, per messer Cicciaporco, quel gatto era un essere soprannaturale e, non solo gli faceva apparecchiare un posto alla sua tavola, ma lo teneva anche a dormir seco, permettendo che quel bruttissimo animale posasse la testa sullo stesso guanciale, e gli appuntasse le zampe sulla bocca. Gl’impiegati del castello erano tutti scandalizzati che il nuovo Vicario avesse certi gusti, e fremevano di dover ubbidire a un uomo che era schiavo di un gattaccio spelacchiato. Essi però non sapevano quali legami esistessero fra messer Cicciaporco e il gatto Merlino; se li avessero saputi, invece di fremere, sarebbero scappati da Poppi, lasciando il palazzo in balìa del Vicario e del suo micio. Tre anni prima, messer Cicciaporco era seduto in una vasta camera del suo palazzo di oltr’Arno a Firenze, e teneva la testa bruna e ricciuta appoggiata alla mano, in atto di chi è immerso in profondi pensieri. Infatti il nobile signore aveva motivo di essere pensoso. Suo padre era morto la sera prima, e avanti di chiuder gli occhi gli aveva detto: - Cicciaporco, da te non ho avuto mai consolazioni e voglio che tu paghi con altrettanti dolori le pene che mi hai fatto soffrire. Ho fatto un testamento in tutta regola, e l’ho chiuso nella mia stanzetta del tesoro. La chiave di quella stanzetta è nelle mani di messer Neri de’ Bardi. Con quel testamento non ti lascio il becco d’un quattrino. Salute! Queste erano state le ultime parole del vecchio, che si erano impresse nella mente del figliuolo, come se ve le avesse incise con un ferro rovente. Il cadavere del vecchio era nella sua camera circondato di ceri, i preti salmodiavano ai piedi della bara e Cicciaporco pensava alla sua triste sorte. È vero che non era stato un figlio affezionato, che aveva trascurato i negozi paterni, che gli era piaciuto sempre di divertirsi e di fare a modo suo; ma, insomma, non era giusto che il vecchio lo lasciasse nella miseria e avesse disposto chi sa come del suo patrimonio. - Se potessi entrare nella stanza del tesoro, magari con l’aiuto del Diavolo! - esclamò Cicciaporco, - lo so io, che cosa ne farei di quell’ingiusto testamento! Appena ebbe pronunziata questa esclamazione, una delle finestre della grande camera si spalancò violentemente, come spinta da un buffo di vento, e Cicciaporco si vide davanti un gatto scodato e spelacchiato. A quella vista il sangue gli si gelò nelle vene. Il gatto, appena entrato nella stanza, si lasciò cadere sul pavimento, e quindi si avanzò verso Cicciaporco miagolando sommessamente, quasi volesse rassicurarlo. Quando gli fu accosto, gli strusciò il muso alle gambe, e il signore gli fece una carezza sul capo. Appena la mano di Cicciaporco ebbe toccato il pelo del gatto, questo si trasformò in un Diavolo. - Che vuoi da me? - domandò Cicciaporco spaventato. - Non mi hai invocato, forse? - rispose l’altro. - Se vuoi penetrare nella stanza del tesoro, sono ai tuoi ordini. - Tu non fai nulla disinteressatamente; - rispose Cicciaporco, - che cosa chiedi in cambio del servizio che mi offri? - Una cosa da poco; dammi l’anima tua, alla tua morte. Non mi fai un gran regalo, perché anche senza questo patto sarebbe finita in mio possesso; ma è meglio che io me l’assicuri fin d’ora. Cicciaporco rifletté un poco, e poi disse: - Prenditi pure l’anima mia, ma voglio stabilire io stesso il giorno della consegna. Tu devi mettere in carta questo patto. - Va bene, - rispose il Diavolo. E foratosi con la punta di un pugnale la vena del polso, scrisse sopra una pergamena, di suo pugno, una dichiarazione in tutta regola. - Ora, messere, sta a te scrivere la cessione, - disse quand’ebbe terminato. Cicciaporco si forò pure la vena e scrisse, sotto dettatura del Diavolo: «Io, messer Cicciaporco di Bencio Cicciaporci e di madonna Vincenza Carnesecchi, entrambi defunti, cedo l’anima mia al Diavolo, purché mi faccia penetrare nella stanza del tesoro e mi consegni il testamento di mio padre». - Firma, - ordinò il Diavolo. L’altro firmò, si scambiarono le pergamene, e il Diavolo riprese l’aspetto del micio spelacchiato e si avviò per uscire, Cicciaporco prese la lucerna e lo seguì. Il gatto conosceva benissimo gli andirivieni e le scale che conducevano alla stanza del tesoro, perché precedé sempre Cicciaporco senza esitare un istante, e quando fu alla porta, fece un lancio, appoggiò il muso alla serratura, vi soffiò dentro, e la porta ferrata si aprì come per incanto. Ma fatto questo, non era nulla, perché le pareti erano rivestite di sportelli di ferro, dentro ai quali il morto aveva riposto il denaro, le cose preziose e il famoso testamento. Peraltro il gatto dissipò presto il timore di Cicciaporco. Con un lancio accostò la bocca a uno degli sportelli, soffiò nel buco della chiave, e lo sportello si aprì lasciando scorgere uno scaffale, nel quale vi erano tanti rotoli di carte. Su quello di mezzo stava scritto: «Testamenti». Cicciaporco lo prese con mano tremante, lo sciolse, e, in mezzo ai testamenti di tutti i suoi antenati, trovò quello del padre, ancora suggellato; lo aprì e lesse la sua condanna. Il vecchio aveva lasciato tutti i suoi averi allo spedale di San Paolo e alla Confraternita della Misericordia, meno pochi legati alle persone di servizio. - E ora come faccio! - esclamò Cicciaporco. - Se distruggo il testamento, messer Neri de’ Bardi, il quale sa che vi dev’essere, mi accuserà; se lo lascio stare, sono rovinato; Diavolo, consigliami tu. Il gatto addentò il signore per il lucco e lo fece sedere a un tavolino, sul quale vi era della carta eguale a quella usata dal vecchio per scrivere il suo testamento. Cicciaporco si provò a imitare il carattere del padre, e, vedendo che vi riusciva perfettamente, scrisse un lungo elogio di se stesso e s’istituì erede generale. Aggiunse i legati, come il vecchio li aveva stabiliti, e, col sigillo che trovò sul tavolino, sigillò il testamento, lo ripose nel rotolo, lo sportello si richiuse, si richiuse la stanza del tesoro, e Cicciaporco, preceduto sempre dal gatto, ritornò in camera sua, dove, appena giunto, si diede cura di bruciare il testamento vero. Ma per quanto lo gettasse sulle legna che ardevano nel grande camino di pietra, la carta rimase intatta e non ci fu verso di farla neppure annerire. Il gatto teneva gli occhi fissi, immobili sul testamento, come se fosse stato un topo. A un tratto fece un lancio, addentò la carta e la inghiotti in un boccone. - È bravo chi viene a cercare il testamento in corpo a te! - disse Cicciaporco. E, più tranquillo, stava per spogliarsi e andare a letto, quando sentì per il palazzo un gran trambusto. Egli non si mosse, ma di lì a poco i servi, spaventati, entrarono in camera del padrone, gridando: - Il morto ha alzato una mano! Il morto ha girato gli occhi! - Siete tutti pazzi, avete le traveggole! - esclamò Cicciaporco. - Venite voi, messere, a sincerarvi se diciamo il vero. - Io non posso, - rispose egli. - Lo spettacolo di mio padre morto mi fa troppa pena; rispettate il mio dolore! Cicciaporco faceva il forte in presenza ai servi, ma aveva una paura da non dirsi, e ordinò che il corpo del defunto fosse subito composto e rinchiuso nella bara. Per un certo tempo non udì altro che il rumore dei martelli che battevano i chiodi della cassa; ma quando stava per addormentarsi, fu scosso da nuove grida. I servi, e questa volta anche i preti, penetrarono spaventati in camera sua, dicendo, tutti a una voce, che il morto aveva sollevato da una parte il coperchio della cassa già inchiodato, e stendendo la destra aveva digrignato i denti. - Siete matti da legare; i morti non si muovono; andate! Ma invece di recarsi nella camera del morto per rassicurarli, Cicciaporco non si mosse dal letto, nel quale stava comodamente anche il gatto spelacchiato. Il morto, come Dio volle, a forza di acqua benedetta e di preghiere, se ne stette calmo, e Cicciaporco dormì sino a giorno inoltrato. Al suo destarsi gli fu portata la colazione, e il gatto, appena la vide, vi saltò sopra e mangiò i migliori bocconi biascicando gli altri. Cicciaporco, tutto in furore, lo minacciò, dicendogli: - Credi, gatto, che io voglia sopportare questa prepotenza? - Non importa, miao, miao, che tu t’inquieti. Io ho lo stomaco delicato, miao, miao, e se non mangio quel che mi appetisce, rigetto, e se rigetto, miao, miao, il testamento potrebbe capitare nelle mani dei signori, e tu andresti in prigione. L’argomento era stringente, e Cicciaporco chinò il capo e mangiò gli avanzi del gatto bavoso. Nel giorno furono fatti i funerali del morto; ma prima giunse messer Neri de’ Bardi con la chiave per aprire la famosa stanza in cui era custodito il testamento, perché occorreva sapere dove voleva esser sepolto il signore. Cicciaporco andò incontro al nuovo venuto, il quale lo guardò con compassione, come si guardano i figli diseredati dal padre. Accompagnato dal cancelliere del tribunale e da quattro testimonî, l’esecutore testamentario entrò nella stanza, e con una seconda chiave aprì gli sportelli di ferro, trovò il famoso testamento e, presolo, richiuse tutto con cura. Quindi si recò nella camera dov’era la bara e invitò il figlio e tutti i famigli ad assistere alla lettura. Giunsero tutti a uno a uno e si collocarono lungo le pareti, e per ultimo giunse Cicciaporco, seguìto dal gatto, e rimase accanto alla finestra. Messer Neri de’ Bardi mostrò a tutti i sigilli intatti, e sedutosi dinanzi a una tavola aprì il foglio. Ma dopo che v’ebbe gettato gli occhi esclamò: - Messer Bencio prima di morire si è burlato di me! - Perché? - domandarono il cancelliere e i testimonî. - Perché mi aveva detto di non aver lasciato nulla al figliuolo, e invece gli lega ogni suo avere. - Si sarà ricreduto in extremis; - osservarono tutti, - ma leggete, messere. Neri incominciò a leggere a voce alta, e la sua lettura era accompagnata da colpi continui dentro la cassa. Pareva che il morto, infuriato, battesse la testa, le gomita, le ginocchia contro le pareti di legno. Cicciaporco era diventato livido e non poteva fare un passo; i famigli eran tutti scappati, i testimonî si guardavano in faccia. - Forse hanno messo nella cassa un vivo, - osservò Neri de’ Bardi. E, accostatosi alla bara, incominciò a gridare: - Messer Bencio! Messer Bencio, se siete vivo, rispondete! I rumori erano cessati e non fu udita nessuna risposta. - I rumori dovevano venire dal piano superiore; - disse messer Neri, - qui, signori, non ci rimane altro che dare esecuzione alla volontà dell’estinto, e lasciare messer Cicciaporco padrone degli averi paterni. In quel momento dalla cassa partì un colpo tremendo, e il gatto, fatto un lancio, andò ad accoccolarvisi accanto. I testimonî impallidirono e dissero che bisognava aprirla per accertarsi se Bencio era vivo. - Purtroppo è morto! - disse Cicciaporco con un filo di voce. - Fino da ieri egli ha esalato l’ultimo respiro. Nella cassa deve essere penetrato qualcuno dei topi di cui è pieno il palazzo. Non avete osservato? appena il gatto s’è accucciato accanto al cadavere, i rumori sono cessati! Vuol dire che il topo ha avvertito la presenza del suo nemico. La spiegazione era così plausibile, che i testimonî non fiatarono, e dopo che il cancelliere ebbe steso l’atto, mediante il quale Cicciaporco era dichiarato erede del patrimonio paterno, se ne andarono. - Gatto, non ti muovere di costì e accompagna il feretro fino a Sant’Jacopo, - ordinò Cicciaporco. - Miao, miao, ho capito, - rispose il gatto. Vennero i fratelli della Misericordia, si caricarono la bara sulle spalle, e il gatto sempre dietro. Nessun rumore fu udito più, e la bara venne calata nell’avello di famiglia, accanto a quella della Carnesecchi. Fin qui le cose erano andate bene, e il gatto era ritornato a casa, dove Cicciaporco era circondato dai parenti che gli facevano le condoglianze; ma egli non si sentiva punto sicuro, e prima di sera ordinò che un fabbro forasse il marmo dell’avello e ci mettesse una spranga di ferro, alla quale fece porre una serratura. Egli giustificava questa precauzione, dicendo che gli sarebbe dispiaciuto che i ladri, tentati dalle ricche vesti e dai gioielli del padre, ne profanassero la tomba. La ragione vera, però, che lo spingeva a esser così cauto, era la gran paura che aveva di vedersi comparire il morto. Quando ebbe la chiave in tasca, si sentì più tranquillo e scese nella stanza del tesoro, dove si rinchiuse insieme col gatto per contare i fiorini di cui erano pieni i sacchetti. Ma li aveva appena vuotati sulla tavola che la porta fu scossa come se fosse urtata da una mazza di ferro, e Cicciaporco si fece livido come un morto. Il gatto, intanto, aveva arricciato il pelo e gonfiato la coda, e stava pronto a slanciarsi su chiunque entrasse. - Apri! - ordinava una voce cavernosa dal di fuori. - Gatto mio, salvami! è lui! - disse Cicciaporco accarezzandolo. In quel momento l’animale si trasformò in un Diavolo, che corse a spalancare la porta. Lo spettro di messer Bencio, nel vederlo, fuggì come il vento, lasciando il lenzuolo per terra. - Amico, - disse il Diavolo a Cicciaporco, - io ti posso liberare dallo spettro di tuo padre; ma non ho il potere di farlo stare tranquillo nell’avello di Sant’Jacopo. - Assistimi, per carità, io non voglio esser povero, perché la miseria mi spaventa più di quello spettro. - Tu morrai ricco e quando piacerà a te, stimato da tutti; di questo puoi esserne certo. - Mi basta. Dopo questo dialogo il Diavolo riprese la forma di gatto, e Cicciaporco si rimise a contare i fiorini, che erano tanti, e tutti d’oro. In quella occupazione egli trascorse la notte, e quando fu giorno richiuse la stanza del tesoro e andò a far colazione. Il gatto grufolava il muso nel piatto del padrone, e i servi volevano cacciarlo; ma Cicciaporco s’inquietava non con lui, ma con loro. Anche se gli avesse levato i bocconi di bocca, lo avrebbe lasciato fare, tanto era devoto a quell’animale cui doveva l’eredità. Ma la gente di casa, che non sapeva nulla di quel che era avvenuto, diceva che il nuovo padrone era matto, e lo screditava nel vicinato. La seconda notte dopo i funerali, Cicciaporco si coricò di buon’ora, ed eccoti che alla mezzanotte si spalanca la porta, e lo spettro di messer Bencio compare sull’uscio. Ma il gatto, come la prima notte, si trasformò in Diavolo, e il fantasma fuggì via. Così avveniva tutte le notti, e benché Cicciaporco non avesse più paura, pure era seccato di quella visita incresciosa, e sapendo che il Vicariato di Poppi era vacante, chiese e ottenne di andare in Casentino. - Lassù non ci verrà, - diceva. - Se deve tutte le notti far questo viaggetto, si stancherà presto. Che ne dici, gatto? Il gatto, per tutta risposta, metteva fuori le granfie e arricciava il pelo, come per dire: - Se viene, ci sono io! Cicciaporco dunque regolò a Firenze tutte le sue faccende, lasciò messer Neri de’ Bardi suo procuratore e partì da Firenze a cavallo, col gatto spelacchiato sul pomo della sella. I servi del Vicario erano ormai assuefatti a vedergli sempre quel gatto alle costole e non ci badavano più, ma gli abitanti di Poppi, quando lo videro giungere con quella strana compagnia, fecero le matte risate e soprannominarono il gatto: «Il Bargello del Vicario». La prima notte, e anche la seconda e molte altre ancora, Cicciaporco dormì come un papa nella camera d’onore del castello, e siccome s’accorgeva che la gente lo canzonava a causa di quel gatto che lo trattava peggio di un servo, se ne sarebbe disfatto volentieri; ma non sapeva come fare a dirgli che gli levasse l’incomodo. Gli uomini dimenticano facilmente i benefizî ricevuti e anche le promesse fatte, e il Vicario aveva già dimenticato che, senza il gatto, le porte della stanza del tesoro non si sarebbero spalancate dinanzi a lui, e il patrimonio non l’avrebbe ereditato. Il gatto però, che gli leggeva nel pensiero, un giorno che erano soli gli disse. - Cicciaporco mio, miao, miao, io me ne devo andare. Il re dell’Inferno mi ha dato un’altra missione presso una certa monaca di Pratovecchio; miao, miao, rammentati di me. Aveva appena finito di pronunziare queste parole, che era già sparito. - Meno male! - esclamò Cicciaporco mandando un gran sospiro di soddisfazione. - Ormai posso dirmi un uomo contento. Messer Bencio è spaventato del viaggio e mi lascia in pace; il gatto piglia il largo; io sono ricco, solo, occupo un bel posto... chi è più felice di me? Ora è tempo di pigliar moglie! E senza tanto riflettere, perché da un pezzo la sua scelta era fatta e soltanto la presenza del gatto lo tratteneva dal conchiudere il parentado, fece sellare un bel cavallo e andò a Bibbiena, in casa dei Saccone, dove c’era una bella ragazza per nome Violante. Il padre di lei, manco a dirlo, fu tutto felice della chiesta, e lì sul tamburo furono stabilite le nozze per il mese successivo. In casa Saccone ci fu quella sera stessa un banchetto per festeggiare la chiesta. Cicciaporco, molto allegro per il vino bevuto in soverchia quantità, tornò a notte tarda al castello, e appena entrato a letto si addormentò come un ghiro. Ma era ancora nel primo sonno, quando si sentì prendere per i piedi da due mani gelate e tirar di sotto dal letto. - Chi è? - urlò il Vicario. - Son io, tuo padre; - rispose una voce cavernosa, - tu mi lasci a bruciar nel Purgatorio per non volere che il mio testamento sia rispettato, e io ti molesterò sempre. E con le mani stecchite e gelate incominciò a schiaffeggiarlo. - Gatto mio, aiutami! - urlò Cicciaporco spaventato. - Pentiti, furfante, dannato! - seguitava a dire messer Bencio, senza smettere di malmenare il figliuolo. - Gatto mio, aiutami! - badava a dire il Vicario. Così durò per un’ora circa, e quando lo spettro del vecchio sparì, per ritornare, prima che albeggiasse, nel Purgatorio, Cicciaporco era conciato per il dì delle feste. In quel giorno il Vicario non si poté alzare dal letto e rimase sempre solo a ripensare alla scena della notte, col timore che si ripetesse anche in quella che si avvicinava. Verso sera sentì miagolare all’uscio, ed eccoti il gatto. - Miao, miao, che cosa ti è successo? - gli domandò. - Gatto mio, non mi lasciar più. Vedi come mi ha ridotto il padre mio! - Lo sapevo, miao, miao; ma siccome tu ruminavi in testa il pensiero di sbarazzarti di me, ti ho voluto far provare che cosa sarebbe di messer il Vicario se non avesse accanto il suo gatto. - Hai ragione, ho mancato verso di te, ma perdonami: io volevo ammogliarmi, e temevo che la tua presenza potesse essere d’ostacolo alle nozze. - Ammogliati pure, purché io ti faccia da testimonio. - È impossibile! - esclamò il Vicario. - Il matrimonio non sarebbe valido. - Tu credi, mio caro amico, che io voglia presentarmi in veste di gatto? Saprò trasformarmi in dottore, in cavaliere, in quello che vuoi. - Quand’è così, accetto. E le nozze si prepararono infatti con molta pompa, e nella chiesa della Pieve a Bibbiena si presentò come testimone del Vicario di Poppi un bellissimo cavaliere che disse di chiamarsi messer Lando Carnesecchi, e di esser cugino dello sposo. Però, mentre il prete benediva l’anello, si verificò un fatto strano. L’immagine della Madonna che ornava l’altare si voltò dal lato opposto a quello dove stavano il Vicario e il cavaliere fiorentino, e dalla loro parte si spensero tutti i ceri. La sposa impallidì e cadde svenuta; la madre di lei mandò un grido; il prete fuggì, e dietro a lui fuggirono tutti gli astanti. La gente urlava, si pigiava per scappar più presto, e tutti dicevano che era stato commesso un sacrilegio, che la chiesa era profanata e che ci doveva essere il Diavolo, e il Diavolo non poteva essere altri che il Vicario o il suo testimone. Questa voce era così generale, che formava quasi un coro, e giunse anche all’orecchio del padre della sposa, il quale cercava di farsi largo nella folla adunata sulla piazza per ricondurre a casa Violante, tuttavia priva di conoscenza. - Qui non è aria per noi! - disse sottovoce il finto cavaliere al Vicario. Questi andò per uscire, ma la folla, appena lo ebbe riconosciuto, incominciò a gridare: - Dàlli, dàlli! Ecco il Diavolo! In un momento tutti si chinarono a raccoglier sassi e incominciarono a bersagliar con quelli il povero Vicario. Il cavaliere, vista la mala parata, aveva ripreso la pelle di micio e sgattaiolava fra la folla, senza curarsi di chi lasciava nelle peste. I sassi lanciati con furia, quasi a bruciapelo, avevan ferito il Vicario nella testa, nel viso, nel petto, nelle spalle, e il poveretto, sentendosi morire, stramazzò a terra. Allora da molte parti si udì dire: - Prepariamo il rogo, bruciamolo vivo! E cento e più persone corsero a pigliar legna e fascine e ne fecero una catasta proprio nel punto dove l’ultimo giorno di carnevale piantavano e piantano il ginepro per ballarvi intorno il Bello-Ballo. Cicciaporco Cicciaporci si vide perduto, e in quel momento si pentì di tutto il male che aveva fatto, e più di tutto di aver patteggiato col Demonio. Quando poi sentì crepitare le legna del rogo, vedendosi perduto, piuttosto che far la morte di san Lorenzo, esclamò: - Diavolo, salvami dal rogo, ma prenditi l’anima mia, perché di questa vitaccia n’ho assai! Appena ebbe detto così, la terra su cui stava disteso si spalancò, e quelli che già si ripromettevano una festa di bruciarlo vivo, rimasero con un palmo di naso. Il gatto fu veduto correre intorno alla voragine spalancata; e quando si accòrse che la folla stava per lapidarlo, spiccò un salto e sparì anche lui, dov’era sparito il Vicario di Poppi. Dopo la morte di messer Cicciaporco ognuno si rese ragione dell’affetto di lui per il gatto, e tanto era il timore che potesse nuocere dal mondo di là alla gente del paese e del contado, che gli abitanti di Poppi corsero al castello, presero tutto quello che il Vicario aveva toccato, e lo bruciarono sul prato davanti al castello. Né da quel dì nessuno ha più voluto gatti in casa. Inoltre, gl’impiegati della Vicaria fecero aspergere d’acqua benedetta la camera occupata da messer Cicciaporco e quindi ne murarono porte e finestre. Si assicura però che da quella stanza si odono spesso partire, durante la notte, dei lamenti che fanno accapponar la pelle di quanti dormono nel castello di Poppi. Io, però, non li ho mai uditi.

- E qui la novella è terminata, - disse al solito la Regina, - e chi non s’è divertito, alzi la mano. Nessuno l’alzò, e Maso prese a dire: - Vi ringrazio, mamma, di avermi fatto passar le paturne col raccontare codeste fandonie. Almeno, per un paio d’ore, non ho pensato al grano che patisce e alle viti che gelano. Ma non sentite come vien giù l’acqua, e come fischia il vento? Si prepara un’annata ben triste per noi, e ci vorrà coraggio e pazienza. - L’avremo, - rispose Vezzosa, - e siccome Iddio aiuta tutti quelli che si aiutano, noi cercheremo di aiutarci. Ci son tante fabbriche a Soci dove impiegano anche le donne, e noi andremo a lavorare là. Non è vergogna d’ingegnarsi. - No davvero! - risposero le cognate. - E tu, Vezzosa, con queste parole c’indichi quello che dovremo fare, caso mai le brutte previsioni di Maso si avverassero. Cecco non disse nulla, ma guardò la Regina e poi Vezzosa che si mostrava così saggia e piena di premura per la famiglia. E tanto era l’affetto che legava tutti i Marcucci fra di loro, che in quel momento ognuno si diede a pensare al modo di rendersi utile alla famiglia. Non rivelerò i pensieri che occupavano la mente di tutti. Ormai già conoscete quei buoni contadini e sapete che essi erano pronti a qualunque sacrifizio, pur di risparmiare ai congiunti, e specialmente alla vecchia Regina, crucci e amarezze. In seguito vedremo con quale animo forte essi sopportarono la sventura: e sempre più spinti saremo ad ammirarli. Ma per ora non mettiamo il carro avanti i buoi, e lasciamo che la narrazione segua il suo corso.