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Le novelle della nonna/Il grembiule di madonna Chiara

Il grembiule di madonna Chiara

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L'Incantatrice Il gatto del Vicario
Il grembiule di madonna Chiara

Il cambiamento che si preparava nell’esistenza di Annina faceva dimenar tutte le lingue del podere di Farneta, e intanto che Vezzosa cuciva la biancheria per la nipote, il grano cresceva a occhiate e si preparavano giorni di gran lavoro per tutti, anche per i ragazzi. I quali, da maggio in poi, incominciavano da prima ad andar nei boschi verso Camaldoli a cogliere funghi, e quindi a cercar fragole e lamponi, che mandavano ad Arezzo col barroccio. Col ricavo della vendita dei funghi e delle fragole, essi si rivestivano, e in quei giorni due o tre soltanto restavano a casa. Quando la raccolta era stata buona, andava Cecco con un altro dei fratelli ad Arezzo; quand’era scarsa, portavano i panierini al Ponte a Poppi e li spedivano per mezzo del procaccia. L’ottavario della Pentecoste era una splendida e calda giornata; i ragazzi eran partiti presto con due panierini ciascuno, e all’ora del desinare non eran tornati. Comparvero sull’imbrunire, stanchi ma allegri, mostrando in trionfo i canestrini, colmi, alcuni di fragole coperte di felci, altri di porcini bellissimi. - Ci vuole il barroccio stasera, - gridarono da lontano. - Abbiamo venti panieri, e a mandarli per il procaccia ci vorrebbe altro! - Ora pensate a mangiare, - disse la Carola ai suoi figliuoli ed ai nipoti. - Ma che mangiare! - rispose l’Annina, - abbiamo fatto un pranzo... - Un pranzo? - domandò la mamma. - Sì; figuratevi che siamo andati verso i prati di Metaleto a coglier i funghi, quando verso il mezzogiorno, allorché ci eravamo messi a sedere in terra e avevamo cavato fuori il pane e il cacio portati di casa, eccoti che passa l’ispettore Carli. Gigino lo riconosce, gli va incontro, e col suo garbino gli offre i funghi che aveva nel paniere. L’ispettore lo prende in collo, lo bacia, gli domanda che cosa fa, e Gigino gli racconta che studia e che sa anche una poesia. A farla breve, gliela dice, e l’ispettore se lo porta a casa, e poco dopo ci manda a dire di andare anche noi da lui. Troviamo una tavola apparecchiata con un vassoio di maccheroni, un fritto e un capretto arrosto, vino, pane e frutta a volontà. Si mangia tutti con un appetito che consola, e dopo aver salutato l’ispettore ce ne torniamo nel bosco. - Come aveva fatto l’ispettore a prepararvi in un battibaleno da desinare? - domandò la Carola. - Il desinare era stato fatto per certi signori che dovevan venir da Pratovecchio, - rispose l’Annina. - Essi hanno telegrafato che non giungevano più quando il desinare era già bell’e cotto; e l’ispettore, per non mangiar solo, ci ha invitati. Nell’entrare nella villa io mi sono sentita un battito di cuore pensando che d’ora in avanti ci dovrò stare per sempre. La casa è bella, ben montata, c’è una vista che incanta; ma che volete, mamma, la casa mia mi par più bella. - Sciocchezze! - esclamò la Carola, che non ne aveva tanti degli spiccioli. - Ti dirò, - prese a osservare la Regina, - il primo distacco ti costerà di certo un po’ caro; ma non credere però che non si possa esser felici anche in casa altrui, quando si pone attenzione al disimpegno del proprio servizio, e si va a letto convinti di aver fatto nella giornata tutto quello che era dover nostro di fare. - Avete ragione, nonna, e io cercherò di procurarmi i sonni tranquilli facendo il mio dovere. - La novella! - dissero i bimbi tornando dall’aver caricato i panieri sul barroccio col quale Cecco sarebbe partito dopo la mezzanotte per Arezzo. - Subito, bimbi, - disse la Regina, - statemi a sentire.

- Diversi secoli addietro capitò in Casentino, e andò a nascondere la sua miseria in una grotta, su, verso il castello di Fronzola, che domina Poppi, una donna giovine e bellissima, dai lunghi capelli biondi, che le cadevano sulle misere vesti, e dal portamento nobile e signorile. La donna non sapeva neppur parlare la lingua del paese, e quando si fermava per elemosinare, presentava alla gente una bellissima bimba, bionda come lei, che teneva avvolta fra pochi stracci, quasi volesse dire: - Se non avete pietà di me, abbiatela di questa mia creatura! Allorché si fu rifugiata nella grotta, non chiese più l’elemosina, e la gente del contado la incontrava spesso col fastello delle legna sulle spalle e la piccina in collo, oppure curva nei castagneti a raccattare le castagne, che le servivano di nutrimento. A Fronzola nessuno sapeva il nome di lei, e la chiamavano la Forestiera. Sapevano però il nome della piccina, perché la sentivano chiamare dalla madre, la domenica, quando la portava alla messa, e molti andavano per curiosità, nelle sere di primavera o d’estate, in vicinanza della grotta, per sentirle cantare le canzoni nella lingua del suo paese, che era una lingua di una dolcezza inaudita. Una sera, fra i curiosi che stavano appiattati fra gli alberi ad ascoltare la Forestiera, v’era pure un trovatore provenzale, per nome Amato, il quale da alcuni mesi si trovava nel castello del conte Neri, a Fronzola. Costui, appena ebbe udito le prime parole della canzone, uscì fuori dal suo nascondiglio e andò di corsa nella grotta. La donna trasalì nel vederlo comparire e si strinse al petto la sua piccina con gesto pauroso. - State tranquilla, - le disse il trovatore in provenzale, - io non voglio nuocervi. Sono venuto fino a voi per sapere chi vi ha insegnato cotesta canzone, che io ho udito alla corte di Provenza. - L’ho intesa cantare dalla mia nutrice, che era una provenzale, - rispose la donna per troncare quel discorso che pareva le riuscisse increscioso. Ma il trovatore, sempre più incuriosito, continuò: - Voi stessa dovete essere provenzale; almeno tale vi giudico dall’accento. - Io non ho patria, - rispose ella, - e non desidero di averne; la mia patria è il cielo, ove spero di salire un giorno, se i dolori sono i gradini della scala che vi conduce, e se le preghiere fervide giungono, come credo, al trono del Signore. Qui la donna s’interruppe per sollevare la sua bimba, che si rotolava sull’erba, e coprirla di baci. Amato tornò al castello di Fronzola e tutta la sera non fece altro che parlare alla contessa Laura della bellezza della Forestiera e del modo nobile col quale parlava. - Sarà qualche regina, - diceva scherzando la signora. - Ella è di gentil sangue di certo, e io v’invito, Madonna, a passare una volta dinanzi alla Grotta del Serpente, di cui ella ha fatto la sua dimora, per vederla. La contessa Laura era una donna molto pia e molto operosa. Nessuno, nel castello di Fronzola, stava un momento con le mani in mano; e mentre il marito di lei molestava di continuo i suoi vicini, i conti Guidi, tanto che nacque il dettato:

      Quando Fronzola fronzolava,
      Poppi e Bibbiena tremava.

ella preparava stendardi, tesseva tele di lino e di seta, accumulava ogni sorta di roba utile nei forzieri e negli armadî del castello, sempre pensando all’unico figlio che aveva; e così le rimaneva poco tempo per le cacce e le cavalcate. Per questo passò molto tempo prima che madonna Laura andasse alla Grotta del Serpente, benché il trovatore Amato le parlasse quasi ogni sera della Forestiera, dalla quale udiva cantare la canzone di Rolando e i poemi più in voga alla corte di Provenza. - Madonna, sotto quella Forestiera c’è un mistero che forse essa porterà seco nella tomba, perché i disagi la uccidono, - disse una sera Amato alla castellana. Ed ella, che non trovava mai tempo per uscire, sentendo che vi era una grande miseria da soccorrere, il giorno seguente prese per mano il suo Guglielmo, un bambinetto di otto anni, e si diresse alla Grotta del Serpente. La Forestiera non v’era, e la dama ebbe agio di vedere come, dinanzi a una rozza immagine della Vergine, collocata a poca distanza dalla Grotta, la donna avesse creato una specie di padiglione con rami intrecciati di verde e di fiori, dando a quel tabernacoletto un aspetto vaghissimo. Madonna Laura non volle tornare a Fronzola senza aver veduto la Forestiera, e sedutasi sopra una pietra, lasciò che il suo Guglielmo si baloccasse sul prato. Dopo breve attendere, la donna comparve trascinandosi dietro la sua bimba e sorreggendosi a stento. Nel vedere la signora, il suo volto pallido, circondato di capelli biondi, diventò rosso, ed ella fece due passi per fuggire. Ma Laura le stese le mani e le sorrise, e la Forestiera, vinta da quella espressione di simpatia, si avvicinò alla signora e la salutò pure. Come molte dame nobili di quel tempo, madonna Laura sapeva il provenzale, per averlo imparato dai trovatori, e in quella lingua diresse la parola alla povera donna, la quale le rispose con frasi così scelte, che la castellana sarebbe rimasta lungamente ad ascoltarla a bocca aperta. - Voi non siete quale apparite, - le disse Laura, - e se può esservi di sollievo il confidare a un’anima pietosa il segreto della vostra vita, confidatevi meco; io posso esservi d’aiuto a sollevare i vostri mali. - Il dolore che mi strugge, - replicò la Forestiera, - è di quelli che non possono esser sollevati, madonna. L’unica cosa di cui vi prego, nel caso che un giorno mi trovino morta, si è quella di vegliare sulla mia Chiara, che rimane sola al mondo. Io l’affido alla Madre del Signore e a voi. - Speriamo, - rispose la signora, - che ella non abbia mai bisogno del mio aiuto; ma qualora le vostre tetre previsioni si avverassero, ella troverà in me un’altra madre. La castellana di Fronzola e la Forestiera si separarono, e per molti mesi madonna Laura non tornò più alla Grotta del Serpente dovendo curare il marito di una ferita riportata in battaglia contro i Guidi. E in quei mesi la malattia della Forestiera fece rapidissimi progressi. Ella era ridotta un’ombra; i dolci occhi azzurri solamente serbavano l’antica vivacità, ma quando si posavano sul volto della sua bimba, si empivano di lagrime. Nessuno sapeva come quella donna facesse a campare, perché non si poteva più trascinare nel bosco a far legna, né a raccattar castagne o coglier fragole; eppure il fuoco era sempre acceso nella grotta, e, senza elemosinare, aveva da nutrir sé e la sua creatura. - È santa, e gli angioli le portano il cibo! - diceva la gente di Fronzola, che aveva una grande venerazione per quella povera abbandonata. Ecco, invece, in che consisteva il mistero. Bianca era stata sempre molto devota della Vergine Maria, e anche ridotta com’era a procurarsi il cibo nei boschi, ella non trascurava mai di ornare di fiori, o di rami di vischio, o di felci la rozza immagine del tabernacolo a poca distanza dalla Grotta, e alla Vergine narrava tutti i suoi dolori, come avrebbe fatto con la madre sua, se l’avesse avuta al fianco. Un giorno, mentre sentiva aggravarsi la malattia, pregava e piangeva dinanzi alla sacra immagine, quando vide le mani della Vergine stendersi verso di lei e la bocca di pietra dischiudersi come se stesse per articolare una parola. Bianca tremò tutta e la Vergine la rassicurò dicendole: - Non piangere, Bianca, la tua Chiara sarà sempre al coperto della miseria. Fila con le tue abili mani un grembiule per la tua bambina. Ogni volta che essa lo cingerà alla vita, quel grembiule, per voler mio, si empirà di tutto ciò che le abbisogna. Pianse, la povera madre, a quella promessa che le faceva la Madre di Dio, e non sapendo come procurarsi il lino per filare il grembiule, si trascinò fino al castello e chiese di madonna Laura. - Signora, - le disse appena si trovò alla sua presenza, - io mi sono privata dei ricchi abiti, delle gemme, di tutto ciò che costituiva per me un ricordo della passata esistenza, ma non ho mai osato separarmi da un anello con lo stemma del padre mio, sperando che quell’anello potesse un giorno servire di riconoscimento alla mia Chiara. Ora, madonna, mi occorre del lino, e io vi offro in cambio quest’anello. E nel dir questo le mostrò un cerchio d’oro, ornato di un onice nel quale era incisa la croce dei conti di Morienna. - E voi dite, - domandò Laura, - che questo è lo stemma del padre vostro? - Sì, o signora. Ma il padre mio mi ha discacciata dalla sua corte, perché ho osato amare un semplice cavaliere e seguirlo dopo averlo sposato. Mio marito è morto al servizio della Repubblica fiorentina, ed io, rimasta sola con Chiara in estraneo paese, sono venuta a nascondere la mia miseria e il mio dolore in questi boschi. La castellana pianse nell’udire quella triste storia e dette alla povera Bianca quanto lino voleva, pregandola di tenersi l’anello, che costituiva la sua ricchezza. La Forestiera, tornata alla sua Grotta, benché si sentisse stremata di forze, si diede a filare il lino per la sua bimba, e filò giorno e notte; poi, chiesto in carità a una contadina di farla tessere al suo telaio, tessé la tela necessaria al grembiule e lo cucì con le sue mani. Tre giorni dopo si spengeva dolcemente, raccomandando a Chiara di serbare sempre l’anello e di cingere il grembiule ogni volta che le occorreva qualche cosa. Appena al castello di Fronzola giunse la notizia della morte della Forestiera, madonna Laura ordinò che il cadavere di lei fosse onorevolmente sepolto, e che sulla lapide fosse scolpito lo stemma dei conti di Morienna e il nome della defunta. A una sua ancella poi ella disse di recarsi alla Grotta e di condurre Chiara al castello. La bambina, che contava allora appena quattro anni, vi giunse piangendo, e le carezze della signora e del piccolo Guglielmo non riuscivano a calmarla. Ma allorché si sentì rivolgere dalla Contessa la parola in lingua provenzale, nella favella della madre sua, Chiara cessò di piangere, e da quel giorno concepì un vivissimo affetto per la castellana. Madonna Laura addestrava Chiara nei fini lavori d’ago; Amato le insegnava a leggere le canzoni della Provenza, e la bambina cresceva bellissima nel castello di Fronzola, ed era così buona di carattere e così pia e caritatevole, che tutti ricorrevano a lei per soccorsi; ed ella, che non abbisognava di nulla, cingeva per i poveri il grembiule filatole dalla madre e scendeva di continuo dai castello per recare soccorsi di vesti e di cibo ai poveri del contado. Queste uscite di Chiara furono osservate da una donna del castello di Fronzola, certa Geltrude, creatura astiosa e maligna, la quale, non osando fare alla contessa insinuazioni contro Chiara, andò dal Conte a dirgli che la ragazza, raccolta per pietà dalla signora, rubava tutto ciò che trovava. - Osservatela, messere, quando ella esce furtivamente dal castello, e domandatele che vi mostri ciò che reca nel grembiule. Il Conte, senza dir nulla alla moglie, spiò Chiara quel giorno stesso mentre varcava il ponte levatoio, e fermatala le domandò bruscamente: - Che cos’hai nel grembiule? La bambina arrossì e lasciò andare le cocche, ma invece di cadere in terra cibi e vesti di cui era pieno in quel momento, piovvero ai piedi del Conte rose e garofani. Si pentì il Conte di averla, anche per un momento, sospettata, e aiutandola a raccattare i fiori, le disse: - Portali pure dove vuoi; suppongo che sieno destinati al tabernacolo della Madonna. Chiara, senza rispondere, corse via, ma aveva fatto pochi passi che, gettando appena gli occhi nel grembiule, vide che i fiori ne erano spariti e che esso conteneva di nuovo cibi e vesti per i poveri. Chiara capì però che qualcuno doveva averla calunniata presso il Conte, e non volendo che nessuno sapesse la virtù miracolosa del suo grembiule, fu più guardinga e non lo cinse altro che quando era già fuori del castello. Così passarono alcuni mesi, e Geltrude, la quale non aveva raggiunto l’intento suo, che era quello di far cacciare Chiara dal castello, perché era gelosa della preferenza che la contessa concedeva alla figlia della Forestiera sopra a tutte le sue donne, non cessava di spiarla, e saputo che portava soccorsi nelle case dei poveri, tornò alla carica col Conte, nominandogli le case dov’ella andava e la roba che vi recava. Il castellano, insospettito, chiamò a sé Chiara, e con fare burbero le disse: - Tu non hai nulla e vivi della carità nostra. - È vero, messere, e io vi sono così grata del bene che mi fate, che non cesso di pregare per voi e la vostra famiglia. - Ma intanto tu la danneggi, privandola di ciò che costituisce la sua ricchezza per darla a questa masnada di bisognosi che si aggruppa intorno al castello. - Io non ho mai donato un boccon di pane che vi appartenesse, - rispose Chiara con la voce strozzata dal pianto. - E di chi è dunque tutto quello che dispensi? - domandò il Conte. - Dei poveri, soltanto dei poveri, - disse con accento di sincerità la fanciulla; quindi aggiunse dignitosamente: - Signore, credetemi, poiché non ho mai mentito. - Allora tu hai fatto un patto col Diavolo, ed è lui che ti fornisce tutto. - Ho cercato di star sempre in grazia di Dio e non ebbi mai rapporti con l’eterno nemico. - Dunque c’è un mistero, e io voglio saperlo. - Cacciatemi, messere, poiché siete nel vostro diritto; ma dalla bocca mia non saprete mai nulla. - Ebbene, vattene, e guarda bene di non parlare prima di partire a madonna Laura, poiché non voglio che ella interceda per te. Chiara, offesa di tanta durezza, mostrò al Conte un volto afflitto, ma non lacrimoso, e disse, prima d’uscire: - Signore, concedetemi che io vi ringrazi dei vostri benefizî, e se le preghiere di una infelice non vi sono discare, io pregherò sempre per voi. Il Conte non rispose, e Chiara se ne andò dal castello senz’altro bagaglio che il grembiule miracoloso e l’anello di sua madre, e col cuore afflitto da tanta ingiustizia si rifugiò nella grotta del Serpente. Ma prima di coricarsi ornò di fiori il tabernacolo della Vergine, sua protettrice. Ho detto più sopra che Fronzola era una continua minaccia per il forte Castello di Poppi, e il conte Guido, che ne era signore, non meditava altro che la rovina del conte Tarlati, suo natural nemico. Erano continue guerre per impossessarsi di Fronzola, che finivano sempre con perdite dalle due parti, ma senza che i Guidi riuscissero a togliere ai Tarlati la fortissima rôcca. La notte dopo che il conte Tarlati ebbe cacciata Chiara dal suo castello, una numerosa schiera di uomini d’arme di Poppi salirono quatti quatti sul colle Tenzino e poi sul poggio di Fronzola, e prima che le vedette delle torri dessero l’allarme, erano penetrati nelle case del paese, avevano fatti prigionieri gli abitanti e stretto d’assedio la rôcca. Il conte Tarlati, quando fu destato da questa notizia, andò su tutte le furie e ordinò di lanciar sassi e quadrella sugli assedianti; ma essi resistettero all’offensiva e le file loro si accrebbero il dì seguente di nuovi armati, spediti da Papiano, da Porciano e da Romena. Il castello di Fronzola era ben fornito di vettovaglie, e per più giorni resisté all’assedio; ma le persone che vi stavano rinchiuse erano molte, e il conte Guido, disperando di prendere la rôcca con le armi, attendeva che la mancanza di cibo inducesse il conte Tarlati a offrire la resa. All’autunno era succeduto l’inverno crudissimo; e la povera contessa Laura, desolata della scomparsa di Chiara, e afflitta, vedendo che la gente intorno a lei languiva di fame e soffriva il freddo, temeva da un momento all’altro che la più orribile delle sventure si abbattesse sulla sua famiglia e che il conte Guido s’impossessasse di Fronzola. È vero che il marito e il figlio, giovinetto, davano l’esempio della più energica resistenza e dividevano le privazioni degli assediati; ma la fame é cattiva consigliera, e il grano era esaurito, esaurite le provviste di carne, e i soldati si stimavano felici quando potevano mettere in pentola qualche civetta o qualche corvo, scovati nei merli del castello. L’assedio, nonostante la carestia, si protraeva ancora. I cavalli erano stati uccisi, uccisi i muli, e non restava agli assediati che una scarsa razione di fagioli per otto giorni ancora, quando una sera Chiara, che dalla Grotta del Serpente aveva assistito alle vicende dell’assedio, si presentò nella casetta dalla quale il conte Guido dirigeva le operazioni della guerra, e chiese di essere ammessa alla presenza del signore. - Che vuoi? - le domandò bruscamente il signore di Poppi. - Messere, - rispose ella, - io sono una infelice immensamente beneficata dal conte e dalla contessa di Fronzola. So che la difesa è ormai inutile e che essi debbono arrendersi o morire. Concedetemi di penetrare nella rôcca e di morire insieme con i miei benefattori. La soave espressione del volto di Chiara, la voce dolcissima di lei, e più di tutto la nobiltà dei sentimenti che ella esprimeva, commossero il conte Guido, il quale ordinò ai suoi valletti di sventolare bandiera bianca per chiedere di parlamentare. Fu abbassato il ponte levatoio e un drappello di assediati, pallidi e macilenti, si avanzò verso i valletti del signore di Poppi, i quali consegnarono ai fronzolesi la bionda fanciulla. Il ponte levatoio fu rialzato, e Chiara venne condotta nella sala d’armi, dove passeggiava inquieto e turbato il conte di Fronzola. - Che vieni a far qui? - le domandò il signore. - Vengo a portarvi la salvezza, se la rôcca può resistere ancora. - Non far nascere nel mio cuore vane speranze, - disse il Conte. - La fame c’incalza e fra breve non avremo più forza di resistere. - Questa forza, signore, ve la saprò procurare io con l’aiuto della Vergine Santissima. Destinatemi un luogo ove io possa esser al coperto dalla curiosità, e ad ogni ora venite a prendere quanto può occorrervi di vettovaglie. Il conte di Fronzola aveva poca fiducia in Chiara e credeva che ella macchinasse un tranello per vendicarsi di essere stata espulsa dal castello; ma, ridotto a quei ferri, credé obbligo suo di non respingere l’aiuto che ella gli offriva. Tuttavia, a fine d’impedirle di nuocere agli assediati, la rinchiuse in una stanza attigua alla sala, che prendeva luce dalla vôlta, e si allontanò. Dopo un’ora il Conte andò ad aprire e fu molto meravigliato di vedere la stanza, che prima era vuota, essere ora piena di mucchi di farina, di cacciagione e di agnelli scannati. - Con quali arti ti sei procurata tutto questo ben di Dio? - domandò. - Con l’aiuto della Vergine Santissima, come mi procuravo tutto quello che dispensavo ai poveri del contado. Il signore riprese coraggio e ordinò subito che fosse fatto il pane e arrostita tutta la carne, che dispensò ai difensori. Intanto la stanza ove stava Chiara si riempiva sempre, ora di vino, ora di carbone, ora di sassi per lanciare sugli assedianti, e la rôcca resisteva validamente agli attacchi del conte Guido, il quale, dopo lunghi mesi d’assedio, stanco alla fine di tanta resistenza, tornò a Poppi insieme con i suoi, e Fronzola riprese a fronzolore con grande molestia di lui. Figuriamoci se, dopo quel fatto, Chiara si ebbe ringraziamenti dal conte e dalla contessa Tarlati! La chiamarono col nome di «liberatrice», e se fosse stata figlia loro, non avrebbero potuto amarla di più. Anzi, per non separarsi mai più da lei, le offrirono di sposare il loro Guglielmo. Le nozze furono celebrate con molta pompa, e quel giorno, quando Chiara cinse il grembiule, la Madonna glielo fece trovar pieno di pietre preziose, degne di una regina di corona. Così non entrò povera nella famiglia dei conti Tarlati, di cui fu la benedizione, poiché col grembiule miracoloso non solo sollevò tutti i miseri del contado, ma assicurò ai conti di Fronzola la ricchezza. Disgraziatamente, quando ella era già vecchia, un incendio distrusse le stanze di madonna Chiara e anche le vesti di lei, nonché il grembiule miracoloso, che era stato la salvezza del castello. Questo, dopo la morte di madonna Chiara, cadde in potere del conte Simone di Poppi, che lo prese con l’aiuto de’ fiorentini. Il Conte ne rese grandi grazie al comune di Firenze, e andando egli in quella città vi mandò la campana di Fronzola in segno di ricordanza.

- Oh, se l’avessi io pure un grembiule come quello! - esclamò l’Annina. - Che ne faresti? - domandò la nonna. - Vorrei farvi stare bene tutti e empir la casa di tanta roba che non si potesse finire per anni e anni. Me lo rammento, sapete, quando càpitano gli anni cattivi, quando le raccolte vanno male, quando il babbo si arrabbia e soffre e voi vi affliggete. - Bambina mia, tutto non è sempre sereno nella vita, e i giorni tristi sono più frequenti di quelli lieti; ma quando si lavora e si cerca, nell’adempimento del proprio dovere, il coraggio per resistere alle avversità, si finisce per vincere l’avversa fortuna. Il grembiule miracoloso sarebbe una bella cosa, ma noi dobbiamo invece affidarci al lavoro, nient’altro che al lavoro. La terra è il nostro grembiule miracoloso; le affidiamo un chicco di grano e ci rende una spiga granita. - Le vostre parole sono d’oro, mamma! - esclamò Cecco facendosele accosto, - e se i vostri nipoti le ricorderanno, sapranno certamente trionfare sempre in ogni avversità. - Per quest’anno, - disse Maso che era un po’ superstizioso come molti contadini, e non sentiva parlar volentieri di disgrazie, - se Dio vuole, la raccolta promette bene. Già siamo alla porta co’ sassi, e se non si scatena qualche diavolo contro di noi, potremo contarlo fra gli anni migliori. - Ma anche se fosse cattivo, - ribatté la vecchia, - voi trovereste la forza di lottare contro l’avversità. Avete fortuna di volervi bene, di star d’accordo, e l’unione nella famiglia è già una forza. Le famiglie disunite sono quelle che vanno in perdizione. Vi rammentate dei Ducci? Avevano un podere che era una fattoria, braccia robuste per lavorarlo; ebbene! Non andavan d’accordo, ognuno tirava l’acqua al suo mulino, e ora son tanti pezzenti. - A proposito, nonna, - disse l’Annina, - m’ero scordata di dirvi che oggi, su a Camaldoli, abbiamo visto il capoccia dei Ducci, il cieco, guidato dal nipotino. - L’avete incontrato lassù? E che faceva? - domandò la Regina. - È venuto dall’ispettore Carli a chiedere l’elemosina. Aveva il bussolotto di stagno in mano, proprio come gli accattoni di professione. - E i figliuoli lo lasciano andare a chieder la carità? - domandò commossa la Regina. - I figliuoli sono ora tutti sparsi per il mondo; - rispose Maso, - i nipoti si sono allogati per garzoni nei poderi, e se il capoccia mangia, è in grazia della gente caritatevole, se no sarebbe morto di fame, lui e quel piccinuccio che gli hanno lasciato. - Se lo aveste conosciuto, quel capoccia, una trentina d’anni fa, - riprese a dire la vecchia, - sareste anche più meravigliati di vederlo elemosinare. Pareva il padrone di questi posti. Non c’era fiera, non c’era mercato, non c’era festa dove non si recasse, guidando un cavallo che andava come il vento; e spadroneggiava, dava consigli, s’intrometteva nelle contese fra contadini, insomma era per tutto, sapeva tutto, pagava da bere e da fumare a quanti gli si accostavano. Intanto i figliuoli, seguendo le sue orme, trascuravano il podere, e la povera massaia se ne stava a casa a piangere e a disperarsi. È morta di dolore, quella infelice; poi, sparita lei, che lavorava, tutti sono andati in rovina, e quel che è peggio, hanno preso a odiarsi scambievolmente. I figli accusavano il padre, questi accusava loro, e adesso tutti soffrono. Brutta fine hanno fatto, ma il loro esempio è stato giovevole a molti, e ora, quando si vede fratello questionar con fratello o padre con figli, si dice: «Faranno come i Ducci». I bimbi avevano ascoltato con il solito religioso silenzio le parole della nonna, e Gigino, per mostrarle che ne aveva capito il significato, tirò per la manica l’Annina, che gli era seduta accanto, e le disse: - Io ti voglio tanto bene! Quella scappata del Rossino fece rider tutti, e l’ilarità dileguò nell’animo dei bimbi il ricordo delle meritate sventure della famiglia Ducci.