Apri il menu principale

Le novelle della nonna/L'Albergo Rosso

L'Albergo Rosso

../Il gatto del Vicario ../La criniera del leone IncludiIntestazione 19 settembre 2008 75% fiabe

Il gatto del Vicario La criniera del leone
L’Albergo Rosso

Le tristi previsioni di Maso si erano avverate. La raccolta del grano era rovinata dalle piogge e dai geli, e le viti pure avevano seriamente sofferto. Si preparava per i Marcucci un’annata disastrosa, ed era un bene che l’Annina avesse trovato da allogarsi. Così avessero trovato pure Beppe, il figlio maggiore di Maso, e il cugino Ciapo, che eran due ragazzetti svegli! Dei figliuoli ce n’eran tanti in casa, che un altro avrebbe potuto accompagnare i forestieri a Camaldoli. Con l’industria, ingegnandosi in ogni modo, bisognava rimediare alla mala sorte. Siccome tutti erano concordi nell’intendimento di lavorare, e tutti avevano coraggio, così speravano di sbarcar quell’annataccia, senza andare incontro a far debiti col padrone. Però, chi non si poteva dar pace della sventura che colpiva la famiglia, era la povera Regina, la buona vecchia, così premurosa del bene de’ suoi. Nella inerzia forzata, cui la costringeva la grave età, ella non faceva altro che ruminare nella mente pensieri dolorosi, e in quei pochi giorni, a forza di limarsi a quel modo, era invecchiata, all’aspetto, di diversi anni. Non poteva aiutare i figliuoli altro che con le sue preghiere; e queste erano anche più fervide dacché aveva la certezza che la terra non avrebbe rimunerate le loro fatiche. Quella triste domenica di giugno, nella quale l’aria si manteneva fredda, quando ella vide la sua famiglia riunita intorno a sé e lesse così chiaramente le angustie sulla fronte del capoccia e dei fratelli, che restavano muti come tutti coloro che provano un vero dolore, ella li guardò affettuosamente, e col suo buon sorriso disse: - Siccome le distrazioni che noi ci concediamo nei giorni di festa, non costan nulla, volete che tenti di rallegrarvi raccontandovi una novella? - Mamma, raccontate, - rispose Maso, - la vostra voce è già un sollievo per noi, e voi sapete che di sollievo ne abbiamo più che bisogno. - Ebbene, statemi a sentire.

- C’era una volta a Pontassieve, proprio in riva all’Arno e a pochi passi dal paese, un albergo, che si chiamava l’Albergo Rosso, per il colore della facciata. Pippo, il locandiere, e Rosa, la moglie di lui, erano due brave persone. Tutti gli anni si confessavano per Pasqua e per Natale, e non c’era caso che pigliassero per il collo gli avventori. Facevan pagare il giusto e nulla di più, e si contentavano di campare modestamente. In paese c’erano altri alberghi, ma tutti quanti i viaggiatori si fermavano all’Albergo Rosso, e i cavalli e i muli che venivano di Romagna, vi sostavano, ed eran tanto pratici della stalla, che ci sapevano andar da sé. Una sera d’autunno, quando le giornate eran già corte e il freddo si faceva sentire, Pippo stava sulla porta del suo albergo per vedere se giungeva qualcuno. Egli spingeva lo sguardo verso la via Fiorentina, quando scòrse un signore, molto ben vestito, che cavalcava un bellissimo cavallo. Il viaggiatore, quando fu poco distante dall’oste, fermò il cavallo, si toccò cortesemente il cappello, e disse: - Potresti darmi una camera per me solo e una buona cena? Pippo si cavò il cappello e rispose: - In quanto alla cena non dubitate, perché la Rosa cucina bene, e stasera ha preparato un arrosto di lodole, grasse pinate; ma per la camera è un po’ difficile. Ne abbiamo tre, e sono occupate da otto carbonai che tornano a San Godenzo, e all’albergo non ci sono che quelle tre. Il viaggiatore disse allora: - Senti, galantuomo, fa’ che io non debba dormire al sereno. I cani stessi hanno da ricoverarsi nei canili, e non è giusto che i cristiani non trovino un tetto con un tempo freddo come questo. - Che v’ho da dire? L’albergo è pieno e non c’è altro che la camera rossa. - Ebbene, dammi quella, - rispose il viaggiatore. Ma l’oste si grattò la testa e si fece pensoso; quella camera, in coscienza, non poteva darla a nessun viaggiatore. - Rispondi, - disse il signore impazientito. - Da che ho acquistato questo albergo, - balbettò l’oste finalmente, - due persone soltanto hanno dormito nella camera rossa, e la mattina dopo, benché fossero giovani, avevano i capelli tutti canuti, mentre la sera prima eran neri morati. Il viaggiatore guardò fisso l’oste. - Ci sono forse gli spiriti, gli spettri in quella camera? - domandò. - Purtroppo! - replicò l’oste. - Che Iddio mi assista e la Santa Vergine! Ma io sono stanco, e, spiriti o non spiriti, preparami la camera rossa, accendimi il fuoco, perché ho bisogno di riscaldarmi e di riposare. L’oste eseguì gli ordini del viaggiatore, e questi, dopo aver cenato con appetito e bevuto un po’ più del consueto per cacciare il freddo e la paura, augurò la buona notte e salì nella camera rossa. L’oste e la moglie si misero a pregare. Quando il viaggiatore, che era messer Gentile di San Godenzo (il quale, in seguito ad una lunga assenza dal paese, tornava in famiglia, dopo avere nei suoi viaggi incontrato molte avventure), fu giunto nella camera rossa, volse intorno uno sguardo. La camera era molto grande ed era tutta dipinta di color fuoco. In alcuni punti, sul pavimento pure scarlatto, si vedevano macchie grandi e lucenti, talché parevano chiose di sangue fresco. In fondo alla stanza vi era un lettone col cortinaggio pure rosso, e per mobilia nient’altro che un tavolino dello stesso colore e una sedia sgangherata. In quello stanzone quasi vuoto si sentiva il vento mugolare nel caminetto e nei corridoi, e quei mugolii parevano voci di anime penanti, che chiedessero preci e suffragi. Il viaggiatore, che era molto pio e timorato di Dio, fece una breve orazione, e quindi si mise a letto e non tardò a prender sonno. Ma quando scoccò la mezzanotte alla torre del castello, messer Gentile si svegliò di soprassalto sentendo scorrere le campanelle del cortinaggio nei bastoni del letto. «Ci siamo!» pensò. E senza riflettere, e senza aprir gli occhi, fece per scendere dal letto. Ma appena ebbe messi i piedi fuori, li tirò su perché sentì qualche cosa di ghiaccio. Dinanzi a lui, a pochi passi dal letto, c’era una bara posata in terra, e agli angoli di quella quattro faci di resina accese. La bara era coperta di un drappo nero, guarnito di frange d’oro, e aveva nel centro lo stemma dei Gentili di San Godenzo. Messer Gentile a quella vista fece per saltar dal letto dalla parte opposta; ma che è che non è, la bara è sollevata insieme con le faci, ed egli se la trova davanti anche da quel lato. Per cinque volte messer Gentile ripeté il tentativo di fuggire, ma tutt’e cinque ne fu impedito da quel feretro che gli sbarrava il passo. Allora messer Gentile capì che si trattava di un morto, il quale aveva forse una domanda da fargli; perciò, senza più cercar di fuggire, s’inginocchiò sul letto e, dopo essersi fatto il segno della croce, disse: - Chi sei, morto? Parla, poiché v’è un cristiano pronto ad ascoltarti. Una voce si fece udire nel feretro e disse: - Io sono messer Lapo Gentile, zio tuo. Poco dopo la tua partenza, un giorno mi misi in viaggio per sbrigar certe faccende nostre a Firenze e mi fermai a pernottare in quest’albergo. Ne era padrone allora un certo Ramarro, oste malvagio, il quale, accortosi che in due bisacce recavo molto denaro per pagare un canone allo spedale di Santa Maria Nuova, mi assassinò, e siccome ero in istato di peccato, sto a bruciare in Purgatorio. - Che vuoi, infelice, da me? Io sono pronto a sollevarti, per quanto posso, dalle tue pene. - Ascoltami, nipote mio. Quel perfido Ramarro, con i denari rubatimi e col ricavo della vendita di quest’albergo, dove non gli pareva ci fosse più aria per lui, ha comprato ad Arezzo una bella casa e campa da signore; intanto il mio corpo è sotterrato in questa cantina, senza un palmo di terra santa addosso, e la mia anima non è suffragata da nessuna prece. - Indicami quello che debbo fare, anima santa, per confortarti. La pietà della tua fine infelice e i legami di parentela che ci univano, mi faranno tentare tutto il possibile. - Ebbene, nipote mio, prima di tutto tu devi chiamare la giustizia, denunziare il colpevole e poi pensare all’anima mia. - Farò quello che mi chiedi, - disse solennemente Gentile. Appena questa promessa gli fu uscita dalle labbra, sparì la bara, sparì la coperta, sparirono i ceri e la camera rossa ritornò nell’oscurità; ma per quanto Gentile facesse, non riuscì più a prender sonno. La mattina, l’oste, vedendolo comparire in cucina, gli guardò subito i capelli, e fu meravigliato accorgendosi che serbavano il colore della sera antecedente. - Come, messere, non avete avuto paura? - No, - rispose Gentile, - e nessuno proverà più spavento, se io riesco ad appagare i desiderî dello spettro. - Dunque, l’avete visto? - domandò Pippo. - No, ma l’ho udito parlare. Ascoltami, hai una cantina, tu? - Altro! E ben fornita anche. C’è del Pomino stravecchio. - Di questo non me ne importa; voglio sapere se t’è mai avvenuto di rimuovere le botti che vi avrà lasciato il tuo predecessore? - Mai. - Non hai dunque osservato, nei primi tempi che venisti qui, che la terra fosse smossa in qualche punto? - Sì, messere, e anzi devo dirvi che ho sempre supposto che là, dove il terreno si vedeva rimuginato di recente, il mio predecessore celasse il suo tesoro. - Un triste tesoro; vuoi che andiamo insieme a scoprirlo? Il viaggiatore parlava a parole così velate, che l’oste s’insospettì che volesse tendergli qualche tranello e disse: - Messere, io sono alquanto grasso e le gambe mi servon male. Se vedeste che razza di scala mena in cantina, non m’invitereste a scendervi! - Scendi con me e te ne troverai bene. Questa assicurazione era fatta in tono così perentorio che a Pippo non rimase altro che ubbidire, e, stronfiando, seguì messer Gentile in cantina. Quando uno e l’altro vi furono giunti, il signore disse all’oste: - Ora indicami il luogo ove credevi che il tuo predecessore celasse il tesoro. - Eccolo, - rispose l’oste accennando un punto ove il terreno non era così liscio come altrove. - Cerca una vanga e scava. Gentile ordinava con una fermezza tale, che nessuno avrebbe osato disubbidirgli, tanto meno l’oste, che per natura sua era inchinevole con i signori. Egli si mise dunque a scavare, e scava scava non buttava su altro che terra. Finalmente comparve qualche cosa che pareva il lembo di un mantello. - Vedi che avevo ragione; il tesoro c’è sempre. L’oste sollevò altre due o tre palate di terra e allora comparve un piede. - E voi mi parlate di tesoro, messere? Qui c’è un cadavere! - Infatti, è il cadavere di un viaggiatore assassinato, nascosto qui dal tuo predecessore. Questo cavaliere, che non giace in terra santa, appare la notte nella camera rossa e fa incanutire chi vi dorme. Per te questa scoperta è un tesoro, perché quella camera diviene abitabile. - Ma l’albergo si scredita, nessuno ci verrà più, nessuno ci si fermerà più, se si sparge la voce che qui fu assassinato un viandante! - Uomo pusillanime! - esclamò Gentile. - Tu dài corpo all’ombre. Col risapersi dell’assassinio si conoscerà anche il nome di chi ne è colpevole. - Signore, voi mi rovinate. Non dite nulla a nessuno. Io chiuderò o magari farò murare la camera rossa, perché nessun viaggiatore sia più molestato; ma non mi screditate, non mi rovinate! - Io faccio il mio dovere, - replicò Gentile; e, spiccato un salto, uscì dalla cantina, tirò il chiavistello dalla parte di fuori, e corse a chiamare la giustizia. In poche parole egli narrò al Bargello l’accaduto, dall’apparizione della notte fino alla scoperta del cadavere, e chiese che l’assassino fosse punito. Il Bargello, insieme con i suoi uomini, seguì Gentile nella cantina; ma quando aprirono l’uscio, videro non uno, ma due cadaveri. L’oste, dalla paura, era cascato supino per terra e pareva morto anche lui. Lo scossero, lo sballottarono, ma non dava segno di vita, e dovettero portarlo su a braccia e metterlo a letto. La Rosa, nel vederlo in quello stato, si mise a gridare: - M’hanno ammazzato il mi’ omo! Me l’hanno ammazzato! - e se non fosse stato il Bargello, gli altri mulattieri avrebbero fatto la pelle a messer Gentile, sul quale cadevano tutti i sospetti. Ma lasciamo Pippo e torniamo al cadavere. Il Bargello e messer Gentile scesero in cantina aiutati da due servi di giustizia, liberarono dalla terra il morto e lo portarono su, e dopo che il nipote lo ebbe riconosciuto ed ebbe fatto vedere che portava una cintura con lo stemma de’ Gentili di San Godenzo, il cadavere fu composto in una bara e portato in chiesa. Gentile poi, senza proseguire il viaggio, si fece dare dal Bargello man forte e prese la via d’Arezzo. I servi di giustizia conoscevano Ramarro, il predecessore di Pippo, l’ex padrone dell’Albergo Rosso, e Gentile sperava che non sarebbe loro riuscito difficile di chiapparlo, tanto più che era corso del tempo dopo l’assassinio, ed egli doveva credersi ormai al sicuro. La comitiva giunse ad Arezzo sul tardi e dovette albergare in una osteria fuori di porta, non potendo entrare in città, perché era già sonato il coprifuoco. L’osteria dove presero alloggio era piena di gente del popolo, giunta da Firenze troppo tardi, come Gentile, e fra quella si distingueva, per la sua sicumera e il suo fare prepotente, un uomo grosso, rosso, che brontolava per la qualità del vino, per le vivande, e, a sentirlo, pareva nato nell’oro. Vestiva bene e faceva sonare i fiorini che aveva nella scarsella, come per dire: «Vedete come sono ricco!». Gentile, mentre i servi di giustizia erano nella stalla a governare i cavalli, si diresse verso costui, sentendo che si lagnava di dover dormire in quella catapecchia mentre ad Arezzo aveva un ricco palazzo, e gli domandò: - Scusate, conoscete un certo Ramarro, che era oste a Pontassieve? L’omaccione squadrò Gentile da capo a piedi e gli rispose: - Per chi mi pigliate, messere? Ramarro è certo il soprannome di una persona bassa, e le mie conoscenze sono tutte altolocate. - Scusi, - replicò Gentile, - ma io vengo a cercare quell’uomo per annunziargli una cosa molto importante, e sono impaziente di trovarlo. L’omaccione si rabbonì e rispose: - Già, si tratterà di qualche lascito. - Non posso dirlo altro che a lui, - rispose Gentile; e scese nella stalla per dare un’occhiata al suo cavallo. Nel rientrare nella cucina, seguìto dai servi di giustizia, si sentì tirar per la manica da quelli. - Messer Ramarro è qui, - gli sussurrarono all’orecchio. - Insegnatemelo. - Lo vedete quell’omaccione ben vestito che mangia e brontola? È lui! Gentile spinse fuori i servi di giustizia e disse loro di tenersi celati nella stalla, che li avrebbe chiamati a dargli man forte se ce n’era bisogno; e, accostatosi all’assassino, gli disse con bei modi: - Messere, questa cucina è piena di marmaglia. Vi propongo di finir la cena meco nella camera che mi son fatto preparare e dove potremo far due chiacchiere senz’esser molestati. L’altro, che aveva sentito che Gentile aveva una incombenza per lui, e voleva farlo cantare prima di darsi a conoscere, accettò di buon grado l’offerta, e ordinò che le altre pietanze gli fossero recate in camera del cortese viaggiatore. Quando furono seduti dinanzi alla tavola sulla quale Gentile aveva fatto mettere diversi fiaschi di vino, Ramarro, col sorriso sulle labbra, disse al compagno: - Messere, mi pare che vi piaccia il bere; vogliamo fare la scommessa chi vuota più presto un fiasco? - Facciamola pure; - replicò l’altro, - e quale sarà il premio spettante al vincitore? - Un fiorino di buona moneta. - Sia. E tutti e due si empirono il bicchiere e lo vuotarono, Ramarro aveva già bevuto e beveva ancora più del compagno, ma nonostante tutto quel vino non scordava d’interrogare Gentile riguardo alla sua missione presso Ramarro. L’altro, fingendo di schermirsi, gli andava man mano gettando la speranza nel cuore, ora facendogli supporre si trattasse di una eredità; ora di un tesoro nascosto nell’orto dell’Albergo Rosso, di cui avrebbe potuto avere la sua parte; ora di un gran colpo da fare. Ma appena si sentiva incalzar di domande, esclamava: - Non mi fate parlare; ho promesso il segreto e sarebbe una fellonìa se io lo rivelassi. Ramarro intanto aveva vuotato il primo fiasco e attaccava il secondo, mentre Gentile centellinava il vino e non ne aveva trincato neppure un terzo. Quando il cavaliere vide Ramarro ubriaco fradicio e sentì che balbettava e chiudeva gli occhi, cessò di parlare e attese che fosse addormentato. Allora spense i lumi, aprì la porta, la richiuse e andò a cercare i servi di giustizia, che appostò nel corridoio dicendo loro di tenersi pronti a un suo cenno. Messer Gentile, prima di rientrare in camera, impugnò la spada e, sguainatala, si accostò a Ramarro; quindi, scotendolo violentemente, gli disse, facendo una voce cavernosa: - Déstati, e seguimi, assassino! L’altro rispose con un grugnito. - Déstati e seguimi! - ripeté Gentile, avvicinandogli la lama della spada al collo. Ramarro, sentendo il ghiaccio dell’acciaio, si svegliò con la testa confusa e fece per alzarsi, credendo che qualcuno lo volesse assalire. Ma Gentile lo aveva preso per il collo e gli diceva con la bocca a poca distanza da quella di lui: - Sono messer Lapo, torno dal Purgatorio a vendicare la mia uccisione. Restituiscimi ciò che mi hai rubato, se no ti spedisco dritto nell’Inferno. - Misericordia! - urlava Ramarro. - Non ne avesti di me e mi trucidasti barbaramente; vuoi dunque che ne abbia io? - Misericordia! - ripeteva l’altro, - non mi fate morire in peccato. - Restituirai tutto? - Sì, tutto, lo giuro! - rispose Ramarro. Allora Gentile batté l’acciarino, accese la lucerna e chiamò i servi di giustizia. Questi accorsero, e Gentile costrinse Ramarro a confessare il suo delitto e a precisare la somma rubata al cavaliere di San Godenzo. Poi gli fece firmare un foglio nel quale dichiarava che era volontà sua che quella somma fosse restituita agli eredi. I servi di giustizia legarono ben bene l’assassino, e la comitiva riprese la via del Pontassieve. Ramarro fu rinchiuso in una prigione del castello, e Gentile andò in chiesa dove era ancora insepolto il cadavere di messer Lapo, cui fece dare onorata sepoltura nel sagrato, e quindi tornò all’Albergo Rosso. L’oste Pippo era ancora fra la morte e la vita, ma Rosa stava bene e aveva una parlantina per dieci. Ella coprì d’invettive il cavalier Gentile, accusandolo di averli rovinati e di aver ridotto il marito al lumicino. Gentile lasciò che ella sfogasse tutto il suo risentimento, e quindi le disse pacatamente: - Rosa, ditemi, in coscienza, avreste caro che la camera rossa potesse essere impunemente abitata e che nessuno spettro né spirito molestasse più i viaggiatori? - Magari, - disse la donna, - ma la camera rossa è sempre inabitabile e il mio uomo se ne va all’altro mondo diritto come un fuso. Allora Gentile, per rassicurarla, le disse chi era e le narrò quanto era avvenuto nella camera rossa la notte che egli vi aveva dormito, e come era riuscito a far arrestare l’assassino Ramarro, fingendosi l’assassinato. La donna, convinta che Gentile non poteva lasciar invendicata la morte dello zio, si rabbonì, e non lo tormentò più con i suoi rimproveri. Ella chiamò un medico, e insieme con Gentile curò Pippo, il quale, saputo anch’egli com’era andata a terminar la cosa, finì per riconoscer che Gentile aveva operato onoratamente, e si convinse pienamente quando la moglie lo ebbe assicurato che le pareti della camera rossa eran tornate bianche, e che di sul pavimento erano sparite le macchie di sangue fresco. Di lì a pochi giorni Ramarro, accorgendosi che per lui non c’era più scampo, dopo aver fatto una confessione generale de’ suoi peccati, andò pentito alla forca, e da quel tempo nella camera rossa nessun viaggiatore è stato più molestato. Messer Gentile, prima di tornare a San Godenzo, andò ad Arezzo, dove, fattosi consegnare i danari rubati allo zio, fece con quelli larghe elemosine in suffragio dell’anima di lui, e data una buona parte di quei denari all’oste Pippo, per risarcirlo dei danni patiti, visse in pace il resto dei suoi giorni. Però, l’albergo di padron Pippo, doveva esser teatro di un altro assassinio, più drammatico del primo. Era un anno che la camera rossa aveva perduto le macchie di sangue, quando una sera sul tardi giunse all’osteria una lettiga attorno alla quale cavalcavano buon numero di cavalieri. Dalla lettiga scese una donna velata, ed era così affranta che fu portata nella camera fatale, dove Pippo ebbe ordine di recar la cena. Uno dei cavalieri era rimasto a far compagnia alla dama, mentre l’oste stava giù a soffiar nei fornelli per aiutare la moglie, e gli altri bevevano nella sala comune. Quando la minestra fu pronta, Pippo mise due scodelle in un vassoio e salì la scala; ma appena pose piede nella camera, gettò un grido, lasciò cadere tutto quello che aveva in mano e scese smarrito. I cavalieri, nel vederlo comparire con quella faccia stralunata, balzarono in piedi e lo interrogarono; ma l’oste era ammutolito dallo spavento. Allora salirono su e rimasero anch’essi esterrefatti nel contemplare lo spettacolo che avevano dinanzi agli occhi. Il loro compagno giaceva in terra trafitto da un pugnale nel petto, la dama era seduta, col capo riverso, tutta coperta di sangue. Si vedeva bene che era stata lei che aveva ucciso il cavaliere col proprio pugnale e poi s’era trafitta con la spada di lui. I cavalieri, senza scambiare una parola, presero i due cadaveri, li portarono giù e, depostili nella lettiga, sellarono i loro cavalli e sparirono sulla via Fiorentina, dalla quale erano giunti poco prima. Figuriamoci come restasse la Rosa vedendo quei due cadaveri, quella fuga e il suo Pippo inebetito! Ella lasciò bruciare la cena e corse in paese a chiedere aiuto. A un tratto l’osteria fu piena di gente, e Pippo fu circondato da una folla che lo interrogava, lo scoteva, per farlo tornare in sé. Ma Pippo non dava segno di senno. A un tratto, alcuni dei cavalieri partiti da pochi istanti, ricomparvero, ordinarono a tutti di uscire, presero Pippo di peso e lo misero in mezzo di strada, e con una face di resina appiccarono il fuoco ai mobili della casa. Allorché videro le fiamme uscire crepitando dalla finestra, salirono sui loro cavalli e via di galoppo. Nessuno osò opporsi ai loro atti, nessuno osò seguirli ed essi passarono come lo sterminio dinanzi a Rosa piangente, alla folla stupidita. Dopo poco l’Albergo Rosso crollava e non era più che un mucchio di rovine. Questa volta Pippo non si riebbe dalla paura: egli rimase ebete per tutto il resto della sua vita e la Rosa dovette camparlo, elemosinando e ripetendo la loro lacrimevole storia per intenerire la gente a farle la carità. Per molti e molti anni le macerie rimasero intatte sul terreno dove un tempo sorgeva l’Albergo Rosso, tanto era il terrore che provava la gente al ricordo dell’assassinio, e nessuno cercò mai di scoprire il mistero che avvolgeva quel truce fatto. Dopo molti anni, un buon prete volle far cessare negli animi la paura e si diede a rimovere le macerie della casa. Altri, rinfrancati dal suo esempio, lo aiutarono, e ben presto su quel terreno sorse, a forza di elemosine, una chiesetta. Ora la gente non ha più paura a passar da quel luogo, ma il fatto, narrato di padre in figlio, è vivo ancora nella mente degli abitanti di Pontassieve, e molti si fermano a recitare una prece nella chiesetta, in sollievo delle anime degli assassinati.

- E ora che vi ho raccontata la novella, - aggiunse la Regina, - mi è venuto un pensiero, che voglio subito manifestarvi. I giorni difficili cui andiamo incontro me lo hanno suggerito. Noi abbiamo del buon vino; camere, su, ce ne sono, e pulite; perché non cerchiamo una famiglia di città che venga nell’estate a respirare quest’aria buona? La moglie dell’ispettore ci potrebbe aiutare; ella è stata qui, ci conosce, sa che sappiamo far da cucina e che siamo gente di cuore. - Ma si adatterebbero dei signori a stare in casa nostra? - osservò Maso. - Vale più un piatto di buon viso che una reggia, - rispose la vecchia. - Sicuro, non saranno conti né marchesi, quelli che verranno ad abitare quassù, perché certi signori vanno in altri luoghi; ma saranno impiegati, gente agiata, se non ricca, e noi si potrebbe guadagnare con loro tanto da sbarcare l’inverno. - Vezzosa, - disse Maso convinto dagli argomenti di sua madre, - domani scriverai alla signora Durini e io passerò parola al segretario comunale di Poppi, al quale càpitano sempre forestieri. La vostra mente, mamma, è il tesoro della famiglia, e non vi sapremo mai benedire abbastanza. Quella risoluzione presa lì per lì mise in moto le teste delle donne e dei bimbi. Tutti facevano proposte: chi voleva cedere la propria camera, chi i mobili, e ognuno si attribuiva una parte di lavoro. Era bastata quell’idea della buona vecchia per sollevare gli animi abbattuti della famiglia, o ora l’avvenire non appariva più a nessuno così triste come quando ella aveva preso a narrar la novella. La Vezzosa, che non aveva messo bocca nel discorso, perché le pareva che, essendo da poco in casa, non spettasse a lei a parlare, accompagnando in camera la vecchia, le buttò le braccia al collo commossa. - Mamma, - le disse, - che ci siate lungamente conservata; voi siete la nostra benedizione!