Le convulsioni/Scena III

Scena III

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Ruffino, poi Domenica.


RUFFINO
Che razza d’animale è colui! Durerà fatica a trovar casa dove fermarsi, se vuol trovarne ove non regni e predomini la moda dei cavalieri serventi. Povero sciocco, pretenderebbe che le donne dovessero invecchiare e finire con sempre ai fianchi il solo marito?
DOMENICA
(esce frettolosa) Lorenzo, Lorenzo; il brodo, il fuoco, presto, presto... Oh! sei qui, Ruffino? Addio, hai qualche cosa...
RUFFINO
Addio, cara Menghina; Lorenzo, sí, è andato a fare ciò che doveva. Io poi ho da dirti una cosa importantissima per la tua padrona.
DOMENICA
Dilla pure, ma presto.
RUFFINO
Lascia almeno che ti tocchi prima la mano...
DOMENICA
No, no, sta pur savio. Sai già che non ti accorderò mai nessuna confidenza che di parole.
RUFFINO
Ma non sono il tuo caro, il tuo galante, il tuo cavaliere servente?
DOMENICA
Oh sí? ci s’intende (freddamente).
RUFFINO
Dunque dobbiam far all’amore insieme.
DOMENICA
Quanto poi all’amore, io non ne ho e non ne avrò mai che per mio marito.
RUFFINO
A che ti serve dunque il galante?
DOMENICA
Il galante... il galante... Veggo che la mia padrona lo vuole; veggo che ciò s’usa fra tutte le persone nobili; cosí credo che sia cosa nobile e per conseguenza innocente; quindi anche a me piace d’averlo... Orsú, sbrigati; che hai da dirmi?
RUFFINO
Una pessima nuova. Ma dimmi tu prima: il signor Bernardino è in casa?
DOMENICA
No, è uscito allo spuntare del giorno per suoi affari.
RUFFINO
Eh! li so ben io i suoi affari di questa mattina.
DOMENICA
E quali sono?
RUFFINO
Ho saputo che ieri sera ha dato ordine che si mandi ad avvisare il dottor Carota che non s’incomodi piú di venir qua, ed egli stesso poi il signor Bernardino col mezzo di Don Alfonso padre di sua moglie vuol procurare che venga il dottore Francuccio. E di questo son corso ad avvisarti.
DOMENICA
Che cosa mai mi racconti! Il dottor Carota che da tanti e tanti anni serviva questa casa...
RUFFINO
Sí, è licenziato. E questo è un malanno per noi, perché sai che teco, colla padrona tua, e col mio padrone il dottor Carota andava perfettamente d’accordo, e diceva tutto quello che gli volevamo far dire. Ma il dottore Francuccio...
DOMENICA
È un satanasso; lo so benissimo, e che te la dice bella e lampante senza misericordia. Mi consola per altro ch’egli non vuole medicar donne e massime se sieno dame, onde non acconsentirà di venire...
RUFFINO
Oh! acconsentirà benissimo, sí. Egli è troppo amico di Don Alfonso e gli ha troppe obbligazioni. A lui certamente non potrà dire di no.
DOMENICA
Ed ecco il bell’effetto delle pazzie del tuo padrone.
RUFFINO
Brava. Cosí va bene. Direi, delle pazze convulsioni della padrona tua.
DOMENICA
E perché il marchese Aurelio tuo padrone la fa continuamente inquietare?
RUFFINO
E perché Donna Laura s’inviperisce per ogni piccola cosa?
DOMENICA
Eh! non sono poi sí piccole cose quelle per cui s’arrabbia. M’ha raccontato ch’anche iersera...
RUFFINO
Ma, cara Domenica, tu eri a casa, e io ero là, a quella festa di ballo, e benché stessi di fuori, pure mi riuscí di vedere e di capir tutto.
DOMENICA
Ebbene?
RUFFINO
Ebbene; Donna Laura e il marchese che parevano in una perfetta armonia cominciano a contrastare da disperati perché il marchese per sola civiltà s’era alzato ed aveva ceduta la sedia alla contessa Clorinda che stava in piedi.
DOMENICA
Oh! cosa mi dici mai! la contessa Clorinda? È sempre stata quella signora una spina agli occhi e al cuore della mia padrona.
RUFFINO
E subito uno svenimento.
DOMENICA
Me lo figuro.
RUFFINO
Portata di peso in carrozza...
DOMENICA
E subito condotta a casa...
RUFFINO
Sí, a briglia sciolta...
DOMENICA
E qui, poi, smanie, vaneggiamenti, strepiti e convulsioni.
RUFFINO
Ma già me l’aspettavo.
DOMENICA
Ora lasciami, che vada ad informarla del cangiamento di medico (e s’incammina).
RUFFINO
Vanne, vanne pure, mia cara, che parto anch’io; né molto tarderà a venire il mio padrone (s’accosta per pigliar la mano a Domenica).
DOMENICA
(con forza) Lasciami andare ti dico.
RUFFINO
(con insolenza) Oh! il bacio poi sulla mano non può negarsi.
DOMENICA
(sbarazzandosi) Se la mia mano ti piace tanto, impertinente, ricevila sulla faccia (gli dà una guanciata ed entra).