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15. La caverna dei tesori

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14. Il segreto della strega 16. Le angosce della morte

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LA CAVERNA DEI TESORI


Mentre noi contemplavamo con orrore quello spettacolo funebre, la Gagoul si era issata sulla tavola e s'era avvicinata a Touala per vedere, come aveva detto a Good, se la pietrificazione del cadavere riusciva perfetta.

Rassicurata su quel punto, fece il giro della tavola inchinandosi dinanzi a ciascun re, come per rendere a loro omaggio, quindi si arrestò dinanzi al gigante e la udimmo mormorare a lungo, come se recitasse delle preghiere. Ciò fatto, discese, dicendoci:

— Venite, uomini bianchi; noi andremo ora a vedere la caverna dei tesori.

— Vedremo altre cose orribili? — chiesi io.

— Avete forse paura? — mi chiese la vecchia, con un sorriso atroce.

— No, — risposi, — ma dei morti ne abbiamo veduti abbastanza per andare a vederne degli altri.

Un sogghigno contrasse le labbra della vecchia strega.

— Gli uomini bianchi si rassicurino — disse poi. — Io mostrerò invece a loro le pietre brillanti.

— Si trovano in un'altra caverna? — chiese Good.

— Sì, e che io sola conosco.

— Andiamo — disse il genovese, con impazienza.

— I capi bianchi mi seguano.

La vecchia si rimise in cammino e ci condusse all'estremità della caverna; colà però non scorgemmo alcun passaggio. La parete era tutta liscia, senza alcuna fessura o crepaccio per poter passare.

— Qui non vedo alcuna porta — diss'io. — Forse che tu, vecchia strega, possiedi la magia di farci passare attraverso la roccia?

La Gagoul non rispose: era intenta ad osservare la parete con profonda attenzione.

Dopo un esame durato alcuni minuti salì su di un masso e mise un dito su di una piccolissima fessura; tosto accadde una cosa per noi assolutamente strabiliante.

Un enorme macigno che noi credevano saldato alla parete si spostò, come se fosse mosso da una forza misteriosa e girando su se stesso salì entro un vano di certo appositamente scavato, mostrando ai nostri occhi stupiti un passaggio tanto vasto, da permettere ad una persona d'inoltrarvisi.

In seguito a quale forza inesplicabile si era mosso quel macigno?

Noi non sapemmo indovinarlo, né cercammo di spiegare il mistero; a noi bastava di veder aperta la famosa caverna delle pietre brillanti.

L'idea di metter le mani sui tesori inestimabili raccolti là entro e di diventar forse gli uomini più ricchi della terra, aveva fatto sparire tutti i nostri timori e dimenticare perfino la caverna della morte.

Stavamo per slanciarci attraverso la galleria, quando la strega ci arrestò, dicendoci:

— Ascoltatemi, figli del sole; voi volete vedere le pietre brillanti, ma sapete innanzi a tutto da chi sono state raccolte?

— No, — risposi io, — e saremmo ben contenti di poterlo sapere.

— Sono stati qui ammassati dal popolo che ha costruito i tre Silenziosi e che occupava queste regioni prima dei koukouana. Che cosa volessero farne io l'ignoro, come ignoro il perché non ne abbiano fatto uso alcuno.

— Dimmi, vecchia, conoscevi tu sola il segreto?

— No, lo conoscevano anche i nostri re, ma solamente gli ultimi, poiché per molti e molti secoli l'esistenza di questa caverna era stata ignorata.

— E come fu adunque trovata? — chiese Good.

— Per caso, e da una donna che aveva qui guidato un uomo bianco.

— Molti anni or sono? — chies'io.

— Circa trecento — mi rispose la Gagoul. — Egli veniva da lontano, forse dal vostro paese ed il re che in quel tempo si trovava al potere lo aveva bene accolto. Scoperta la caverna, fece raccolta di pietre e fuggì...

— Vecchia, — diss'io, — finirai un'altra volta questa istoria; abbiamo fretta di vedere i diamanti.

— Sia pure, ma vi avverto che nel nostro paese corre una terribile leggenda su chi viola il segreto della caverna dei diamanti.

— Al diavolo le leggende!

— Si dice che chi penetra qui, dovrà morire entro una luna — proseguì la Gagoul.

— Mille tuoni! — esclamò Good, che nulla comprendendo perdeva la pazienza. — Piantiamo radici qui? Andiamo Allan, dite a questa vecchia megera che vada innanzi; io ne ho abbastanza delle sue chiacchiere.

— Sì andiamo — disse il genovese. — Non è questo il momento di ascoltare delle frottole.

Accesi una lampada che aveva portata con me e la diedi alla Gagoul, la quale si cacciò senz'altro nella oscura galleria. Noi la seguimmo tosto, ansiosi di porre finalmente le mani sui famosi tesori.

Percorsi una ventina di metri, la Gagoul ci fece notare un ammasso di pietre ben levigate che si trovavano dinanzi ad una porta. Pareva che fossero state colà portate per costruire un muro onde impedire a chicchessia di potere, un giorno, penetrare nella caverna ed involare i tesori. Infatti più innanzi trovammo della calce disseccata ed una specie di cazzuola di selce.

Varcammo la porta che era semiaperta ed arricchita di sculture, e subito urtammo contro un sacco di pelle che era stato abbandonato sulla soglia.

— È quello abbandonato dall'uomo bianco che era venuto qui trecent'anni or sono — ci disse la Gagoul.

— Cosa contiene? — chiedemmo.

— Dei diamanti.

— Mille tuoni! — esclamò Good. — Tutti diamanti!

Afferrò il sacco che era molto pesante e lo lasciò ricadere a terra di colpo.

Udimmo un suono come se quell'involucro fosse pieno di selci.

— Se questi sono davvero diamanti, questo sacco contiene una fortuna.

— Lasciatelo lì — disse il genovese. — Lo riprenderemo nel ritorno.

Si volse verso la Gagoul, dicendole:

— Vecchia, dammi la lampada.

Avutala, attraversò arditamente la soglia, e noi ci precipitammo dietro di lui senza nemmeno più occuparci di quel sacco che forse conteneva dei milioni.

La pallida luce della lampada ci mostrò una caverna scavata nella roccia. In un angolo scorgemmo una vera catasta di enormi denti d'elefante, la più superba collezione d'avorio che uomo abbia potuto sognare. Vi erano almeno cinquecento denti, una vera fortuna se avessimo potuto portarli con noi, ma pel momento non ci occupavamo che dei diamanti, assai più preziosi e più facili a trasportarsi.

In un altro angolo, una ventina di vasi dipinti in rosso, attirarono subito la nostra attenzione.

— Sono là dentro i diamanti! — gridò il genovese.

Mi accostai ad uno di quei vasi, gettai il coperchio e cacciai avidamente le mani dentro: invece di ritirarle piene di diamanti, trovai fra le mie dita dei pezzi d'oro d'una forma particolare.

— Oh! Non è che oro — esclamai con superbo disprezzo.

— Mio caro Allan, — mi disse Good, — se tutti quei vasi sono così ripieni, vi sarebbe da comperare un paese intero.

— E questo ci potrebbe servire per pagare i portatori — aggiunse il genovese — e ce ne avanzerebbe ancora da fare il giro del mondo come tanti lords.

— Ma... e gli altri diamanti, dove sono? Suppongo che il povero Sylvestra non se gli avrà messi tutti nel sacco.

— Ehi! Vecchia! Dov'è adunque il tesoro? — chiesi io.

— Guardate nell'angolo più oscuro — diss'ella. — Vi sono tre forzieri, uno aperto e gli altri due chiusi.

— Come sai tu ciò, se da trecento anni più nessuno è venuto in questa caverna? — chiesi io stupito.

— I miei occhi vedono — rispose ella.

Io avevo indicato ai miei camerati l'angolo della caverna. Il signor Falcone si slanciò da quella parte ed entro una specie di nicchia scavata nella roccia, vide tre forzieri d'un metro quadrato ciascuno, uno aperto e gli altri due chiusi da un chiavistello che sembrava d'oro.

Aprimmo il primo e lo trovammo a metà ripieno di grossi diamanti, i quali sotto la luce della lampada mandavano sprazzi fiammeggianti. Presi da una specie di delirio forzammo anche gli altri due e li trovammo ripieni, ma allo stato ancora naturale non avendo dovuto conoscere, coloro che li avevano raccolti, l'arte di lavorarli.

Un grido di pazza gioia ci sfuggì dalle labbra, alla vista di così immense ricchezze.

— Amici! — gridai. — Balliamo, saltiamo, urliamo! Noi siamo più ricchi di tutti i nababbi della India.

— Monte-Cristo non era che un povero in nostro paragone — gridò Good.

Avevamo tuffate le mani entro gli scrigni e facevamo saltare i diamanti, divertendoci a farli scintillare alla luce vacillante della lampada.

La Gagoul si era fermata a tre passi da noi e ci guardava con due occhi lampeggianti, mentre un orribile sogghigno deformava la sua bocca.

— Vecchia strega! — gridai io, avendola scorta. — Perché ridi?

— Rido, perché vedo gli uomini bianchi felici come fanciulli che hanno trovato dei giuocattoli.

— Ma non sai tu adunque quale fortuna rappresentano queste pietre scintillanti, che tu non sembri apprezzare?

— Sì, lo so, uomini bianchi! Ora sarete contenti di aver trovato il tesoro! Fateli saltare fra le vostre dita, mangiateli, beveteli, ah! Ah!

Noi non ci occupammo di rispondere. Centomila volte più felici di quel povero don Sylvestra, noi continuavamo a rimescolare i diamanti, calcolando quale enorme cifra ci avrebbero reso una volta trasportato il nostro tesoro al capo di Buona Speranza.

Intanto, senza essere da noi veduta, la vecchia strega si era furtivamente allontanata dalla caverna e si era cacciata nel corridoio che conduceva alla porta segreta, senza che noi, immersi come eravamo a contemplare i nostri tesori, ce ne fossimo subito accorti.

Fu Good che nel volgersi per raccogliere alcuni diamanti caduti a terra, s'avvide della scomparsa della megera.

— Dov'è la Gagoul? — chiese, con stupore.

— Lasciate che vada al diavolo — risposi io. — Che importa ormai a noi di quella brutta vecchia? I tesori sono nostri e non ce li lasceremo portar via da nessuno.

— E la porta segreta? — gridò il signor Falcone, che ebbe un triste presentimento.

Stavamo per slanciarci tutti tre nella galleria, onde raggiungere la vecchia, quando un grido d'angoscia ruppe il silenzio che regnava nel sotterraneo.

— Al soccorso, uomini bianchi! Al soccorso!

Era la voce di Foulata.

— Al soccorso! — udimmo a ripetere il negro. — La porta si abbassa!

Intuimmo il dramma che stava svolgendosi nell'oscura caverna ed il tradimento della vecchia Gagoul.

Ci precipitammo tutti tre nella galleria coi fucili in mano pronti ad accoppare la strega. Fra la semioscurità appena rotta dalla luce della nostra lampada, scorgemmo la Gagoul curva su Foulata, il quale si dibatteva disperatamente, come fosse stato ferito a morte.

— Fermati, vecchia! — urlai io.

La Gagoul nel vedermi abbandonò il negro e si slanciò, con una agilità che non avrei mai supposto in quel vecchio corpo, verso la porta. Udimmo un colpo secco: il sasso erasi abbassato ed aveva chiuso il passaggio che metteva nella caverna della morte.

Subito non avevamo pensato all'orribile morte a cui ci condannava la miserabile strega. Ci occupammo di Foulata il quale si dibatteva al suolo, tenendosi ambe le mani strette alla gola, dalla quale sgorgava un getto di sangue.

— Foulata, amico mio! — gridai. — Cos'è accaduto?

— Sto per morire — balbettò il misero. — La Gagoul mi ha pugnalato onde non le impedissi di chiudere la galleria.

— Ma perché sei venuto qui?

— Ero inquieto, temevo che la vecchia vi avesse traditi ed ero venuto a cercarvi.

«Ero appena entrato, quando vidi la megera strisciare nella galleria e dirigersi verso l'apertura. Indovinando il suo orribile disegno mi slanciai verso di lei per impedirle di far scendere la pietra, ma ella estrasse un pugnale e me lo cacciò in gola.

«Addio, uomini bianchi! Io non ci vedo più; sento che la morte si avvicina a rapidi passi... Addio! Addio!... »

Good si era seduto accanto al povero negro e col fazzoletto cercava di arrestargli il sangue che continuava a sgorgare, in gran copia, dalla gola ferita.

Foulata alzò su di lui i suoi begli occhi, dolci ed espressivi, mormorando:

— Noi... ci rivedremo... all'altro mondo... Addio, uomini bianchi... dite al re... che io sono morto... per salvarvi... e che...

Non pote più proseguire. Uno sbocco di sangue lo prese ed il misero ricadde all'indietro, esalando l'ultimo respiro.

Noi ci eravamo seduti intorno al negro: eravamo desolati, costernati, incapaci quasi di parlare, Good piangeva.

Il signor Falcone ruppe il silenzio funebre che regnava nella tetra galleria.

— Orsù, amici — diss'egli, con tono energico. — Non perdiamoci di coraggio ed invece di starcene qui attorno a questo povero uomo a cui non possiamo, coi nostri lamenti, restituire la vita, cerchiamo di trarci da questa terribile situazione.

— E che cosa volete fare? — chiese Good, singhiozzando.

— Che cosa voglio fare?... Avete pensato che noi siamo sepolti vivi?

A quelle parole un brivido d'orrore mi corse per le ossa.

Fino a quel momento nessuno forse aveva pensato alla fatale pietra che ci aveva chiusi nella caverna dei tesori ed alla tremenda vendetta della megera.

Io e Good ci guardammo in viso, pallidi come cadaveri e col cuore stretto da un'angoscia indescrivibile. Chi avrebbe potuto aprire la massiccia porta che c'impediva di rivedere la luce del sole, ora che la strega era scomparsa? Nessuno di noi conosceva il segreto per far salire l'enorme macigno, forse nemmeno Ignosi, forse nessuno di tutti gli abitanti del regno.

L'idea di dover finire i nostri giorni entro quella caverna, accanto a quelle ricchezze incalcolabili che non avremmo mai potuto godere, ci gelava il sangue nelle vene.

— Sepolti vivi! — esclamai, battendo i denti. — Oh! Non è possibile che la vecchia Gagoul ci abbia condannati ad una morte così atroce.

— Lo dubitate? — mi chiese il signor Falcone, l'unico che conservava ancora un sangue freddo ammirabile e che forse non aveva perduto la testa. — Io vi dico che non dobbiamo più contare sul ritorno della megera, ma solamente sulle nostre forze.

— Forse ha voluto solamente spaventarci.

— No, Allan, non createvi delle illusioni vane; la Gagoul s'è vendicata della morte di Touala.

— E saremo costretti a morire, proprio ora che abbiamo scoperti i tesori? Che questi diamanti portino sventura, come l'hanno portata al portoghese Sylvestra?

— Lo temo, mio povero amico. Nessuno di noi conosce il segreto di quella pietra.

— Ma forse vi è qualche uscita? — disse Good.

— Cerchiamo — rispose il genovese. — Finché vi è dell'olio nella lampada, visitiamo la caverna.

— Strega dannata!... — urlai. — Se posso riacquistare la libertà ti strangolerò!...

— Cerchiamo — disse il genovese. — I minuti sono più preziosi di tutti questi diamanti.

Ci avvicinammo alla pietra che ci separava dal mondo dei viventi e tentammo di scuoterla senza però alcun risultato. La sua massa era così enorme che sarebbero stati necessari cento uomini per sollevarla e, come si può comprendere, noi non eravamo capaci di sviluppare una forza così gigantesca.

Scrutammo attentamente tutte le fessure, percuotendole col calcio dei nostri fucili colla speranza di trovare il misterioso meccanismo e farlo scattare, ma invano. La parete non portava alcuna traccia e si rizzava dinanzi a noi imponente ed inattaccabile.

— Nulla! Nulla!... — esclamò Good, con crescente angoscia. — Noi siamo condannati a morire lentamente in mezzo ai nostri tesori. Ah!... Ora comprendo le parole ironiche della dannata vecchia!... Mangiateveli i diamanti!... Beveteveli!... La miserabile voleva avvertirci che ci avrebbe fatti morire di fame!...

— Ma dove si trova questa molla segreta che ha fatto ridiscendere il macigno? — chiesi io, esasperato. — Che non esista adunque qui dentro?...

— Lo temo — mi rispose il signor Falcone.

— Non ci rimane adunque che morire?... — chiesi io, con accento disperato.

Il genovese mi guardò senza rispondere. Egli era diventato pallido come Good e sui suoi lineamenti si leggeva un'angoscia estrema. La paura d'una morte lenta ed atroce, in mezzo alle tenebre di quella caverna, aveva cominciato ad invadere anche l'anima di quell'uomo così coraggioso e così calmo anche nei più terribili momenti.

Per alcuni istanti un profondo silenzio regnò fra noi, poi il genovese, scuotendosi bruscamente, disse:

— Non ci rimane che un'ultima speranza.

— Quale? — chiedemmo noi con voce strozzata.

— Che nella caverna possa esistere qualche passaggio ignorato anche dalla vecchia strega.

— Cerchiamo — disse Good. — Già la luce della lampada scema ed il momento in cui l'olio verrà a mancare non è lontano.

Ritornammo nella galleria per raggiungere la caverna dei diamanti. Passando dinanzi al cadavere del povero negro, raccogliemmo il canestro delle provvigioni che egli aveva colà portato.

Ohime! Conteneva ben poca cosa: forse due libbre di farina di sorgo, alcuni banani, un pezzo di selvaggina ed una fiasca d'acqua della capacità di poco più di un litro. Vi era di che vivere forse per tre giorni, mettendoci a razione.

Entrati nella caverna ci mettemmo ad esplorare le pareti, battendole coi nostri fucili per sentire se in qualche luogo vi era del vuoto; con nostra grande disperazione ci accorgemmo che la roccia era dovunque solida e massiccia.

Un freddo sudore m'inondò la fronte e mi considerai perduto assieme ai miei sventurati compagni.

— Allan, che ora abbiamo? — mi chiese il signor Falcone, con voce tremula.

— Sono le sei — risposi, dopo d'aver osservato il mio orologio.

— Siamo entrati in queste caverne alle due, mi sembra.

— Sì, signor Falcone.

— Sono dunque quattr'ore che ci troviamo qui.

— Ma perché questa domanda? — chiesi.

— Perché la lampada non aveva che l'olio bastante per sole cinque ore.

— Dunque fra poco noi resteremo all'oscuro. Quale morte atroce ci si prepara.

— Avete più nessuna speranza, signor Falcone?

— Forse un'altra ancora.

— E quale? — chiese Good.

— Che Ignosi ed Infadou non vedendoci più tornare, mandino qui degli uomini a cercarci.

— Ma se nessuno conosce il segreto della pietra, come potrebbero fare a liberarci?

— La Gagoul ha detto che i re dei koukouana lo conoscevano.

— Ma Ignosi deve ignorarlo — diss'io. — Se lo avesse saputo non avrebbe minacciato la vecchia strega quando si rifiutava di guidarci.

— Allora tutto è perduto — mormorò il genovese, con rassegnazione. — Mettiamoci nelle mani di Dio, ed aspettiamo la morte.

In quel momento la fiamma della lampada cominciò a crepitare ed a vacillare.

— Signor Falcone! — esclamai io. — Stiamo per piombare nelle tenebre.

Il genovese non mi rispose. Si era seduto su di un masso tenendosi la testa stretta fra le mani, come se fosse immerso in profondi pensieri.

— Addio luce — udii a mormorare Good.

La fiamma s'alzava e s'abbassava sempre crepitando. Essa rischiarò un'ultima volta l'enorme catasta di denti d'elefante, i vari ripieni di pezzi d'oro, i tre scrigni ripieni di diamanti e le nostre figure pallide e disfatte, poi bruscamente si spense e le paurose tenebre piombarono su di noi.