Le Laude (1915)/XIV. Como li vizi descendono da la superbia

XIV. Como li vizi descendono da la superbia

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XIV. Como li vizi descendono da la superbia
XIII. Como l'anima viziosa è inferno ; e per lume de la grazia poi se fa paradiso XV. Como l'anema retorna al corpo per andare al iudicio

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XIV

Como li vizi descendono da la superbia

     La superbia de l’altura — ha fatte tante figliole;
tutto ’l mondo se ne dole — de lo mal che n’è scontrato.
La superbia appetisce — omne cosa aver soietta;
soprapar non vol niuno — e glie qual non gli deletta;
glie menor mette a la stretta, — ché non i pò far tanto onore
quanto gli apetisce el core — del volere sciordenato.
     Aguardando a soi maiure, — una invidia c’è nata;
non la puote gettar fuore, — teme d’esser conculcata;
l’odio sì l’ha ’mpreinata,— ensidie va preparando
per farglie cader en bando, — ché del lor sia menovato.
     Per poter segnoregiare — si fa giure ne la terra,
e le parte ce fa fare — donde nasce molta guerra;
lo suo cor molto s’aferra — quel che pensa non pò avere,
l’ira sí lo fa ensanire — como cane arabbiato.
     Puoi che l’ira è su montata — e nel cor ha signoria,
crudeltate è aparechiata — de star en sua compagnia;
de far grande occideria — non li par sufficienza
tant’è la malavoglienza — che nel cor ha semenato.
     Puoi che l’ira non pò fare — tutto quanto el suo volere,
una accidia n’è nata, — entra ’l core a possedere;
omne ben li fa spiacere, — posta è ’n estremo temore,
le merolle i secca en core — del tristor c’ha albergato.
     L’accidia molto pensosa — va pensando omne viagio;
se l’aver ce fosse en alto, — empieriase el tuo coragio;
l’avarizia che al passagio — entra a posseder la corte,
destregnenza si fa forte — ad ogne uscio far serrato.

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     Ha sospetta la fameglia — che non i vada el suo furando;
moglie, figli, nuore e servi — tutti si va tribulando;
or vedessi mal optando — che fa tutta la famiglia!
ciascun morte gli asimiglia — d’esto demone encarnato.
     Rape, fura, enganna e sforza; — non ce guarda mal parere
con guai l’omo ch’è ’mponente — che gli aiace el suo podere;
ché gli menaccia de ferire — se ’l poder suo non li dona;
entorno non ci arman persona — che da lui non sia predato.
     Or vedessi terre, vigne, — orta, selve per legnare!
auro, argento, gioie e gemme — ne li scrigni far serrare,
e molina a macenare, — bestie grosse e menute,
case far fare enfenute — per servar suo guadagnato.
     El biado serva en anno en anno, — ch’aspetta la caristia;
poi che guasto el se manduca, — en casa mette dolentia;
or vedessi blasfemia — che la sua fameglia face!
Esbandita n’è la pace — de tutto el suo comitato.
     Se la sua fameglia è grasa, — èglie gran despiacemento;
el pane e ’l vin che va en casa — mette en suo reputamento;
or vedessi iniuramento: — O fameglia sprecatrice!
da Dio sí la maledice — ch’el ben suo s’on manecato.
     O avaro, fatt’hai enferno — mentre la tua vita dura;
e de l’altro pres’hai l’arra; — aspetta la pagatura!
o superbia de l’altura, — vedi ove sei redutta!
l’onoranza tua destrutta, — da ogne gente se’ avilato.
     Cinque vizia ne l’alma, — che de sopra agio contate,
lo superbo, envidioso — ed iroso accidiate,
l’avarizia toccate, — due ne regnan ne la carne
che tutto sto mondo spanne: — gola e lussuriato.
     L’avarizia ha adunato — e la gola el se devura;
en taverne fa mercato: — per un bicchiere una voltura;
or vedessi sprecatura — che se fa de la guadagna!
la lussuria l’acompagna — che sia vaccio consumato.
     Tutta spreca una contrata — per aver una polzella;
or vedete sta brigata — a que è dutta sta novella!
anema mia tapinella,— guárdate da tal ostiere!
lo cielo te fon perdere — e lo ’nferno ha’ redetato.