Lo strano delitto di John Boulnois

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Gilbert Keith Chesterton - La saggezza di Padre Brown (1914)
Traduzione dall'inglese di Gian Dàuli (1930)
Lo strano delitto di John Boulnois
X XII

Mister Calhoun Kidd era un giovanissimo gentiluomo dalla faccia molto vecchia; una faccia inaridita dalla sua stessa energia, incorniciata da una capigliatura nera con riflessi azzurrini, e da una cravatta nera a farfalla. Egli era in Inghilterra il rappresentante del formidabile giornale Americano «Il Sole Occidentale» umoristicamente detto anche «Il nascente tramonto». Questo in rapporto ad una grande dichiarazione giornalistica (attribuita a Mr. Kidd stesso) secondo la quale «il sole si sarebbe alzato anche nell'Ovest se i cittadini americani fossero stati un po' più energici».

Però, coloro che si burlavano del giornalismo americano accusandolo di tradizioni piuttosto antiquate, dimenticavano un certo paradosso che parzialmente lo redimeva. Perchè mentre il giornalismo degli Stati permette una pantomimica volgarità intorno a qualsiasi cosa inglese, esso anche mostra un vero interesse circa i più seri problemi intellettuali, dei quali i giornali inglesi si mostrano, ignari o, piuttosto, incapaci.

Il Sole era pieno delle più solenni materie trattate nel modo più farsesco. William James vi figurava al pari di «Guglielmetto stanco» ed i pragmatisti si alternavano con i pugilatori nella lunga processione dei ritratti.

Così, quando un molto modesto uomo di Oxford, chiamato John Bulnois, scrisse in una non molto diffusa rivista «Il Trimestrale di Filosofia Naturale», una serie di articoli intorno a certi punti deboli della teoria dell'evoluzione Darviniana, l'argomento non turbò neppure un angolo dei giornali inglesi; benchè la teoria di Boulnois (che era quella di un universo relativamente stazionario benchè visitato a tratti da cambiamenti convulsi) avesse una certa vernice di Oxford e fosse andato così in là da ricevere il nome di «Catastrofismo».

Ma parecchi giornali americani si impossessarono della questione come di un grande avvenimento: e il Sole pubblicò il ritratto di M. Boulnois in formato gigantesco nelle sue pagine.

Per la già rilevata manchevolezza, articoli di apprezzabile ingegno ed entusiasmo furono presentati con titoli che sembravano scritti da un maniaco illetterato, titoli come «Darwin rumina sporcizia»; «Il critico Boulnois dice che egli salta gli ostacoli» o «Mantenetevi catastrofici, dice il pensatore Boulnois». E Mr. Calhoun Kidd del «Sole Occidentale» fu invitato a portare la sua cravatta a farfalla e la sua faccia lugubre nella piccola casa, fuori di Oxford, dove il «pensatore» Boulnois viveva nella felice ignoranza di simili titoli. Il fatidico filosofo aveva acconsentito in modo strano a ricevere l'intervistatore, fissando come ora del convegno le nove di quella sera.

La fine di un tramonto di estate si disegnava intorno a Cummor ed alle basse colline boscose; il romantico Yankee era nel medesimo tempo dubbioso della strada e curioso dei dintorni, e vedendo la porta aperta di un autentico albergo feudale di vecchia contrada «Alle armi del guerriero», entrò per assumere informazioni.

Nella sala dov'era il banco, suonò il campanello e dovette aspettare un po' per avere risposta. La sola persona presente era un uomo magro con corti capelli rossi e larghi vestiti di guardiano di cavalli, che beveva un cattivissimo whisky ma fumava un buonissimo sigaro.

Il whisky naturalmente era l'unica bevanda dell'albergo. Il sigaro, lo aveva probabilmente portato con sè da Londra; l'assieme trasandato della persona contrastava assai con l'elegante asciuttezza del giovane americano. Kidd però dal lapis e da un libretto di appunti aperto e forse dall'espressione del vivo occhio blù dell'altro, trasse motivo di congetturare giustamente che quegli fosse un collega giornalista.

— Potete farmi il favore, – domandò Kidd con la cortesia del suo paese, – di indicarmi la Capanna grigia dove abita Mr. Boulnois, come mi hanno detto?

— È a pochi metri giù, nella strada, – disse l'uomo dai capelli rossi togliendosi il sigaro di bocca. – Passerò io stesso di là fra un minuto, ma ora vado al Parco di Pendragon per cercar di vedere il giuoco.

— Che cosa è il Parco di Pendragon? – chiese Calhoun Kidd.

— Proprietà di Sir Claude Champion... Non siete venuto anche voi per questo? – chiese l'altro giornalista osservandolo. – Voi siete un giornalista, non è vero?

— Sono venuto per vedere il signor Boulnois, – disse Kidd.

— Ed io per vedere la Signora Boulnois, – replicò l'altro. – Ma non la pescherò in casa. – E rise in maniera alquanto spiacevole.

— Vi occupate di Catastrofismo? – domandò lo Yankee, meravigliato.

— Mi occupo di catastrofi; e stanno per succederne – rispose l'altro cupamente. – Il mio è uno sporco mestiere e io non nego mai che non lo sia.

Così dicendo sputò sul pavimento; eppure in quell'atto e in quel momento rimaneva in lui qualcosa del gentiluomo.

Il giornalista americano lo considerò con maggiore attenzione. La sua faccia era pallida e sciupata, con tracce di violente passioni non ancora sopite; ma era accorta e sensitiva. I suoi vestiti erano grossolani, trascurati, ma egli aveva un bell'anello a sigillo a una delle sue dita lunghe e sottili. Il suo nome, come rivelò nel corso della conversazione, era Giacomo Dalroy; egli era figlio di un proprietario irlandese fallito, addetto ad un giornale mondano che cordialmente disprezzava, la «Società Elegante», e nel quale faceva da reporter e qualche cosa di penoso come la spia.

La «Società Elegante» mi rincresce dirlo, non sentiva nulla di quell'interesse per Boulnois a spese di Darwin, che era così accreditato nelle teste e nei cuori del «Sole Occidentale». Dalroy era venuto là, a quanto pareva, per fiutare uno scandalo che poteva benissimo avere conclusione alla Corte dei Divorzi, ma che era per il momento sospeso tra la Capanna grigia ed il Parco di Pendragon.

Sir Claudio Champion era conosciuto dai lettori del «Sole Occidentale», così bene come Mr. Boulnois, e come il Papa e il Vincitore del Derby; ma l'idea di farne intima conoscenza parve a Kidd cosa incongrua.

Egli aveva sentito parlare di Sir Claudio Champion (e ne aveva scritto inoltre, falsamente pretendendo di conoscerlo) come di uno dei più ricchi membri del Gran Mondo d'Inghilterra, come di un grande sportman, che faceva gare in yacht intorno al mondo, come di un gran viaggiatore che scriveva libri intorno all'Himalaia, come di un uomo politico che attirava a sè i collegi elettorali con una allettante specie di democrazia Tory, e come di un grande dilettante d'arte, di musica, di letteratura e soprattutto di teatro. Sir Claudio realmente era magnifico piuttosto per occhi diversi da quelli Americani. Vi era un che di Principe del Rinascimento in quella sua bramosa cultura e in quella sua irrequieta pubblicità; egli era non solo un grande ma anche un ardente raffinato. Egli non aveva niente del solito spirito di frivolezza che forma ciò che chiamiamo il dilettante.

Il suo puro profilo di falco dai neri ardenti occhi italiani, tanto spesso riprodotto in fotografia sia in «Società Elegante» che ne «Il Sole Occidentale» dava ad ognuno l'impressione di un uomo roso dall'ambizione come da un fuoco o anche da una malattia. Ma benchè Kidd conoscesse una gran quantità di particolari intorno a Sir Claudio (in realtà più di quelli che erano da conoscere) non gli sarebbe mai balenata l'idea nei suoi più disordinati sogni, di unire un così pomposo aristocratico con l'ultimo venuto fondatore del Catastrofismo, o di congetturare che Sir Claudio Champion e John Boulnois potessero essere amici intimi. Ma questo, secondo il racconto di Dalroy, era ad ogni modo il fatto. I due avevano compiuto studi comuni a scuola e in collegio e benchè i loro destini sociali fossero stati molto diversi (giacchè Champion era un gran proprietario e quasi un milionario, mentre Boulnois era un povero scolaro e fino a poco tempo prima uno sconosciuto) essi si mantenevano ancora in uno stretto contatto. Anzi, la Capanna di Boulnois era posta proprio fuori dei cancelli del Parco di Pendragon.

Ma che i due uomini potessero rimanere amici molto più a lungo, cominciava a diventar questione oscura e dubbia.

Un anno o due prima, Boulnois aveva sposato un'attrice bellissima e non senza successo, alla quale egli era devoto nella sua maniera timida e pesante; e la prossimità della sua casa a quella di Champion aveva favorito in questi vaghe occasioni di agire in modo tale da causare un eccitamento penoso e piuttosto basso. Sir Claudio aveva spinto le arti della pubblicità alla perfezione; sembrava che provasse anche molto piacere a mettersi in vista in un intrigo che non poteva fargli per nulla onore. Servi di Pendragon andavano continuamente a recare dei bouquets a Madama Boulnois; carrozze ed automobili andavano continuamente alla Capanna, per Madama Boulnois; balli e mascherate avevano continuamente luogo, e in esse il baronetto faceva figurar Madama Boulnois da Regina dell'Amore e della Bellezza. Quella stessa sera fissata da Mr. Kidd per l'esposizione del Catastrofismo, Sir Claude Champion l'aveva destinata ad una rappresentazione all'aria aperta di «Romeo e Giulietta» nella quale egli rappresentava il Romeo di una Giulietta che era inutile nominare.

— Non credo che la cosa possa continuare senza conflitto, – disse il giovinotto dai capelli rossi, alzandosi e scuotendosi. – Il vecchio Boulnois può ricevere scacco... o dare scacco. Ma se dà scacco, sarà un grosso scacco... uno scacco che voi potrete chiamare cubico. Ma io non credo che ciò sia possibile.

— Egli è un uomo di grande potenza intellettuale, – disse Calhoun Kidd con voce profonda.

— Sì, – rispose Dalroy, – ma anche un uomo di grande potenza intellettuale non può essere così corrotto e insensato come appare da tutto ciò. Dovete proseguire? Vi seguirò fra uno o due minuti.

Ma Calhoun Kidd, bevuto ch'ebbe del latte con soda, si portò lestamente sulla strada verso la Capanna Grigia lasciando il suo cinico informatore col suo whisky e il suo tabacco. L'ultima luce del giorno moriva; le nuvole erano di uno scuro grigio-verde, come di lavagna, ornata qua e là da una stella, ma più chiare nella parte sinistra del cielo dov'era la promessa della sorgente luna.

La Capanna Grigia, infossata come in un quadrato di siepi dure, alte, spinose era così chiara sotto i pini e le palizzate del Parco, che Kidd dapprima la confuse con la Portineria del Parco. Però, vedendo il nome sulla stretta porta di legno e vedendo sul suo orologio che l'ora dell'appuntamento del Pensatore era appunto scoccata, entrò e bussò alla porta di entrata.

Passata la siepe del giardino, egli potè vedere che la casa, benchè senza pretese, era più grande e più lussuosa di quel che paresse da principio e completamente diversa da un alloggio di portiere. Un canile ed un'arnia stavano come simboli della vita della vecchia provincia inglese. La luna si alzava dietro una piantagione di peri prosperosi; il cane che venne fuori dal canile era di aspetto ossequioso e riluttante ad abbaiare, il semplice attempato servitore che aprì la porta era riservato ma dignitoso.

— Mister Boulnois mi ha incaricato di porgervi le sue scuse, signore – disse egli, – ma è stato obbligato ad uscire all'improvviso.

— Ma, vedete, avevo un appuntamento – disse l'intervistatore ad alta voce. – Sapete dove sia andato?

— Al Parco di Pendragon – disse il servitore alquanto cupamente, e cominciò a chiudere la porta.

Kidd sussultò un poco.

— È andato con Madama... col resto della compagnia? – chiese egli alquanto vagamente.

— No, signore – disse l'uomo brevemente; – è rimasto indietro e poi è andato fuori solo. – E chiuse la porta bruscamente, ma con l'aria di non aver fatto il suo dovere.

L'americano, curioso impasto di impudenza e di sensibilità, era annoiato. Egli sentì un forte desiderio di scuoterlo un poco e d'insegnargli l'uso degli affari; avrebbe sfogata la sua rabbia anche contro il bianco vecchio cane e la faccia grigiastra grave del vecchio maggiordomo con la sua preistorica pettina, contro la sonnacchiosa vecchia luna, e soprattutto contro la distratta testa del filosofo che non sapeva mantenere un appuntamento.

— Se questa è la sua maniera, egli merita di perdere la più pura devozione di sua moglie – disse Mr. Calhoun Kidd. – Ma forse egli ha deciso di fare una scenata. In questo caso, un redattore del «Sole occidentale» sarà sul luogo.

E girando l'angolo per le porte aperte della portineria egli percorse il lungo viale di neri pini che apparivano in brusche prospettive verso i giardini interni del Parco di Pendragon. Gli alberi erano neri e regolari come pennacchi sopra un carro funebre; nel cielo c'erano ancora poche stelle. Egli era un uomo la cui associazione di idee era più letteraria che naturale; cosicchè la parola «Ravenswood» gli sorse ripetutamente nella testa. In parte era il colore di corvo dei boschi; ma in parte anche un'atmosfera indescrivibile quale appare nella grande tragedia di Scott; l'odore di qualche cosa che morì nel secolo decimottavo; la sensazione di giardini umidi, di urne infrante, di danni irreparabili, di qualche cosa di incurabilmente triste perchè stranamente irreale.

Più di una volta, mentre saliva quella regolare strada nera, dal tragico aspetto, egli si fermò con un sussulto, parendogli di sentire dei passi dinanzi a lui. Egli vedeva davanti due foschi muri di pini ed il cono di cielo stellato sopra di essi.

Sulle prime, egli pensò di aver immaginato la cosa, di essere stato ingannato da una semplice eco del suo camminare. Ma procedendo, fu sempre più propenso a concludere coi resti della sua ragione che vi erano realmente degli altri piedi sulla strada. Pensò confusamente a fantasmi e fu sorpreso di scorgere subito la immagine di un fantasma appropriato al luogo, di un fantasma dalla faccia bianca come un Pierrot, però macchiata di nero. L'apice del triangolo del cielo blù scuro diveniva più chiaro e azzurrino, ma egli non comprendeva ancora che ciò avveniva perchè egli si avvicinava alle luci della grande casa e del giardino. Egli sentiva soltanto che l'atmosfera diveniva più intensa; vi era nella tristezza più violenza e più mistero... più... (egli esitava nella scelta della parola, che infine pronunziò con uno scroscio di riso)... catastrofismo.

Avanzò ancora tra i pini, e poi rimase per un colpo di magìa pietrificato. È inutile dire che gli parve di essere piombato quasi in un sogno; perchè nel tempo stesso sentì con certezza di essere piombato in un libro. Noi esseri umani siamo abituati alle cose strane; al rumore delle cose incoerenti; esso è un suono che ci concilia il sonno. Ma se accade qualcosa di regolare, ci risveglia come l'angoscia di un accordo perfetto. Accade qualcosa del genere di ciò che sarebbe accaduto in un simile luogo, secondo un'antica favola.

Sopra il nero bosco di pini volò e sfolgorò nella luna una nuda spada simile ad un esile e luccicante stocco, quale poteva aver lampeggiato in più di un ingiusto duello in quell'antico parco. Essa cadde sul viale lontano, davanti a lui e giacque là lucente come un grande ago. Egli corse come una lepre e si curvò a guardarla. Vista più da vicino aveva piuttosto un aspetto fastoso. I grossi rossi gioielli dell'elsa e della guardia erano un po' dubbi. Ma altre rosse gocce sopra la lama non erano dubbie. Egli guardò intorno disperatamente, nella direzione della quale l'abbagliante proiettile era venuto, e vide che a quel punto l'oscura facciata di abeti e pini era interrotta ad angoli retti da una stradicciola la quale, quando egli si voltò, lo portò in piena vista della lunga casa illuminata che aveva un lago e delle fontane davanti. Tuttavia egli non si lasciò distrarre, avendo qualche cosa di più interessante da guardare vicino e sopra a lui, all'angolo dell'erta verde sponda del giardino-terrazza; e cioè uno di quei punti pittoreschi a sorpresa comuni nei vecchi giardini; una specie di piccola collina rotonda o cupola di erbe simile a un gigantesco cumulo di terra scavato dalle talpe e recinto e coronato da tre concentriche file di rose, con una meridiana al centro, nel punto più alto. Kidd potè vedere l'indice della meridiana alzarsi scuro verso il cielo come la pinna dorsale di un pesce-cane e il diafano chiaror lunare soffondere quell'ozioso orologio. Ma vide qualche altra cosa ancora aggrapparsi ad esso, in un impeto disperato... la figura di un uomo. Benchè egli la vedesse solo per un momento, benchè fosse bizzarra ed inverosimile nell'abito, vestita com'era dal collo ai calcagni con una maglia rossa scintillante d'oro, pure riconobbe in un barbaglio lunare chi egli fosse. Quella faccia bianca rivolta verso il cielo, rasata, stranamente giovane, come un Byron dal naso romano, quei neri ricci già brizzolati... egli li aveva visti nelle migliaia di fotografie di Sir Claude Champion pubblicate dai giornali.

La furiosa figura annaspò un istante contro la meridiana; l'istante di poi essa era rotolata giù per la ripida sponda e giaceva ai piedi dell'americano, muovendo debolmente un braccio. Un ornamento d'oro vivace e strano su quel braccio all'improvviso fece rammentare a Kidd Romeo e Giulietta; perchè, naturalmente, quel costume di maglia faceva parte della rappresentazione. Ma c'era una lunga rossa macchia giù per la sponda dalla quale l'uomo era rotolato; ed essa non faceva parte della rappresentazione. Quel corpo era stato trafitto. Mr. Kidd gridò, gridò di nuovo. Ancora una volta gli sembrò di udire passi di fantasmi e sussultò nel vedere un'altra figura già vicina a lui. Riconosciuta che l'ebbe, si spaventò di più. Quel giovane dissoluto che si era presentato come Dalroy usava verso di lui una maniera orribilmente tranquilla; e se Boulnois mancava agli appuntamenti dati, Dalroy aveva un'aria sinistra di mantenere appuntamenti non dati.

La luce della luna scolorava ogni cosa; in contrasto coi rossi capelli, la pallida faccia di Dalroy pareva non tanto bianca ma d'un verde smorto. Tutto quel morboso impressionismo dovette essere la scusa di Kidd per aver gridato ad alta voce brutalmente ed oltre ogni ragione: «Voi avete fatto questo, voi, demonio?».

Giacomo Dalroy sorrise di un suo spiacevole sorriso, ma prima che egli potesse parlare, la figura caduta fece un altro movimento col braccio accennando vagamente verso il luogo dov'era caduta la spada, poi, dopo un gemito, potè parlare.

— Boulnois... Boulnois dico... Boulnois fece questo... geloso di me... era geloso, era, era...

Kidd curvò la testa per udire di più e riuscì a cogliere queste parole:

— Boulnois... con la mia spada... egli la gettò...

Di nuovo la debole mano accennò verso la spada e poi ricadde irrigidita, con un piccolo tonfo. Dal profondo di Kidd sorse quell'acre umore che è come lo strano sale della serietà della sua razza.

— Sentite, – disse aspramente e con autorità; – voi dovete cercare un dottore. Quest'uomo è morto.

— E un prete anche, a quanto pare – disse Dalroy in una strana maniera. – Tutti questi Champion sono cattolici.

L'americano si inginocchiò accanto al corpo, ne ascoltò il cuore, gli sollevò la testa, e fece qualche tentativo per richiamarlo in vita; ma quando l'altro giornalista ricomparve seguito da un dottore e da un prete egli era già pronto ad affermare che giungevano troppo tardi.

— Giungeste in ritardo anche voi? – chiese il dottore, un uomo solido, di aspetto prosperoso, dai baffi e dalle fedine convenzionali, ma con uno sguardo vivo che egli dardeggiava sopra Kidd dubbiosamente.

— In un certo senso, sì – disse lentamente il rappresentante del Sole. – Giunsi in ritardo per salvare l'uomo ma, credo, in tempo per udire qualche cosa d'importante. Ho udito l'uomo moribondo denunziare l'assassino.

— E chi è l'assassino? – chiese il dottore, aggrottando le sopracciglia.

— Boulnois – disse Calhoun Kidd, e zufolò piano.

Il dottore lo fissò cupamente, con ciglia arrossate; ma non lo contradisse.

Allora il prete, piccola figura nello sfondo, disse con mitezza:

— Io ritengo che Mr. Boulnois non sia venuto al Parco di Pendragon, questa sera.

— Ecco, appunto – disse lo Yankee in modo torvo. – Io posso essere in condizioni di dare intorno a questa storia, spiegazione di uno o due fatti. Sì, signore, John Boulnois doveva rimanere in casa tutta questa sera; egli mi aveva fissato infatti un preciso appuntamento in casa. Ma John Boulnois mutò idea; John Boulnois lasciò improvvisamente la sua casa tutto solo e attraversò questo parco circa un'ora fa. Così mi disse il suo dispensiere. Io penso che noi teniamo in mano ciò che l'onnisciente polizia chiama un bandolo. Avete mandato a chiamarla?

— Sì – disse il dottore – ma sinora non abbiamo messo in allarme altri.

— Madama Boulnois lo sa? – chiese Giacomo Dalroy; e di nuovo Kidd sentì l'irragionevole desiderio di percuotergli la bocca.

— Non l'ho detto a lei – fece il dottore aspramente. – Ma ecco la polizia che viene.

Il piccolo prete s'era scostato lestamente nel viale principale, ed ora tornava con la spada caduta che pareva ridicolmente grande e teatrale, accanto alla piccola e insieme tozza figura, chiesastica e comune al tempo stesso.

— Giusto prima che venga la polizia, – disse con tono di scusa, – nessuno ha preso un lume?

Il giornalista Jankee trasse di tasca una lampada elettrica ed il prete la tenne vicina alla parte mediana della lama, che egli esaminò con attenta cura. Poi, senza dare un'occhiata nè alla punta nè al pomo, porse la lunga arma al dottore.

— Temo di non essere di alcun aiuto qui – disse con un breve sospiro. – Vi dò la buona notte, signori.

E si allontanò lungo lo scuro viale verso la casa, con le mani congiunte dietro la schiena, e la grossa testa inclinata come se meditasse.

Il resto del gruppo si affrettò verso la portineria dove già un ispettore e due guardie interrogavano un portiere. Ma il piccolo prete camminava sempre più lentamente nell'oscuro chiostro di pini, e infine si fermò immobile sui gradini della casa. Era la sua maniera silenziosa di rilevare un avvicinarsi ugualmente silenzioso, perchè di là veniva verso di lui una figura che avrebbe potuto soddisfare anche Calhoun Kidd quale magnifico ed aristocratico fantasma. Era una giovane donna vestita di raso argenteo, secondo un disegno della Rinascenza; aveva i capelli dorati, in due lunghe rilucenti trecce e una faccia così sorprendentemente pallida che pareva crysoelefantina, cioè fatta come quella di qualche vecchia statua greca di avorio e d'oro.

Ma gli occhi erano molto brillanti e la voce, benchè bassa, era sicura.

— Padre Brown? – domandò essa.

— La Signora Boulnois? – rispose egli gravemente. Poi la guardò e disse immediatamente:

— Veggo che sapete la sorte di Sir Claudio.

— Come sapete che io so? – chiese la donna con fermezza.

Egli non rispose alla domanda, ma ne fece un'altra:

— Avete veduto vostro marito?

— Mio marito è in casa – disse ella. – Egli non c'entra.

Di nuovo egli non diede risposta, e la donna gli si fece più vicina con una espressione curiosamente intensa sulla faccia.

— Dovrò dirvi qualche cosa di più? – disse con un sorriso alquanto timoroso. – Io non credo che egli abbia fatto ciò, e voi neppure lo credete.

Padre Brown rispose allo sguardo di lei con un lungo grave sguardo fisso e poi chinò la testa ancora più gravemente.

— Padre Brown – disse la donna. – Io sto per dirvi tutto quello che so; ho bisogno che prima voi mi facciate un favore. Volete dirmi perchè non siete giunto alla conclusione, affermando la colpa del povero John come hanno fatto tutti gli altri? Io... io so delle dicerie e delle apparenze che sono contro di lui.

Padre Brown la guardò mestamente imbarazzato e si passò una mano sulla fronte.

— Due piccolissime cose – rispose. – Ad ogni modo una ha molto poca importanza e l'altra è molto vaga. Ma comunque, esse contraddicono l'affermazione che Mr. Boulnois sia l'assassino.

Egli volse la sua faccia rotonda alle stelle e continuò distrattamente: – Prendete dapprima l'idea vaga. Io attribuisco una grande importanza alle idee vaghe. Tutte quelle cose che non sono prove sono quelle che mi convincono. Ritengo che l'impossibilità morale sia la più grande di tutte le impossibilità. Conosco vostro marito soltanto superficialmente, ma penso che questo delitto considerato come opera sua, secondo ritengono gli altri, pecchi proprio d'impossibilità morale. Vi prego di non pensare che io intenda dire che Boulnois non potrebbe essere così malvagio. Ognuno può essere malvagio... malvagio come vuole. Noi possiamo guidare le nostre volontà morali; ma normalmente non possiamo cambiare i nostri gusti istintivi e le nostre maniere di agire. Boulnois poteva commettere un assassinio, ma non questo assassinio. Egli non avrebbe strappata la spada di Romeo dal romantico fodero, nè trucidato il suo nemico sopra la meridiana come sopra una specie di altare, nè lasciato il corpo fra le rose e lanciato la spada lontana fra i pini. Se Boulnois avesse ucciso egli avrebbe fatto ciò tranquillamente e gravemente come egli farebbe ogni altra cosa corretta... come berrebbe una diecina di bicchieri di porto o leggerebbe un licenzioso poeta greco. No, la romantica messa in scena non è propria di Boulnois, ma di Champion.

— Ah! – disse ella, e lo guardò con uno sguardo brillante come diamante.

— E la cosa poco importante era questa – disse Padre Brown. – Vi erano impronte di dita sopra quella spada; le impronte di dita possono essere scoperte qualche tempo dopo che furono fatte, se esse sono sopra qualche lucida superficie come vetro o acciaio. Queste erano sopra una superficie lucida. Esse erano a metà della lama della spada. Di chi fossero le impronte io non ho la prova umana; ma perchè uno prenderebbe una spada a metà? Era una spada lunga ma la lunghezza è un vantaggio per chi voglia dare un colpo ad un nemico, a più nemici, anzi. A tutti i nemici salvo uno.

— Salvo uno! – ripetè ella.

— Vi è un solo nemico – disse Padre Brown – che è più facile ammazzare con un pugnale che con una spada.

— Capisco – disse la donna. – Se stesso.

Seguì un lungo silenzio, poi il prete disse tranquillamente ma improvvisamente:

— Io sono nel giusto allora. Sir Claudio si è ucciso.

— Sì – disse la donna con un viso come di marmo. – Io l'ho visto far ciò.

— Egli è morto – disse Padre Brown – per amore di voi.

Nel viso della donna lampeggiò una straordinaria espressione, molto diversa dalla pietà, dalla modestia, dal rimorso, o da altro sentimento che il suo compagno si aspettasse; la sua voce diventò all'improvviso forte e piena.

— Non credo – disse – che egli abbia avuto il minimo pensiero per me. Egli odiava mio marito.

— Perchè? – domandò l'altro e volse la sua rotonda faccia dal cielo alla donna.

— Egli odiava mio marito perchè... ciò è così strano che a stento posso esprimerlo... perchè...

— Sì – disse Padre Brown pazientemente.

— Perchè mio marito non voleva odiare lui.

Padre Brown si limitò ad accennare col capo e parve ancora ascoltare; egli differiva dalla maggior parte dei detectives in fatto di apparenza per questo piccolo punto... perchè mai faceva finta di non comprendere quando aveva compreso perfettamente.

Madama Boulnois si avvicinò ancora una volta con lo stesso contenuto calore di certezza

— Mio marito – disse – è un grande uomo. Sir Claudio Champion non era un grande uomo: era un uomo rinomato e fortunato. Mio marito non era mai stato rinomato e fortunato: ed è la solenne verità che egli mai sognò di essere tale. Egli non si aspetta di essere famoso per il suo pensiero più che non pensi di diventarlo perchè fuma i sigari. Da questo punto di vista egli ha una specie di splendida stupidità. Non si è mai fatto adulto. Egli voleva bene a Champion come quando erano a scuola; lo ammirava come avrebbe ammirato un giuoco di prestigio fatto a tavola durante il pranzo. Ma non poteva per natura concepire invidia per Champion. E Champion aveva bisogno di essere invidiato. Perciò divenne matto e si uccise.

— Sì – disse Padre Brown – credo di incominciare a capire.

— Oh, non vedete? – gridò la donna. – La scena e il luogo sono stati preparati per ciò. Champion gettò Boulnois in una piccola casa proprio alla sua porta, come un dipendente, per fargli sentire umiliazione. Egli mai la sentì. Egli non pensa a simili cose più che... un leone distratto. Champion irrompeva nelle più tristi ore o nei pasti più casalinghi di John con qualche abbagliante regalo o annuncio che rendevano la sua visita simile a quelle di Harun-al-Rascid, e John soleva accettare o rifiutare amabilmente con uno sguardo lontano come un pigro scolaro che sia d'accordo o in disaccordo con un altro. Dopo cinque anni, John non era mutato di un capello e Sir Claudio Champion era un monomaniaco.

— Ed Aman cominciò a dir loro – fece Padre Brown – di tutte le cose delle quali il re lo aveva onorato; ed egli disse: «Tutte queste cose non mi danno profitto alcuno, mentre io veggo Mardocheo l'ebreo seduto sulla porta.»

— La crisi è sorta – continuò Madama Boulnois – quando io ho persuaso John a lasciarmi scrivere qualcuna delle sue meditazioni per mandarle a una rivista. Esse cominciarono ad attirare l'attenzione specialmente in America ed un giornale desiderò intervistare l'autore. Quando Champion (che era intervistato quasi ogni giorno) ebbe sentore di questa briciola di successo che toccava al suo inconscio rivale, l'ultimo legame che tratteneva il suo odio diabolico si spezzò. Allora egli cominciò ad apparecchiare questo insano assedio al mio amore ed onore che ha suscitato tante dicerie nella contea. Voi mi chiederete perchè io permettessi tali atroci attenzioni. E rispondo che non potevo respingerle, altrimenti avrei dovuto dare spiegazioni a mio marito; vi sono cose che l'anima non può fare, come il corpo non può volare. Nessuno avrebbe potuto spiegare a mio marito. Nessuno lo potrebbe adesso. Se voi gli diceste con precise parole: «Champion sta per rubarvi la moglie», egli riterrebbe la cosa come uno scherzo un po' volgare, perchè non potrebbe essere che uno scherzo... Questa notizia non produrrebbe nessuna breccia per cui penetrare nel suo grande cranio. Bene: John stava per venire a vederci recitare questa sera, ma quando eravamo avviati, egli disse che non sarebbe venuto: aveva acquistato un libro interessante ed un sigaro. Io dissi questo a Sir Claudio e fu il colpo mortale. Il monomaniaco improvvisamente vide la disperazione. Si pugnalò gridando forte come un demonio che Boulnois lo stava trucidando; e giace là nel giardino, ucciso dalla gelosia di non produrre gelosia: John è seduto nella sala da pranzo a leggere un libro.

Seguì un altro silenzio, ed allora il piccolo prete disse:

— Vi è soltanto un punto debole, Madama Boulnois, in tutto il vostro vivissimo racconto. Vostro marito non è seduto nella sala da pranzo a leggere un libro. A quel reporter americano che mi ha detto di essere stato a casa vostra, il vostro dispensiere ha detto che Mister Boulnois era andato al Parco Pendragon.

I brillanti occhi di lei si allargarono quasi in un elettrico bagliore; e ciò apparve piuttosto effetto di sbalordimento anzichè di confusione o paura.

— Come? Che cosa intendete dire? – gridò. – Tutti i servitori erano fuori della casa a vedere la rappresentazione. E noi non teniamo un dispensiere, grazie a Dio.

Padre Brown sussultò e fece un mezzo giro su se stesso.

— Che cosa, che cosa? – gridò come improvvisamente galvanizzato. – Sentite... dico... posso farmi ascoltare da vostro marito se vado a casa?

— Oh, i servitori saranno di ritorno ora – disse ella meravigliata.

— Bene, bene! – replicò il prete energicamente, e partì di corsa pel viale verso la porta del Parco. Si voltò una volta per dire: – Meglio impadronirsi di quel Yankee, altrimenti il «Delitto di John Boulnois» sarà in tutta la Repubblica a grandi lettere.

— Voi non comprendete – disse Madama Boulnois. – Egli non ci baderebbe. Io non credo che egli immagini che l'America esista come luogo reale.

Quando Padre Brown raggiunse la casa con l'arnia ed il cane sonnacchioso, una piccola e linda fantesca lo fece entrare nella sala da pranzo dove Boulnois sedeva leggendo presso una lampada a paralume, proprio come sua moglie lo aveva descritto. Una caraffa di porto ed un bicchiere di vino erano accanto al suo gomito; e nell'istante in cui entrò, il prete osservò che c'era molta cenere alla punta del sigaro.

«Egli è rimasto qui per mezz'ora almeno», pensò Padre Brown. Difatti pareva che sedesse là da quando era stato sparecchiato il pranzo.

— Non vi alzate, mister Boulnois – disse il prete con la sua maniera piacevole e confidenziale. – Io non vi incomoderò neppure un momento. Temo di interrompere qualcuno dei vostri studi scientifici.

— No – disse Boulnois – leggevo Il Pollice insanguinato.

Disse ciò senza cipiglio nè sorriso, ed il suo visitatore sentì nell'uomo una profonda e virile indifferenza, che la moglie aveva chiamata grandezza. Egli depose il libro contenente un truce racconto di sangue senza neanche sentirne le incoerenze quant'era necessario per commentarlo umoristicamente. John Boulnois era un uomo grosso che si muoveva lentamente, con una testa massiccia parte grigia e parte calva e con lineamenti netti e robusti. Indossava un logoro e molto antiquato vestito da sera con un meschino triangolo aperto sul davanti della camicia, e lo aveva indossato quella sera mosso dalla prima intenzione di andare a vedere sua moglie nella parte di Giulietta.

— Io non voglio distrarvi per molto tempo dal Pollice insanguinato o da altro catastrofico affare – disse Padre Brown sorridendo. – Soltanto son venuto per domandarvi notizie del delitto che avete commesso questa sera.

Boulnois lo guardò fissamente; ma una rossa striscia cominciò a mostrarsi attraverso il suo largo ciglio ed egli parve uno che scoprisse per la prima volta l'imbarazzo.

— So che fu uno strano delitto – consentì Padre Brown a bassa voce. – Più strano dell'assassinio forse... per voi. I piccoli peccati sono qualche volta più duri a confessare che non i grandi... ma perciò è importante confessarli. Il vostro delitto è commesso da ogni signora alla moda che riceve visite, sei volte alla settimana; eppure ancora voi lo deplorate come un'atrocità senza nome.

— Tutto ciò – disse il filosofo lentamente, – fa che uno si senta un maledetto sciocco.

— Lo so, – assentì l'altro – ma spesso uno deve scegliere tra il sentirsi un maledetto sciocco e l'esserlo.

— Io non posso analizzare bene me stesso – continuò Boulnois – ma seduto su questa sedia, con questo racconto, io ero così felice come uno scolaro in una giornata di mezza vacanza. Era la sicurezza, l'eternità... non riesco a spiegarmi... I sigari erano a portata della mia mano... i fiammiferi anche. Il «Pollice» aveva più di quattro capitoli... Non era solamente una pace ma una completa soddisfazione. Allora suonò quel campanello, ed io pensai durante un lungo mortale minuto di non potermi muovere da questa sedia... letteralmente, fisicamente, muscolarmente, non potevo. Poi feci come un uomo che voglia sollevare il mondo, perchè sapevo che tutti i servitori erano usciti. Ho aperto la porta di entrata e visto là un piccolo uomo con la bocca aperta per parlare, e con un taccuino per appunti in mano. Allora mi sono ricordato del Yankee intervistatore che avevo dimenticato. I suoi capelli erano divisi nel mezzo, e vi dico che quell'assassinio...

— Comprendo – disse Padre Brown. – L'ho visto.

— Io non ho commesso assassinio – continuò con mitezza il Catastrofista – ma solamente una bugia. Ho detto che ero andato nel Parco di Pendragon e gli ho chiuso la porta in faccia. Questo è il mio delitto, Padre Brown – ed io so quale penitenza m'infliggerete per esso.

— Non v'infliggerò alcuna penitenza – disse il prete gentiluomo raccogliendo il pesante cappello e l'ombrello, con un'aria piuttosto ilare – anzi, al contrario. Son venuto qui per farvi grazia della piccola punizione che avrebbe altrimenti seguito la vostra piccola colpa.

— E quale è – domandò Boulnois sorridendo – la piccola punizione della quale così fortunatamente mi vien fatta grazia?

— L'essere impiccato – rispose Padre Brown.