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Prologo

../Canzone da dirsi innanzi alla commedia, cantata da ninfe e pastori insieme ../Atto primo IncludiIntestazione 26 maggio 2008 75% Teatro

Canzone da dirsi innanzi alla commedia, cantata da ninfe e pastori insieme Atto primo


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PROLOGO.



Iddio vi salvi, benigni uditori,
     Quando e’ par che dependa
     Questa benignità da lo esser grato.
     Se voi seguite di non far romori,
     5Noi vogliam che s’intenda
     Un nuovo caso in questa terra nato.
     Vedete l’apparato,
     Qual or vi si dimostra:
     Questa è Firenze vostra,
     10Un’altra volta sarà Roma, o Pisa,
     Cosa da smascellarsi delle risa.
Quell’uscio, che mi è qui in sulla man ritta,
     La casa è d’un dottore,
     Che ’mparò in sul Buezio legge assai;
     15Quella via, che è colà in quel canto fitta,
     È la via dello Amore,
     Dove chi casca non si rizza mai.
     Conoscer poi potrai
     All’abito d’un Frate
     20Qual Priore o Abbate
     Abita el tempio che all’incontro è posto,
     Se di qui non ti parti troppo tosto.
Un giovane, Callimaco Guadagni,
     Venuto or da Parigi
     25Abita là in quella sinistra porta.
     Costui fra tutti gli altri buon compagno,
     A’ segni ed a’ vestigj

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     L’onor di gentilezza e pregio porta.
     Una giovane accorta
     30Fu da lui molto amata,
     E per questo ingannata
     Fu, come intenderete, ed io vorrei
     Che voi fussi ingannate come lei.
La favola Mandragola si chiama:
     35La cagion voi vedrete
     Nel recitarla, come io m’indovino.
     Non è el componitor di molta fama;
     Pur, se vo’ non ridete,
     Egli è contento di pagarvi il vino.
     40Uno amante meschino,
     Un dottor poco astuto,
     Un frate mal vissuto,
     Un parassito, di malizia el cucco,
     Fien questo giorno el vostro badalucco.
45E, se questa materia non è degna,
     Per esser pur leggieri,
     D’un uom, che voglia parer saggio e grave,
     Scusatelo con questo, che s’ingegna
     Con questi van pensieri
     50Fare el suo tristo tempo più suave,
     Perch’altrove non have
     Dove voltare el viso,
     Chè gli è stato interciso
     Mostrar con altre imprese altra virtue,
     55Non sendo premio alle fatiche sue.
El premio che si spera è che ciascuno
     Si sta da canto e ghigna,
     Dicendo mal di ciò che vede o sente.
     Di qui depende, senza dubbio alcuno,

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     60Che per tutto traligna
     Da l’antica virtù el secol presente,
     Imperò che la gente,
     Vedendo ch’ognun biasma,
     Non s’affatica e spasma,
     65Per far con mille suoi disagi un’opra,
     Che ’l vento guasti o la nebbia ricuopra.
Pur, se credessi alcun, dicendo male,
     Tenerlo pe’ capegli,
     E sbigottirlo o ritirarlo in parte,
     70Io l’ammonisco, e dico a questo tale
     Che sa dir male anch’egli,
     E come questa fu la sua prim’arte,
     E come, in ogni parte
     Del mondo ove el sì sona,
     75Non istima persona
     Ancor che facci el sergieri a colui,
     Che può portar miglior mantel che lui.
Ma pur lasciam dir male a chiunque vuole.
     Torniamo al caso nostro
     80Acciò che non trapassi troppo l’ora.
     Far conto non si de’ delle parole,
     Nè stimar qualche mostro,
     Che non sa forse s’e’ si è vivo ancora.
     Callimaco esce fuora
     85E Siro con seco ha,
     Suo famiglio, e dirà
     L’ordin di tutto. Stia ciascuno attento,
     Nè per ora aspettate altro argumento.