La colonia italiana in Abissinia/XIII

XIII

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XII XIV
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Un altro Glaudios tra gl’indigeni — Sotto l’albero della libertà. La colonia si rinforza — Due eremiti — Il giardino di Colombo. Due vacche, un cane ed un leone — Morte del piccolo. leopardo. Olda-Gabriel parte per Massaua ad aspettarvi Zucchi — Arrivo dei rinforzi e feste — Primi lavori d’agricoltura.



Nessun fatto di rilievo, nei nostri rapporti col di fuori, era avvenuto da vari giorni; pareva che noi soli fossimo rimasti gli unici abitatori della vasta terra.

Finalmente un giorno, certo Glaudios — vedi combinazione, chiamasi precisamente come il nostro Spagnuolo — capo di una tribù vicina, venne ad abboccarsi col padre Stella. Quella tribù abitava nelle vicinanze di Keren, paese bastantemente popolato. Il visitatore era uomo d’alta statura, con barba e capelli grigi, di aspetto geniale e niente affatto orgoglioso. Era stato un tempo cristiano e missionario come il padre Stella, che l’aveva trovato alla sua prima venuta in questi luoghi. Poi s’era fatto mussulmano ed era giunto a tanta importanza, che, come dissi, gl’indigeni lo avevano elevato al sommo grado del potere. [p. 110 modifica]

Era da tutti ritenuto per un mago, per uno stregone, pel Diavolo stesso, e perciò lo rispettavano, lo temevano.

Codest’uomo era venuto accompagnato dai suoi più intimi e da un suo figlio, giovinotto di circa diecisette anni, ben portante, ma di faccia severa, colla pelle segnata da striscie, o a meglio dire tatuata, come per tutto il resto del corpo, a simiglianza del padre. Indossava una specie di mantello di tela bianca e portava alle reni una scimitarra elegante ed egregia per lavoro.

Avanzatisi padre e figlio, furono accolti dal sig. Stella alla nostra presenza.

Dopo gl’inchini di metodo, furono invitati a sedere sotto l’albero chiamato della Libertà, albero piantato da quasi tutte quelle tribù nel centro del paese, e sotto il quale hanno luogo le riunioni pubbliche, le conversazioni, e vi si tengono i consigli dei Capi e dei più ragguardevoli personaggi.

Io pure, preso posto vicino ad essi, mi affaticavo a tener dietro ai discorsi che si scambiavano tra quell’uomo e il padre Stella, nella speranza che alcune parole, prese a volo di tratto in tratto, potessero farmi comprendere, almeno sulle generali, di che parlassero.

Ma siccome tornava vana la mia fatica, così poco dopo pensai di appagare la mia curiosità e rivolsi la parola al padre Stella per conoscere ciò che quell’uomo era venuto a fare.

A dire il vero, la gentilezza del nostro Capo non mi mancò anche in quell’occasione e seppi che quell’uomo, il quale altra volta si era prestato a favorirlo ed aveva contribuito colla sua influenza a salvargli la vita, era venuto allora a chiedergli di potersi stabilire con noi, lui e la sua gente, pronto a contraccambiare [p. 111 modifica]l’ospitalità con tutte le sue forze e impegnandosi a difendere in comune la novella tribù che, sotto gli auspici della piccola colonia, stava già per costituirsi.

Il padre Stella accettò la proposta col massimo piacere, e ciò, sia per accrescere il numero dei difensori della colonia, sia per aumentare le braccia pel lavoro dei campi, il che era oltremodo necessario.

Dopo un’ora e più, la seduta venne levata, colla conclusione che, in brevissimo volger di giorni, la fusione delle genti di quel Capo con la nostra colonia sarebbe stata compiuta.

Partirono quindi dopo il cerimoniale di congedo, consistente in molti, continuati, profondi inchini.

Pochi giorni appresso giunsero a noi altri due visitatori. Erano due eremiti, calati da un éremo situato nelle maggiori alture del Zadamba; due uomini di media statura, di tinta nero-lucente, scarni, macilenti, coperti di una veste di paglia, con un curioso berretto rotondo in capo, specie di paniere contesto a vimini di piante indigene. Tenevano in mano una coda di montone, col ciuffo della quale si usa colà scacciare i moscherini, che abbondano specialmente nella sommità di Zadamba.

Appartenevano essi alla provincia amarica, e vivevano in solitudine, coltivando da sè il terreno, e vivendo coi prodotti del suolo. D’inverno si cibavano di sole frutta secche e bevevano acqua di sorgente che attingevano a certi piccoli serbatoî naturali, formati quà e là dagli scoli della montagna.

Miracolo di longevità, uno di quei monaci contava un secolo e mezzo, l’altro era presso ai cent’anni, e tuttavia erano forti e suscettibili di sostenere fatiche quanto uno di noi. [p. 112 modifica]

Infatti per scendere sino al nostro recinto avevano avuto a camminare par vie scabrosissime ben nove ore, e più che altrettante dovevano occuparne nel ritorno, che è sempre il più malagevole e faticoso. Uno di quei vecchi, da circa sei anni, non aveva lasciato il suo soggiorno nemmeno per un’ora.

Quando arrivarono, il signor Stella si mosse ad incontrarli, e quelli gli spiegarono il motivo della loro discesa. Gli dissero, che da certi fuochi che noi facevamo di notte, erano venuti in sospetto che il nostro fosse un accampamento di predatori; della qualcosa erano venuti ad assicurarsi, non senza però aver prima avvertito gli Amarici acciocchè si tenessero in guardia.

Nell’avvicinarsi poi che fecero durante il viaggio, avevano scorto a vista d’occhio le nostre capanne e si erano racconsolati, giacchè i predatori non usano certamente di perdere il loro tempo nella costruzione di cinte o nella erezione di edifizi. Erano quindi venuti a noi per fare la conoscenza di sì buoni vicini, come speravano saremmo stati per loro, e per vedere ciò che di bello e di nuovo avremmo potuto ad essi mostrare.

Il padre Stella, li riconfermò nella loro buona opinione, li decise a riposarsi alcune ore, invitandoli eziandio a trattenersi da noi alquanti giorni. Accettarono essi molto volentieri l’ospitalità offerta e li avemmo a compagni per oltre una settimana. Scorso il qual termine, se ne ritornarono soddisfattissimi, null’altro recando del nostro che alcune semi da essi desiderate e che contavano di far germogliare lassù.

In tutto il tempo del loro soggiorno fra noi, quei due romiti ci diedero prove di bontà, di dolcezza, e di grande sobrietà; li trovammo sinceri, non ipocriti, e veri penitenti, quali certo non ne possiede l’Europa in tante [p. 113 modifica]migliaia di frati che vivono alle spalle dei credenzoni e dei bigotti.

Dopo la partenza degli eremiti, ripresi i lavori con maggiore alacrità. Colombo aveva già portato il suo a compimento. La casa era stata terminata, delineato il giardino, rinnovata la cisterna, e per di più, condotta l’acqua a serpeggiare per le aiuole, mediante alcune opere di irrigazione.

E già nel suo orto erano state seminate varie specie di erbaggi: insalate verdi, fagiuoli, patate, peperoni, poponi e pomidoro. Una bella pianta di zucche, colle sue ampie foglie, salite fin sopra il tetto, gettava ormai la sua ombra benefica per ogni lato della capanna.

Quella pianta era sì grandemente sviluppata, da produrre delle frutta gigantesche. Mi sovviene che un giorno, un impetuoso vento da Nord-Ovest, scatenatosi sopra di noi, fece cadere una di quelle zucche, la quale ci somministrò cibo per quattro giorni. E sì che tra noi ed i famigli eravamo in buon numero. Quell’orto era veramente prodigioso; più si consumava e più riproduceva; avevamo in abbondanza d’ogni cosa necessaria.

Ciò che deploravamo, e per cui non trovavamo rimedio, era la scarsità di sale, che in seguito di tempo degenerò in assoluta mancanza.

Un altro giorno, Colombo, mentre lavorava in giardino, adocchiò una gazzella coi suoi due piccini a lato, i quali, penetrati nel recinto, cercavano acqua per dissetarsi. Nella foga di girar loro alle spalle e spingerli più addentro che potesse, egli, urtando qua e là le foglie, fece cotanto strepito che la gazzella ed uno dei piccini si diedero alla fuga, riuscendo felicemente fuori dello steccato.

L’altro figlioletto si diede a correre pel giardino, [p. 114 modifica]ma fu poco dopo raggiunto da Colombo e preso con la massima facilità.

Però la bestiola ricusava ogni sorta di cibo, e il tenerla prigioniera sarebbe stata una vera crudeltà. Quindi, d’accordo tra noi, si decise lasciarlo alla ventura, legandogli però intorno al collo una fettuccia di lana rossa per aver forse in seguito il piacere di rivederlo nella libertà della foresta.

Nella stessa notte un avvenimento più importante venne a turbare i nostri sonni, ed anche questo per la introduzione di un animale entro la cinta.

Io stava, a notte inoltrata, sdraiato sulla mia branda, allorchè notai uno strepito insolito nel piazzale dinanzi la capanna. Mi alzai sul gomito e stetti in ascolto; poscia, accertatomi che qualche cosa doveva pur esserci, balzai a terra, e senza punto vestirmi, chè quelle non erano circostanze da complimenti, presi il fucile, e mi affacciai all’uscio con grande cautela, spiando pei fori.

M’accorsi dalla oscurità troppo fitta, che i fuochi erano spenti o quasi spenti, il che m’indusse ad aumentare le precauzioni. Avrei voluto dare l’allarme, ma non lo feci pel timore di destare i compagni e di suscitare il disordine nella colonia, forse per cosa che non lo meritava.

Uscito sul piazzale, vidi a pochi passi da me alcuni grossi animali, che conobbi tosto per vacche, le quali al mio apparire, fuggirono in diverse direzioni.

Le vacche non mi fecero impressione; bensì pensava alle cause che le avessero fatte penetrare tra le capanne, nè stetti molto a supporre che qualche animale feroce le avesse dapprima spaventate e disperse.

Io teneva sempre il fucile spianato, e dopo alcuni [p. 115 modifica]minuti di ricognizione, udii la voce di alcuni indigeni che si avanzavano. Mi diedi tosto a conoscere e li interrogai del motivo pel quale fossero dêsti a quell’ora e si approssimassero alle nostre capanne.

E quelli ci raccontarono che, essendo essi addormentati sopra una lunga stuoia, col loro cane a guardia, udirono ad un tratto un urlo straziante, da cui furono destati. Nello stesso tempo si erano accorti che un grosso leopardo aveva afferrato quella bestia, e, con essa alla bocca, era balzato oltre la siepe.

Il povero cane era stato acquistato da noi a Cassala; un bel bracco, intelligente, affezionato e assai grazioso.

Ancora un incidente. Il piccolo leopardo che ci aveva regalato il Deghlel a Zaghà, e che avevamo sì bene addomesticato, venne a morire il giorno dopo la perdita del cane.

La piccola fiera era giunta a tal grado di domestichezza da convivere col povero cane, da giuocare insieme a lui, da condividere il cibo. Era il nostro passatempo quello di assistere alle corse, alle capriole, alle vivaci ed amichevoli lotte delle due bestie. Chi avrebbe mai detto che dovessero perire ambedue quasi allo stesso tempo per cause affini.

Il cane infatti terminò lacerato dalle zanne di un leopardo, e il piccolo leopardo per la morsicatura d’una serpe.

Pentendomi di avere slanciato il cadavere fuor della cinta, lo feci tosto ripigliare da un indigeno; quindi mi diedi a scavargli la fossa, dietro una capanna, ove, seppellitolo, gl’innalzai con alcune pietre una specie di monumento.

Passati alcuni giorni da cotali avvenimenti, si [p. 116 modifica]venne alla deliberazione di riunirci una sera sotto il noto albero della Libertà per trattare sulle faccende di prima importanza.

All’ordine del giorno stava per prima la proposta del padre Stella di spedire a Massaua qualcuno dei nostri per attendervi l’arrivo del capo di colonia, Pompeo Zucchi, che, ai calcoli fatti, non doveva essere lontano.

Ci riunimmo dunque, si discusse sul da farsi e si elesse a disimpegnare quest’ufficio l’intrepido Olda-Gabriel, al quale si diedero i connotati del Zucchi e le istruzioni relative perchè il ricevimento avvenisse senza pubblicità e nessuno si accorgesse dello scopo del suo arrivo, nè per dove si dirigesse.

Olda-Gabriel, accettato l’incarico, partì il mattino susseguente in compagnia di due servi.

Il lettore si ricorderà dell’indigeno Glaudios, che era venuto ad offrirsi per condurre fra noi le sue genti e formare con esse una sola tribù.

Egli venne coi suoi; in pochi giorni si costrusse un particolare recinto, assai vasto, e s’innalzò capanne. Trasse dietro un gregge numeroso, fra cui le vacche figuravano in numero maggiore.

Nel giorno dell’arrivo di costoro, l’indigeno Glaudios, loro capo, quasi a pegno di sincera e perenne amicizia, immolò due delle più belle vacche che possedeva, e abbrustolitene le carni, ce le imbandì. Con esse parò anche un ghiotto manicaretto, consistente in carne di scelta posizione, bene battuta e tagliuzzata, introdotta entro alle budella dell’animale a guisa delle nostre salsiccie. Arrostiti poscia anche codesti enormi sacchi di carne pesta, ne usammo quale pietanza di lusso in compagnia dei numerosi commensali. [p. 117 modifica]

Dopo il pasto, ebbero luogo le feste. Ci venne offerto un concerto musicale, accompagnato da danze. Il lettore può facilmente immaginarsi qual genere di divertimento fosse quello per noi Europei, abituati certamente ad udire ed a vedere qualche cosa di meglio.

Cominciarono coloro a saltare come caprioli, ora inchinandosi stranamente sino a terra, ora stendendovisi, ora correndo in giro a guisa di forsennati, e sempre colle loro indivisibili picche tra mano colle quali trinciavano l’aria in mille strane guise.

Le cadenze del ballo venivano misurate dal raglio — che altro non poteva chiamarsi — di certe trombe di legno che ci straziavano orribilmente gli orecchi.

Quando alla fine lo credettero opportuno, ci liberarono dall’insoffribile tortura, e fatti i convenevoli colle più esplicite dimostrazioni di amicizia e di fratellanza, si ridussero nell’accampamento loro assegnato, sull’area del quale, come dissi, in pochi giorni avevano innalzato la cinta e parecchie capanne.

Essi vissero fra noi alquanto tempo di buonissimo accordo. Precipua loro occupazione era quella di pascolare le loro mandre sugli argini del torrente di Sciotel a tre quarti d’ora di distanza dal nostro paesello. Nella pianura coltivarono parecchi tratti di terreno a dura, in posizioni da noi concesse, favorendoci essi in concambio, a prestito, le loro vacche pei nostri terreni in cui principalmente coltivavasi il cotone.

I confini delle nostre tenute erano contrassegnati da due colossali adansonie dalla parte delle possessioni degli alleati e consorti, e al lato opposto, dall’arida sponda dello Sciotel.

Non è a dirsi quante fatiche e quanto avvicendarsi di giorni abbiano costato quei terreni, mancando [p. 118 modifica]noi di attrezzi idonei e trovando dappertutto un fitto imboscamento da superare, e macchie e cespugli di grandissima estensione, tronchi enormi, radici, sassi ecc.

Un singolare aratro fendeva il seno della grande madre: arnese formato da due travicelle incrociate, una delle quali di legno duro, riceveva all’estremità un pezzo di ferro appuntito e temperato a mezzo di certe erbe, conosciute dagl’indigeni, che riducono il ferro in acciaio sì duro da non temere il confronto colle tempere più fine ottenute a mezzo di qualsiasi altro sistema in Europa.