La colonia italiana in Abissinia/XII

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Ristabilimento dell’ordine entro la cinta — La grande capanna — Serpente malcapitato — Un serbatoio d’acqua — Buona caccia alle antilopi — Nuovo genere di salsiccie — Erezione d’un castello — Castelli in aria.




Quando rientrammo, le donne erano in gran parte ritornate, e ci venivano incontro cantando anch’esse, od urlando, ciò ch’è più proprio, a nostro modo di spiegarci.

Nè tardò molto a comparire anche Glaudios con alquante faraone. Era grondante di sudore, spossato dalle fatiche della caccia ed agitatissimo pel timore che fossimo incorsi in qualche pericolo, avendo pur egli udito, benchè assai da lungi, quelle grida d’allarme che ci avevano costretto ad abbandonare il lavoro per accorrere alla difesa.

Rimproverato dal padre Stella, perchè mettesse esclusivamente nel divertimento della caccia ogni sua cura, si scusò del ritardo, e quatto, quatto, si ridusse in cucina a lavorare per la cena.

Costrutta finalmente la grande capanna pel capo [p. 102 modifica]della colonia, mi diedi ad erigerne una di fronte, la quale era destinata a cucina. Provvedemmo in brevi ore il legname necessario, consistente per la massima parte in corteccie di adansonia.

Mentre stavamo disponendo il materiale entro la grande capanna, un grosso e lungo serpente sbucò fuori da un angolo, e spiccato un salto, si piantò verticalmente ritto in mezzo a noi. Uno degli indigeni afferrato tosto un grosso ramo, gli menò un colpo alla testa, esempio che imitammo noi pure. E chi adoperando legni, chi pietre, riuscimmo a farlo uscire, mezzo sbalordito, dalla capanna.

Appena però trovossi all’aria aperta, il rettile riprese animo e gagliardìa; rizzossi nuovamente sulla punta della coda e, gonfiandosi e assottigliandosi alternativamente, mandava contro di noi delle soffiate che davvero c’impaurivano.

Io corsi a prendere un fucile, e mentre la bestia, addocchiato uno scampo fra la fessura d’un masso di granito, stava per nascondervisi, lasciai andare il colpo e le stritolai a mezzo contro la pietra. Un indigeno fu presto ad afferrarla per la coda, e questa, con buona parte del corpo, gli restò subito in mano. Ma le due metà agivano del pari come se d’un serpente ne avessi fatto due; la parte della coda movevasi convulsivamente a mo’ delle anguille, la superiore era rimasta colla testa nascosta in mezzo alla fessure.

Colombo, accorso allora, esclamò: Contac, son quà io, camerati; e fasciatasi la mano col fazzoletto, senza tanti preamboli, lo strappò dal rifugio e lo slanciò sul terreno. Quindi presomi il facile di mano, gli sfracellò la testa a colpi di calcio.

Non è a dirsi l’ilarità scoppiata fra gl’indigeni a [p. 103 modifica]quella brillante sortita di Colombo; io stesso non ne poteva più: tanto buffe erano le pose del nostro compagno, che, se si volesse riprodurle a quadri plastici, difficilmente si potrebbero imitare. Quel serpente era lungo circa due metri, con un diametro in grossezza di dieci centimetri; magnificamente squamato, iridescente e screziato a scacchi gialli ed azzurri.

Gl’indigeni ci assicurarono essere velenoso e molto forte; ma che, purgato del veleno, secondo un sistema in uso presso i medesimi, diveniva buonissimo a mangiarsi. Dopo tutto, nessuno di noi pensò punto d’approfittarne.

In pochi giorni anche la terza capanna fa innalzata, e in breve ne sorsero altre tre in diverse posizioni. Colombo era occupatissimo intorno alla sua che costruivasi in granito, entro il piccolo giardino da lui lavorato. Ivi riuscì ad ottenere un serbatoio d’acqua, condottavi da una piccola sorgente, circondandolo di un anello di pietra a guisa di cisterna, entro a cui allignarono ben presto delle tartarughe d’acqua dolce, aventi zampe a membrana somigliantissime alle pinne dei pesci, ma in tutto il resto del corpo e nel guscio affatto eguali alle nostre.

Questi animali, pascendosi di certi insetti che si depositavano nel fondo, mantenevano l’acqua in istato di limpidezza.

Malgrado i calori eccessivi di quelle regioni, l’acqua era di giorno rigidissima, di notte assai calda, per cui, prima dell’imbrunire, avevamo cura di riempirne i nostri otri di pelle di montone, che ce la mantenevano più fresca.

Un giorno, mi ricordo che era di domenica, due servi del signor Stella in compagnia di due indigeni [p. 104 modifica]uscirono col proponimento di cacciare e di portarci selvaggina in abbondanza. E ne avevamo una voglia da non credersi.

Da molti giorni, pur troppo, difettavamo di carne e perciò i nostri voti più ardenti accompagnarono i quattro che si sobbarcavano a sì dure fatiche per darci la soddisfazione di gustarne.

Io rimasi col signor Stella a ricevere lezioni di lingua tigrè, e scriveva sotto dettatura alcuni vocaboli tra i più usitati, allo scopo di compormi un dizionarietto. Modestia a parte, in pochi giorni, io avevo fatto notevoli progressi, con meraviglia dei compagni, i quali però se ci mettevano più tempo di me ad apprendere, non avevano che a rimproverare sè stessi di poco buona volontà. Dopo le faticose occupazioni del giorno, essi accarezzavano un po’ l’ozio, e, bevendo e fumando, assaporavano la voluttà d’un paio d’ore occupate nel dolce far nulla.

Il signor Stella più volte c’intratteneva colla narrazione delle sue avventure, colla descrizione dei costumi e delle cerimonie di quei paesi; raccontavaci della penosa prigionia sofferta a Gondar dal principe Desciaciailo perFonte/commento: Pagina:Büchler - La colonia italiana in Abissinia, Trieste, Balestra, 1876.pdf/194 opera del famigerato negus (re) Teodoro, del suo famoso colpo di Stato sopra l’altro negus Obasiè e della fuga del figlio di quest’ultimo che era stato fatto prigioniero, e che riuscì poscia ad assidersi sul trono dei Galàs.

Fra le persone di sua intimità, il padre Stella ricordava con piacere il console Cameron a lui stretto coi vincoli di una cordialissima amicizia.

Verso l’imbrunire di quella domenica, i due servi che, scortati da due indigeni erano andati a cacciare, ritornarono infatti, come avevano promesso, carichi di prezioso bottino. [p. 105 modifica]

Due recavano i quarti d’una grossa antilope, gli altri due, uno la testa, l’altro la pelle. Quei belli umori avevano trovato il tempo per iscuoiarlo, squartarlo ed arrostirsene anche un pezzo per colazione, proprio sul luogo della strage.

Ci raccontarono di averla attesa lungamente in aguato, presso l’acqua Osch, e quando appunto disperavano di non averla più a tiro, si fu allora che per fortuna nostra, e per disdetta della povera bestia, la trappola aveva avuto il suo successo.

L’animale non era solo; lo seguiva il suo piccolo nato, che però non uccisero; tanta compassione ne presero all’udire i suoi lamenti, allorchè la madre gli cadde ai piedi traforata da due palle. L’innocente bestiuola attorniava la povera agonizzante, leccandola e quasi chiamandola.

I cacciatori si erano provati a prender vivo quel piccino, ma questi sfuggiva lesto alle loro insidie; potevano però ucciderlo, ma, come dissi più sopra, impietositi, non lo fecero. Dopo la colazione divisero il carico fra loro e ritornarono allo steccato.

Noi fummo addosso ai compagni, gongolando alla vista della selvaggina; li sgravammo caritatevolmente del peso soverchio e ci disponemmo a cuocere quel tanto che bastasse pel pranzo.

E siccome, a motivo dell’eccessivo calore, le carni non duravano sane che sole poche ore, così ne tagliammo il superfluo a lunghe fette e sottili, ponendole a seccare. Sotto i raggi di quel sole cocente in poco più di mezz’ora erano all’ordine quanto il cuoio delle nostre scarpe.

Le riponemmo quindi entro a piccoli sacchetti, e, [p. 106 modifica]così preparate, ci fornirono per alquanti giorni il brodo d’una zuppa eccellente.

Alcuni pezzi le ossa, ricche ancora di brandelli di carne, vennero regalati agl’indigeni, e la pelle, messa a disseccare, fu adoperata in seguito a varî usi.

Mi sovviene che della mia parte di pelle ne trassi una giberna, un cinturino e un paio di scarpe all’uso degl’indigeni, munite cioè di quattro strati di suola; forati i quali si fa passar entro ai medesimi un filo di cuoio ad uso cordone, che, abbracciando il pollice, gira intorno al tallone, passa sul davanti dello stinco presso il piede e là vi si annoda.

Questa forma di scarpe, tutta affatto primitiva, riesce di una comodità senza pari; e quando il piede sia bene fasciato, si procede con facilità e sicurezza per quelle selve, sopra quei terreni che bruciano, sfidando la stanchezza ed evitando la callosità e la gonfiezza.

Costrutte le sei capanne, esposi al padre Stella un mio progetto. Tale era quello di erigere una specie di castello, in granito, sulla sommità di una vicina roccia, ove avrei trasportato anche il mio laboratorio.

Gli proposi di concedermi all’uopo, e per mio aiuto esclusivo, alcuni indigeni; ma egli aveva in animo di occuparli nella confezione di aratri per incominciare i lavori di agricoltura, seminarvi cotone ed altro che potesse ivi attecchire. Pure me ne concesse alcuni pei lavori primitivi di escavazione, tagliatura d’alberi e trasporto di macigni.

Con queste piccole forze incominciai il gigantesco lavoro — si converrà che per me doveva essere tale — sollevando, mediante leve, dei grandi massi di macigno che dovevano servire di fondamenta al quadrilatero da me ideato. [p. 107 modifica]

Le fondamenta furono gettate e contavano due piedi e mezzo di profondità con altrettanti di spessore, lungo un tratto complessivo di venti metri in quadrato.

Il castello doveva avere due piani, nei quali sarebbero stati disposti due appartamenti, con otti fori bislunghi ad uso finestre, due per ogni lato, e parimenti ad ogni lato due fuciliere, come usasi da noi negli edifizi fortificati; ma più volte fui interrotto nei miei lavori, sicchè non lo potei condurre a termine, benchè i muri esterni ed interni fossero già stati innalzati. Il coperto era l’opera più difficile da condursi a termine, e pur troppo, a quella non vi potei giungere.

Con una specie di pietra calcarea formai calce, adoperando per sabbia della terra escrementale di termiti, molto asciutta, e questa malta corrispose assai bene, giacchè, asciugandosi, diventava sì tenace e sì dura da disgradarne il sasso.

I lavori progredivano, e me ne compiaceva. Spesse volte, di sera o sull’imbrunire, amavo di passeggiare sovra il primo piano del mio castello, fumando la mia solita pipa mezzo bruciata, e mandando boccate enormi di buon gogò — eccellente foglia da fumare — mentre l’occhio spaziava per l’immensa pianura che si estende sino al Dardé.

Allora io provavo in me stesso una vera gioia, e col pensiero precorrendo l’avvenire — che dipingevo a colori di rosa — considerava che molti e molti tratti di quella vasta pianura sarebbero stati in poco tempo rigogliosi di vegetazione, seminati di capanne, abitati da centinaia e centinaia di persone. Poi, mirando con soddisfazione a quei pezzi di macigno ch’io aveva fatto collocare l’uno sull’altro, sino a darmi la forma e la solidità d’una costruzione a fortilizio, andava tra me [p. 108 modifica]stesso ripetendo: Questa sarà la nostra cittadella. Di quà sosterremo l’urto delle invasioni barberesche, di quà disperderemo le orde dei selvaggi, di quà sventolerà il vessillo della civiltà e dell’emancipazione.

M’assideva per consueto sopra un masso colossale, bipartito nel mezzo ad opera della natura, e pensavo che sopra quel masso avrei, appena terminati i lavori principali, elevato una specie di torricella, una specula. Di là, certe volte, analizzando in tutte le singole sue parti il lavoro, già quasi condotto a termine, meravigliava di me stesso e dell’ingegno spiegato in un’arte, nella quale prima d’allora non mi era mai esercitato. Chi avesse detto che avrei dovuto in breve tempo dare un addio a quella valle, a quei poggi, a quelle capanne, a quel castello!

Quando la sera inoltravasi e la notte spiegava le fitte sue ombre, scendeva a ritrovare gli amici, i quali d’ordinario riunivansi nella capanna che era stata innalzata per la prima, ed ivi conversava sino all’ora di cena. Quindi, fatta ancora una breve conversazione, ognuno ritiravasi alla propria capanna.