La Scimitarra di Budda/39. La Scimitarra di Budda

39. La Scimitarra di Budda

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39.

LA SCIMITARRA DI BUDDA


La piramide dello Scioè-Madù, dedicata al dio dell'oro 2.300 anni or sono, come scrissero gli storici peguani, è un monumento di dimensioni gigantesche, costruito in mattoni e calce, alto ben trecentosettantadue piedi. La sua base è formata da due larghissime piattaforme sovrapposte l'una all'altra, la prima alta tre metri e trenta centimetri, e la seconda sei e cinquanta, con una bella gradinata sul dinanzi. Sovra queste due piatteforme, che formano due parallelogrammi, s'innalzano cinque piramidi, quattro agli angoli, piccole, sormontate da un bizzarro cono; la quinta altissima, colossale, con otto facciate che alla base misurano una larghezza di cinquantaquattro metri. Attorno a questa grande piramide sporgono due gradini larghissimi, il primo sostenuto da cinquantasette colonne piramidali di nove metri di altezza e il secondo da altrettante colonne pure piramidali, ma un po' più piccole. Dopo questi due gradini, che sembrano due grandi sporgenze, la piramide sale restringendosi gradatamente e forma, verso la cima, una specie di torre, la quale è sormontata prima da due strane campane rovesciate, costruite però in mattoni, e poi da una specie di parasole di ferro dorato adorno di catenelle e di campanelli, alto diciotto metri, fatto costruire ad Amarapura dall'imperatore Minderagi. Tutt'intorno al monumento si elevano poi elegantissimi monasteri, sostenuti da svelte colonne, dorati, dipinti e coi tetti arcuati. È là che vegliano centinaia di raham e di talapoini. Un po' più lontano il terreno è sparso di corna di cervi disposte a strani disegni, di sgabelli di pietra sopra i quali i fedeli depongono offerte di riso, di mandorle di cocco, di frutta e dolci, e di numerosissime statuette di legno, di rame, di argento e persino d'oro. Da ultimo, ancor più lontano, sospese a quattro colonne, vedonsi tre grosse campane, che di quando in quando vengono percosse.

Tale era la piramide dello Scioè-Madù, nella quale celavasi la famosa Scimitarra di Budda e che i quattro avventurieri, aiutati dai malesi, preparavansi ad assalire...

La notte, come aveva previsto il Capitano, era burrascosa. Il cielo era coperto di densissime nubi accumulate dal vento del nord e lividi lampi di quando in quando balenavano. Gli alberi, scossi dagli impetuosi soffi, che curvavano gemendo e le acque del fiume, contrariate nel loro corso, spumeggiavano e muggivano. I quattro avventurieri, appoggiati ai loro fucili, contemplavano con inquietudine lo scatenarsi degli elementi, aspettando la mezzanotte.

Il Capitano, innanzi a tutti, teneva gli occhi fissi sulla gran piramide, che i lampi illuminavano.

– Giorgio, – disse ad un tratto l'americano – riusciremo?

– Riusciremo – rispose il Capitano.

– Non so, ma io ho paura, Giorgio. Se i talapoini ci contrastassero la via?

– Li fugheremo.

– E se i peguani ci assalissero?

– Li combatteremo.

– Formidabile uomo! – esclamò l'americano con entusiasmo.

In quell'istante un lampo fendette la massa delle nubi illuminando la riva del fiume, la città e i lontani boschi.

Il Capitano mostrò allo yankee i malesi che scendevano a terra colle armi in pugno.

– Andiamo compagni – diss'egli. – È mezzanotte.

Si diressero verso il fiume, sulla cui riva si schierarono i malesi.

– Siamo pronti? – chiese il capitano del praho.

– Pronti – rispose Giorgio.

I trentasette uomini, decisi a tutto pur di conquistare la famosa arma del dio asiatico, bene armati e provvisti di copiose munizioni, passarono il fiume su due canotti, sbarcando dinanzi a Pegù. La città era profondamente addormentata.

Non un abitante per le vie, non sentinelle sui diroccati bastioni, non lume che indicasse che qualcuno vegliava, non un grido. Solo la gran voce della tempesta ruggiva fra le capanne, attorno alle pagode e sopra le immense rovine. Il capitano Giorgio si pose alla testa e il drappello in fila indiana, colla batteria dei fucili nascosta sotto il camiciotto, si mise in marcia. In dieci minuti attraversarono la città senza aver incontrato un solo abitante e alle dodici e un quarto si arrestavano ai piedi della gran piramide, la quale, ora sepolta nelle tenebre e or illuminata dai lampi, si rizzava fieramente fra la tempesta che le ruggiva intorno. I campanelli del gran «T» dorato, furiosamente scossi, suonavano incessantemente. Il capitano Giorgio additò al malese la sommità dell'edifizio.

– È là – disse.

– E i nemici?

Il Capitano gli mostrò i monasteri che sorgevano all'intorno.

Il malese contrasse le labbra ad un orribile sogghigno.

– Comprendo – diss'egli con feroce accento. – Ma la tigre comincia ad aver sete.

– Fa' il giro dei khium e imboscati.

– E voi?

– Io salirò.

– Ma lassù la tempesta rugge tremendamente. Vi precipiterà giù.

– Non ho paura – disse il Capitano con tono risoluto. – Io salirò.

Il malese lo guardò con ammirazione e si allontanò mormorando:

– Quello lì è un uomo! Ha sangue malese nelle vene!

Il capitano Giorgio si volse verso i compagni e disse:

– Avanti, amici! Lassù c'è la Scimitarra di Budda!

Tutti e quattro si slanciarono verso la piramide che pareva li sfidasse, mentre i malesi, compiuto il giro, si imboscavano a poca distanza dalle tre campane, coi kriss fra i denti e le dita raggrinzite sulle batterie dei fucili.

– Avanti, amici! Avanti! – ripeté il Capitano. – Dio ci aiuta!

Si sbarazzarono delle armi e delle casacche, scalarono la prima e la seconda spianata, salendo l'uno sulle spalle dell'altro e raggiunsero la gradinata, ai cui piedi sostarono.

I loro cuori battevano furiosamente come volessero spezzarsi e mille paure li agitavano. Fra i tremendi ruggiti della tempesta, sembrava loro udire le urla dei raham e dei talapoini; fra gli scrosci orrendi della folgore, sembrava loro di udire il tuono del cannone che chiamava all'armi tutti gli abitanti della città; fra i guizzi tremolanti dei lampi sembrava loro di vedere degli uomini correre per la pianura e tendere il pugno minaccioso verso la gran piramide.

– Giorgio! – esclamò l'americano. – Io tremo.

– Coraggio!

– Se la Scimitarra di Budda non si trovasse?

Un sordo ruggito irruppe dalle labbra del Capitano.

– No! – esclamò. – Non è possibile. La Scimitarra è lassù.

– Ma se quel siamese ci avesse ingannati?

Uno scroscio formidabile spense la sua voce. Il Capitano additò la cima dell'edifizio.

– Lassù! Lassù! – tuonò.

Sostenendosi a vicenda, aiutandosi con le mani e con i piedi, aggrappandosi alle pietre per non essere trascinati via dal vento, assordati dagli scrosci delle folgori e dai ruggiti sempre più tremendi del vento, accecati dai baleni, si misero a salire. Alla seconda sporgenza, affranti, inzuppati d'acqua, soffocati dalle emanazioni elettriche, tornarono ad arrestarsi. Girando lo sguardo all'intorno, tenendosi stretti alle colonne, scorsero i trentaquattro malesi disposti in catena fra le capanne e i monasteri. Parevano trentaquattro tigri appiattate fra le erbe in attesa della preda.

La salita fu ripresa, sempre aggrappandosi ai gradini e procedendo curvi per offrire meno presa al vento. Il Capitano stava per raggiungere la sommità della gradinata, quando udì un grido del polacco. S'arrestò di colpo, pallido, angosciato, temendo che il disgraziato ragazzo si fosse sfracellato sui sottoposti piani.

– Casimiro!... Casimiro!... – urlò.

– Corpo d'un cannone! – esclamò il polacco.

Il Capitano si volse e vide il giovinotto in piedi, aggrappato ad una colonna, con i capelli al vento e gli occhi fissi sulla città. Presentì qualche cosa di grave.

– Che hai? – gli chiese.

– Capitano!... Laggiù!... Ho visto un uomo... allontanarsi...

– È impossibile... Casimiro!...

– Ve lo assicuro... era laggiù e correva verso la città...

Giorgio guardò sotto di sé; la pianura era deserta. Mandò un fischio e vide la scimitarra del capitano malese agitarsi da destra a sinistra.

– I malesi nulla hanno visto – disse.

Mancavano pochi gradini per raggiungere la meta. Anelanti, coi capelli irti, le mani raggrinzite attorno ai bowie-knife, superarono la distanza che li divideva dalla mezza torre, che la folgore di quando in quando percuoteva, strappando frammenti di pietre.

– Coraggio! – tuonò un'ultima volta il Capitano.

I quattro bowie-knife si piantarono nella muratura che si sgretolò mostrando un foro. Il Capitano introdusse una mano...

– C'è? – domandarono James, Casimiro e Min-Sì con angoscia.

Un urlo di trionfo rispose.

– La Scimitarra di Budda! La Scimitarra di Budda!

– Urrah!... Urrah!... Urrah!...

Quasi nel medesimo istante un colpo di cannone tuonava sui bastioni di Pegù.