La Scimitarra di Budda/12. Una notte terribile

12. Una notte terribile

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12.

UNA NOTTE TERRIBILE


Il luogo ove erano sbarcati era bello, ma completamente deserto. Dinanzi a loro si stendeva una magnifica prateria dalle erbe altissime, interrotta qua e là da ampi stagni, sopra i quali svolazzavano giocondamente numerosi uccelli acquatici, e limitata verso il sud da grandi boscaglie che s'arrampicavano su per una catena di montagne.

– Il luogo è piacevole, – disse James, dopo aver girato all'intorno gli occhi – ma non vedo né case, né campi coltivati.

– Vi dispiace? – chiese il polacco.

– Certamente, ragazzo, poiché calcolavo di fare una squisita cena.

– Vi sono degli uccelli.

– Peuh! Sempre uccelli.

– E forse avremo anche delle costolette – disse il cinese.

– Dove le hai vedute? – chiese l'americano dimenando le mascelle.

– Guardate laggiù, dritto il mio dito: non vedete muoversi qualche cosa fra le erbe?

James, Giorgio e Casimiro guardarono attentamente nella direzione indicata e scorsero una bestia grossa, mezza bianca e mezza nerastra, occupata a frugare il terreno mediante una specie di piccola tromba.

– È un tapiro – disse Giorgio.

– Della carne! – esclamò James. – Presto, mano ai fucili e cerchiamo di circondarlo.

– Non fate rumore, altrimenti si rifugerà nella foresta. È un animale molto timido e difficilmente si lascia accostare. Tu, Casimiro, rimani qui con Min-Sì e noi andiamo laggiù.

– Andiamo – disse l'americano. – Io non mi trattengo più.

Il Capitano con un cenno della mano lo invitò a tacere, e tutti e due, senza far rumore, celandosi dietro ai cespugli e alle alte erbe, si misero a strisciare. Procedendo con mille precauzioni, giunsero a un duecento metri dal tapiro, il quale seminascosto fra le canne continuava a frugare in terra grugnendo come un maiale. S'arrestarono preparando le carabine, ma l'animale, che aveva fiutato l'aria, accorciò due o tre volte la piccola tromba, fece un mezzo giro e partì di galoppo seguendo il sentiero da lui fatto chi sa in quanti anni di marcia. L'americano scaricò rapidamente la carabina, ma la palla non colse nel segno, poiché l'animale raddoppiò la corsa mettendosi fuori portata.

– Ah, brigante! – esclamò lo yankee furibondo. – Scappa pure, ma io ti raggiungerò, dovessi battere tutto il bosco. Dite, Giorgio, non vi pareva un cinghiale grossissimo?

– Infatti, James, il tapiro è un porco, ma più grosso e più forte. Orsù, mio bravo cacciatore, cosa contate di fare?

– Cospetto! Cosa conto di fare? Ecco qui il sentiero che la bestia ha tracciato per sua comodità. Nulla di meglio che seguirlo fino alla tana.

– Ma volete girare tutta la foresta? La tana probabilmente è molto distante.

– Non importa, la troverò egualmente. Venite voi?

– Io vi aspetto a cena. Calcolo su mezza dozzina di costolette di tapiro.

– Ve le porterò – rispose l'americano.

I due cacciatori si separarono. Il Capitano tornò indietro costeggiando alcuni stagni ingombri di canne, sperando di ammazzare qualche anitra. L'americano invece proseguì la via senza contare le miglia, con passo rapido e la carabina sotto il braccio.

Ma ebbe un bel camminare! Quel sentiero non finiva mai. Dieci volte si arrestò credendo di vedere il tapiro; dieci volte si allontanò per battere i dintorni.

Due ore dopo si arrestava assai sorpreso: aveva smarrito la via e camminava su di un nuovo sentiero.

– Per Bacco! – esclamò. – Dove sono io? Eccomi in un bell'imbarazzo. Coraggio, americano mio, cerchiamo il sentiero.

Il sole cadeva rapidamente, celandosi dietro i grandi boschi, e le tenebre cominciavano a scendere. Fra mezz'ora la foresta doveva diventar scura come la culatta d'un cannone. L'americano, che sapeva ciò che avrebbero condotto le tenebre, si rimise in marcia cercando di orientarsi cogli ultimi raggi del sole.

Camminò dritto per una buona mezz'ora, tornò indietro scalando barriere d'alberi, piegò a destra incespicando in centomila radici, piegò a sinistra lasciando mezza giacca fra le spine, si arrampicò sugli alberi più alti sperando di scorgere il sentiero o l'accampamento, ma nulla. Le tenebre erano calate, la luna era sorta ed egli camminava ancora. Temendo si smarrirsi vieppiù in mezzo a quella fitta boscaglia, si decise di passare la notte ai piedi di un piccolo tamarindo.

Si era appena sdraiato a terra, quando udì un miagolìo alzarsi a soli trecento passi di distanza; ma uno di quei miagolii propri delle tigri, che somigliano a veri ruggiti. L'americano, credendosi di fronte ad una di quelle belve, si affrettò a saltare in piedi. Gettò uno sguardo sotto l'oscura foresta e stette in ascolto rattenendo il respiro. Quel miagolìo si ripeté, ma assai più vicino.

L'americano era coraggioso, lo si sa, ma nell'udire quel ruggito ripercuotersi sotto la cupa foresta, provò un forte tremito e fu lì lì per battersela. Temendo però di smarrirsi o di trovarsi di fronte ad una seconda tigre, non si mosse e rimase in piedi appoggiato al tronco del tamarindo, colla carabina in mano e il coltello fra i denti.

Il miagolìo si fece udire per la terza volta ancora più forte, più minaccioso e più vicino.

– Orsù, – mormorò l'americano – quella brutta bestia mi ha fiutato e bisognerà combatterla.

Non aveva ancora finito che udì i rami spezzarsi sotto le unghie di ferro della belva, poi vide i cespugli aprirsi e due occhi lucenti come quelli di un gatto fissarsi sul tamarindo.

Non si sgomentò. Alzò lentamente la carabina, mirò la tigre che mugolava a cento passi di distanza e fece fuoco. L'americano vide la tigre spiccare un salto gigantesco e corrergli addosso.

Comprendendo che per lui era finita se veniva ad un combattimento corpo a corpo, con un balzo si aggrappò ad un ramo del tamarindo, mettendosi al sicuro sul tronco.

La tigre ferita sì, ma non gravemente, si scagliò contro la pianta, strappando larghi pezzi di corteccia, ma ricadde subito. Ritentò l'assalto, ma anche questa volta non riuscì a raggiungere i rami. Girò tre o quattro volte attorno all'albero perdendo sangue dal collo, poi si accovacciò a tre o quattro metri di distanza, cogli occhi fissi sull'americano che non ardiva muoversi, miagolando furiosamente e digrignando i denti.

Vista così, di notte, sotto la foresta, irritata, ruggente, metteva paura. L'americano, con sua grande sorpresa, sentivasi le membra tremare e, cosa strana per lui, sentivasi l'arruffata capigliatura rizzarsi sotto il berretto.

– Calma, calma – andava ripetendo. – Tutto finirà. Per Dio! Non sono un americano, io?

La tigre rimase accovacciata cinque minuti, poi bruscamente si alzò spazzando le erbe colla lunga coda, facendo udire un sordo ruggito, il cui soffio ardente giunse fino all'americano. Pareva che si preparasse ad un nuovo assalto, forse per tentare, con uno di quei colpi d'artiglio che sventrano i più forti e più grossi animali, di atterrare la vittima. Si allungò, si accorciò, soffiò, mostrò i denti e gli artigli, poi si raccolse su se stessa come volesse prendere lo slancio.

James, pallido come un morto, ma risoluto a vendere cara la vita, rapidamente introdusse una carica nella canna della carabina, ma s'accorse con terrore di non aver più la scatoletta delle capsule, dimenticata probabilmente ai piedi dell'albero. Frugò in tutte le saccocce, dentro le fodere, dentro la cintura, dentro i calzoni, ma invano. Si vide perduto.

– È finita! – mormorò. – Fra dieci minuti sarò negli intestini della tigre. Ah, se fossero qui i miei compagni! Povero Giorgio, non lo vedrò mai più!

Ma non era quello il momento da rimpianti. Fece appello alle sue forze e al suo coraggio, si accomodò per bene fra i rami e, lasciando cadere la carabina diventata affatto inutile, brandì il bowie-knife.

Quei preparativi furono inutili, poiché la tigre, che pareva pronta ad assalire, dopo aver miagolato su tutti i toni e girato più volte intorno all'albero, si allontanò, cacciandosi sotto i cespugli. Aveva di già percorso cinquecento passi e cominciava a smarrirsi fra le tenebre, quando un nuovo miagolìo ruppe il profondo silenzio che regnava sotto i boschi. Veniva dalla parte opposta, ad un tre o quattrocento metri di distanza.

Nell'udire quel miagolìo, la tigre si era subito arrestata. Ad un tratto si volse indietro, mirò il tamarindo e si slanciò innanzi con balzi di quindici piedi. Attraversava i cespugli colla rapidità d'una palla, cogli occhi in fiamme, la bocca aperta, gli artigli aperti e scattava come se il suolo fosse coperto da mille e mille molle di una straordinaria potenza.

L'americano impugnò il bowie-knife nel momento che la tigre, con uno slancio disperato, avventavasi contro il tamarindo, aggrappandosi alla biforcazione dei rami. L'urto fu terribile. Lo yankee si gettò perdutamente contro la belva che cercava di passare fra i rami, colpendola col coltello in petto. La tigre, benché gravemente ferita, lasciò i rami aggrappandosi alle gambe dell'americano che furono orribilmente scarnate.

Uomo e animale, perduto l'equilibrio, avvinghiati strettamente l'uno all'altro, precipitarono giù rotolando fra i cespugli e le erbe.

La lotta divenne spaventevole.

L'americano, rimasto sotto, urlando disperatamente, si difendeva col coltello, colle mani, coi piedi e coi denti; sopra di lui ruggiva orrendamente la tigre, lacerandogli le vesti e le carni, cercando di stritolargli il cranio fra le possenti mascelle. Fu una lotta di venti secondi, una lotta disperata, orribile. Ad un tratto la tigre emise un ruggito di furore: il coltello dell'americano l'aveva colpita al cuore e dalla larga ferita usciva un grosso getto di sangue spumoso. Barcollò, ritirò le unghie, cadde, si raddrizzò, poi ricadde mordendo in un ultimo accesso di furore i rami, le erbe e la terra.

Rovesciato fra i cespugli, ansante, sbalordito, coperto di sangue e di bava, col volto disfatto dall'emozione e dal dolore, le vesti a brani, le carni straziate, l'americano se ne stava lì come trasognato, reggendosi sulle braccia, guardando con occhio smarrito la belva e porgendo ascolto agli ultimi suoi rantoli. Con uno sforzo infine, che gli strappò un urlo di dolore, si trascinò ai piedi del tamarindo presso il quale ritrovò la carabina e la scatoletta delle capsule. Tentò di rialzarsi in piedi, ma non vi riuscì.

– Corpo di una bomba! – esclamò. – Sono gravemente ferito, dunque?

Stramazzò ai piedi dell'albero emettendo lugubri gemiti. Portò ambe le mani alle gambe e le ritirò lorde di sangue; si tastò le spalle e le sentì bagnate. Solo allora si accorse di essere tutto insanguinato e lacerato. Fu sgomentato, ma il suo sgomento durò poco. Si addossò al tamarindo, mise a nudo le gambe che erano lacerate fino all'osso e le guardò attentamente. Comprese subito che se non arrestava l'emorragia correva pericolo di morire dissanguato. Stracciò rapidamente il fazzoletto, ne fece fasce che inzuppò nell'acqua contenuta nella fiaschetta e fasciò le ferite. Si denudò le spalle straziate dalle unghie della tigre e fece, come meglio poté, altrettanto. Aveva appena terminato che uno spossamento generale lo atterrò. Cercò di reagire contro quell'improvviso mancamento di forze, ma non vi riuscì. Ebbe allora paura della seconda tigre che ruggiva sempre a mezzo chilometro di distanza.

– Sono perduto – mormorò con voce semispenta.

Una nube gli offuscò la vista. Gli sembrò che gli alberi girassero intorno e che la terra gli traballasse sotto. Gli occhi gli si chiusero, le forze lo abbandonarono e cadde svenuto ai piedi del tamarindo.

Quando tornò in sé, era ancora notte e dinanzi a lui strisciava la seconda tigre brontolando sordamente. Con uno sforzo supremo afferrò la carabina.

– Ecco la seconda parte del dramma – diss'egli sforzandosi di sorridere. – Chi avrebbe detto che le tigri cinesi m'avrebbero giuocato un così brutto tiro?

La tigre si avvicinava sempre, strisciando fra i cespugli, ora mostrando ai raggi della luna il suo mantello zebrato e ora scomparendo sotto la nera ombra dei grandi alberi. Le sue pupille, contratte come un i, erano fisse sul tamarindo.

Si arrestò a quaranta passi, si allungò, fiutò l'aria, agitò la coda come un gatto in collera e si drizzò sulle zampe posteriori guardando l'americano, che ritto sulle ginocchia la prendeva freddamente di mira.

La detonazione della carabina risuonò per la seconda volta sotto i boschi.

La tigre fece un salto nell'aria e cadde a terra senza vita. La palla le aveva fracassato il cranio attraversandole il cervello.