Atto I

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Prologo del Bibbiena Atto II
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ATTO I

SCENA I

Fessenio solo.

Bene è vero che l’uomo mai un disegno non fa che la Fortuna un altro non ne faccia. Ecco, allor che noi pensavamo a Bologna quietarci, intese Lidio mio padrone Santilla sua sorella esser viva ed in Italia pervenuta. Onde, in un tratto, resuscitò in lui quello amore che gli portava, maggior che mai fratello a sorella portassi: perché, amendue de un parto nati, di volto, di persona, di parlare, di modi tanto simili gli fe’ Natura che a Modon, talor vestendosi Lidio da fanciulla e Santilla da maschio, non pur li forestieri, ma non essa madre, non la propria nutrice sapea discernere qual fusse Lidio o qual fusse Santilla; e come gli dèi non gli ariano potuti fare piú simili, così parimente l’uno amava l’altro piú che se stesso. Però Lidio, che morta si pensava essere sua sorella, inteso lei essere salva, si messe ad investigare di lei. Ed a Roma pervenuti, sono giá quattro mesi, cercando sua sorella, trovò Fulvia romana. Della quale neramente accesosi, con Calandro suo marito misse me per servo per condurre a fine lo amoroso suo disio: come subito condussi con satisfazione di lei; perché ella, di lui grandemente ardendo, di bel mezzo giorno, ha piú volte fatto andare a sollazzarsi seco Lidio vestito da donna Santilla chiamandosi. Ma pure esso, temendo che tal fiamma non si scoprisse, si è, da molti giorni in qua, mostro negligentissimo di lei fingendo di qua partire volersi. Laonde Fulvia è ora in passione e in furia tale che quiete alcuna non trova: e ora ricorre a maliastre, ad [p. 12 modifica]incantatrici, a negromanti che ricuperare le faccino lo amante suo come se perduto l’avesse; e ora me e quando Samia sua serva, conscia di tutto, manda a lui con preghi, con doni e con promessa di dare per moglie al suo figliuolo Santilla, se mai avviene che la si trovi. E tutto fa in maniera che, se ’l marito non avesse piú della pecora che de l’uomo, giá accorto se ne saria. E tutta la ruina caderia sopra me: per che mi bisogna bene sapere schermire. Io solo fo la impossibilitá. Nessuno potette mai servire a due ed io servo a tre: al marito, alla moglie e al proprio mio padrone; in modo che io non ho mai uno riposo al mondo. Né per ciò mi dolgo, perché chi in questo mondo sempre si sta ha il viver morto. Se vero è che un bon servo non deve mai avere ozio, io pur tanto non ne ho che possa pure stuzzicarmi li orecchi. E, se niente mi mancava, un’altra amorosa pratica mi è pervenuta alle mani, la qual mille anni parmi di conferire con Lidio che di qua viene. Ed, oh! oh! oh!, seco è quel Momo di Polinico suo precettore. Apparso è il delfino; tempesta fia. Voglio un poco starmi cosi da parte e udire quel che ragionano.

SCENA II

Polinico precettore, Lidio padrone, Fessenio servo.

Polinico. Per certo, non mi saria mai caduto ne l’animo, Lidio, che tu a questo venissi; che, drieto andando a vani innamoramenti, sprezzatore de ogni virtú sei diventato. Ma di tutto do causa a quella bona creatura di Fessenio.

Fessenio. Per lo corpo...

Lidio. Non dir cosí, Polinico.

Polinico. Eh! Lidio, tutto so meglio che tu e che quel ribaldo del tuo servo.

Fessenio. A dispetto di... che io li...

Polinico. L’omo prudente pensa sempre quello li pò venire in contrario.

Fessenio. Eccoci su per le pedagogarie. [p. 13 modifica]

Polinico. Come questo vostro amore fia piú noto, oltre che in gran pericolo starai, tu sarai da tutti tenuto una bestia.

Fessenio. Pedagogo poltrone!

Polinico. Perché, chi non dileggia e non odia li vani e li leggeri? Come diventato sei tu che, forestiero, ti sei posto ad amare. E chi? Una delle piú nobil donne di questa cittá. Fuggi, dico, e’ pericoli di questo amore.

Lidio. Polinico, io son giovane; e la giovinezza è tutta sottoposta ad Amore. Le gravi cose si convengano a’ piú maturi. Io non posso volere se non quello che Amor vuole: e mi sforza ad amare questa nobil donna piú che me stesso. Il che, quando mai si risapessi, credo che io ne sarò da molti piú reputato; per ciò che come in una donna è grandissimo senno il guardarsi da l’amore di maggior omo che ella non è, cosí è gran valore nelli omini di amare donne di piú alto lignaggio che essi non sono.

Fessenio. Oh bella risposta!

Polinico. Questi son termini insegnatili da quel tristo di Fessenio per metterlo su.

Fessenio. Trista se’ tu.

Polinico. Mi maravigliavo che tu non volassi a turbar l’opere bone.

Fessenio. Adonque io non turberò le tua.

Polinico. Nulla è peggio che vedere la vita de’ savi dependere dal parlare de’ matti.

Fessenio. Piú saviamente l’ho consigliato io sempre che tu fatto non hai.

Polinico. Non puole essere superiore di consigli chi è inferiore di costumi. Non te ho prima cognosciuto, Fessenio, perché non t’arei tanto laudato a Lidio.

Fessenio. Avevo forse bisogno di tuo favore io, ah?

Polinico. Conosco ora essere ben vero che, in laudare altrui, spesso resta l’omo ingannato; in biasmarlo, non mai.

Fessenio. Tu stesso mostri la vanitá tua poi che laudavi chi non conoscevi. So io bene che, in parlare di te, non mi sono ingannato mai. [p. 14 modifica]

Polinico. Donque hai tu detto mal di me?

Fessenio. Tu stesso il di’.

Polinico. Pazienzia! Non intendo quistionar teco, che saria uno gridare co’ tuoni.

Fessenio. El fai perché non hai ragion meco.

Polinico. El fo per non usare altro che parole.

Fessenio. E che potresti tu mai farmi in cent’anni?

Polinico. El vederesti. E cosi, cosi...

Fessenio. Non stuzzicar, quando fumma el naso de l’orso.

Polinico. Dch! dch! Orsú! Non voglio con un servo...

Lidio. Orsú! Fessenio, non piú.

Fessenio. Non minacciare: che, benché io sia vii servo, anco la mosca ha la sua collora; e non è si picciol pelo che non abbi l’ombra sua, intendi?

Lidio. Taci, Fessenio.

Polinico. Lassami seguire con Lidio, se ti piace.

Fessenio. E dá del buon per la pace.

Polinico. Ascolta, Lidio. Sappi che Dio ci ha fatto due orecchi per udire assai.

Fessenio. Ed una sol bocca per parlar poco.

Polinico. Non parlo teco. Ogni mal fresco agevolmente si leva; ma poi, invecchiato, non mai. Levati, dico, da questo tuo amore.

Lidio. Perché?

Polinico. Non ve arai mai se non. tormenti.

Lidio. Perché?

Polinico. Oimè! Non sai tu che i compagni d’amore sono ira, odii, inimicizie, discordie, ruine, povertá, suspezione, in*^V quietudine, morbi perniziosi nelli animi de’ mortali? Fuggi amor; fuggi.

Lidio. Oimè! Polinico, non posso.

Polinico. Perché?

Fessenio. Per mal che Dio ti dia.

Lidio. Alla potenzia sua ogni cosa è suggetta. E non è maggior dolcezza che acquistare quel che si desidera in amore, • senza il quale non è cosa alcuna perfetta né virtuosa né gentile. [p. 15 modifica]

Fessenio. Non si può dir meglio.

Polinico. Non è maggior vizio in un servo che l’adulazione. E tu lui ascolti? Lidio mio, attendi a me.

Fessenio. Si che gli è delicata robba!

Polinico. Amore è simile al foco che, postovi sopra zolfo o altra trista cosa, amorba l’omo.

Lidio. E, postovi incenso, aloe ed ambra, fa pure odore da resuscitare morti.

Fessenio. Ah! ah! Col laccio che fece resta preso Polinico.

Polinico. Ritorna, Lidio, alle cose laudabili.

Fessenio. Laudabile è accomodarsi al tempo.

Polinico. Laudabile è quel che è buono ed onesto. Te annunzio ci capiterai male.

Fessenio. El profeta ha parlato.

Polinico. Ricordoti che l’animo virtuoso non si muove per cupiditá.

Fessenio. Né si leva per paura.

Polinico. Tu pur male fai. E sai che gli è grande arroganzia sprezzare i consigli de’ savi.

Fessenio. Mentre che savio te intituli, matto ti battezzi perché tu pur sai che non è maggior pazzia che tentare quello che non può ottenersi.

Polinico. Egli è meglio perdere dicendo il vero che vincere con le bugie.

Fessenio. El vero dico io come tu. Ma non son giá un messer tutto-biasma come sei tu; che, per quattro cuius che tu hai, si savio esser ti pare che credi che ogni altro, da te in fuora, sia una bestia. E non sei però Salamone; né consideri che una cosa al vecchio, una al giovane, una ne’ pericoli e una nel riposo si conviene. Tu, che vecchio sei, la vita tieni che a lui ricordi. Lidio, che giovane è, lassa che le cose faccia da giovane. E tu al tempo ed a quel che piace a Lidio te accomoda.

Polinico. Egli è ben vero che un padrone quanti ha piú servi tanti piú ha inimici. Costui ti conduce alle forche. E, quando mai altro mal non te ne avvenga, ne arai sempre tu [p. 16 modifica]rimordimento ne l’animo perché e’ non è supplizio piú grave che la conscienzia delli errori commessi. E però lassa costei, Lidio.

Lidio. Tanto lassar posso io costei quanto il corpo l’ombra.

Polinico. Anzi, meglio faresti tu ad odiarla che a lassarla.

Fessenio. Oh! oh! oh! Non puole il vitello e vuol che porti el bue!

Polinico. Ella lasserá ben presto te, come da altri fia ricercata; che le femine sono mutabili.

Lidio. Oh! oh! oh! Non sono tutte d’una fatta.

Polinico. Non son giá d’una apparienzia; ma sono ben tutte d’una natura.

Lidio. Gran fallacia pigli.

Polinico. O Lidio, leva el lume, che i volti veder non si possino, non è una differenzia al mondo da l’una all’altra. E sappi che a donna non si può credere, etiam poi che è morta.

Fessenio. Costui fa meglio che or or non li ricordava.

Polinico. Che?

Fessenio. Te accommodi benissimo al tempo.

Polinico. Anzi, dico bene il vero a Lidio.

Fessenio. Piú su sta mona luna!

Polinico. In fine, che vuo’ tu inferire?

Fessenio. Voglio inferire che tu ti accommodi al viver d’oggi.

Polinico. In che modo?

Fessenio. Allo essere inimico delle donne, come è quasi ognuno in questa corte. E però ne dici male. E iniquamente fai.

Lidio. Dice il vero Fessenio, perché laudar non si può quel che tu hai detto di loro: per ciò che sono quanto refrigerio e quanto bene ha il mondo e sanza le quali noi siamo disutili, inetti, duri e simili alle bestie.

Fessenio. Che bisogna dir tanto? Non sappiam noi che le donne sono si degne che oggi non è alcuno che non le vadi imitando e che volentieri, con l’animo e col corpo, femina non diventi?

Polinico. Altra risposta non voglio darvi.

Fessenio. Altro in contrario dir non sai. [p. 17 modifica]

Polinico. Ricordo a te, Lidio, che gli è sempre da tór via l’occasione del male e di nuovo ti conforto che tu voglia, per tuo bene, levarti da questi vani innamoramenti.

Lidio. Polinico, e’ non è cosa al mondo che manco riceva il consiglio o la operazione in contrario che lo amore; la cui natura è tale che piú tosto per se stesso consumar si può che per gli altrui ricordi tórsi via. E però, se pensi levarmi dallo amore di costei, tu cerchi abracciar l’ombra e pigliare il vento con le reti.

Polinico. E questo ben mi pesa: perché, dove esser solevi piú trattabile che cera, or piú ruvido mi pari che la piú alta rovere che si trovi. E sai tu come ell’è? Io ne lasserò il pensiero a te. E sappi che tu ci capiterai male.

Lidio. Io noi credo. E se pur ciò ria, non m’hai tu nelle tue lezioni mostro che è gran laude morire in amore e che bel fin fa chi bene amando more?

Polinico. Orsú! Fa’ pure a tuo modo e di questa bestia qui. Presto presto potresti cognoscere con tuo danno li effetti d’amore.

Fessenio. Fermati, o Polinico. Sai tu che effetti fa amore?

Polinico. Che? bestia!

Fessenio. Quelli del tartufo, che a’ giovani fa rizzar la ventura e a’ vecchi tirar coregge.

Lidio. Ah! ah! ah!

Polinico. Eh! Lidio, tu te ne ridi e sprezzi le parole mie Piú non te ne parlo; e di te a te lasso il pensiero; e me ne vo.

Fessenio. Col mal anno. Hai tu visto come e’ finge il buono? Come se noi non cognoscessimo questo ipocrito poltrone! che ci ha tutti turbati in modo che io né narrare né tu ascoltar potremo certa bella cosa di Calandro.

Lidio. Di’, di’; che con questa dolcezza leverem l’amaritudine che ci ha lassata Polinico. [p. 18 modifica]

SCENA III

Lidio, Fessenio servo.

Lidio. Or parla.

Fessenio. Calandro, marito di Fulvia tua amorosa e padrone mio posticcio, che castrone è e tu becco fai, mentre che tu, li di passati, da donna vestito, Santilla chiamatoti, andato da Fulvia e tornato sei, credendo che tu donna sia, si è forte di te invaghito e pregatomi che io faccia si che egli ottenga questa sua amorosa: la qual sei tu. Io ho finto averci fatta grande opera; gli ho data speranza di condurla, ancor oggi, alle voglie sue.

Lidio. Questa è ben cosa da ridere. Ah! ah! ah! Ed or mi ricordo che, l’altro di, tornando io da Fulvia in abito di donna, mi venne drieto un pezzo; ma non pensai che fusse per innamoramento. Si vuol mandarla. innanzi.

Fessenio. Ti servirò bene: lassa fare a me. Gli mostrerò di novo aver fatti miraculi per lui; e sta’ sicuro, Lidio, che egli piú crederrá a me che io non dirò a lui. Gli do spesso ad intendere le piú scempie cose del mondo per ciò che gli è il piú sufficiente lavaceci che tu vedessi mai. Potrei mille sua castronarie raccontarti; ma, acciò che io non vada ogni particularitá narrandoti, egli ha in sé si profonde sciocchezze che, se una sola di quelle fusse in Salamone, in Aristotele o in Seneca, averebben forza di guastare ogni lor senno, ogni lor sapienzia. E quello che sommamente mi fa ridere delli fatti suoi è che gli pare essere si bello e si piacevole che e’ s’avisa che quante lo vedeno subito se innamorino di lui, come se altro piú bel fante di lui non si trovasse in questa terra. In fine, come il vulgo usa dire, se mangiasse fieno, sarebbe un bue; perché poco meglio è che Martino da Amelia o Giovan Manente. Onde facil ci fia, in questo suo amorazzo, condurlo a quel che noi piú vorremo. [p. 19 modifica]

Lidio. Ah! ah! ah! Io sono per morir delle risa. Ma dimmi: credendo esso che io sia femina, e maschio essendo, quando esso fia da me, come anderá la cosa?

Fessenio. Lassa pur questa cura a me, che tutto ben si condurrá. Ma oh! oh! oh! Vedilo lá. Va’ via, che teco non mi veda.

SCENA IV

Calandro, Fessenio servo.

Calandro. Fessenio!

Fessenio. Chi mi chiama? Oh padrone!

Calandro. Or be’, dimmi: che è di Santilla mia?

Fessenio. Di’ tu quel che è di Santilla?

Calandro. Si.

Fessenio. Non lo so bene. Pur io credo che di Santilla sia quella veste, la camicia che l’ha indosso, el grembiule, i guanti e le pianelle ancora.

Calandro. Che pianelle? che guanti? Imbriaco! Ti domandai, non di quello che è suo, ma come la stava.

Fessenio. Ah! ah! ah! Come la stava vuoi saper tu?

Calandro. Messer si.

Fessenio. Quando poco fa la vidi, ella stava... aspetta! a sedere con la mano al volto; e, parlando io di te, intenta ascoltandomi, teneva gli occhi e la bocca aperta, con un poco di quella sua linguetta fuora, cosi.

Calandro. Tu m’hai risposto tanto a proposito quanto voglio. Ma lassiamo ire. Donque l’ascolta volentieri, ch?

Fessenio. Come «ascolta»? Io l’ho giá acconcia in modo che fra poche ore tu arai lo attento tuo. Vuoi altro?

Calandro. Fessenio mio, buon per te.

Fessenio. Cosi spero.

Calandro. Certo. Fessenio, aiutami; ch’io sto male.

Fessenio. Oimè, padrone! Hai la febbre? Mostra.

Calandro. No. Oh! oh! Che febbre? Bufalo! Dico che Santilla m’ha concio male. [p. 20 modifica]

Fessenio. T’ha battuto?

Calandro. Oh! oh! oh! Tu se’ grosso! Dico ch’ella m’ha inamorato forte.

Fessenio. Be’, presto sarai da lei.

Calandro. Andiamo dunque da lei.

Fessenio. Ci sono ancora di mali passi.

Calandro. Non ci perder tempo.

Fessenio. Non dormirò.

Calandro. Fallo.

Fessenio. El vedrai: che or ora sarò qui con la risposta. Addio. Guarda lo gentile innamorato! Bel caso! Ah! ah! ah! D’un medesimo amante son morti la moglie e il marito. Oh! oh! oh! Vedi Samia serva di Fulvia che esce di casa. Alterata parmi; trama c’è. Ed essa sa il tutto. Da lei saperrò quel che in casa si fa.

SCENA V

Fessenio servo, Samia serva.

Fessenio. Samia! o Samia! Aspetta, Samia.

Samia. Oh! oh! Fessenio!

Fessenio. Che si fa in casa?

Samia. A fé, non bene per la padrona.

Fessenio. Che c’è?

Samia. La sta fresca.

Fessenio. Che ha?

Samia. Non mei far dire.

Fessenio. Che?

Samia. Troppa...

Fessenio. Troppa che?

Samia. ... rabbia di...

Fessenio. Rabbia di che?

Samia. ...trastullarsi con Lidio suo. Ha’ lo inteso mò?

Fessenio. Oh! Questo sapevo io come tu.

Samia. Tu non sai giá un’altra cosa. [p. 21 modifica]

Fessenio. Che?

Samia. Che la mi manda a uno che fará fare a Lidio ciò che la vuole.

Fessenio. In che modo?

Samia. Per via di canti.

Fessenio. Di canti?

Samia. Messer si.

Fessenio. E chi sará questo musico?

Samia. Che vuoi tu fare di musico? Dico che vo a uno che lo fará amare, se crepasse.

Fessenio. Chi è costui?

Samia. Ruffo negromante, che fa ciò che vuole.

Fessenio. Come cosi?

Samia. Ha uno spirito favellano.

Fessenio. Familiare, vuoi dir tu.

Samia. Non so ben dir queste parole. Basta che ben saprò dirgli che venga a madonna. Fatti con Dio. Vedi, olá! non ne parlare.

Fessenio. Non dubitare. Addio.

SCENA VI

Samia serva, Ruffo negromante.

Samia. Egli è ancor si buon’ora che Ruffo non sará ancor tornato a desinare. Meglio è guardare se in piazza fusse. Ed oh! oh! oh! ventura! Vedilo che va in lá. O Ruffo! o Ruffo! Non odi, Ruffo?

Ruffo. Io pur mi volto né vedo chi mi chiama.

Samia. Aspetta!

Ruffo. Chi è costei?

Samia. M’hai fatta tutta sudare.

Ruffo. Be’, che vuoi?

Samia. La padrona mia ti prega che or ora tu vadi da lei.

Ruffo. Chi è la padrona tua? [p. 22 modifica]

Samia. Fulvia.

Ruffo. Donna di Calandro?

Samia. Quella, si.

Ruffo. Che vuol da me?

Samia. Ella tei dirá.

Ruffo. Non sta la su la piazza?

Samia. Ci son due passi. Andianne.

Ruffo. Vattene innanzi ed io drieto a te ne vengo. Sarebbe mai costei nel numero dell’altre scempie a credere che io sia negromante e abbia quello spirito che molte sciocche dicano? Non posso errare ad intendere quel che la vuole. Ed in casa sua me n’entro prima che qui arrivi colui che in qua viene.

SCENA VII

Fessenio servo, Calandro.

Fessenio. Or vedo ben che ancor li dèi hanno, come li mortali, del buffone. Ecco, Amore, che suole inviscare solo i cori gentili, s’è in Calandro pecora posto, che da lui non si parte; che ben mostra Cupido aver poca faccenda poi che entra in si egregio babuasso. Ma il fa perché costui sia tra gli amanti come l’asino tra le scimie. E forse che non l’ha messo in bone mane? Ma la piuma è cascata nella pania.

Calandro. O Fessenio! Fessenio!

Fessenio. Chi mi chiama? Oh padrone!

Calandro. Hai tu vista Santilla?

Fessenio. Ho.

Calandro. Che te ne pare?

Fessenio. Tu hai gusto. In fine, io credo che ’l fatto suo sia la piú sollazzevol cosa che si trovi in Maremma. Fa’ ogni cosa per ottenerla.

Calandro. Io l’arò, se io dovessi andar nudo e scalzo.

Fessenio. Imparate, amanti, questi bei detti.

Calandro. Se io l’ho mai, tutta me la mangerò. [p. 23 modifica]

Fessenio. Mangiare? Ah! ah! Calandro, pietá di lei. Le fiere l’altre fiere mangiano; non gli omini le donne. Egli è ben vero che la donna si beve, non si mangia.

Calandro. Come! si beve?

Fessenio. Si beve, si.

Calandro. O in che modo?

Fessenio. Noi sai?

Calandro. Non certo.

Fessenio. Oh! Gran peccato che un tanto omo non sappi bere le donne!

Calandro. Dch! insegnami.

Fessenio. Dirotti. Quando la baci, non la succi tu?

Calandro. Si.

Fessenio. E quando si beve, non si succia?

Calandro. Si.

Fessenio. Be’! Allora che, basciando, succi una donna, tu te la bevi.

Calandro. Parmi che sia cosi. Madesine! Ma pure io non mi ho mai beuto Fulvia mia; e pure baciata l’ho mille volte.

Fessenio. Oh! oh! oh! Tu non l’hai bevuta perché ancora essa ha baciato te e tanto di te ha succiato quanto tu di lei: per il che tu beuto lei non hai né ella te.

Calandro. Or vedo ben, Fessenio, che tu sei piú dotto che Orlando, perché per certo cosí è; che io non baciai mai lei che ella non baciassi me.

Fessenio. Oh! vedi tu se io il vero te dico?

Calandro. Ma dimmi: una spagnuola, che sempre mi baciava le mani, perché se le voleva ella bere?

Fessenio. Bel secreto! Le spagnuole bacian le mani, non per amore che le ti portino né per bersi le mani, no; ma per succiarsi li anelli che si portano in dito.

Calandro. O Fessenio, Fessenio, tu sai piú secreti delle donne...

Fessenio. Massime quelli della tua.

Calandro. ... che un architetto.

Fessenio. To’ lá! Architetto, ah? [p. 24 modifica]

Calandro. Due anelli mi bevve quella spagnuola. Or io fo ben voto a Dio che io m’arò ben l’occhio di non esser beuto.

Fessenio. E tu savio.

Calandro. Nissuna mi bacerá giá mai che lei non baci.

Fessenio. Calandro, abbivi avvertenza; perché, se una ti bevesse il naso, una gota o un occhio, tu resteresti il piú brutto omo del mondo.

Calandro. Ci arò ben cura. Ma fa’ pur che io abbi in braccio Santilla mia.

Fessenio. Lassa fare a me. Voglio ire ad ultimare in un tratto la cosa.

Calandro. Cosi fa’. Ma presto.

Fessenio. Non ho se none andar lá; da qua ad un poco, tornerò a te con la conclusione.

SCENA VIII

Ruffo solo.

Non deve l’omo mai disperarsi perché spesso vengano le venture quando altri non l’aspetta. Costei, come io pensai, crede che io abbi uno spirito. Ed, essendo neramente d’un giovane accesa ed altro rimedio non giovandoli, al mio ricorre, pregandomi che io lo stringa andare da lei, di giorno, in forma di donna, promettendomi denari assai se io ne la contento: che credo di si, per ciò che lo amante è un Lidio greco, amico e cognoscente mio per essere d’un medesimo paese che sono io; ed è anco mio amico Fannio suo servo. Però spero condurre la cosa in paro. A costei non ho promessa cosa certa, se prima con questo Lidio non parlo. La ventura ci piove in grembo, se ella fia presa da Lidio come da me. Orsú! A casa di Perillo mercante fiorentino, ove sta Lidio, me ne vo; ed, essendo ora di pranzo, forse in casa il troverrò.