L'avvocato veneziano/Lettera di dedica

Lettera di dedica

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L'avvocato veneziano L'autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR

BERNARDO VALIER

Patrizio Veneto e Senatore Amplissimo1.


Q
UAND’ebbi l’onore di dedicare a V. E. il mio Avvocato Veneziano, ella copriva allora l’illustre, autorevole carico di Avvogador di Comun2. Per questa via, tanto onorifica, quanto difficile e laboriosa, ella è pervenuta al grado eccelso di Senatore, ed io in questa mia novella edizione mi consolo con V. E. che lo ha meritato, e con l’augusta Patria che ha riconosciuto il merito e ricompensato. Infatti, che altro fa una Repubblica, esaltando e ricompensando i suoi Cittadini, che dar gloria a se stessa ed animare i membri che la compongono ad esser utili al suo Governo? Fra tutte le strade che conducono i Patrizi Veneti alla dignità Senatoria, V. E. ha calcato la più spinosa; ma là è, dove ha potuto meglio brillare il di Lei talento, esercitando la pietà e la giustizia, che sono in Lei due virtù indivisibili e connaturali. Mi pare sentirmi dire da qualcheduno: Questa colleganza di pietà e di giustizia è il solito elogio che si dà a tutti quelli che hanno qualche pubblico impiego, come se uno potesse esser giusto senza esser pio, e potesse esser pio senza esser giusto. Io trovo la riflessione assai ragionevole; poiché la vera pietà, nell’animo di chi la esercita, non va mai disgiunta dalla giustizia, e la giustizia e un atto di pietà particolare, quando benefica, e un atto di pietà universale, quando castiga. Ma nel [p. 416 modifica]castigo ancora si può far uso della pietà particolare, quando, per esempio, un Giudice è fornito di quella bontà di cuore, che è naturale in V. E.

Poco ci vuole a consolare un afflitto, a confortare uno sfortunato. I rei talvolta tremano più alla vista di un Giudice aspro, inumano, che a quella della pena che han meritato. I condannati benedicono la dolcezza di chi li condanna, e gli assoluti si lamentano di chi li ha maltrattati. Quindi è, che nessuno è partito dal di Lei Tribunale malcontento, che i buoni hanno lodato la di Lei giustizia, ed i rei hanno confessata la di Lei pietà. Queste due virtù, che trionfano in un Magistrato, trovano luogo ancora da esercitarsi in particolare. La giustizia prende il nome di retto giudizio, di talento quadrato, di cognizione perfetta; e la pietà prende quello di affetto, di compassione, di attaccamento, di protezione. Parmi che Vostra Eccellenza abbia voluto usar meco abbondantemente di questi due attributi. Col primo ella mi ha amato e protetto; col secondo ella mi ha illuminato e corretto, e ne ho riportato da tutti e due onore e profitto.

Nel rinnovellare adunque l’edizione delle mie Opere, supplisco non solamente alla primiera intenzione, ma valgomi dell’occasione per supplicarla di continuarmi, lontano3, quella bontà e quella protezione che si è degnata usarmi dappresso, e permettermi ch’io possa gloriarmi sempre di essere, quale con profondo ossequio mi dico

Di V. E.

Vostro Devotiss. Obbligatiss. Servitore
Carlo Goldoni.


  1. Questa lettera di dedica fu stampata la prima volta nel t. VIII (1765?) dell’ed. Pasquali di Venezia, diversa affatto da quella che usci nel t. III (1732) dell’ed. Bettinelli e che offriamo in» Appendice
  2. I tre avvogadori (advocatores comuniatis), ossia avvocati o giudici del fisco a Venezia, esercitavano, come si sa, l’ufficio di pubblico ministero nelle cause civili e criminali, custodivano le leggi della Repubblica e il libro d’oro ecc.: v. Ferro, Mulinelli e cento altri.
  3. Si ricordi che l’autore trovavasi in Francia fin dall’anno 1762.