Istoria delle guerre gottiche/Libro terzo/Capo XVIII

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CAPO XVIII.

Deliberazione sulla partenza da Epidanno. — Belisario venuto da Idrunte fuga i Gotti. Totila fortifica il Tevere. Giovanni padrone della Calabria. — Tulliano si amica i Bruzj ed i Lucani; atteso nel porto romano dal condottiero vince in campo Recimundo.

I. Giunte in Epidanno le truppe di Giovanni e d’Isacco ed unitesi a Belisario, opinava il primo che tutti di compagnia, valicato il seno, movendo pedestri partecipassero a quanto fosse loro per arrivare. Belisario all’opposto non la intendeva così, avendo per lo migliore il navigar egli co’ suoi alla vicina piaggia romana, conciossiachè il viaggio terrestre sarebbe riuscito più lungo e forse non senza impacci; Giovanni intanto discaccerebbe, marciando per la Campania e pe’ luoghi dintorno, i pochi barbari ivi raccolti e, fatto il paese di qua dal seno Ionico ligio dell’imperatore, lo arriverebbe colla soldatesca presso del lido vicino a Roma, dov’egli con tutto il rimanente esercito avea in animo di approdare. Essendo che, cinti i Romani da strettissimo assedio, estimava dannosissima fuor d’ogni dubbio alle cose loro la più breve tardanza; e per mare di fermo, avendo propizio il cielo, poteano dopo il [p. 342 modifica]quinto giorno calare le vele nel porto romano, quando con viaggio pedestre alle truppe dipartitesi da Epidanno non ne basterebbero forse un quaranta. Belisario adunque fatto questo comandamento a Giovanni e salpate le áncore, spinto da gagliardo vento, pervenne con tutta l’armata di mare ad Idrunte. I Gotti assediatori del castello non appena uditone si partono calcando la via di Brindisi, città lontana due sole giornate, posta sulla riva del seno e spoglia di muro; quindi persuasi che le romane truppe valicherebbero quelle acque espongono a Totila quali fossersi le cose loro. A tale annunzio costui ordinò tutto l’esercito come se muover dovesse contro al nemico, ed impose alla soldatesca di stanza nella Calabria che a tutt’uomo impedisse quel tragitto. Ma non sì tosto il duce imperiale, profittando del vento in poppa, ebbe alzato le ancore da Idrunte, i Gotti datisi al buon tempo cominciarono a provvedere molto negligentemente alla salvezza della Calabria, e Totila mai sempre fermo nel suo campo solo mirava con ogni studio a chiudere tutti gli aditi per cui si potesse condurre a Roma un che di annona. Scelto a quest’uopo un luogo a novanta stadj dalla città, ove strettissimo appresentasi l’alveo del fiume, vi fece da ripa a ripa allogare lunghe travi a foggia di ponte e sopra delle opposte estremità loro erettevi due torri di legno diedene la custodia a prodi guerrieri coll’incarico di vietare ad ogni maniera di navilii provenienti da Porto l’entrata in Roma.

II. Belisario all’avvicendarsi di tali cose arrivato nel porto romano era in aspettazione delle truppe di [p. 343 modifica]Giovanni surto nella Calabria senza che i Gotti a dimora, come scrivea, in Brindisi ne concepissero il minore sospetto. Ora pigliati tra via due nemici esploratori diede pronta morte all’uno, ed al secondo che abbracciatene le ginocchia supplicavagli della vita, aggiungendo: «nè sarò a te ed al popolo romano disutile»: rispondea: e di qual modo, campandoti io dalla morte gioverai a me ed all’esercito? quegli prometteva il mezzo di sorprendere all’imprevista le genti sue. Il duce gliene concedette a condizione ch’ei di subito ne appalesasse i pascoli; e ad un sì del barbaro entrambi con numeroso corteo si diressero a quella volta, tosto gittato le mani sopra i pascolanti cavalli, e montati tutti in arcione, molti essendo e valentissimi avviaronsi di carriera contro ai gottici campi. Al repentino assalto i barbari inermi e ben lontani col pensiero da questa sorpresa caddero in sì grande spavento che dimentichi dell’antico valore lasciaronsi in copia grandissima trucidare, ed i pochi non incolti a morte ripararono presso del re. Giovanni quindi conciliò all’imperatore gli animi de’ Calabresi, promettendo loro con dolci e lusinghiere parole che molti beni e da lui e dall’esercito romano deriverebbero a quella regione. Dopo di che abbandonato prestamente Brindisi occupò Canusio, città posta nel centro della Puglia e distante all’occaso, verso Roma, il viaggio di cinque giornate. Da quivi camminando venticinque stadj giugnesi a Canne, dove in altri tempi i Romani soggiacquero a gravissima strage per opera di Annibale generale de’ Cartaginesi. [p. 344 modifica]

III. Ora Tulliano di Venanzio, originario di Roma e potentissimo appo i Bruzj ed i Lucani, presentossi al duce e lamentate in prima le angherie commesse dal cesariano esercito contro gl’Italiani, terminò dicendo che se col tempo avvenire si praticasse qualche tratto di clemenza a pro loro, egli tal renderebbe soggette ed obbidienti le due provincie all’imperatore che indurrebbele sino a pagargli tributo come per lo innanzi; non essendosi fatte di proprio volere ligie de’ barbari e questi ariani, ma costrette dalla nemica preponderanza; e soprattutto provocate dalle offese delle truppe di lui; qui avuta ferma promessa che l’esercito comporterebbesi generosamente cogli Italiani, assembrò sue genti a quelle bizantine. Così da quinci in poi ai nostri cessò ogni timore per rispetto della penisola, e tutto il suolo di qua dal seno Ionico fu amico e suggetto a Giustiniano.

IV. Totila uditone spedisce trecento eletti barbari a Capua coll’ordine di seguire da presso le truppe di Giovanni, allorchè queste incautamente di là movessero alla volta di Roma; del resto ei provvederebbe ad ogni cosa. Laonde il duce imperiale nel timore di nemico improvviso scontro, dimesso il pensiero di raggiugnere Belisario, si portò in quel de’ Bruzj e de’ Lucani. Annoveravano i barbari tra suoi un Recimero, personaggio famoso, alla testa di alcuni militi rafforzati da grossa turma di trafuggitori maurusii e romani, e posto dal re a guardia dei Bruzj, acciocchè presidiando lo stretto Scilleo e tutto quel littorale, nessuno potesse di là farsi nella Sicilia, o da questa [p. 345 modifica]navigare a quello. Ma Giovanni, prevenuta con mirabile celerità la fama del suo arrivo, e all’impensata assalitili tra Regio e Vibone, per guisa li sbigottì che forzolli, dimentichi al tutto del proprio valore, a mostrare turpemente le spalle, riparando sopra un monte ivi da presso e di erta e malagevole salita. Impertanto seguitene di colpo le orme e tornato ad investirli prima che si munissero tra que’ precipizj uccise la massima parte de’ Maurusii e Romani, sebbene opponenti accanita difesa, e ricevè a composizione il condottiero stesso col rimanente di quelle truppe, e dopo la vittoria quivi piantò il campo. Se non che Belisario attendendone impazientemente di giorno in giorno l’arrivo teneasi inoperoso, e biasimavalo siccome inetto a procacciarsi un valico, quantunque forte di valorosissime truppe, col dare battaglia a trecento spediti dal nemico a presidiare Capua; quegli in cambio fallitagli ogni speranza di giugnere al suo destino voltò indietro nella Puglia, e pose i quartieri in Cervario (tal si nomava il luogo).