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XXX. D'uno diserto

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XXIX XXXI

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XXX (xl)

D’uno diserto.

Quando l’uomo si parte di Gobiam (Cobinan), l’uomo va per un diserto bene otto giornate, nel quale hae grande secchitade, e non v’ha frutti nè acqua se non amara, come in quel di sopra che vi ho detto; e quegli che vi passano portano1 da bere e da mangiare, se no che gli cavalli beono di quell’acqua mal volentieri. E di capo delle otto giornate è una provincia chiamata Tonocan (Tonocain), e havvi castella e cittadi assai, e confina con Persia verso tramontana. E quivi è una grandissima provincia tutta piana, ov’è l’albero «solo», lo quale gli cristiani lo chiamano l'«albero secco»: e dirovvi com’egli è fatto. Egli è grande e grosso: le sue foglie sono dall’una parte verdi e dall’altra bianche,2 e fa cardi come di castagne; ma non v’ha entro nulla: egli è forte legno, e giallo come bossio. E non v’ha albero3 presso a cento miglia, salvo che dall’una parte, a dieci miglia. E quivi dicono, quegli di quelle parti, che fu la battaglia tra Alessandro e Dario. Le ville e le castella hanno grande abondanza d’ogni buona cosa; lo paese è temperato;4 e adorano Malcometto. Quivi hae bella gente e le femmine sono belle oltra misura. Di qui ci partiamo; e dirovvi di una contrada che si chiama Milice (Mulchet), ove il veglio della montagna solea dimorare.

  1. Pad. la vituaria e ancora de l’aqua per li omeni: le bestie beveno de quelle del deserto a grande pena.
  2. Ricc. e fa li fruti como queli dela castegna. (Negli altri testi del tipo Pad.: fa ricci...; Fr. noci).
  3. ’Pad. apresso d’esso ben a zento milia.
  4. Ricc.* ni tropo calda ni tropo freda.