Il guarany/Parte Seconda/Capitolo V

Parte Seconda - V. Nobiltà e villania

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José de Alencar - Il guarany (1857)
Traduzione dal portoghese di Giovanni Fico (1864)
Parte Seconda - V. Nobiltà e villania
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CAPITOLO V.


NOBILTA’ E VILLANIA.

È tempo di continuare il racconto, interrotto per la necessità di far noti alcuni fatti anteriori al momento in cui siamo.

Ritorniamo quindi al luogo ove si trovava Loredano co’ suoi compagni, atterriti dall’inaspettata esclamazione che risuonò in mezzo a loro.

I due complici, superstiziosi com’erano le persone volgari a que’ dì, attribuivano il fatto ad una causa soprannaturale, e scorgevano in esso un’ammonizione del cielo.

Ma Loredano non era uomo da cedere a tali debolezze; avea udito una voce; e quella voce, ancorchè cavernosa, sotterranea, dovea essere di un uomo.

Quale sarà mai? Quella di don Antonio de Mariz? Sarebbe di alcuno degli avventurieri? [p. 56 modifica]

Non potea saperlo; il suo spirito perdevasi in un caos di dubbii e d’incertezze.

Fece un gesto a Ruy Soeiro e a Bento Simoes di tenergli dietro; e stringendo al seno la fatale pergamena, causa di tanti delitti, lanciossi per la campagna.

Non avean fatto che pochi passi, quando videro in distanza traversare la via da essi battuta un cavaliere, che Loredano riconobbe tantosto: era Alvaro.

Il giovane cercava la solitudine per pensare a Cecilia, ma specialmente per riflettere sopra un fatto che gli era accaduto quel mattino, e che non potea comprendere.

Avea veduto da lungi aprirsi la finestra di Cecilia; apparire le due fanciulle, scambiarsi un’occhiata; e poscia Isabella cadere in ginocchio ai piedi di sua cugina.

Se avesse udito quello che già sappiamo, avrebbe compreso il tutto perfettamente; ma lungi com’egli era, appena avea potuto vedere, senz’esser scorto dalle due fanciulle.

Loredano, vedendo passare il cavaliere, si voltò a’ suoi compagni.

— Eccolo!... disse con uno sguardo scintillante di gioia. Imbecilli! che attribuite al cielo quello che non sapete spiegare!...

Accompagnò queste parole con un sorriso di profondo disprezzo.

— Aspettatemi qui.

— Che andate a fare? dimandò Ruy Soeiro. [p. 57 modifica]

Loredano si volse al tutto meravigliato; dipoi alzò le spalle, come se la dimanda del suo compagno non meritasse risposta.

Ruy Soeiro che conosceva il carattere di costui, comprese il gesto; un resticiuolo di generosità, che ancora viveva in fondo al suo cuore corrotto, lo portò ad afferrare il braccio del compagno per rattenerlo.

— Volete che sbagli?... disse Loredano.

— È un delitto inutile! riprese Bento Simoes.

Loredano fissò in lui uno sguardo freddo, come il contatto dell’acciaio brunito.

— Ve n’ha un più utile, amico Simoes; ce ne occuperemo a suo tempo.

E senz’aspettare la replica, misesi per gli arbusti che coprivano la campagna in quel luogo, e tenne dietro ad Alvaro che continuava lentamente il suo cammino.

Il giovane, quantunque preoccupato, avea già da molto tempo acquistato l’abito di quella vita arrischiata dei nostri cacciatori dell’interno, che corrono per le foreste ancor vergini.

Quivi l’uomo vedesi circondato d’ogni lato da pericoli: di fronte, alle spalle, a sinistra, a destra, dall’alto, dal basso può sorgere d’improvviso un nemico nascosto nel fogliame, e che si accosta senz’esser veduto.

L’unica difesa è la finezza dell’udito, che a distinguere tra i rumori vaghi della foresta quello che è prodotto da un’azione più forte, che non è quella del vento; e la prontezza e l’acume della [p. 58 modifica]vista che sa indagare minutamente le ombre degli alberi, e discernere gli oggetti tra il denso delle frondi.

Alvaro possedeva questo dono degli abili cacciatori; e perciò, appena il vento gli portò un suono di foglie secche calpeste, alzò il capo, e diede un’occhiata all’ingiro: dipoi per prudenza si accostò al grosso tronco di un albero isolato, e incrociando le braccia sopra la sua carabina, aspettò.

In quella posizione l’inimico, qualunque si fosse, fiera, rettile o uomo, non potea assalirlo se non di faccia; egli lo vedrebbe avvicinarsi e lo riceverebbe.

Loredano, acquattato tra le frondi, avea veduto questo movimento ed esitava; ma il suo secreto era in compromesso, e il sospetto conceputo che Alvaro fosse colui che l’avesse minacciato colla parola traditori, il confermava del tutto in questo pensiero, scorgendo la prudenza con che il giovane evitava una sorpresa.

Il cavaliere era un nemico terribile, e maneggiava tutte le armi con una destrezza ammirabile.

La lama della sua spada somigliava a un serpe elastico, flessibile, rapido, che volteggiava sibilando, e lanciava il colpo colla rapidità e la sicurezza del serpente a sonaglio.

Il pugnale, vibrato dal suo braccio leggiero, aiutato dall’agilità del suo corpo, era come un fulmine che tracciava nell’aria una croce di fuoco, e cadendo sul petto dell’inimico lo atterrava di botto. [p. 59 modifica]

La palla della sua carabina o della sua pistola era una fida messaggiera, che a trenta passi colpiva l’uccello che libravasi nell’aria o la foglia che si moveva in balìa del vento.

Molte fiate, sullo spianato della casa, Loredano avea visto Alvaro, che, dopo aver fatto miracoli ne’ tiri, spezzava nell’aria le saette che Pery lanciava apposta, perchè gli servissero di bersaglio.

Cecilia batteva le mani d’applauso; Pery era contento in veder la signora allegra, e benchè per lui, che sapeva fare assai più, ciò fosse cosa volgare, lasciava che il giovane conservasse la superiorità, e fosse ammirato da tutti.

Ma Alvaro sapeva che un uomo solo potea contendere con lui, e togliergli il vantaggio in qualsivoglia arma, e questi era Pery; perchè all’arte aggiugneva la superiorità del selvaggio, avvezzo dalla culla a quella guerra costante ch’è la sua vita.

Loredano avea quindi ragione di esitare ad assalire di fronte un nemico di tal fatta; ma la necessità urgeva, e del resto era anch’esso agile e coraggioso.

Corse difilato ai cavaliere, risoluto a morire o a salvare la sua vita e la sua fortuna.

Alvaro, vedendolo avvicinare, corrugò il sopracciglio; dopo il seguito la sera innanzi e in quella stessa mattina, odiava un tal uomo o anzi lo disprezzava.

— Ritengo che abbiate lo stesso pensiero che io, signor cavaliere? disse l’avventuriere, arrivato a tre passi di distanza. [p. 60 modifica]

— Non so quello che vogliate dire; replicò il giovane seccamente.

— Dico, signor cavaliere, che due uomini che si odiano, trovansi più a loro agio in un luogo solitario, che nel mezzo dei loro compagni.

— Non è odio che m’inspirate, è disprezzo; è più che disprezzo, è fastidio. Il rettile che striscia sul suolo mi cagiona minor ribrezzo che il vostro aspetto.

— Non disputiamo a vane parole, signor cavaliere; tutto viene allo stesso: io vi odio, voi mi disprezzate; potrei dirvi altrettanto.

— Sciagurato!... sclamò il cavaliere portando la mano alla guardia della spada.

Il movimento fu tanto rapido, che la parola suonò al tempo stesso che la punta della lama d’acciaio sulla faccia dell’avventuriere.

Loredano volle evitare l’insulto, ma non fu più in tempo; i suoi occhi s’iniettarono di sangue;

— Signor cavaliere, mi dovete soddisfazione dell’insulto che mi avete fatto.

— È giusto, rispose Alvaro con dignità; ma non colla spada, che è arma da cavaliere; traete il vostro pugnale da masnadiere, e difendetevi.

Pronunziando queste parole, il giovane rinfoderò la spada con tutta la calma, rassicurò alla cintura perchè non gli fosse d’impaccio nei movimenti, e trasse il suo pugnale, eccellente lama di Damasco e unico retaggio di suo padre.

I due nemici si mossero incontro, e s’investirono: Loredano era agile e forte e difendeasi [p. 61 modifica]con gran leggerezza; già due volte il pugnale di Alvaro, sfiorando il collo, aveagli reciso il colletto del vestito.

D’improvviso Loredano, puntando i piedi, diè un salto indietro, e alzò la sinistra in segno di tregua.

— Siete soddisfatto? dimandò Alvaro.

— No, signor cavaliere; ma penso che invece di star qui a faticare inutilmente, sarebbe meglio appigliarci a un mezzo più spedito.

— Scegliete quello che più vi aggrada, eccetto la spada; ogni altro mi è indifferente.

— Ancora un’altra cosa; se ci battiamo qui, possiamo scomodarci reciprocamente; perchè ho intenzione di uccidervi, e penso che voi abbiate lo stesso desiderio che io. Or è necessario che quello che sopravvive, possa andarsene, e che il soccombente non lasci vestigio che valga a denunciarlo.

— Che volete fare in questo caso?

— Il fiume è qui da presso, avete la vostra carabina; si collochi ciascuno sopra una punta di roccia, e quello che cadrà morto o semplicemente ferito, apparterrà al fiume e alla cascata; non disagierà l’altro.

— Avete ragione; è meglio così: mi vergognerei se don Antonio de Mariz sapesse che mi sono battuto con un uomo della vostra risma.

— Cessiamo, signor cavaliere, dai vaniloqui; noi ci odiamo abbastanza... non fa di mestieri sprecar il tempo in parole. [p. 62 modifica]

Ambedue si avviarono nella direzione del fiume, il cui frastuono udivasi distintamente.

Alvaro, valente e coraggioso, disprezzava troppo il suo nemico per prendersi di lui la benchè menoma soggezione; del resto la sua anima nobile e leale, incapace della più piccola villania, non pensava a tradimenti.

Non potea immaginare che un uomo, venuto a provocarlo, che stava per impegnarsi in un franco combattimento, recasse l’infamia al punto di volerlo ferire alle spalle.

Perciò continuò a camminare, quando Loredano, lasciando cader apposta il cinturino della spada, soffermossi un istante per raccoglierlo e rimetterlo al suo posto.

Quello che allora volgeva nell’animo, non accordavasi col nobile contegno del cavaliere; vedendo il giovane un poco avanti, disse seco:

— Ho bisogno della vita di quest’uomo, essa è in mia mano! Sarebbe follia lasciarla fuggire e porre a rischio la mia. Un duello in questo deserto, senza testimoni, è un combattimento in cui la vittoria appartiene al più esperto.

Dicendo questo, Loredano occupavasi in armare la sua carabina colla maggior cautela, e tenendo dietro da lungi ad Alvaro, affinchè il rumore del ferro o il silenzio delle sue pedate non isvegliassero l’attenzione del giovane.

Alvaro camminava tranquillamente; il suo pensiero era ben lungi da lui, e vagolava intorno l’immagine di Cecilia, al cui fianco scorgeva i [p. 63 modifica]grandi occhi neri di Isabella ripieni di una languidezza malinconica; era la prima volta che quel viso bruno, quella bellezza addente e voluttuosa veniva a confondersi ne’ suoi sogni colla bionda fanciulla, coll’angelo de’ suoi amori!

D’onde proveniva ciò? Il giovane non sapea rendersene ragione; ma un certo qual presentimento diceagli che in quella scena della finestra eravi fra le due fanciulle un secreto, una confidenza, una rivelazione; e che questo secreto era lui.

Così, quando la morte gli si approssimava, quando già gli aleggiava dintorno e stava per toccarlo, egli, trascurato e meditabondo, rivolgeva nell’animo pensieri di amore, e nutrivasi di speranze.

Non rifletteva che potea morire, avea coscienza di sè e fede in Dio; ma se per caso un destino crudele il sopraffacesse, confortavasi coll’idea che Cecilia, offesa, gli perdonerebbe un resto di risentimento, che per avventura serbasse contro di lui.

In questa pose la mano nel seno del giubbone, e ne trasse quel gelsomino che la fanciulla aveagli dato, e che già era appassito al contatto delle sue labbra ardenti; accingevasi a baciarlo ancora una volta, quando gli sovvenne che Loredano potea vederlo.

Ma non udì i passi dell’avventuriere; la prima idea che gli venne fu che fosse fuggito; e come la codardia dalle anime grandi vien considerata compagna alla bassezza, pensò ad un tradimento. [p. 64 modifica]

Stava per voltarsi, ma nol fece. Mostrar che avea tema di quello sciagurato, ripugnava agli spiriti altieri del cavaliere; alzò fieramente il capo e proseguì.

Mal sapea egli che in quel momento il grilletto della carabina, mosso da un dito franco, scattava; e che la palla stava per partire guidata dall’occhio sicuro di Loredano.