Il figlio di Grazia/XIII

XIII

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XII XIV

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XIII.

Grazia s’era fermata sulla piazza coll’albergatrice, una simpatica donna bruna, grassa, in abito cittadino, con gran catena d’oro; dall’aria risoluta, ma dalla voce dolcissima.

«Giacolino mio se l’è fatto promettere da suo padre e ora bisogna mantener la parola. Se torno dal collegio col premio, mi devi lasciar andare sull’alpe con Natale dei Martinez, e ora che il premio c’è....»

«Siamo intesi,» rispose Grazia. «L’avevo già detto al suo Giacolino di ringraziarla tanto. Siamo proprio onorati....»

«Ma che onorati, cara Grazia! è un piacere che fate voi a noi tutti. Giacobino è felice e noi non si sarebbe quieti se non lo si sapesse col vostro bravo figliolo e con vostro marito. Venite in casa un momento, vi prego....» [p. 100 modifica]

Ma Grazia, sempre timida e ritrosa, tentò di schermirsi.

«Oh, non si disturbi....»

«Che! che! non me lo potete rifiutare. Mio marito lo diceva stamattina: dal giorno del loro sposalizio che fecero il pranzo qua, i Martinez non hanno più messo piede nell’albergo.... Oh, non per trovar a ridire, sapete! io lo dissi a mio marito: quella è gente felice, che non ha mai avuto bisogno di cercar distrazioni fuori di casa.»

«Questo è vero, grazie a Dio, e non per merito nostro. Ma siamo anche molto occupati perchè facciamo ogni cosa, mio marito ed io, senza 1 aiuto di nessuno. K poi sa, abbiamo cominciato a diventar un po’ orsi quando tutti ci stavano alla lontana per il nostro Natale: se lo ricorda?»

«Oh Dio buono! se me lo ricordo, Grazia! ci ho pensato anche poco tempo fa. A raccontarla sembra una cosa buffa, che tutti scappassero da! vostro bambinone troppo grosso, ma a ripensarci bene.... forse era da piangere. Io per la prima, sapete: la mia Dorina, era così miserina fin d’allora.... ve lo ricordate? e l’avevo portata a Torino a farla visitare dai primi medici, non sapevamo più come nutrirla per farla crescere.... oh, se sapeste come mi faceva male di veder il vostro Natale venir su come un fiore che si nutrisse d’aria e di sole! Povero caro bambinone! è proprio stato la vittima di tutti i cattivi sentimenti delle altre madri.... Natale! Natale!» e l’albergatrice chiamò il ragazzo che s’avviava dalla parte opposta a braccio di Giacolino, il quale gli parlava ridendo.

«Senti? la mia mamma ti fa segno di entrare in casa nostra; vedi, viene anche la tua mamma! Questa volta non ti fermerai sulla porta, eh? andiamo!» [p. 101 modifica]

L’albergo era in fondo alla larga piazza che pareva proprio un maraviglioso palcoscenico. Tutte le case migliori del paese erano lì in semicerchio: era l’ambizione di quei montanari che s’arricchivano all’estero, di venir a fabbricarsi la casa sulla piazza. Uno che s’era fatto una fortuna a Parigi colle stufe, aveva eretto il palazzo comunale con le aule per le scuole; un altro, ch’era diventato intraprenditore di strade e aveva una splendida villa a Ginevra, aveva mandato un bel capitaletto perchè il paese avesse il corso elementare completo del quale potessero fruire anche gli altri comuni vicini.

L’albergo, che portava scritto in blu Hôtel du Panorama, era il fabbricato più gaio, perchè spiccava isolato su un fondo di praterie color smeraldo: in muratura sino al primo piano, aveva il resto tutto in legno, verniciato in grigio perla, colle piccole finestre fitte fitte ornate di tendine di tulle dietro i vetri lucenti.

L’inverno aveva le finestre quasi tutte chiuse, ma appena veniva il caldo si riapriva, pareva rifiorire anch’esso insieme alla natura, e nel luglio e nell’agosto ogni giorno arrivava gente per passarvi alcune settimane o per organizzare gite ai ghiacciai.

Ora — si era alla fine di giugno, — stavano preparandosi in attesa degli ospiti. Facevano tutto in famiglia: è così che i montanari accumulano danari: fratelli e sorelle, cognate e nipoti aiutavano nel servizio, e l’albergatore stesso rinnovava le vernici e ridava il bianco allo zoccolo della casa e alla cucina. Sua moglie, ch’era stata, come dissi, una brava maestra di Torino, pensava alla guardaroba e dirigeva — tutta la parte fina — come diceva suo marito con [p. 102 modifica]un certo orgoglio. Ai pranzi delle grandi occasioni quando venne la Regina, quando passarono i Congressisti del Club Alpino, e alloggiò per quindici giorni un ministro colla sua famiglia, ella scriveva i menu in corretto francese, miniando le maiuscole con un certo senso d’arte.

«Bernardo ha sempre conservato buona memoria di suo marito,» diceva Grazia sempre timidamente, avviandosi lentamente verso l’Albergo. «Ma vede? lui ha fatto fortuna come s’è meritato, e noi siamo rimasti quelli di prima. Se chi è in alto si ricorda di chi è giù, è tutta bontà sua, e chi è giù non deve pretendere di farsi innanzi.»

L’albergatrice prese l’umile donnina per le spalle e gliele strinse amichevolmente.

«Cara Grazia, voi parlate come ai tempi della vostra nonna. L’aver denari non vuol più dire essere qualcosa di più di chi non ne ha. Gente come voi e vostro marito, laboriosa, onesta, che agisce in tutto con coscienza può ben tener la testa alta più di tanti ricconi.»

Erano arrivati sulla soglia del vestibolo, e Grazia s’arrestò con un’espressione di maraviglia e di rispetto. Sul pavimento era steso un tappeto d’iuta a righe rosse, e negli angoli erano vasi di fiori, larghe foglie vellutate di piante a lei sconosciute; e appese alle pareti lampade a riflettore, lucenti come specchi.

«Lei ha delle parole tanto buone,» disse ripigliando il discorso interrotto. «Ma queste belle cose.... come vuole non facciano soggezione.... a gente come noi? Oh come è bello! me l’avevano detto, ma non mi sarei mai figurata tanto! Che belle foglie, sono tutte a striscie colorate come fiori.... Ah una buona [p. 103 modifica]moglie istruita ed educata è la fortuna di un uomo.... Oh che paradiso!» esclamò giungendo le mani sulla soglia della lunga sala colle pareti e il soffitto di legno verniciato, colla lunga credenza su cui scintillavano i serviti argentati e cristallerie fini. Dalle finestrine ornate di belle tende si vedeva giù tutto 1 immenso panorama della vallata e le cime bianche.

«Un paradiso....» ripetè lentamente l’albergatrice con un grosso sospiro. «No, non è un paradiso; nessuno pena in paradiso, e noi abbiamo di sopra un povero angiolo che non sa che cosa sia godere.»

In quel momento i ragazzi scesero dalla scala.

«Giacolino!» esclamò quasi trasalendo l’albergatrice. «Di dove vieni? Sai bene che non deve andare nessuno....»

«Oh mamma, me lo ha detto lei!» rispose il fanciullo, e accostandosele aggiunse piano: «me l’aveva raccomandato fin dal giorno che sono arrivato da Torino.»

«Dici davvero!?»

«Ma sì!»

«E.... come ha fatto?... Natale, di’, hai visto la nostra poverina?» Oh, com’era ansiosa, e che profonda pietà nella sua voce quando, mettendo una mano sulla spalla del ragazzo interrogò: «Dimmi, come ha fatto? s’è messa a piangere? ti ha parlato?»

«No,» rispose Natale tranquillo, guardandola col suo sereno viso illuminato di bontà. «Giacolino m’aveva detto che non vuol veder nessuno: io allora le stesi la mano e le ho detto: — La ringrazio della sua gentilezza: se vuole verrò qualche altra volta. — Lei tirò di sotto lo scialle la sua mano ed io la presi e mi misi a ridere.» [p. 104 modifica]

«Oh Dio!» t «Sì, e le ho detto: — scusa tanto: a vederti gli occhi ti ho creduto già una donna, invece vedo che sei una bambina. — Ridevo tanto che anche lei rise.»

«Anche lei ri....»

«Sì sì,» confermò Giacolino sorridendo.

«Io le dissi» continuò Natale «sembra la manina di Raffaella quand’era piccina. Lei mi domandò chi è Raffaella, io glielo dissi: le dissi anche ch’era tanto piccina a due anni, che io a tre la portavo come una bambola, me lo racconta sempre la mamma.»

«E lei rideva?» interrogò l’albergatrice con un tremito nella voce e uno stupore incredulo in tutto il viso.

«Sì, sì.»

«Rideva....» E si lasciò cadere, tutta rischiarata da un sorriso, su una seggiola.

«Non ha detto che poche, poche parole, con una vocina così sottile, ma era tutta allegra e io le ho detto che sembra un passerino; lei rise ancora.»

«Oh Natale, Natale! che Dio ti benedica!» e tiratolo a sè, l’albergatrice scoppiò in pianto col viso sulla spalla di lui.

«Natale non ci ha nessun merito!» disse Grazia commossa.

«Oh è la sua gran bontà, non lo vedete? mai, mai nessun ragazzo e nessuna bambina ha potuto avvicinarsi a lei senza farla soffrire: da anni, sapete, non voleva più vederne uno, e oggi.... Sì, sì, caro, caro ragazzo!» disse la madre passando le due mani sul viso del fanciullo. «E questa bontà che ti vien fuori dagli occhi, dalla voce.... Tutte le anime ti corrono incontro, vedi, come le api su un fiore dolce....» [p. 105 modifica]

Natale, ritto davanti a quella madre che lo guardava e lo carezzava con riconoscenza, quasi delirante di tenerezza; davanti alla sua che lo guardava con gli occhi adoranti pieni di lagrime, non era turbato. Parlavano a lui? guardavano lui?

Egli fissava gli occhi fuor della finestra, alle cime alte, candide di neve.... — Tutte le anime ti corrono incontro come api a un fiore dolce.... — ripeteva una voce dentro di lui. E le parole acquistavano un senso grave, solenne, sempre più grave, sempre più solenne, come di un avvertimento misterioso.... più ancora, come l’indicazione di un dovere.