Il continente misterioso/8. La tribù dei monti Bagot

8. La tribù dei monti Bagot

../7. Il kerredais ../9. Il pugno di mastro Diego IncludiIntestazione 22 ottobre 2017 75% Da definire

7. Il kerredais 9. Il pugno di mastro Diego

8.

LA TRIBÙ DEI MONTI BAGOT


Lasciata la foresta dei giganti che si prolungava verso il nord-est, il dray si avanzò attraverso una pianura aridissima, sabbiosa, sparsa di enormi sassi, che parevano fossero stati appositamente colà messi per rendere più difficile l'accesso nell'interno del continente, alla popolazione delle coste. La vegetazione era limitata a pochi alberi-erba, enormi ciuffi di erbe che crescono su di un esile tronco, ed a rade macchie di nardù, le quali producono un grano farinaceo che gli australiani raccolgono per cibarsene. Un vento caldo, come se uscisse da un forno ardente, veniva dal nord, ossia dal centro del continente, mentre il sole dardeggiava su quella specie di deserto senza un palmo d'ombra, i suoi raggi infuocati. Il termometro che poche ore prima segnava 40° salì bruscamente a 62° con una tendenza a salire più ancora!

Quella regione era il principio di quel terribile deserto di pietre che occupa buona parte del centro di quel misterioso continente, spazzato da venti più secchi e più caldi del kamsin dell'Arabia e del simun del Sahara e che fanno salire il termometro a 75°? Il dottore così la pensava; tuttavia non si sgomentava, anzi egli riceveva filosoficamente quella pioggia di raggi dai morsi brucianti.

Animali e uomini però soffrivano e avrebbero ben desiderata una fresca ombra o una tazza d'acqua gelata. Sudavano ma con una abbondanza inverosimile; dai pori della loro pelle spuntavano senza interruzione goccioloni grossi come la capocchia di una bacchetta da fucile, scorrendo lungo i loro corpi, mentre dai capelli degli uomini cadeva una vera pioggia.

Soli Niro-Warranga e lo stregone, pareva si trovassero senza disagio in quell'atmosfera ardente. Fumavano come zolfatare; la loro pelle cuprea diventava lucente e il sudore guastava le loro barocche pitture, ma non si preoccupavano, anzi non si prendevano nemmeno la cura di porsi una foglia sul capo o di ritirarsi sotto la tela del dray, come avevano già fatto il dottore e i due marinai, per preservarsi da una insolazione.

— C'è tanto calore da cucinare vivi in meno di venti minuti — disse Cardozo.

— Bisogna essere selvaggi australiani o salamandre per vivere in questa immensa fornace.

— E questo non è ancora nulla — disse il dottore. — Quando avremo raggiunto il grande deserto, sentirete se il sole morde.

— E non troveremo nemmeno un palmo d'ombra, laggiù?

— No, e nemmeno acqua.

— Non vi sono fiumi?

— Sì, ma saranno tutti senz'acqua.

— Come faremo a dissetare i nostri animali?

— Riempiremo tutti i nostri recipienti e cercheremo di raggiungere le oasi, che non mancano. Là non solo troveremo dell'acqua, ma anche molta selvaggina.

— Sperate di conservare gli animali?

— Tutto dipende dalla stagione, Cardozo, poiché talvolta anche le oasi inaridiscono. Fortunatamente, nell'interno vi sono delle lagune e qualche lago e forse potremo trovare qualche po' d'acqua.

— Toh! — esclamò in quell'istante Diego. — Vedo del fumo lassù.

— Dove? — chiesero Cardozo e il dottore.

— Su quella montagna.

Guardarono nella direzione indicata e videro infatti alzarsi un nuvolone di fumo sulla cima di una montagna isolata, che ergevasi verso il nord.

— Sarà un vulcano — disse il dottore. — Che sul monte Grispe siasi aperto un cratere?

— Si chiama Grispe, quel picco? — chiese Cardozo.

— Sì, e quello che vedi più a settentrione, dietro a quella catena di collinette, è l'Hammersley.

— Ma non vedo lave scendere da quel vulcano — disse il mastro, che aveva puntato un cannocchiale.

— Non sai che in Australia, sono differenti dagli altri anche i vulcani? Mentre i nostri vomitano lave, questi non gettano che fumo e acqua.

— Strano paese! Si direbbe un altro mondo.

— Wiami! — esclamò lo stregone, additando il vulcano e facendo un gesto pauroso. — Wiami!

— Cosa vuoi dire, brutta scimmia ingorda? — chiese il mastro.

— Vuol dire inferno — rispose il dottore. — I selvaggi credono che nei vulcani vivano i cattivi geni, i tulugal, i quali accenderebbero dei grandi fuochi per scaldarvi acqua e pietre, che poi gettano fuori per incendiare la terra.

— La spiegazione non è mal trovata per dei selvaggi — disse Cardozo. — Fa onore alla loro fantasia.

— E questa spiegazione, suppergiù, è simile a quella che danno molti altri popoli che abitano molto lontani da qui. Molte tribù dell'America del Sud, specialmente quella degli indiani guanches, dicono che nei vulcani risiedono i geni malvagi; anche alcune dell'Alto Nilo, in Africa, credono a ciò.

"Gli abitanti del Kamtschatka, penisola della Siberia, affermano che sono gli spiriti delle montagne che cacciano fuori i loro tizzoni pel camino, credendo che il vulcano sia la loro cucina; i polinesiani delle isole Haway credono che le eruzioni vulcaniche indichino uno scoppio d'ira delle loro divinità e per placarle gettano nel cratere dei piccoli maiali; i negri del bacino superiore del Nilo gettano invece delle giovenche e gli indiani di Nicaragua gettavano delle vittime umane."

— Che arrosti! — esclamò Diego.

— I maori della Nuova Zelanda dicono invece, che i loro vulcani furono fatti sorgere dagli dèi per riscaldare un eroe che minacciava di morire dal freddo.

— Si sarà scaldato per bene quell'eroe maoro! — disse Cardozo, ridendo.

Così discorrendo, la piccola carovana procedeva lentamente verso il settentrione, ma piegando sempre leggermente verso l'ovest, avvicinandosi al 135° meridiano. Verso sera attraversava il Blood, affluente dello Stevenson dove trovarono un po' d'acqua melmosa, e si accamparono sull'opposta sponda, ai piedi di un gruppo di querce australiane.

Diego, Cardozo e il dottore, che durante l'intera giornata erano rimasti sempre nel dray, per tenersi all'ombra della grande coperta bianca, presero i fucili e seguirono la sponda del fiume per sgranchirsi le membra e tentare di abbattere qualche capo di selvaggina.

Quelle rive erano coperte da magri cespugli che cominciavano a disseccarsi, da qualche eucalyptus e da poche felci, ma la selvaggina pareva che mancasse assolutamente.

Gli uccelli però non erano rari. Si vedevano volteggiare a grande altezza alcune aquile audaci, grosse quanto un tacchino, colle ali nere e robuste, e il dorso variegato di nero e di rossastro e gli artigli robusti; dei grandi falchi, grossi quanto le aquile, col ventre candido e il dorso grigio oscuro, e si vedevano svolazzare, fra i rami delle querce, delle kakatue dalle penne cremisine e alcune colombe antartiche, sgraziati volatili con un collo magro e lungo, la testa sormontata da una specie di cappuccio, le penne nere e il becco acuto. Cardozo, che precedeva i compagni di alcuni passi, cercando di abbattere una di quelle aquile, tutto d'un tratto fece mezzo giro sui talloni puntando il fucile fra un gruppo d'erbe, che crescevano fra le sabbie umide del fiume.

— Un kanguro? — chiese il mastro, che lo aveva veduto a fare quel brusco movimento.

Cardozo invece di rispondere fece fuoco, poi si precipitò fra le erbe frugandole rapidamente, ma tosto si rialzò mandando un grido di dolore.

— Lampi e tuoni! — esclamò il mastro, impallidendo e slanciandosi innanzi.

— Cosa ti è accaduto, figliuol mio? Fulmini!... Parla o mi fai morire!...

— È nulla marinaio — disse Cardozo, forzandosi a sorridere. — Un animaletto mi ha piantato nella mano destra non so quale artiglio.

— Un animale velenoso forse?

— Vediamo — disse il dottore, che giungeva correndo.

Cardozo mostrò la sua destra. Il palmo era stato profondamente squarciato da un robusto colpo d'artiglio, a quanto pareva, e il sangue usciva in grande copia.

— È nulla — disse il dottore, dopo un attento esame. — La ferita è dolorosa, ma si rimarginerà in tre o quattro giorni.

— Pure provo un dolore acuto, dottore — disse Cardozo. — Si direbbe che l'artiglio che mi colpì, conteneva qualche liquido corrosivo. Guardate, la mia mano si gonfia e diventa nera.

— Lo vedo, ma l'infiammazione cesserà presto. Conosco l'animale che ti ha ferito.

— È un serpente? — chiese Diego, che tremava ancora pensando al pericolo che poteva correre quel bravo giovanotto, che egli amava come fosse suo figlio.

— No, è un ornitorinco.

— Or... orni... mille vascelli! che nome inventato per far disperare i galantuomini. Ma infine, che specie di animale sarà?

— Il più bizzarro, il più stravagante che esista al mondo.

— Non mi sorprende, dottore; siamo in Australia, nel continente dei misteri e delle sorprese. Ma l'hai ucciso, Cardozo, quell'animale?

— L'ho strangolato.

Il mastro si precipitò in mezzo alle erbe, le frugò e rifrugò per alcuni istanti, e finalmente mostrò l'animale, guardandolo colla più viva curiosità. Il dottore aveva detto il vero: mai un essere più bizzarro era stato veduto dai due marinai, che pure avevano viaggiato molto e visitati quasi tutti i continenti.

Era un po' più grosso d'un coniglio; la sua testa piatta terminava in un becco somigliante a quello di un'anitra, privo di denti, ma portante sulla punta le narici, e con due occhietti rotondi e neri; il corpo era lungo, coperto d'un pelo duro, ispido e grosso, che ricopriva un pelame morbido, di colore bruno, più chiaro che oscuro; le sue quattro zampe erano corte, e terminavano in piedi palmati come quelli degli uccelli acquatici, ma i posteriori erano armati d'uno sperone assai acuto, tagliente come una lama d'acciaio e contenente un liquido corrosivo che usciva da due canaletti comunicanti con una vescichetta interna.

Questo bizzarro essere che ha dell'uccello acquatico e dell'animale, che ha le viscere d'un volatile e che cova le uova, mentre lo si scambierebbe per una lontra, ma che forma una specie a parte, è vivacissimo. Vive di preferenza nelle paludi, essendo un abile nuotatore, ma s'incontra anche sulle rive dei fiumi e dei ruscelli, dove si scava un nido in forma di celletta rotonda, che poi tappezza con fili d'erba o muschio.

Fugge l'uomo, ma assalito cerca di ferire coi suoi speroni e trasmette nelle carni squarciate il suo liquido velenoso, il quale, se non uccide, cagiona però enfiagioni e dolori acuti.

— Si è mai veduto un animale simile! — esclamò il mastro. — Bisogna venire in Australia per trovare di questi esseri che non sono né uccelli, né animali, né pesci. Uh! Che paese!

— Ritorniamo al carro — disse il dottore. — Il veleno dell'ornitorinco non è mortale, è vero, ma se la ferita non è curata, può cagionare dei gravi malanni e portare la perdita della mano.

— Vuoi che ti porti, figliuol mio? — chiese il mastro.

— Le gambe sono ancora solide, marinaio — rispose Cardozo.

Rifecero la via percorsa e ritornarono al dray. Il dottore si affrettò a disinfettare e curare la mano ferita, la fasciò e fece coricare Cardozo sotto la tenda.

— Domani starai molto meglio, e fra un paio di giorni potrai adoperare ancora il fucile — gli disse. — Dormi tranquillo e non inquietarti.

Divorarono la cena preparata da Niro-Warranga e dal kerredais; poi i due paraguayani raggiunsero Cardozo, mentre i due australiani si coricavano sotto il dray.

La notte passò tranquilla, ma nessuno dormì. Un caldo soffocante regnava su quella sterile regione: pareva che dal suolo uscissero vampe, e l'aria era così ardente che rendeva la respirazione dolorosa. Verso l'alba però, essendosi raffreddato un po' il suolo, gustarono poche ore di sonno. Alle sette ripartirono preceduti dallo stregone che si tirava dietro il suo struzzo, dirigendosi verso la catena dei monti Smith, la quale si estende in forma d'arco dinanzi a quella dei monti Bagot. Ripassarono lo Stevenson, che lambe i contrafforti settentrionali delle due catene, ricevendo alla sua destra il fiume Ross, e alla sua sinistra il Lindsay, poi piegarono verso l'est. I monti Bagot erano perfettamente visibili. Formavano un accatastamento di montagne poco elevate, dentellate capricciosamente ed aride. Però, in alcune gole si scorgevano delle macchie oscure, indicanti dei boschi.

Camminavano da due ore, sotto un sole ardente, quando da un cespuglio uscì un altro australiano, più magro dello stregone, più brutto ancora di lui, tutto imbrattato di colori gialli, neri, bianchi e azzurri, e armato dell'inseparabile scure di pietra e del boomerang. S'avanzò senza diffidenza verso il dray, strofinò energicamente il naso dello stregone colla punta del proprio, poi salutò in egual modo il dottore, Cardozo e anche Diego, quantunque questi protestasse vivamente.

— È un mio compatriota — disse lo stregone al dottore. — Mi veniva incontro, per avvertirmi che gli sposi mi attendono.

— Povero il mio naso! — esclamò il mastro. — Io mi domando cosa diventerà, se l'intera tribù verrà a salutarci. Se fossi voi, dottore, girerei al largo invece di seguire queste due scimmie.

— Mi preme interrogare quei selvaggi, Diego — disse il dottore. — Forse possono darmi delle preziose informazioni sul signor Herrera.

— Ma il nostro naso diventerà grosso come una zucca!

— Non conoscono altro modo di salutare.

— Ma usano tutti i selvaggi salutare così?

— No, mastro. È in uso presso gli indigeni australiani, presso molti isolani dell'Oceano Pacifico e, cosa davvero strana, anche presso parecchie tribù dell'America boreale.

— Oh! — esclamò Cardozo. — Ma questa è una cosa degna di venire studiata. Che un tempo gli indiani dell'America boreale abbiano avuto relazioni coi polinesiani e cogli australiani?

— Non saprei dirtelo, Cardozo, ma secondo il mio debole parere, suppongo che i polinesiani, che sono tutti valenti marinai, si siano spinti anticamente fino sulle coste del mare di Behering, o degli indiani abbiano abbandonato il continente per andare ad abitare quelle isole.

— Ma le due razze sono diverse, dottore.

— È vero, ma il clima, i prodotti differenti del suolo, forse la fusione con altre razze provenienti dalla Malesia e altre cause a noi sconosciute, possono averle ben cambiate.

— E il loro modo di salutare è uguale? — chiese il mastro.

— Sì, Diego — rispose il dottore. — È stravagante, non dico di no, quello di toccarsi colla punta del naso, ma altri popoli hanno dei modi ancora più curiosi. Gli indostani, per esempio, si prendono per la barba e se la tirano reciprocamente; i giapponesi si tolgono dal piede una pantofola; gli isolani di Tonga o delle isole della Società si applicano reciprocamente il naso sulla fronte; altri isolani invece si soffiano vicendevolmente nell'orecchio e si fregano lo stomaco dolcemente.

— Oh! Che pazzi! — esclamò il mastro, che si sbellicava dalle risa.

— Gli abitanti dell'isola di San Lorenzo, nel Grande Oceano, volendo salutare una persona ragguardevole si sputano in mano e strofinano il volto del salutato.

— Alla larga, da simili cortesie!

— Gli isolani delle Filippine prendono la mano o il piede di colui che vogliono salutare e se lo strofinano sul viso; gli africani, invece, si prendono reciprocamente il pollice o tutte le dita e se le fanno scricchiolare; i fuegiani, della Terra del Fuoco, si coricano invece sul ventre e quelli di Socotora, nel golfo arabico, si baciano le spalle; i cinesi muovono graziosamente le mani tenendole unite al petto e mormorando: Isin! Isin! oppure s'inginocchiano o abbassano la testa fino a terra tre volte; gli indiani della Luigiana salutano i loro capi con urla acute; l'europeo invece si scopre il capo; l'orientale, al contrario, se lo copre.

— Ma sapete, dottore...

Un urlo diabolico, emesso da cinquanta o sessanta gole, gli spense la frase:

— Cooomooohooo-èèè!

— Cosa succede? — chiese il mastro, balzando in piedi col fucile in pugno.

— I compatrioti dello stregone — rispose il dottore.