Il cavallarizzo/Libro 2/Capitolo 19



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Cap. 19. Del galoppo gagliardo, e de i salti da fermo à fermo.


Havendov'io detto nel precedente capitolo delle capriole, ragionevole è ch’io vi parli del galoppo gagliardo, overo à un passo, e un salto; per l’uno seguitar l’altro. Vero è che prima vi voglio avertire, che ne le capriole, ne il galoppo gagliardo, ne i salti fatti da fermo à fermo, ne le volte raddoppiate alte, & con calci, vogliate mai far fare se non è cavallo di gran forza, di gran leggerezza, di buon animo, & ben disposto. Perche facendo altrimenti, voi ruinareste i cavalli & l’honor vostro insieme. E vi raccomando che questi tai cavalli saltatori ancor, che in una stalla di gran signore habbino à servire per pompa e spasso, non èp però, che non possino servire, & benissimo delle guerre, ne’ steccati, & torniamenti; quando se gl’habbia quel rispetto, che si deve havere: & che siano in tal modo ammaestrati; & con essi loro i cavallieri insieme, che l’hanno adoperare, che sappino anco andare terra terra; e che terra terra raddoppiando, & maneggiando sparino calci à tempo, quando il cavallier vuole; e che sappiano urtare, & investire contra gl’altri cavalli armati, & contra le spade nude & l’altre arme: & fare le altre cose, che à cavalli da guerra, e da duelli s’appartengano; de’ quali separatamente si ragionerà di sotto al luogo proprio. Hor il galoppo gagliardo lo darete prima in questo modo. Farete tre ò quattro pezzi di tela, lunga quanto vi pare, che basti à far saltare il cavallo in questo principio; ben vero è che la seconda vol essere un po’ più alta della prima, e la terza della seconda, e della terza la quarta, & deveno essere dette tele tanto distante della seconda, e la terza della quarta, & deveno essere dette tele tando distante l’una dall’altra, quanto possiate giudicare che il cavallo tra una tela e l’altra, possi pigliar tempo di far due ò tre passi, innanzi, che si levi dall’altro salto [p. 74v modifica]dell’altra tela. Et questo che dico delle tele, si può far anco con le cappe: ma più sicuro però per gh’huomini stanno più discosti dal cavallo quando salta. Si fa questo con tele, over cappe ancora accioche il cavallo impari più facilmente à levarsi, & con più giustezza & meglio: & anco con assai meno difficultà di chi cavalca, & più sicurezza. Perche urtando il cavallo de’ piedi in quelle, già si sa che gl’huomini che le tengano tirate le lascieranno cadere in terra, & così ne il cavallo ne il cavalcatore si potrà far male alcuno. Addestrano anco più facilmente in questo principio il cavaliere à prendere il tempo, & misura di far fare galoppo gagliardo al cavallo. Poste adunque così le tele ad ordine, deve il cavalliero aviar di passo il cavallo à saltar la prima, & nel salto quando il cavallo si leva dinanzi piegarsi un poco, & subito aitandolo con la voce, & con la punta della bachetta sulla croppa, & con li sproni pari appresso alle cinghie, battendolo, & afferrandolo aiutarlo, accioche spari i calci: & col medesimo modo aviarlo di passo all’altra tela, & di poi così medesimamente all’altra, stando egli serrato in sella, con la schena unita, & nel resto come si deve. La qual schena nel sparar de’ calci deve dare alquanto indietro: & di poi di havere affiaccato il cavallo di speron pari, over de’ calcagni per sullevarlo al salto, deveno le gambe subito distese ritornare al suo luogo cacciate innanzi. Si può insegnare il galoppo gagliardo in quest’altra guisa ancora, & è quasi tutt’una con quella delle capriole; trovarete una calata dritta, e lunga, che basti, nel principio della quale tenerete l’istesso modo, che teneste nel dar le capriole. Vero è che à ogni passo, ò ad ogni dui, & anco à tre bisogna, che pigliate il tempo, & la misura, & che lo aviate con tutti quelli aiuti, che si sono detti; & che fanno di mestiere per levarlo al salto; ma più però devete aitarlo di bachetta, che d’altro, battendolo sulla spalla sinistra, & dipoi subito con la punta della bachetta dandoli sul mezzo della croppa, & aiutandolo nel medesimo tempo di voce: che così verrà à levarsi alto, & à sparar calci à tempo à tempo. Ne vi crediate già, che per quel che s’è detto, la capriola, & il passo, e un salto, over galoppo gagliardo siano una cosa medesima, perche la capriola, come vi fu detto, va di passo in passo saltando, e l’un salto subito seguita l’altro, che’l galoppo gagliardo non fa così ma va di dui in dui, over di tre in tre, come più pare meglio al cavalliere: & i salti ancora sono con calci sempre, che quella non li spara sempre; possendoli però sparare. Nel galoppo gagliardo, che così si dee dire più presto che un passo, e un salto, essendo che il salto si piglia al secondo & terzo passo, & non al primo, devete avertire sopra tutto di portar la persona più aggratiata, & ferma in sella, & con le gambe più al suo luogo che sia possibile. Perche in questo si conosce più la dispositione, & maestria del cavalliero, che in tutti gl’altri maneggi; & siano pur alti, ò bassi, & di [p. 75r modifica]che sorte si vogliano: Eccetto però se non faceste il galoppo gagliardo in volta larga, e stretta, che si può fare; & fa l’istesso bellissimo vedere: & più anco, che non fa quello per il dritto. Et io fui il primo che lo feci in Roma presenti molti Signori, & cavallieri; tra i quali erano lo Illustrissimo Signor Giulio Orsino, il quale non è meno esercitato in quest’arte che invitto Capitano della militia. Ci era anco il Signor Pietro Paolo Mignatelli giovine non men ricco de’ beni della fortuna, Cavallier veramente di bellissimo giuditio in quest’arte, mio discepolo, & Mecenate. Ci erano ancora due honorati & virtuosi giovani & fratelli gentilhomini Bolognesi, Messer Annibale del Giglio, di Messer Marc’antonio; nipoti dell’honoratissimo Monsignor del Giglio cariss. molto al gran cardinal Farnese, & à tutta la Corte de’ maggiori di Roma per le sue rare virtù: eraci anco il Signor Giovanbattista Pignatello cavallarizzo eccellentissimo del grande Alessandro Farnese, lo feci dico con un baio chiamato il caraffa fatto da me in men di sei mesi. Et molto più questi signori lodorno il cavallo del farlo in volta che per il dritto, come cosa nuova credo, & molto difficile à fare. Hor dovete avertire di non sforzare mai nel principio il cavallo a i salti; accioche nel fine poi venghi à crescerli; & farli più alti, più aggruppati, & giusti. Et raccordatevi di non volerne tutto quello, che si potrebbe. Ma possendo il cavallo fare dieci salti, contentatevene di otto, e di sei: ma che siano fatti à tempo, & come deveno essere. Perche così lo lasciarete sempre con maggior animo, & in buona forza: & mantenerassi più lungamente sano nel buon essere suo; restando anco per questo sempre più voglioso di saltare. Si potrebbe di poi il galoppo gagliardo, da lì à un poco, aitarlo à far alcun salto da fermo à fermo. Et l’aiuto saria di questa sorte, che tenendo voi con la man della briglia ferma, & tirata a segno, lo aiutaste di voce sola al primo salto il quale non sarà tropp’alto, per non haver altro aiuto; al secondo di voce, e di svinchio di bachetta, che sarà più alto del primo; al terzo, & se vi pare al quarto, ambi li quali deveno essere più alti de gl’altri, non solo lo aiutarete di voce, e di svinchio di bachetta, ma di speron pari appresso alle cigne: & anco, se volete sforzar più il salto à essere maggiore, di botta di bachetta sulla spalla, corrispondendo subito con l’altra nel fianco. Ne vi dico destro, ne sinistra, per lasciare in consideration vostra il bisogno che più di questo haverà il cavallo. Et sopra tutto nell’ultimo salto devete inacuire, & ingagliardare la voce, & se bisogna aiutarlo anco di man di briglia. Et avertite ancora di ritenere sempre a i salti in un medesimo luogo il cavallo. Il che farete se la man della briglia tenerete tirata sempre à segno con giustezza & giusto temperamento, aiutandolo anco nel resto sempre à tempo. Ma dell’aiuto di man di briglia diffusamente ve ne parlerò in un capitolo; che qua non è il suo luogo. Devete avertire ancora che à questo galoppo gagliardo, salti da fermo à fermo, alle capriole à tutti gl’altri galoppi, & sorti di maneggi, [p. 75v modifica]il cavallo sempre porti la testa à segno giusta, col muso sotto, & la fronte innanzi. Ma non però deve tanto portare il muso sotto, che s’impetti, & vadi accappucciato. Perche farebbe vitio, e dannoso: ne farebbe si bella vista come fa portandola, non troppo in fuora, ne troppo in dentro, ma deve portarla sotto honestamente. Perche oltra che fa piu bella vista rende anco utilità grande al cavalliero, & al cavallo istesso facendo che questo venghi à vedere agevolmente quello che gli è avanti a’ piedi, & che possi urtare un’altro cavallo con maggiore forza senza disordinarsi, il che quanto sia utile al cavallier anco nelle guerre & duelli, considerate mò voi. Et anco è utilissimo quando accadesse menar le mani, & urtare d’improviso. Molto è da lodare il Signor Cesare Fiasco cavallier veramente onoratissimo, il quale ha posto il suddetto galoppo di musica, per far conoscere chiaramente & bene (secondo ch’io m’aviso, il gran tempo) e la gran misura, che se gli richiede. Io non solamente haverei posto in musica questo, ma etiandio tutti gl’altri maneggi (come ha fatt’esso) ma sapendo che la più parte de’ cavalcatori, & professori di quest’arte sono ignari di musica, così anco la maggior parte de gl’huomini, non volsi per non confonderli: giudicando, che una buona pratica, e tempo, appresso col tempo, & essercitio farà effetto. Non è di lode men degno il Signor Gianbaitista Ferraro cavallarizzo eccellentissimo, nella sua opera hor hora venuta fuori, nella quale non dimostra men sapere, che nell’arte del cavalcare, & nell’essercitio stesso si faccia. Ma sopra tutti il Signor Federico Grisone io reputo felice, che prima scrisse, e certo divinamente, à tempi nostri dell’ordine del cavalcare, da che a’ tempi nostri nessuno sia stato ardito prima di lui assalire cotale impresa: ancor che molti habbino operato i medesimi ordini, le istesse vie, & i medesimi maneggi; con gl’istessi aiuti & castighi. Et che sia vero i cavalli di quel tempo andato, da quei cavallieri aggitati, & fatti lo dimostrano. Perche io mi ricordo il Franca lanza da Meser Giovan’angelo, & da mio padre fatto nella stalla splendidissima di quella Regalissima Signora Isabella di Aragona far tutti i salti suddetti, & tanto maggiori, & più aggratiati di quelli che infiniti altri cavalli famosi & gagliardi facevano in quel tempo, che hora fanno, quanto che egli era più bello, gratioso & gagliardo di tutti gl’altri. Mi ricordo il Chiamone donato à Don Ciarles della Noia Vice Re di Napoli, da detta signora havendo donato prima il Francalenza à Carlo Quinto Imperatore i salti del quale Chiamone erano da non credere ismisurati giusti & alti: & le raddoppiate prestissime giuste & alte, con calci & senza. Del gran Scudiero fatto da mio padre non ne parlo, donato à Francesco Secondo Re di Francia, per il qual dono con dui altri eccellentissimi cavalli appresso da detto re fu donato à mio padre una catena d’oro che teneva al collo sua Maestà, di valore di cinque cento ducati d’oro, & di poi mandatoli all’alloggiamento cinquecento altri in una gran tazza d’argento, & [p. 76r modifica]prima nella mostra che d’essi li fece, & nel torneare con esso Re fu fatto cavalliero di speron d’oro. Del Nigno ginetto pur di detta signora e della sua razza non ne parlo, ne meno della Baioulina, ne del Nobile, e d’infiniti altri l’eccellentia dei quali era meravigliosa, si come ne possono rendere buona testimonianza tre eccellentissimi cavallieri che in corte di suddetta signora si allevorno, & imparorno a cavalcare: & questi sono il Commendator fra Prospero ricco da Milano, il signor Giovanantonio Catamusto, & il signor Giovanluigi di Ruggiero. Ma che diremo del Orsotto della razza di Mantoa? donato da Federico Marchese allhora di Mantoa à Carlo Quinto Imperatore dell’eccellentia del quale in ogni maneggio stupendo Carlo disse che mai più era per cavalcare cavallo migliore di questo. Lascio di dire d’altri infiniti cavalli eccellentissimo fatti da venti anni in qua, e da vint’altri in la per non volermi diffonder tanto l’eccellentia de’ quali vorrei sapere di donde procedeva. Non erano già ancora fuori gl’ordini del cavalcare? Et à che guisa, & modo (ditemi di gratia) questi tai cavalli sariano stati così ben creati, & così buoni, se non havessero havuto maestri eccellentissimi, & che non havesseno tenuto gli ordini debiti dell’aiuti in ammaestrarli. Ma mi si potrebbe dire, che i cavallo allhora erano di più forze, e più spiritosi, & però à questo venivano più facilmente. A che rispondo, che non si poteano però aggiustare, se ben haveano più forze, e spirito, à quel, che havemo detto, senza misura, aiuto, & ordine grande: Il che havemo quelli antichi maestri in somma eccellenza. Et anco che non accaschi in provarlo altro argomento, che la cosa da se è chiara. Sapendosi pur troppo bene chi fu messer Evangelista Corte, Giovanangelo da Carcano, Giovanmaria della Girola, Giovanbattista da Verona, Giovan Ratti da Mantoa, Schips pur Mantuano, Giachetto Milanese creato del detto Giovanmaria, Camillo della Mandolara pur creato da mio padre, & altri infiniti che troppo sarebbe lingo il raccontare, non restarò per quello di dire, che essend’io paggio della suddetta Eccellentissima Signora Duchessa di Milano, & imparando di cavalcare, i miei maestri mi facevano alle volte cavalcare con un sol sprone, & alle volte con un’altro, & non solo à me, ma à molt’altri gentilhuomini giovani & paggi, non volendo, che noi aiutassimo il cavallo se non con quello. E di questo ne possono far fede li suddetti tre eccellentissimi cavallarizzi, messer Giovanantonio Catamusto, messer Giovanluigi di Ruggiero, & il Commendator fra Prospero, che furono creati in quella scuola. Et perche questa varietà d’aiuto di sproni? Se non perche quei ottimi maestri conoscendo, che in noi troppo giovinetti non era fermezza nel cavalcare, & conoscendo i veri aiuti che al cavallo si possono dare facevano questo. Il che basti sol per cenno. Passiamo al resto.