Il Tesoro (Chiabrera)

Gabriello Chiabrera

XVII secolo Indice:Opere (Chiabrera).djvu Poemetti Letteratura Il Tesoro Intestazione 30 settembre 2023 75% Da definire

Il Diaspro Il Verno
Questo testo fa parte della raccolta Poemetti di Gabriello Chiabrera
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XVI

IL TESORO

AL SIG. AMBROSIO POZZOBONELLO.

     Fra terribili mostri, onde assalita
Visse l’umana gente afflitta in terra,
Un già ne sorse oltra misura orrendo:
Chiamossi Inopia; insopportabil schiera
5D’altri avea seco abbominati mostri:
Ciò fu l’orrida Fame, il vil Dispregio,
Lo scolorito e taciturno Affanno,
E la temuta a gran ragion Vigilia.
Da queste fere soggiogati al cielo
10Lagrimavano gli uomini dolenti
Chiedendo aita: in sull’eccelso Olimpo
Allor Giove adunò l’eterea Corte,
E raggirando intorno il guardo eterno,
Sciolse l’immortal lingua in questi accenti:
15Ecco, Numi superni, a voi perviene
L’uman cordoglio; e colaggiù mirate
Gli uomini dati in preda a’ fieri mostri
Non aver pace: or se d’alcun soccorso
Esser volete larghi a lor salute,
20Nol mi tacete; io vi ritorno a mente,
Che solo in terra fra’ mortali è l’uomo
Conoscitor della possanza nostra;
Onde è ragion, che della loro angoscia
S’aggia pietà. Così disse egli; e crebbe
25L’almo seren delle celesti piagge
Con un sorriso. Intra i superni Numi
Tacquesi alquanto; indi levossi Apollo,
Che sferza della luce il carro eterno,
E così disse: a sbigottir quel mostro
30Ho giù nel basso mondo un figlio ignoto,
Che strali avventerà quasi possenti
Quanto i tuoi tuoni; io con Cibele antica
Già lo produssi; e nell’immenso grembo
Dell’immobile terra ei fa soggiorno:
35Questo, se sorge, e fra l’umana gente
Mostra il suo chiaro volto, in un momento
Tolto agli affanni, sarà lieto il mondo.
Sì dolce Apollo ragionava: e piacque
Il suo consiglio. A ben fornir l’impresa
40Elesse Giove di Mercurio il senno:
Egli prese da Febo ampia contezza
E della stanza e del sentiero occulto,
E rapido al viaggio indi s’accinse:
Scese per l’aria, e ricercò la terra,
45Che mai non scorge di Boote il carro;
E giunto a quei confin, che non trapassa
Il Sol, quando si volge al Capricorno,

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Calò per via d’una spelonca oscura
Inverso il centro: ivi trovò palagio
50Tal, che non lo comprende uman pensiero:
D’oro fiammeggian le colonne, d’oro
Sono i gran palchi, il pavimento è d’oro,
E d’oro gli archi e le pareti immense,
Ivi sovra alto e ricco seggio assiso
55Vide Mercurio un giovinetto: il guardo
Avea sereno, e nella bocca un riso
Gli lampeggiava, e la gioconda fronte
Chiara mostrava la letizia interna,
E dava a divederne il bel sembiante,
60Che del rio tempo non l’offende oltraggio;
Cotanto fresca sua beltà fiorisce
Ad ora ad ora: a lui fatto da presso
Il buon Mercurio salutollo, e disse:
Criso, sopra la terra han gran battaglia
65Gli uomini dall’Inopia, orribil mostro;
E Giove vuol che tu gli mova incontro
In modo, che per te sentano aita
Da’ fieri assalti: ei ti ritorna a mente,
Che solo in terra fra’ mortali è l’uomo
70Conoscitor della possanza nostra:
Onde è ragion, che della loro angoscia
S’aggia pietà. Così diceva, e Criso
Dolce rispose: Del gran Giove pronto
Sono i cenni ubbidir, quando ei comanda,
75Però veloce correrò la terra,
Porrò quel mostro in fuga, e farò lieti
Gli uomini lagrimosi. Ei più non disse:
Onde Mercurio ritornossi in alto:
Quale Airon, se da lontan comprende
80Torbida d’Aquilon mover procella,
Spiega le piume, e per l’aereo campo
Soverchia i nembi, e non arresta il corso,
Finchè sotto i suoi piè franco non mira
Le folte nubi; in guisa tal sen riede
85Verso l’Olimpo il messaggier veloce,
E Criso impon, che il suo destrier si freni:
Destrier, che i fianchi e le nervose gambe
Discioglie in velocissima carriera,
E che d’ali possenti il tergo impiuma,
90Sicchè trasvola i larghi fiumi, e sprezza
Dell’irato Oceán l’onde sonanti.
Or sul nobile dorso egli s’adagia,
E le lucide briglie indi governa
Colla sinistra, nella destra ha l’arco,
95Egli pende sul tergo ampia faretra,
Piena di strali folgoranti: strali,
Che domano ogni usbergo, a cui non regge
Ferrata porta: le falangi in terra
Tremano pe’ lor lampi, ed a fuggirne
100In mar son lente le velate antenne.
Sì fatto ei sorse a passeggiar la terra;
E come fuga il Sol le scure nubi
Lunge dagli occhi altrui, tal ei disgombra
Dall’altrui petto l’odiose noje.
105Trafitta da dolor lasciava Inopia
La chiara luce, e s’ascondea degli antri
Dell’alpine foreste, o per gli scogli
Si raccogliea sulle deserte rive.
Quinci giocondo ritornava il mondo,
110E già si celebrava almi Imenei,
Tempravansi le cetre, ed era in danza
Il vago piè delle leggiadre Ninfe:
Sorgeano inverso il ciclo alti palagi;
S’indoravano fonti; aprile eterno
115Facea soggiorno in sulle piagge, e licto
Amor volava saettando intorno,
Or come in tal dolcezza i petti umani
Rimirò Criso, egli benignamente
A sè chiamolli, e così disse: Udite,
120Uomini abitator del basso mondo,
a Omai per le mie man domato è il mostro,
Che si vi afflisse, onde soavemente
Menate i dì della soave vita:
Perchè duri con voi tanta ventura,
125È questo il modo: hassi a sbandir l’oltraggio
Da’ vostri alberghi, e rimembrar mai sempre
Queste bilance, che nel ciel governa
L’alma Giustizia: se fermate in petto
Queste parole, io fermerò miei passi
130Con esso voi; nè lascerò che volga
Senza vostro conforto un solo giorno:
Se le mie voci spargerete al vento,
Ιo da voi fuggirommi, o rimanendo
Con esso voi vi colmerò d’affanno;
135Scuri vedrete i giorni, e senza posa
Vi lasceran le notti, aspre contese
Innanzi a duro tribunal faranno
Strazio di vostra vita, e finalmente
L’orrida Inopia torneravvi innanzi
140Orribilmente. Ei così disse, e tacque.
Or perchè veggio al tuo gentil costume
Esser cara la legge al mondo imposta
Dall’alto Criso, io fermamente spero,
Ch’ei teco, Ambrogio, fermerà suoi passi,
145Nè ti scompagnerà de’ suoi conforti.