Il Re Torrismondo/Atto quinto/Scena quarta

Atto quinto - Scena quarta

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SCENA QUARTA

CAMERIERO, CORO

CAMERIERO

O Gotia, o d’Aquilone invitto regno,
O patria antica, oggi è tua gloria al fondo,
Oggi è ’l sostegno tuo caduto, e sparso;
Oggi fera cagion d’eterno pianto
A te si porge.

CORO

Ahi! che dolente voce
Mi percuote gli orecchi, e giunge al core!
Che fia?

CAMERIERO

Misera madre, e mesto giorno,
Reggia infelice; e chi vi muore, e vive,
Infelice egualmente. Orribil caso!

CORO

Narralo, e da principio al mio dolore.

CAMERIERO

Il Re doglioso alla dolente Alvida
Già detto avea, ch’al suo fedel Germondo
Esser moglie dovea, con brevi preghi
Stringendo lei, ch’in questo amor contenta,
Come ben convenia, quetasse il core,

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Che l’altre cose poi saprebbe a tempo.
Ma del suo padre l’improvvisa morte,
Per occulta cagion tenuta ascosa,
Accrebbe in lei sospetto, e duolo, e sdegno,
Ch’in furor si converse, e ’n nuova rabbia,
Pur come fosse già schernità amante
Data in preda al nemico; onde s’ancise,
Passando di sua man col ferro acuto
Il suo tenero petto.

CORO

Ahi troppo frettolosa! ahi cruda morte,
Estremo d’ogni male!

CAMERIERO

Il male integro
Non sapete anco. Il Re sè stesso offese
Nel modo istesso; è giace appresso estinto.

CORO

Ahi, ahi, crudel morte, e crudel fato!
Qual altro più gravoso oltraggio, o danno
Può farci la Fortuna, o ’l Fato avverso?

CAMERIERO

Non so. Ma l’un dolore aggiunge all’altro,
L’una, all’altra ruina. E ’n forte punto
Oggi è la stirpe sua retisa, e tronca.

CORO

Misera, ed orba madre, ove s’appoggia
La cadente vecchiezza! e chi sostienla?

CAMERIERO

L’infelice non sa d’aver trovato
Oggi una figlia, e duo perduti insieme;
E forse lieta ogni passato affanno
In tutto obblia, non sol consola, e molce,
E di gioja e piacer ha colmo il petto.

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CORO

Or chi le narrerà l’aspro destino
De’ suoi morti figliuoli?

CAMERIERO

Io non ardisco
Con questo avviso di passarle il core.
Ma già tutto d’orrore, e di spavento
Là dentro è pieno il suo reale albergo,
E risonare itetti, e l’ampie logge
S’odono intorno di femineo pianto,
E di battersi il petto, e palma a palma,
E di meste querele, e di lamenti.
Tanto timor, tanto dolore ingombra
Le femmine Norvegie! E men dolenti
Sarian, se fatte serve in cruda guerra
Fossero da nemici infesti, ed empj,
E temessero omai di morte, e d’onta:
E l’altre sconsolate, e meste donne
Consolarle non ponno, anzi piangendo
Parte pianger fariano un cor selvaggio
Del suo dolore, e lagrimar le pietre.

CORO

E noi, che parte abbiamo in tanto danno,
Non sapremo anco più distinti i modi
D’una morte, e dell’altra?

CAMERIERO

Il Re trovolla
Pallida, esangue, onde le disse: Alvida,
Alvida, anima mia, che odo? ahi lasso!
Che veggio? ahi qual pensiero, ahi qual inganno,
Qual dolor, qual furor così ti spinse
A ferir te medesma? Oimè, son queste
Piaghe della tua mano? Allor gravosa

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Ella rispose con languida voce:
Dunque viver dovea d’altrui, che vostra,
E da voi rifiutata?
E potea col vostr odio, o col disprezzo,
Se dell’amor vivea?
Assai men grave è il rifiutar la vita,
E nen grave il morire.
Già fuggir non poteva in altra guisa
Tanto dolore…
Ei ripigliò que’ suoi dogliosi accenti:
Tanto dolore io sosterrò vivendo?
O ’n altra guisa io morrei dunque, Alvida,
Se voi moriste? ahi nol consenta il Cielo!
Io vi potrei lasciare, Alvida, in morte?
Colle ferite vostre il cor nel petto
Voi mi pussaste, Alvida,
E questo vostro sangue è sangue mio,
O Alvida sorella,
Così voglio chiamarvi; e ’l ver le disse,
E ’l confermò giurando, e lagrimando.
L’inganno, e ’l fallo dell’ardita destra
Ella parte credeva; e già pentita
Parea d’abbhandonar la chiara luce
Nel fior degli anni, e rispondea gemendo:
In quel modo, che lece, io sarò vostra,
Quanto meco potrà durar quest’alma,
E poi vostra morrommi.
Spiacemi sol, che ’l morir mio vi turbi,
E v’apporti cagion d’amara vita.
Egli pur lagrimando a lei soggiunse:
Come fratello omai, non come amante,
Preudo gli ultimi baci. Al vostro sposo
Gli altri pregata di serbar vi piaccia,

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Che non sarà mortal sì duro colpo.
Ma invan sperò; perchè l’estremo spirto
Nella bocca di lui spirava, e disse:
O mio più che fratello, e più ch’amato,
Esser questo non può; chè morte adombra,
Già le mie luci.
Dappoich’ella fu morta, il Re sospeso
Stette per breve spazio: muto, e mesto
Dalla pietate, e dall’orror confuso,
Il suo dolor premea nel cor profondo.
Poi disse: Alvida, tu sei morta; io vivo
Senza l’anima? e tacque.
E scrisse questa lettra, e la mi porse,
Dicendo: Porteraila al Re Germondo,
E quanto avrai di me sentito, e visto,
Tutto gli narra, e scusa il nostro fallo.
Così disse. E mentr’io pensoso attendo,
Dal suo fianco sinistro ei prese il ferro,
E si trafisse colla destra il petto,
Senza parlar, senza mutàr sembianza,
Pur come fosse lieto in far vendetta.
Io gridai, corsi, presi ’l braccio indarno,
Non anco debil fatto. Ei mi respinse
Con quel valor, che non ha pari al mondo,
Dicendo: Amico, al mio voler t’acqueta,
E nella tua fortuna. A te morendo
Lascio il più caro officio, e ’l più lodato,
Un Signor più felice, un Re più degno,
E la memoria mia;
Ch’ognun la cara vita altrui può torre,
Ma la morte nessuno.