Il Baretti - Anno II, n. 15/Sulle ruine di un castello in Svezia

Sulle ruine di un castello in Svezia

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Sulle ruine di un castello in Svezia

Già l’astro del dì all’occidente arse
e piano s’affondò nell’onde!..
Pensosa la luna traverso lieve vapor guarda
ai gorghi e ai lidi taciturni.
E tutta in profondo sonno è la marina intorno.
Sol di rado un peccatore ai compagni grida,
sol l’eco la voce sua lungamente ripete
nel silenzio notturno.

Io qui, su questi scogli, sospesi sull’acqua,
nella sacra oscurità del querceto,
pensoso erro e veggo innanzi a me
vestigia di fuggito età e gloria:
ruderi, minaccioso vallo, invasa d’erbe una
(fossa,
colonne o vetusto ponto con ferree catene,
spalti muscosi con granitici merli
e lunga fila di tombe.

Tutto è quiete: un morto sonno è nella dimora
(selvaggia
Ma qui vivo la ricordanza:
o il viatore, appoggiato alla pietra di una
(tomba.
assapora una dolce fantasia.
Là, là, dovo serpe l’edera per la scala erta,
o il vento culla lo stelo dell’inaridito assenzio,
dovo la luna inargentò i torvi spalti
sulla dormente acqua:

Là un guerriero un tempo, di Odin prodo nipote,
nello mischie marine incanutito,
addestrava il figlio alla pugna e dei dardi
(pennuti il faseio,
la corazza segreta, il brando greve
egli al giovinetto porgeva col trafitto braccio
e forte sclamava, levate le tremanti palme:
«A te egli è sacrato, o dio, signore della pugna,
sempre ed ovunquo tuo!
E tu, mio figlio, giura per il brando dei tuoi
(padri,
e di Hela (1) col giuro sanguinoso,
d’essere sugli occidui flutti il terror dei nemici,
o di cader, come gli avi caddero, con gloria!»
E l’ardente giovinetto il brando degli avi copriva di baci,
o al seno stringeva le paterne palme,
e nella gioia, come destriero al suono di nova
(pugua,
ribolliva o fremeva!

Guerra, guerra ai nemici della patria terra!
I vascelli al mattino stropitarono,
spumeggiarono i mari, e i celeri navigli
sull'ali della tempesta tavolarono!
Nelle valli di Neustria echeggiò delle pugno il
(tuono,
la nebulosa Albione di terra in terra fiammeggia,
o Hela notte e giorno al Volhalla uccompagna
dei caduti la pallida turba.

Ah, giovinetto! t’affretta ai patrii lidi,
indietro volo con la preda guerresca!
Già spira mite il vento sull'orma delle tuo navi,
o eroe, dalla vittoria eletto.
Già gli scaldi festini apprestano sui colli,
già le querce sono in flamme, nelle coppe il
(miele brilla,
e nunzio di letizia ai padri proclama
le vittorie sui mari.

Qui, nel placido porto, dall’alba d’oro
te la fidanzata attende,
per te, o giovinetto, con lacrime e preci
gli dei a clemenza inchina...
Ma ecco, nella nebbia là, come stormo di cigni,
biancheggiano i vascelli, portati dalle onde.
Oh, spira, propizio vento, spira con mute labbra
nelle vele dei vascelli!

Sono i navigli al lido: su esso è già l'oroe
con bottino di donne d’altra stirpe;
a lui s’affretta il padre con la giovin fidanzata
e i cori degli scaldi ispirati.
La bella sta, tacita, in lacrime,
ma il fidanzato mirar di sfuggita ardisce,
chinando il guardo, si fa rossa e impallidisce,
come luna nei cieli.

  1. La dea della morte nella mitologia Scandinava