I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/L'uomo dei boschi

L'uomo dei boschi

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Lo schiavo della Somalia (storia vera) Nel paese degli Zulù

L'UOMO DEI BOSCHI


Pangani è una piccola stazione del Protettorato tedesco della costa zanzibarese, situata sul fiume Rufidji, un importante corso d'acqua che si getta nell'Oceano Atlantico dopo un lunghissimo e tortuoso corso.

Nel 1896, quella stazione aveva raggiunto già una certa importanza, essendo situata sulla via carovaniera, che dalla costa mette capo ai grossi villaggi del Maingi, dai quali i trafficanti tedeschi traevano gran copia di avorio, di gomme, di olio d'elais e di essenze vegetali.

Non si componeva che di due o trecento capanne abitate da negri dediti interamente ai traffici, e d'un fortino difeso da un sergente, un veterano della guerra del 1870, e da quattro soldati, presidio sufficiente a tenere in freno gli abitanti, i quali d'altronde non avevano mai dato luogo a violente repressioni.

La piccola colonia aumentava ogni mese d'importanza, accennando a diventare una delle più floride del Protettorato tedesco, quando un avvenimento improvviso venne a gettare il turbamento fra gli abitanti e ad arrestarne improvvisamente lo sviluppo, minacciando una totale rovina.

Una sera dell'agosto, un negro che aveva fama di essere uno spirito forte e che aveva dato molte prove di possedere vero coraggio, tornando dalla raccolta dei frutti dell'elais, dai quali si ricava un olio molto apprezzato dai coloni tedeschi, nell'attraversare una foresta di palme si era trovato improvvisamente dinanzi ad un uomo di statura gigantesca, armato d'un randello enorme e che pareva stesse in agguato presso il tronco d'un sicomoro.

Stante l'oscurità profonda che regnava nel bosco, il negro non aveva potuto ben osservarlo, e la paura provata era stata tale che era giunto alla stazione più morto che vivo, dopo una corsa disperata.

Quel fatto, subito narrato, non aveva mancato di gettare un profondo turbamento sui negri della borgata, che non erano meno impressionabili, né meno superstiziosi di tutti gli altri abitanti del continente nero.

Le fantasie s'erano subito sbrigliate. Alcuni asserivano che Usufa – così chiamavasi il negro – doveva aver incontrato lo spirito della notte, altri invece sosteneva che doveva aver veduto qualche stregone incaricato di gettare un potente malefizio sulla stazione per distruggerla; altri ancora diceva che doveva trattarsi non già d'un uomo, bensì d'un terribile animale venuto da paesi lontani per mangiare i poveri negri di Pangani.

Avvertito il comandante del fortino, questi si era accontentato di scrollare le spalle e di mandarli a dormire.

La tranquillità del sergente non aveva però calmato le paure della popolazione e il domani ogni commercio veniva interrotto fra Pangani ed i villaggi dell'alto corso del fiume, con grave danno di tutti, soprattutto dei coloni tedeschi stabiliti sulla costa.

Il sergente, non poco impressionato, per dimostrare ai negri che Usufa doveva aver sognato, aveva fatto un'esplorazione nella foresta in compagnia dei suoi quattro soldati e non aveva veduto nulla di sospetto.

Due giorni dopo però l'allarme spargevasi di nuovo nel villaggio. Un altro negro, che, ignaro di tutto, tornava verso Pangani dopo d'aver visitato alcune borgate lontane, aveva incontrato quel misterioso personaggio nella stessa foresta, sempre armato del suo enorme randello e nascosto dietro il tronco d'un albero, come se aspettasse qualcuno.

E questo era ancora nulla. La stessa notte una donna scompariva dal villaggio e veniva trovata il domani sulla riva del fiume, strangolata e priva delle unghie delle mani e dei piedi!

Wazer – il sergente – vedendo che già parecchie famiglie si preparavano a lasciare la borgata per rifugiarsi verso la costa, prevedendo che altre non avrebbero tardato a seguirle, rovinando interamente la stazione che era costata ai coloni tedeschi molti sacrifizi, si decise finalmente a chiarire quel mistero.

Chiamò i due negri, che avevano incontrato quel terribile uomo il quale si divertiva a strangolare le donne del villaggio, per cercare d'avere da loro delle spiegazioni.

– Sei sicuro, Usufa, – gli chiese, – che fosse veramente un uomo?

– Non ve lo saprei dire con certezza – rispose il negro. – Che somigliasse poi ad un uomo, di questo sono sicuro.

– Anche a te, Timbo? – chiese all'altro.

– Mi parve tale – rispose il secondo negro. – Anch'io però non ho potuto distinguerlo bene, essendo già notte.

– E non ha cercato di assalirvi?

– No – risposero i due negri.

– Che fosse invece una scimmia? – chiese il sergente.

– Noi non ne abbiamo mai vedute di così enormi – disse Usufa. – Però ho udito raccontare una volta che in certi paesi dell'interno se ne sono vedute di quelle grossissime e così terribili da non poterle affrontare.

– Anch'io – confermò Timbo. – Le chiamano anzi uomini dei boschi.

– Ascoltatemi: io regalerò a ciascuno di voi un coltello e una bottiglia di acquavite se acconsentite a condurmi domattina nella foresta per mostrarmi il luogo ove avete incontrato quell'uomo, ammesso che sia tale.

I due negri esitarono un po'; quindi, vinti dal regalo promesso, accettarono, quantunque si sentissero tremare il cuore all'idea di potersi trovare nuovamente dinanzi a quel misterioso personaggio.

Fecero i loro preparativi per il domani, poi si lasciarono. Oltre i due negri il sergente aveva ordinato a due dei soldati di accompagnarlo, per prestargli man forte, non avendo molta fiducia in Timbo ed in Usufa, il cui coraggio doveva aver subìto una scossa disastrosa.

All'alba erano tutti e cinque pronti a mettersi in cammino, quando udirono delle grida partire da una capanna situata verso la riva del fiume.

Si diressero verso quella parte e videro un negro che piangeva disperatamente, strappandosi i capelli e graffiandosi il viso.

– Mia moglie! Lo spirito della notte ha portato via mia moglie! – gridava il disgraziato.

– È troppo! – esclamò il sergente. – Quel ladrone, quell'assassino deve cadere nelle nostre mani. Bisogna catturarlo o ucciderlo. Quando è stata portata via tua moglie?

– Non lo so, signor uomo bianco – rispose il misero. – Aveva caldo e mi aveva lasciato per andare a coricarsi sotto la tettoia, e stamane non l'ho trovata più.

– Che l'abbia rapita qualche leopardo?

– Vi sarebbero delle macchie di sangue, signore, – disse il negro, – mentre invece non ne ho veduta alcuna.

– In marcia – disse il sergente con voce risoluta. – Noi andremo a punire quell'assassino.

I tre bianchi erano tutti armati di fucili a retrocarica, ed i due negri, di vecchi moschettoni che potevano ancora servire a qualche cosa.

Timbo e Usufa, più che mai spaventati, procedevano con le gambe malferme, quantunque avessero un'immensa fiducia nei tre soldati e fossero certi che quell'essere misterioso non avrebbe osato misurarsi con gli uomini bianchi.

Dopo d'aver fiancheggiato per qualche ora il fiume, giunsero sull'orlo della foresta dove supponevano che lo spirito della notte o lo stregone o l'uomo dei boschi avesse stabilito il suo domicilio.

Era una vera boscaglia africana, ingombra di sicomori, di cespugli foltissimi, di liane, di palme gommifere che non permettevano di procedere rapidamente.

Nessuno d'altra parte aveva voglia di gettarsi risolutamente in mezzo a tutte quelle piante, dietro le quali poteva tenersi celato l'assassino, lo strangolatore delle donne di Pangani, e da assalito diventare improvvisamente assalitore.

Timbo e Usufa, che erano diventati smorti come i negri, ossia cinerei, procedevano lentamente, coi moschettoni puntati, guardando in alto, in basso, a destra ed a sinistra, tremando ogni volta che udivano qualche fruscìo o il rumore di qualche ramo spezzatosi.

Si trovavano già nel più folto della foresta, quando si fermarono entrambi, dicendo al sergente:

– Si vede qualche cosa di nerastro là, presso quei cespugli.

– Vediamo – disse il sergente, ponendo il dito sul grilletto del suo fucile a retrocarica.

– Non avanzatevi, signor uomo bianco – dissero i due negri con voce tremante.

– Un veterano che ha sostenuto le cariche della cavalleria francese a Woert, non ha paura. Voi, già, non sapete un cavolo che cosa sia Woert. Soldati, preparatevi a far fuoco.

Si spinse innanzi e vide, infatti, distesa presso un cespuglio, una massa nera che somigliava ad un corpo umano.

– Che l'assassino si sia fatta giustizia da sé? – pensò il bravo sergente. – Ci risparmierebbe la fatica di appiccarlo.

Ad un tratto si fermò, brontolando.

– Canaglia! È la seconda vittima.

Quella massa nera era la moglie del povero negro che aveva interrogato un'ora prima.

La disgraziata, una robusta africana, e ancora giovane, era stata strangolata al pari dell'altra, e le mancavano le unghie alle mani ed ai piedi.

La soffocazione doveva essere stata terribile e commessa da un uomo dotato d'una forza più che erculea.

Il collo della vittima era stato contorto e la sua faccia esprimeva un terrore orribile.

Aveva gli occhi spaventosamente dilatati, le mascelle fracassate o da un pugno irresistibile o da un bastone, e sulle labbra della schiuma sanguigna.

– L'uomo che ha commesso questo delitto deve essere d'una robustezza eccezionale – disse il sergente. – Che sia qualche pazzo?

Il buon sergente, a sua volta, cominciava ad impressionarsi, e avrebbe desiderato meglio trovarsi alla carica di Woert piuttosto che dinanzi a quell'assassino.

Era però un uomo che, quando si era cacciato in testa un'idea, voleva andarvi a fondo, checché dovesse accadere.

Chiamò i suoi due soldati ed i negri e disse:

– L'abitazione di quel mostro suppongo che non sia lontana; quindi, fate appello al vostro coraggio e seguitemi. Se noi dovessimo tornare al villaggio senza averlo ucciso, domani non rimarrebbe più nessuno, e la stazione ne sarebbe per sempre rovinata. Siamo in cinque e bene armati, e nessun uomo od animale può resistere a cinque colpi di fucile. Avanti!

I due soldati si erano messi dietro al sergente. Invece Timbo ed il suo compagno, completamente terrorizzati, si erano fermati, guardando i tre uomini bianchi con uno spavento impossibile a descriversi.

– Avreste paura? – chiese il sergente, aggrottando la fronte.

– Signor uomo bianco, – disse Usufa, – noi avevamo promesso di condurvi nella foresta e abbiamo mantenuto la parola. Vi avverto però che io non farò un passo di più e che torno al villaggio.

– Ed anch'io – disse Timbo. – Noi abbiamo da fare con lo spirito dei boschi e non già con un uomo, e non desidero, almeno per parte mia, lasciare qua la mia pelle.

– Canaglie! – esclamò il sergente indignato. – Ci siamo noi, se voi avete paura, e non crediamo affatto agli spiriti, noi!

Non valsero né preghiere, né minacce, né raddoppiamento di premio. I due negri, che tremavano in tutte le membra, volsero le spalle e se ne andarono, correndo.

– Lasciamoli andare – disse il sergente, trattenendo i due soldati che stavano per lanciarsi dietro i negri per ricondurli. – Noi, uomini bianchi, non abbiamo le loro superstizioni e non torneremo senza aver ucciso o catturato l'assassino.

– Noi non vi lasceremo, sergente – risposero i due soldati.

Si rimisero in cammino, avanzandosi nella foresta, la quale diventava sempre più folta. Vi erano in quel luogo tante piante che certi momenti non sapevano dove passare.

Erano appena trascorsi dieci minuti da che si erano divisi dai negri, quando udirono rimbombare un colpo di fucile, poi un secondo; quindi due grida acutissime di persone che vengono scannate.

– Si uccide qualcuno! – gridò il sergente.

– Che siano i due negri? – chiese un soldato.

– Venite!

Si erano messi a correre verso il luogo ove avevano udito quelle grida e quei due colpi di fucile.

Percorsi cinquecento passi, il sergente incespicò in un cadavere che stava presso un enorme albero.

Era quello di Usufa.

Il povero negro era stato ridotto in uno stato orribile.

Una spalla era stata strappata, la pelle del viso gli pendeva sotto il mento come se fosse stata strappata da un colpo d'artiglio, e la testa era stata schiacciata come da un colpo di bastone.

Il sergente e i due soldati, inorriditi, stavano per curvarsi sul morto per meglio osservarlo, quando udirono a breve distanza un gemito lamentevole.

– Aiuto!

– Che sia Timbo? – chiese il sergente, dopo aver dato uno sguardo all'intorno, per paura che l'assassino piombasse addosso anche a loro.

La stessa voce lamentevole si era fatta udire:

– Aiuto! Muoio!

– È Timbo – disse uno dei soldati.

Girarono un cespuglio di bauchinie e trovarono disteso al suolo il povero Timbo.

Il disgraziato era ancora vivo, ma non si trovava in migliori condizioni del suo compagno.

Il feroce assassino lo aveva completamente sventrato con un colpo d'artiglio ed il sangue sfuggiva a fiotti dall'orribile ferita. Tuttavia non era ancora morto.

Vedendo il sergente, fece per alzarsi; poi ricadde, mandando un urlo straziante.

– Signor... uomo bianco,... sono morto – mormorò. – Il mostro... lo stregone... lo spirito della notte...

– Disgraziato! – esclamò il sergente. – Se tu fossi rimasto con noi, non saresti ora agonizzante e così mutilato. Dov'è quel mostro?

– Non lo so... era là... su quell'albero... ci è piombato addosso... sono sfuggito dopo aver fatto fuoco...

– L'hai ferito?

– Che so io!... Sono uomo morto... è finita... morto, morto.

– Chi era? L'hai veduto? – chiese il sergente.

Il negro fece uno sforzo supremo per parlare; invece dalle sue labbra contorte non uscì che un rauco brontolìo che quasi subito si spense.

Sbarrò i suoi grandi occhi, mandò un lungo sospiro, poi si abbandonò scosso ancora da un'ultima orrenda convulsione.

– Se n'è andato – disse il sergente. – Povero uomo!

Si volse verso i due soldati che guardavano in tutte le direzioni, tenendo i fucili tesi, e disse loro:

– Vendichiamolo, compagni. Se non riusciamo a uccidere quel mostro sanguinario, la rovina della stazione sarà completa. Domani non rimarrà una sola famiglia in Pangani.

– Chi credete che sia quel brigante che si diverte a massacrare i negri ed a strangolare le donne? – chiese uno dei soldati.

– Se devo dirti la verità, amico Kanger, non te lo saprei dire. Suppongo che sia qualche formidabile bandito che ha giurato la distruzione della nostra borgata.

– Che sia poi un uomo?

– Crederesti anche tu agli spiriti? – chiese il sergente con tono ironico.

– Oh, no! Ma... tuttavia... non so che cosa dire, sergente.

– Avresti paura?

– Sono un buon soldato, sergente, ed un tedesco non trema mai.

– Allora, giovanotti, andiamo a cercare quell'assassino. Noi non lasceremo questa foresta finché non l'avremo ucciso o preso vivo. Non deve essere lontano da noi. Aprite gli occhi, e appena lo scorgete, fate fuoco anche senza il mio comando.

Lasciarono il povero Timbo e fecero il giro dei cespugli, guardandovi in mezzo, poi allargarono il cerchio adagio adagio, osservando albero per albero.

Nulla, ancora nulla! Eppure erano convinti che non si trovasse molto discosto.

Dopo d'aver fatto dieci volte il giro di quelle macchie, decisero di perlustrare un'altra parte della foresta, supponendo che il mostro se ne fosse andato altrove senza farsi vedere.

– Deve aver avuto paura di noi – pensava il sergente. – Non osa assalire degli uomini bianchi.

Camminarono un'ora, due, tre, girando con precauzione intorno agli alberi, frugando le parti più folte della foresta; poi, stanchi e anche un poco scoraggiati, decisero di fermarsi per fare colazione.

Scelsero un luogo scoperto per non venire sorpresi all'improvviso, si misero i fucili sulle ginocchia, trassero le provviste che avevano portate, delle gallette, della carne fredda e una scatola di acciughe.

Nel bosco regnava un profondo silenzio. Non si udiva nemmeno cantare un uccello e non si vedeva alcun animale, né cinghiali, né sciacalli, bestie che si trovano sempre in buon numero presso le rive del fiume Rufidji.

Avevano già terminato il pasto e stavano per accendere le loro grosse pipe di porcellana, quando udirono in mezzo alla foresta un urlo formidabile.

Boc! Boc! Boc!...

Il sergente e i due soldati si erano alzati coi fucili in mano.

Boc! – esclamò il primo, guardando maravigliato i suoi due compagni. – Quale significato può avere questo grido?

– È un grido umano, poi? – chiese Kanger. – Avete udito come era forte? Non credo che possa uscire dalla gola di un uomo.

– Andiamo a vedere chi è che lo ha mandato – disse il sergente.

Si diressero verso il luogo ove era partito, strisciando fra le radici ed i cespugli e nascondendosi dietro le liane.

Mentre si avanzavano, udivano di tratto in tratto scricchiolare dei rami e agitare le foglie, e qualche grugnito.

– Non può essere un uomo – disse il sergente ai suoi compagni. – Questi sono grugniti da bestia.

– Che sia qualche leopardo? – chiese Kanger.

– Non ho mai udito quelle belve gridare Boc! Boc!

– Che cosa sarà dunque?

– Lo vedremo.

Continuarono ad avanzarsi. Non udivano più i rami spezzarsi e nemmeno le foglie muoversi. Lo strangolatore delle donne doveva essersi nascosto in qualche luogo, per piombare di sorpresa sui cacciatori.

– Adagio! – disse il sergente. – Siate prudenti; ci siamo vicini.

In quel momento un folto cespuglio si aprì e un essere spaventevole apparve dinanzi ai loro occhi stupiti.

Non era un uomo, quel terribile negro, come fino allora tutti avevano creduto, e tanto meno uno spirito della notte od uno stregone.

Era invece una scimmia di dimensioni enormi, uno di quei gorilla mostruosi che s'incontrano talvolta nelle più folte foreste del centro dell'Africa e che, presi da chi sa quale capriccio, non di rado intraprendono delle lunghe emigrazioni anche verso le coste.

Era infine uno di quei terribili quadrumani che i negri chiamano uomini dei boschi e che temono più dei leoni, dei leopardi e dei coccodrilli.

Era alto più di due metri, enormemente grosso, con braccia e gambe nodose come grossi rami di albero, il pelame lungo, nero e ruvido, il cranio depresso, la faccia sporgente, il naso schiacciato e la dentatura così solida da poter schiacciare la canna di un fucile come se fosse un bastone.

Come dissi, questi mostri, fortunatamente piuttosto rari e la cui esistenza era stata messa in dubbio fino a quarant'anni or sono, vivono nei boschi più folti dell'Africa centrale.

Per molti anni rimangono in famiglia; quando cominciano ad invecchiare, si fanno solitari e vanno errando, quasi vergognosi di non essere più giovani, e allora diventano estremamente pericolosi.

Fortissimi, tanto che venti uomini non sarebbero capaci di prenderli vivi, dotati di un coraggio a tutta prova, non temono più né gli uomini, né le belve feroci.

Attendono a piè fermo i cacciatori, e se questi non riescono a freddarli d'un colpo, possono considerarsi come perduti.

L'enorme scimmia si scaglia su di loro a corpo perduto e li fa a brani.

Si accostano sovente perfino ai villaggi per rapire le donne negre che poi strangolano e che privano delle unghie delle mani e dei piedi.

Il sergente aveva udito parlare vagamente di quegli uomini dei boschi e, non avendone mai veduti, non aveva mai creduto alla loro esistenza.

Trovandosi però dinanzi ad uno di quei campioni, così improvvisamente, in mezzo a quel bosco, era rimasto titubante e anche spaventato.

Il gorilla non aveva assalito. Erasi fermato sul margine della macchia, rizzandosi quanto era lungo, digrignando i denti e battendosi il petto coi pugni, mentre il suo pelame si arruffava.

Sbuffava, soffiava come una tigre in collera e mandava fuori quel grido che poco prima i tre soldati avevano udito, e che li aveva tanto imbarazzati.

Boc! Boc! Boc! ...

– Sergente – disse Kanger con voce tremante. – Costui deve essere il diavolo. Fuggiamo!

– Non lascerò mai il posto – rispose il veterano.

Alzò il fucile per far fuoco.

Il gorilla, vedendo quell'atto, afferrò un bastone o meglio un grosso ramo d'albero, mandò un ruggito spaventevole e fece un salto innanzi.

– Fate fuoco! – gridò il sergente.

Tre colpi di fucile rimbombarono ad un tempo.

Il gorilla si ripiegò su se stesso, poi si alzò e fuggì attraverso la foresta, frantumando rami e radici.

Correva così precipitosamente che in un momento scomparve agli occhi dei cacciatori.

– Confesso di non aver mai provato una così profonda emozione – disse il sergente, che si asciugava la fronte. – Gli squadroni francesi che rovinavano all'impazzata sulla nostra divisione, facevano meno paura di quell'orribile mostro.

– Io tremo ancora, – disse Kanger, – e non so se riacquisterò la mia calma.

– Ed io ho le gambe paralizzate – disse il suo compagno. – Era un uomo od una scimmia? Confesso di non saperlo ancora.

– Una scimmia, un gorilla, un demonio, una brutta bestia insomma! – rispose il sergente.

– Che sia stato colpito a morte?

– Io sono sicuro di averlo ferito – disse il sergente.

– Ed anche noi – dissero i due soldati.

– Andiamo a cercarlo.

Ricaricarono i fucili e si diressero verso il cespuglio.

L'orribile scimmia doveva essere stata ferita e gravemente. Al suolo si vedevano larghe macchie di sangue e ciuffi di pelo pure insanguinati.

Seguire il gorilla non era difficile. Nella sua precipitosa ritirata aveva aperto un solco fra le piante, e la via era indicata da un gran numero di rami spezzati e di radici strappate.

Convinti di trovarlo morto o moribondo, i tre soldati, rimessisi un po' dal loro spavento, si cacciarono nel solco, camminando con prudenza. Guardavano soprattutto in alto, temendo che il gorilla si fosse rifugiato fra i rami di qualche pianta.

Le macchie di sangue si scorgevano sempre, ora sulle foglie ed ora sui rami e anche molti ciuffi di peli.

Si erano già inoltrati di qualche centinaio di passi, quando un puzzo orrendo giunse ai loro nasi.

– Che cosa è questo odore? – chiese il sergente, fermandosi.

– Sembra che vi siano qui dei cadaveri in putrefazione – disse Kanger.

– Ora capisco.

– Ed io niente, sergente.

– Dobbiamo essere vicini al covo del gorilla. Quel bestione avrà strangolato delle altre donne, rubate forse ad altri villaggi, e le avrà lasciate qui a marcire.

– Silenzio – disse Kanger. – Udite?

Dei rauchi brontolìi uscivano da una macchia di foltissimi banani, le cui foglie immense impedivano di scorgere quanto accadeva fra le piante.

– Il gorilla è nascosto lì dentro – disse il sergente.

– Non possiamo sbagliare – risposero i due soldati.

Tutti e tre si erano fermati. L'idea di doversi trovare una seconda volta dinanzi a quello spaventevole scimmione, che forse non avevano ferito gravemente, produceva su di loro una emozione fortissima.

Cercarono di scorgerlo per fargli addosso una scarica. Il gorilla invece si manteneva invisibile, pur continuando a mugolare ed a sbuffare.

– Finiamola – disse finalmente il sergente. – Non siamo già venuti qui per ascoltare i suoi borbottamenti.

Volendo dare ai suoi compagni una prova del suo coraggio, entrò nella macchia.

Aveva fatto appena cinque passi, quando si sentì a un tratto bruscamente afferrare per le gambe e sollevare in aria.

Il gorilla, che si teneva rannicchiato sotto le larghe foglie dei banani, l'aveva preso con l'intenzione di fracassargli il cranio contro il tronco di qualche albero.

Il mostruoso uomo dei boschi era orribile a vedersi. Aveva il pelame irto e lordo di sangue, e ghignava come un demone, dimenando le sue mascelle.

Il veterano non si era smarrito. Non avendo lasciato il fucile, con una mossa rapidissima lo volse, appoggiò la canna sul cranio dello scimmione, e sparò.

Udì, attraverso la nube di fumo, un ruggito spaventoso; poi sentì la stretta allargarsi, e si trovò in terra, con le gambe per aria.

Il gorilla giaceva dinanzi a lui col cranio fracassato. La palla gli aveva attraversato il cervello, nel momento stesso in cui i due soldati lo fulminavano con due scariche in direzione del cuore.

Visitata la macchia, i tre valorosi cacciatori trovarono parecchi scheletri e due corpi di donne, strangolate da pochi giorni.

Scuoiarono, non senza ripugnanza, il terribile uomo dei boschi, e tornarono trionfanti a Pangani fra gli applausi della popolazione.

Da quel giorno la calma ritornò al villaggio, né più alcuna donna fu rapita, e oggi Pangani è diventato, mercé il valore del piccolo presidio, una delle più popolose e delle più prospere stazioni del Protettorato tedesco della costa zanzibarese.