I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/L'isola di fuoco

L'isola di fuoco

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Il faro di Dhoriol Gli schiavi gialli

L'ISOLA DI FUOCO


Eravamo giunti felicemente nelle acque della Nuova Zelanda, lo splendido possedimento inglese che oggi, per civiltà e per industrie, può gareggiare con le opulenti colonie australiane, quantunque ancora cinquant'anni or sono i neo-zelandesi si divertissero a nutrirsi di carne umana piuttosto che di radici di felci e di porci selvatici.

Ero partito con un drappello di marinari per prendere imbarco su una nave che ci attendeva nel porto di Nelson, e, per far più presto, avevamo preso il piroscafo che fa servizio settimanale fra Melbourne, la grande città australiana ed i porti della Nuova Zelanda.

Il capitano Watt, comandante del piroscafo, aveva usato a tutti noi ogni sorta di cortesie durante la traversata e fra me e lui, particolarmente, avevamo stretto una vera amicizia, cosa del resto comune fra le genti di mare.

Cominciavamo già a discernere le alte montagne delle due grandi isole zelandesi, quando un guasto, manifestatosi nella macchina, ci costrinse a interrompere la nostra corsa, in attesa che i macchinisti rimediassero a quel malanno.

Essendo ancora al largo, il capitano Watt fece spiegare le due rande, tanto per guadagnare un po' di via, sebbene il vento fosse debolissimo e la nave troppo pesante per fare un buon cammino.

La notte era discesa e noi ci trovavamo ancora ad una bella distanza dalla Nuova Zelanda. Essendo troppo caldo sotto coperta, mi ero sdraiato sul ponte, fumando la pipa, quando, girando gli occhi verso il sud, vidi improvvisamente brillare fra le tenebre un bagliore intenso.

A tutta prima supposi che qualche nave avesse preso fuoco, e cercai il capitano per pregarlo di far mettere in mare le imbarcazioni per accorrere in aiuto di quei disgraziati.

Lo trovai nel salotto di poppa, curvo su una carta marina della Nuova Zelanda, che stava studiando con profonda attenzione.

– Signor Watt, – gli dissi, – poco fa non avete scorto nulla verso il sud-ovest?

– No – mi rispose.

– Temo che bruci qualche nave verso la costa. Ho visto or ora un vivo bagliore in quella direzione.

A quelle parole vidi la fronte del capitano aggrottarsi, e dipingersi sul suo viso un'estrema ansietà.

– Avete veduto del fuoco verso il sud-ovest? – mi chiese con voce alterata.

– Sì.

– Delle fiamme altissime?

– Precisamente.

– E avete udito dei rombi anche?

– Non mi parve.

Il signor Watt abbassò gli occhi verso la carta, fece scorrere un dito lungo i contorni della Nuova Zelanda e lo fermò in un posto ove vedevasi una croce segnata in rosso.

– Qui – disse, come parlando fra sé. – Vi prego, non una parola con nessuno. Aspettatemi qui.

Ero molto sorpreso dell'improvvisa commozione che s'era impadronita del capitano della Victoria, tale era il nome della nave.

Ci doveva essere un motivo ben grave per turbare quell'uomo che passava per uno dei più audaci naviganti della marina australiana. Perché quel fuoco doveva averlo spaventato?

Guardai la carta e fermai gli occhi sulla croce rossa, sulla stessa su cui erasi posato il dito del signor Watt.

Era stata segnata in vicinanza della costa della Zelanda settentrionale, in prossimità di una baia che chiamasi dell'Abbondanza. Accanto alla crocetta scorgevo una macchietta indefinibile che poteva indicare o una roccia a fior d'acqua o un isolotto.

– Che cosa può essere? – mi chiesi.

Studiavo la soluzione di quell'enigma, quando udii il passo pesante del capitano.

Quando entrò, la sua fronte non si era ancora spianata, anzi mi pareva più preoccupato di prima e più inquieto.

In mano teneva un cannocchiale.

– Dunque? – gli chiesi.

– È fuoco – mi rispose egli. – Brutto segno! Se l'isola brucia non so se noi la passeremo liscia, e per colmo di sventura prima di quarantott'ore le nostre macchine non potranno funzionare.

– Ed il vento manca?

– Affatto.

– Signor Watt, – dissi, – che isola è quella che brucia?

– L'isola del Fuoco.

– Una terra vulcanica?

Il capitano mi guardò senza rispondere, poi, prendendomi per un braccio, mi disse:

– Se i passeggieri v'interrogano, dite che è un vulcano. Venite.

Salimmo sulla tolda. Regnava calma completa fra i passeggieri che, come me, si erano indugiati a ritirarsi.

Appoggiati alle impagliettature guardavano quella luce che aumentava sempre d'intensità, senza manifestare alcuna apprensione.

Salimmo sul ponte di comando ed il signor Watt mi offerse il cannocchiale, dicendomi:

– Guardate bene.

Lo puntai nella direzione indicatami e scorsi sul mare, che si tingeva dei riflessi dell'incendio, un'isoletta di forma circolare, di forse tre miglia di circuito, alta duecentocinquanta o trecento metri, e circondata da frangenti che dovevano costituire un gravissimo pericolo per le navi che vi si fossero accostate.

Sulla cima, che era tronca, anzi quasi concava, si alzavano vampe che talora diventavano azzurrognole come se bruciasse dello zolfo mentre dai crepacci delle rocce vedevo distintamente uscire violentissimi getti di vapore.

– Un vulcano? – chiesi al signor Watt che mi stava a fianco.

– No – mi rispose. – È quel maledetto lago che bolle.

Lo vidi accostarsi al bordo, prendere un mastello e calarlo in mare. Appena lo ritrasse, immerse una mano nell'acqua e lo vidi scuotere la testa.

– Brutto segno! – mormorò poi.

Immersi a mia volta la mano e sentii che quell'acqua era quasi calda.

Guardai il capitano, ma egli si volse altrove come se avesse voluto sfuggire ad una mia domanda, e ridiscese nella sua cabina dopo d'aver mormorato alcuni ordini al suo secondo, che lo aspettava alla base della scala.

Un momento dopo i marinari facevano sgombrare la coperta, pregando i passeggieri, che erano una quarantina quasi tutti australiani, di ritirarsi nelle loro cabine.

Io ero rimasto sul ponte, non potendo quell'ordine riguardarmi. Mi rimisi ad osservare l'isola, le cui fiamme anziché estinguersi, aumentavano sempre, raggiungendo talvolta una cinquantina di metri e vedevo anche scorrere fra i crepacci delle rocce dei torrentelli di materia infiammata che per la loro tinta non mi sembrava che fosse lava.

No, non poteva trattarsi d'un vulcano. Ma che cosa bruciava dunque sulla cima di quell'isolotto?

E perché il capitano era tanto preoccupato? Eppure non mi pareva che qualche pericolo minacciasse la Victoria.

Eravamo a quasi cinque chilometri dall'isola ed il vento, debolissimo, ci spingeva verso l'ovest, in modo da non poter trovare sulla nostra rotta i frangenti di quello scoglio.

Ero a quel punto delle mie riflessioni, quando fui nuovamente raggiunto dal signor Watt.

– Sempre debole il vento, non è vero? – mi chiese.

– E credo che prima dell'alba non aumenterà – risposi.

– Ed il fuoco aumenta!

– Non trovo motivo d'inquietarsi – mi provai a dire.

Il signor Watt mi guardò a lungo, in silenzio, poi mi chiese a bruciapelo:

– Avete mai udito parlare della terribile sorte toccata al Wright?

– Il Wright? – risposi, frugando nelle mie memorie. – Mi pare di aver udito ancora questo nome.

– Lo comandava il capitano John Watt, mio fratello – continuò l'australiano con un sospiro.

– Non ricordo bene. Forse allora ero molto lontano da questi mari.

– Allora non conoscete l'isola di Fuoco.

– La vedo per la prima volta.

– Non vi pare che il mare cominci a fiammeggiare? – mi chiese improvvisamente, con voce alterata.

Guardai verso l'isola.

Fosse illusione o realtà, mi parve che l'acqua che circondava l'isola avesse preso fuoco.

Delle fiamme azzurre guizzavano fra le onde sollevate dalla marea e apparivano a fior d'acqua, contorcendosi.

– Il mare brucia! – dissi al capitano.

Lo vidi tergersi la fronte come se un improvviso sudore freddo gliel'avesse bagnata, poi calare nuovamente il mastello, tirarlo su ed immergervi la mano.

– Il calore aumenta – disse. – Fra poco l'acqua diverrà bollente ed il fuoco si estenderà. Che cosa accadrà di noi se il vento non viene a trarci lontani e a spingerci verso le coste della Nuova Zelanda? Proprio ora doveva guastarsi la nostra macchina!

Il misterioso fenomeno, intanto, prendeva tali proporzioni da farmi nascere seri timori.

La vetta dell'isola avvampava con maggior forza, lanciando verso il cielo immense lingue di fuoco e nubi di fumo nerissimo, mentre il mare, tutt'intorno all'isola, si vedeva benissimo ribollire come se il fondo posasse su un vulcano.

Eppure non si udiva alcun rombo, nessun boato e non scorgevo alcun masso lanciato in aria. Dunque, non si poteva chiamare vera eruzione vulcanica.

Anche le fiamme che sorgevano fra le onde si estendevano e pareva che avessero una voglia matta di spingersi verso la nostra nave.

Ad un tratto, il mio naso fu colpito da un odore acuto che subito riconobbi.

– Signor Watt, – dissi, – si direbbe che quelle fiamme siano prodotte da petrolio e da zolfo. M'inganno io?

– No – mi rispose il capitano. – Le materie che bruciano sono petrolio e zolfo.

– Corriamo un serio pericolo? Ditemelo francamente, signor Watt.

– Finché l'isola non si abbassa, spero di no.

Lo guardai con sorpresa.

– Finché l'isola non si abbassa? – ripetei, credendo di aver capito male. – Che cosa dite, signor Watt?

– Quel fenomeno, per quanto possa sembrarvi straordinario, avverrà, ne sono sicuro. Speriamo però di trovarci in quel momento lontani. Sentite le vele sbattere? Buon segno! La brezza viene a tempo in nostro aiuto.

Era vero. Il vento si alzava, accennando ad aumentare rapidamente.

Le vele si gonfiavano e la Victoria cominciava ad agitarsi.

La fronte del signor Watt a poco a poco si rasserenava. Aveva dato ordine di spiegare tutta la tela disponibile e di governare per modo da tenersi ben lontani dall'isola fiammeggiante.

Era una vera fortuna e che giungeva in buon momento, perché le lingue di fuoco che guizzavano fra le onde si allargavano sempre più ed aumentavano sempre.

L'acqua, poi, bolliva furiosamente con quale divertimento dei pesci, ve lo lascio immaginare. Dovevano cuocere allegramente in quella gigantesca pentola.

L'isola, intanto, si copriva sempre più di vapori densissimi, traforati qua e là da lingue di fuoco azzurrastre. Ormai non si scorgeva quasi più, tanto era il fumo che si spandeva intorno.

Lo spettacolo era bello ed insieme terribile. Tutto il mare che circondava l'isola era in fiamme e pareva che perfino il fondo ardesse.

Il vento, che soffiava dalla parte dell'isola, cominciava a spingerci addosso nuvoloni di fumo così fetenti che certi momenti credevamo di asfissiare.

Il capitano aveva dato ordine di far chiudere tutti i boccaporti, affinché non penetrassero anche nelle sale e nelle cabine.

La Victoria si allontanava sempre, non con troppa velocità, però, in causa della sua poca velatura e del soverchio carico, ma bastava per frapporre tra lei e le fiamme che correvano sulle onde una distanza sufficiente.

Per tre ore scorgemmo sempre fiamme e fumo ondeggiare sopra l'isola, poi verso l'alba giunse fino ai nostri orecchi un fischio spaventevole e che ci fece rintronare gli orecchi per parecchi minuti e vedemmo il fumo a poco a poco dileguarsi.

– Guardate! – mi disse il capitano Watt. – La vedete ancora?

Volsi gli sguardi verso l'isola. Incredibile a dirsi, essa era scomparsa!

Non vi era più alcuna traccia né di fuoco, né di fumo e nemmeno il mare più ribolliva. Solamente alla superficie si scorgevano ammassi enormi di pesci morti, probabilmente cucinati.

– Una fortuna da raccogliere, e gl'isolani non si lasceranno scappare una così bella occasione! – mi disse il capitano. – Quando vedono l'isola fiammeggiare preparano le loro barche, certi di fare una bella raccolta. Li vedete quei punti neri che si staccano dalle coste della Nuova Zelanda?

– Sì – risposi.

– Sono i pescatori che muovono alla raccolta del pesce.

– E non corrono alcun pericolo, recandosi nelle acque dell'isola di Fuoco?

– Nessuno, amico – mi rispose.

– Spiegatemi ora questo straordinario fenomeno di un'isola che scompare.

– E che ricompare – mi disse il signor Watt.

– È incredibile!

– Ma vero!

Mi prese per un braccio e mi condusse nella sua cabina, facendomi sedere dinanzi alla tavola, su cui era stato portato in quel momento il thè.

M'invitò a vuotarne una tazza, poi mi porse una sigaretta e mi disse, sdraiandosi sul divanetto che correva intorno alle pareti della cabina:

– Due anni or sono, il Wright, un bel piroscafo che faceva il servizio fra Brisbane e i porti della Zelanda, al comando di mio fratello John, lasciava la costa australiana con duecentoventi passeggieri ed un carico considerevole di carni conservate e di legname da costruzione.

«Prima di allora nessuno aveva mai udito parlare dell'isola di Fuoco. Le carte marine segnalavano un bassofondo pericoloso, che le navi dovevano evitare, e niente più.

«Gli abitanti delle coste, però, affermavano di aver veduto, in certe notti, delle fiamme alzarsi su quel bassofondo e di aver sovente raccolto delle quantità prodigiose di pesce che era cotto a perfezione. Tuttavia nessuno aveva prestato fede a quelle dicerie, che si credevano inventate dalla fervida fantasia di quei pescatori selvaggi; il Wright, dunque, era partito senza preoccupazioni da parte del suo equipaggio, il quale era ormai abituato da lunga pezza a fare quel viaggio.

«Tutto, infatti, era andato bene; la nave era già giunta in vista delle coste ed essendo notte aveva rallentato la velocità, volendo mio fratello entrare nel porto di Wilson all'alba.

«Aveva seguito la medesima rotta, tenuta da noi, e s'avanzava lentamente, girando al largo del bassofondo indicato dalle carte marine.

«L'allegria regnava a bordo. I passeggieri, che ormai si vedevano così prossimi a terra, avevano organizzato una festa da ballo nella gran sala di prima classe e le danze erano cominciate con grande slancio.

«D'altronde che cosa avevano da temere? Il mare era calmo; la notte splendida, la terra era vicina e la traversata era stata compiuta.

«Era già mezzanotte, quando un marinaro corse ad avvertire mio fratello che un fenomeno strano, inesplicabile, accadeva nelle acque della nave.

«Salito frettolosamente in coperta, uno spettacolo nuovo si offerse dinanzi ai suoi occhi.

«Il mare, che poco prima era tranquillo come un olio, bolliva e ribolliva intorno alla nave, mentre i nuvoloni di fumo s'alzavano sul luogo ove trovavasi il bassofondo segnalato dalle carte.

«Mio fratello suppose subito che qualche eruzione sottomarina stesse per avvenire e diede ordine di attivare i fuochi e di portarsi al largo.

«La nave aveva appena aumentato la velocità, quando un urto violentissimo l'arrestò, facendola piegare bruscamente su un fianco.

«Vi potete immaginare il panico improvviso che s'impossessò dei passeggieri! Le danze furono interrotte, all'allegria subentrò lo spavento e tutti si precipitarono sulla tolda, causando una confusione indescrivibile.

«Mio fratello aveva osservato la carta marina, ma in quel punto non indicava né alcun bassofondo, né alcun gruppo di scoglietti a fior d'acqua.

«Era impossibile supporre che il fondo del mare si fosse modificato così improvvisamente, senza qualche fenomeno vulcanico. Diversamente i naviganti se ne sarebbero accorti e ne avrebbero dato avviso.

«Mio fratello suppose, e giustamente, che il fondo si fosse alzato quella stessa notte e prese tutte le disposizioni per cercare di disincagliare la sua nave.

«La cosa era difficile a farsi con la confusione che regnava a bordo e d'altronde non era prudente rimanere a lungo in quel luogo in causa dei fenomeni terribili, che si manifestavano continuamente sopra il bassofondo.

«Il mare continuava a bollire intorno alla nave, e tratto tratto dal fondo sorgevano lingue di fuoco che spaventavano assai i passeggieri.

«Per di più verso il bassofondo si vedevano inalzarsi enormi colonne di fumo, le quali venivano spinte verso la nave, mettendo in serio pericolo tutti.

«Quel fumo era così puzzolente che toglieva il respiro e faceva fuggire marinari e passeggieri.

«Qualche fenomeno vulcanico doveva avvenire nel fondo del mare. O un vulcano cercava di aprirsi un varco attraverso le acque, o un maremoto, ben più pericoloso, stava per accadere.

«Era mezzanotte e l'equipaggio lavorava accanitamente per scagliare la nave, quando il mare prese improvvisamente fuoco.

«Dei serbatoi immensi di petrolio, rinchiusi nelle viscere della terra, dovevano aver trovato dei passaggi, forse in causa di qualche poderosa convulsione del suolo, e si erano mescolati alle acque del mare.

«Voi sapete che il petrolio brucia facilmente anche quando è mescolato all'acqua del mare o dei fiumi. Vi potete quindi immaginare il terrore dell'equipaggio e dei passeggieri, quando videro la loro nave circondata dalle fiamme, le quali avvampavano altissime.

«Mio fratello non era uomo da spaventarsi, né da perdere facilmente la testa; ma credo che dinanzi ad un simile pericolo nessuno avrebbe potuto conservare un po' di calma.

«La nave minacciava d'incendiarsi e come vi dissi aveva a bordo parecchie centinaia di tonnellate di legno da costruzione.

«Intanto, fra lo stupore di tutti, tra un fiammeggiare intenso, fu veduta emergere lentamente un'isola, nel luogo ove le carte segnavano un semplice bassofondo.

«Era l'isola di Fuoco che faceva la sua apparizione e che sorgeva dal fondo del mare con sibili orrendi, mentre le acque che avevano raggiunto una temperatura di 60° bollivano furiosamente.

«Il fuoco si estendeva. Ben presto circondò la nave, eruttando colonne di fumo sempre più puzzolenti.

«La disperazione si era impadronita di tutti. La morte ormai sembrava certa, giacché il Wright, sempre arenato, non poteva in modo alcuno sfuggire al fuoco che lo minacciava da tutte le parti.

«Le lamine di ferro già diventavano rosse e nella stiva regnava un tal calore che più nessuno poteva resistere. La nave era diventata un forno, e quale forno!...

«Scene orribili succedevano intanto a bordo. Donne e uomini, colpiti come da improvvisa pazzia, correvano come forsennati per la tolda, urlando, e minacciando marinari e ufficiali di non averli tratti ad una morte certa.

«Delle ribellioni succedevano, a stento domate dalle rivoltelle dei comandanti, i quali giuravano di far fuoco se non si ristabiliva un po' d'ordine e di calma.

«E le fiamme, intanto, s'allungavano verso la nave e le nubi di fumo diventavano sempre più asfissianti. Il legname della stiva, al contatto delle lamiere arrossate, si carbonizzava.

«Eppure in mezzo a tutto quel trambusto, mio fratello cercava ancora di salvare i passeggieri e l'equipaggio.

«Riconosciuti inutili i tentativi per liberare la nave, aveva fatto scandagliare il banco su cui si era arenato ed aveva constatato che quel bassofondo a poco a poco si era alzato fino a formare una linea di scogliere abbastanza vasta per riparare tutte le persone che aveva a bordo.

«Senza perdere tempo, diede ordine di organizzare il salvataggio.

«Con la rivoltella in pugno, validamente aiutato dagli ufficiali, fece scendere sulle scogliere prima le donne e poi i fanciulli, poi diede il comando del "si salvi chi può".

«Ahimè! Era ormai troppo tardi! I depositi del legname avevano preso fuoco e le lamiere della nave, rese ardenti, cadevano da tutte le parti.

«Il Wright bruciava da prua a poppa, e vi erano ancora più di centocinquanta uomini a bordo da salvare!

«Mio fratello, fermo sul ponte di comando, faceva sforzi supremi per dare le ultime disposizioni per far sbarcare anche quei miseri.

«Alcuni, più fortunati, riuscirono, infatti, a scendere ancora sugli scogli, ma, ad un tratto, la nave si aperse e scomparve nel mare fiammeggiante assieme agli uomini che non avevano avuto il tempo di scendere ed a mio fratello.

«Il domani, le barche dei pescatori, prontamente accorse, raccoglievano i superstiti, ma il Wright non era più visibile e sul bassofondo sorgeva l'isola di Fuoco, che avete veduta scomparire poco fa.»

– E quando ricompare? – chiesi, stupito da quella narrazione che mi pareva quasi inverosimile.

– Non ha epoche fisse – mi rispose il signor Watt. – Talora emerge per sei ad otto mesi, poi una notte s'incendia e torna a rituffarsi.

– È una roccia?

– Uno scoglio che ha sulla vetta un laghetto formato di petrolio e di zolfo liquefatto. Quando si abbassa il petrolio s'espande, e, mescolandosi all'acqua del mare, continua a bruciare, mettendo in serio pericolo le navi. Rimane sommersa tre, quattro mesi, talvolta anche un anno, poi torna a mostrarsi.

– E come spiegate quel fenomeno singolare?

– Si suppone che quell'isolotto posi su un vulcano sottomarino. Quando il mostro infuria, in seguito a qualche causa che nemmeno gli scienziati sanno spiegare, alza il fondo del mare e fa emergere l'isola.

In quell'istante una voce gridò:

– Porto Nelson!

Pochi minuti dopo il Victoria entrava lentamente nella più pittoresca baia della Nuova Zelanda.