I pirati della Malesia/Capitolo XXVIII - Salvi!

Capitolo XXVIII - Salvi!

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Capitolo XXVII - Il naufragio Capitolo XXIX - La strage dei forzati

Capitolo XXVIII
Salvi!


La vecchia nave era finita.

Sventrata dalle punte aguzze di quelle scogliere, ormai non era altro che un rottame, destinato a venire demolito o sommerso a poco a poco dalle onde.

La chiglia, spezzatasi in due sotto il secondo urto, s’era staccata e l’acqua aveva invaso bruscamente la stiva, demolendo i puntali e smembrando i corbelli del fondo. L’enorme massa però, resa doppiamente pesante dal liquido che l’aveva occupata, e trattenuta dallo scoglio contro cui s’era appoggiata, pel momento non correva alcun pericolo.

Le oscillazioni erano cessate, però le onde continuavano a balzare in coperta, minacciando di spazzar via i naufraghi.

Sandokan, Yanez ed il gallese, che non avevano perduto la loro calma, nemmeno in quel terribile momento, si erano affrettati a rifugiarsi sul cassero, il quale essendo molto alto, non poteva venire invaso dai mostruosi assalti dei marosi.

I forzati, comprendendo che la salvezza stava colà, a poco a poco li avevano raggiunti, senza occuparsi dei loro compagni ubriachi che le onde travolgevano per la tolda insieme coi cadaveri, sbattendoli furiosamente contro le murate o portandoli fuori dei bordi.

Di trecento non erano rimasti che in centotrenta, poiché anche i feriti erano stati finiti dalle incessanti scosse della nave o affogati dall’invasione delle acque entro il frapponte.

Tutta la notte quei disgraziati lottarono angosciosamente contro la morte, tenendosi stretti attorno ai quattro pirati di Mompracem ed al gallese e resistendo tenacemente ai continui assalti delle onde.

Fortunatamente, verso le due del mattino il vento aveva cominciato a diminuire di violenza, sicché anche i marosi accennavano a diventare meno pericolosi.

Yanez e Sandokan, dopo lunghi sforzi, erano riusciti ad arrampicarsi sullo scoglio contro cui si era appoggiata la nave, una rupe di dimensioni gigantesche che si elevava per circa un centinaio di metri.

Di lassù speravano di poter scorgere le coste del Borneo; però s’avvidero che altre scogliere, assai più alte, che si trovavano verso l’est, impedivano agli sguardi di dominare il mare in quella direzione.

— Non importa, — disse Sandokan. — La costa non deve essere lontana e la raggiungeremo.

— In quale modo? — chiese Yanez. — Non v’è a bordo che il piccolo canotto.

— Costruiremo una zattera.

— Ed imbarcheremo con noi tutte queste canaglie?

— Non possiamo abbandonarli fra queste scogliere deserte, che non possono offrire alcun rifugio, né un capo di selvaggina.

— E credi di trovare sulla costa tanti viveri da nutrire centotrenta persone?

— Presso il capo Siriki vi sono delle tribù di Dayachi e spero che ci aiuteranno.

— Sì, se non ci mangeranno, invece, — disse Yanez. — Non dimentichiamo che quei selvaggi sono antropofaghi innanzi tutto.

— Se avranno delle intenzioni bellicose, daremo battaglia e saccheggeremo i loro villaggi.

— Spero che non vorrai rimorchiarti dietro questi banditi.

— Non ne ho alcuna intenzione, - rispose Sandokan. — Al momento opportuno prenderemo il largo e cercheremo di tornarcene a Mompracem.

— E James Brooke?

— Credi tu che l’abbia dimenticato? No, Yanez, e avrà da fare ancora con noi. Armeremo una nuova spedizione e torneremo a Sarawack per muovergli guerra insieme col nipote del sultano. E poi sono curioso di sapere che cosa sarà accaduto di Tremal-Naik e di mio zio.

— Noi li ritroveremo in Sarawack, Sandokan.

— Lo spero.

Mentre discorrevano, l’alba cominciava a spuntare. Il sole s’accostava rapido alla linea dell’orizzonte, proiettando i suoi raggi sulle nuvole, le quali perdevano le loro tetre tinte per assumere splendidi riflessi rosei.

Sandokan e Yanez si erano voltati per rendersi un conto esatto della situazione.

La vecchia fregata si era infranta in mezzo ad un gruppo di scogliere e di isolotti, i quali formavano nel centro una specie di laghetto che comunicava col mare per mezzo di due canali tortuosi e cosparsi di bassifondi e di bacini coralliferi.

Il caso aveva spinto la fregata in quel bacino, fracassandola di fronte a un isolotto coperto da una fitta vegetazione che si rizzava, in forma di cono, per duecento e più metri.

— Di lassù potremo forse scorgere la costa, — disse Sandokan, indicando a Yanez l’isolotto. — Appena le onde si saranno calmate, noi andremo a esplorarlo e cercheremo di raggiungere la vetta.

Quando ridiscesero sulla nave, il primo raggio di sole si stendeva sul mare, cospargendo le onde di pagliuzze d’oro.

I forzati, ormai rassicurati sulla loro sorte, avevano già cominciato a mettersi al lavoro, essendo stati avvertiti che bisognava intraprendere la costruzione d’una zattera. Il gallese, abile in simili lavori, s’era messo alla loro testa per dirigere innanzi tutto le opere di demolizione, essendo necessario molto legname.

Intanto Sandokan e Yanez, seguiti da Tanauduriam e da alcuni galeotti, avevano fatto una rapida ispezione nella stiva della nave e nel quadro, per accertarsi se vi erano altri viveri, essendo stati consumati quelli rinvenuti la sera precedente durante l’orgia.

Le loro ricerche dettero discreto risultato. Benché fosse stata distrutta tutta la dispensa e anche il quadro, riuscirono a trovare alcune casse di biscotti che avevano scoperto nella camera comune dell’equipaggio e vari barilotti di porco salato sfuggiti miracolosamente all’incendio.

Tutte le altre provviste che dovevano trovarsi nella stiva erano ormai sott’acqua per l’invasione delle onde e forse erano già state portate Via, sfuggendo attraverso le spaccature della carena.

— Abbiamo appena da sfamarci, — disse Yanez. — Se quei furfanti non avessero sprecato nell’orgia tutti quei barili e quelle casse ricolme di viveri, si sarebbe potuto tirare innanzi per molti giorni.

— Rimpianti inutili, Yanez, — osservò Sandokan. — D’altronde domani raggiungeremo la costa.

Verso il mezzodì, essendosi calmate le onde entro quella specie di bacino, i due capi dei pirati, Tanauduriam e Sambigliong, s’imbarcarono nel piccolo canotto per approdare all’isolotto che si trovava di fronte alla nave.

Erano certi, dalla cima di quel cono, di poter distinguere la costa del Borneo, essendo essa molto più alta delle scogliere che si distendevano verso l’est.

La traversata del bacino fu compiuta in pochi istanti, quantunque l’acqua fosse ancora assai agitata, a causa delle ondate che s’introducevano per mezzo dei due canali, e lo sbarco si effettuò felicemente, su di una spiaggia che scendeva dolcemente. I rondoni, i petrelli e le aluste, vedendo scendere quegl’intrusi, volarono via schiamazzando, non così presto però da impedire a Yanez di fare un magnifico doppio colpo di pelargopsis.

— Ci servirà da pranzo, — disse il portoghese.

Raccolta la preda e legato il piccolo canotto, Sandokan ed i suoi compagni s’inoltrarono in mezzo ad un ammasso di cespugli e di alberi, cominciando la scalata del cono.

Mentre le altre scogliere erano aridissime, quell’isolotto era invece coperto da una ricca e splendida vegetazione. I suoi fianchi erano irti di felci arboree, di piante di ‘’cycas’’, di casuarine, di palme e di ammassi sarmentosi di gambir coperti di spine; tutte piante però che non potevano offrire alcun frutto mangereccio.

In mezzo a quelle larghe foglie ed a quei festoni verdeggianti, non si vedevano che lucertole, le quali, fuggendo, mandavano grida stridenti; rassomigliavano alle geh-ko che sono così numerose a Giava ed a Sumatra, tante anzi che non vi è casa che non ne sia piena.

Procedendo lentamente a causa della foltezza delle piante, Sandokan ed i suoi compagni, dopo mezz’ora, riuscivano a raggiungere la vetta del cono, la quale si ergeva brulla, spoglia del più piccolo filo d’erba. Giunti lassù, volsero lo sguardo verso l’est e distinsero una costa bassa, profilata all’orizzonte e difesa da un gran numero di isolotti.

— Non è che a venti miglia da noi, — disse Sandokan, — domani sbarcheremo.

— Quella punta che si prolunga verso il nord, deve essere il capo Siriki, — disse Yanez.

— Lo suppongo anch’io, — rispose Sandokan.

Rimasero lassù alcuni minuti, osservando il mare tutto all’intorno colla speranza di scoprire qualche praho, poi scesero e si imbarcarono, portando con loro il grosso volatile.

Tornati a bordo, trovarono i forzati tuttora intenti alla demolizione della fregata per dare principio alla costruzione della zattera.

Quando il legname accumulato a poppa fu stimato sufficiente, Sandokan, Yanez ed il gallese si misero alla direzione del lavoro, volendo costruire un galleggiante solido, capace di resistere alle contro-ondate della costa che sapevano essere violentissime in quei paraggi irti di banchi e di rocce di natura corallina.

Fecero gettare in acqua prima di tutto i travi dell’albero di trinchetto ed i pennoni per formare lo scheletro, poi tre o quattro piccoli galleggianti che furono tosto occupati da alcuni uomini, scelti fra i più pratici ed i più intelligenti.

Essendosi il mare calmato, la costruzione dello scheletro della zattera fu rapidissima. I travi dell’albero ed i pennoni furono solidamente legati, formando una specie di parallelogramma, sostenuto agli angoli da parecchie botti vuote, che erano state trovate nella camera comune dell’equipaggio, e da numerosi barilotti.

Tosto il legname strappato all’opera morta, le tavole della tolda e le murate che erano già state sfasciate, furono precipitate in acqua, e quei carpentieri improvvisati, sotto la direzione del gallese e dei due capi di Mompracem, diedero principio alla costruzione della piattaforma.

Avendo trovato la cassa del carpentiere che era sfuggita all’incendio del quadro di poppa, contenente numerosi attrezzi da falegname ed una provvista di chiodi d’ogni dimensione, quel secondo lavoro fu eseguito così presto, che prima del tramonto la zattera era in grado di ricevere i naufraghi della vecchia fregata.

A poppa fu collocato un lungo timone, una specie di remo, ed al centro della piattaforma venne issato un alberetto formato dall’asta del bompresso, a cui fu appeso un pennone di parrocchetto, colla relativa vela.

Alle otto della sera, mentre la luna sorgeva sull’orizzonte, rossa come un disco di ferro incandescente, i forzati s’imbarcavano portando con loro due casse di biscotti, un po’ di porco salato, alcuni barili d’acqua dolce, una ventina di fucili con tre o quattrocento cariche, essendo rimasta sommersa la Santa Barbara, ed una quarantina di scuri. Anche il piccolo canotto era stato calato sulla zattera, potendo rendere dei preziosi servigi durante l’approdo.

Alle nove il galleggiante, spinto innanzi da due dozzine di remi, abbandonava la carcassa della fregata, avanzandosi lentamente fra le scogliere.

Sandokan si era messo al timone e Yanez e il gallese con Sambigliong e Tanauduriam a prora per segnalare i bassifondi.

La traversata del canale che si dirigeva verso l’est fu più facile di quanto avevano creduto i due capi della pirateria e mezz’ora dopo la grande zattera, colla sua vela tesa al vento, filava lentamente in direzione della costa bornese, dondolando pesantemente sulle larghe onde che correvano dal sud al nord.

— Se questa brezza non viene a mancare, domani mattina noi saremo a terra, — disse Sandokan a Yanez che lo aveva raggiunto a poppa.

— Vedremo poi come ce la caveremo quando toccheremo la costa, — rispose il portoghese. — Temo che colà ci aspettino delle brutte sorprese.

— E perché, Yanez?

— Ho un pensiero che mi tormenta, Sandokan.

— E quale?

— Io non so il perché, ma penso sempre all’equipaggio delle scialuppe.

— Sarà ormai lontano.

— E se invece ci aspettasse alla costa? Quegli uomini devono essere furiosi dello scacco sofferto.

— Bah! se ne saranno andati a Sarawack o a Sedang.

— Peggio ancora, Sandokan. Se James Brooke viene informato della nostra fuga, lancerà in mare il suo dannato ‘’schooner’’ per darci la caccia.

— Giungerebbe tardi, amico Yanez.

— Hai intenzione di abbandonare presto i forzati?...

— Domani sera, quando dormiranno, noi prenderemo il largo.

— E con che cosa?...

— Col canotto.

— Uhm... Un viaggio un po’ lungo e non esente da pericoli. Siamo lontani da Mompracem, fratello mio.

— A Uri possiamo trovare qualche praho che ci porti almeno fino a Romades.

— Verrà anche il gallese con noi?... Sarebbe un acquisto prezioso, Sandokan.

— Ha promesso di seguirci. Preferisce la nostra compagnia a quella dei galeotti.

Intanto la zattera, spinta da una leggera brezza, che soffiava però irregolarmente, continuava ad avanzarsi verso l’est, dovendosi trovare in quella direzione la spiaggia che Sandokan e Yanez avevano scorto dalla cima dell’isolotto. Il mare era ancora agitato, però l’enorme galleggiante si comportava bene. Di quando in quando qualche onda veniva a sfasciarsi sui suoi bordi, bagnando i forzati che si erano aggruppati attorno all’albero; però lo scheletro, solidamente costruito, e la piattaforma resistevano tenacemente a quegli urti.

Verso la mezzanotte, la brezza venne a mancare e la zattera rimase quasi immobile, immobile per modo di dire, poiché i marosi continuavano i sollevarla scuotendola brutalmente.

Quando il sole sorse all’orizzonte, la costa era ancora lontana una quindicina e forse più di miglia e la calma non era stata rotta.

Il mare era deserto. Nessuna vela si scorgeva in alcuna direzione, né alcun punto nero che indicasse la presenza di qualche scialuppa.

Solamente pochi uccelli marini svolazzavano in aria, per lo più delle fregate dal fulmineo volo, eleganti volteggiatori del mare che s’incontrano solamente presso i tropici e che hanno le ali somiglianti più a quelle dei falchi che a quelle dei palmipedi. Non mancavano però anche i soliti rondoni di mare e le solite starne, volatili assai numerosi nei mari della Malesia.

In acqua, travolti dalle onde, si vedevano invece numerosi diodon, pesci assai strani che abitano le zone torride, che si divertono a navigare col ventre in aria e che di quando in quando assorbono una notevole quantità d’aria, diventando rotondi.

Sono bruttissimi a vedersi, avendo il corpo irto di spine biancastre chiazzate di nero e di violaceo, che li fanno rassomigliare a ricci grossissimi.

I forzati, ai quali scarseggiavano tanto le provviste, tentarono più volte di dare la caccia ai diodon, servendosi di alcune fiocine che avevano portato con loro per usarle come armi di difesa, ed ebbero buoni risultati.

Invece verso le tre pomeridiane la brezza tornò a gonfiare la vela, e la zattera, dopo tante ore di immobilità, riprese la corsa, fendendo rumorosamente le onde che l’assalivano a prora.

La costa ormai si distingueva perfettamente. Essa descriveva una specie di grand’arco che s’estendeva dal nord al sud, ed appariva coperta da una vegetazione assai fitta. In distanza, una catena di montagne si profilava sul luminoso orizzonte; forse era una diramazione dei Monti di Cristallo che formano una delle principali ossature della grande isola e che corrono per un vasto tratto parallelamente alle coste occidentali, serpeggiando lungo il sultanato di Varauni.

Un gran numero di scoglietti si disegnavano dinanzi a quella specie di rada aperta, rendendo difficile e fors’anche pericoloso l’approdo, specialmente con un galleggiante così imperfetto che non sempre obbediva all’azione del timone.

— Tenetevi pronti ad ammainare la vela o la zattera si sfascerà, — aveva gridato Sandokan.

Le onde, trovando un ostacolo alla loro corsa contro quegli scoglietti, rimbalzavano con grande violenza, imprimendo al galleggiante delle scosse incessanti. Spinte dalla brezza, si rovesciavano con furore contro la spiaggia, accartocciandosi, accavallandosi e sfasciandosi con assordanti fragori. A volte tuonavano come se scoppiassero delle bombe o sparassero dei pezzi d’artiglieria.

Sandokan e Yanez, aggrappati al lungo ramo che serviva da timone facevano sforzi disperati per mantenere la zattera sulla buona via, però gli ostacoli crescevano ad ogni istante: oltre le scogliere vi erano anche dei banchi di sabbia, che non sempre si potevano scorgere a causa della spuma che li copriva.

I forzati erano tutti balzati in piedi, per tenersi pronti a gettarsi in acqua. Alcuni avevano preso le armi ed altri si erano caricati di viveri, non volendo assolutamente perderli.

Le scosse, i trabalzi della zattera diventavano sempre più violenti. Le onde le imprimevano tali urti che gli uomini erano incapaci di mantenersi in piedi.

Nondimeno erano già giunti a trecento metri dalla spiaggia, mercé l’abilità di Sandokan e di Yanez.

Tutto a un tratto però un’onda, più alta delle altre, prese per di sotto la zattera e la scagliò innanzi con violenza inaudita, mantenendola per qualche istante quasi verticale.

Un momento dopo un urto tremendo avvenne a prora. La piattaforma, disarticolata di colpo, si sfasciò sotto i piedi dei forzati e le tavole furono travolte fra le scogliere.

— Si salvi chi può!... — si udì gridare il gallese.

I centotrenta uomini, in meno che non si dica, si trovarono tutti in acqua.

Fortunatamente vi erano dei bassifondi in quel luogo. I forzati, aiutandosi a vicenda e sospinti dai marosi, pochi minuti dopo si trovarono riuniti sulla spiaggia, dove già li avevano preceduti Yanez, Sandokan ed il gallese coi due tigrotti di Mompracem.