I Marmi/Parte prima/Ragionamento primo/Lo Svegliato

Lo Svegliato

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Parte prima - Carafulla e Ghetto Pazzi Parte prima - Ragionamento secondo

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Lo Svegliato.

Qui si levarono i fischi nel partir dei matti spacciati; e perché un pazzo ne fa cento, molti andavano lor dietro dicendo: — O Piedoca! o Piedoca! — E massime un Mattio lungo orafo lo straziava. E il Carafulla rispondeva e bociava: — O Mattio, matto tu e non io — . Cosí gli accompagnaron insino alla scuola de’ cherici, sempre dicendo: — Ghetto, che non ha camicia né farsetto — e — Piedoca! — Passati i tumulti, i fischi e le baie, io mi posi sopra un cerchietto a’ piedi del campanile, in una di quelle finestrette che danno lume alla scala, dove si ragionava, e udí’ dire d’una comedia, la quale aveva avuto bellissimi intermedii. Il primo fu che il palco s’alzò e sotto v’apparve una fucina di Vulcano; e al batter dei martelli s’udiva (e non si vedeva altro che gli uomini nudi che l’infocato strale battevano) una mirabil musica, dopo la quale si richiuse il palco. Dicevano ancóra che al secondo atto, essendo la scena sopra un perno che si voltava a poco a poco, che appena s’accorsero le brigate che la si volgesse, vi si vedde un teatro pieno di popoli e nel luogo del palco una battaglia d’alcune barchette in acqua, che facevano stupire in quella gran sala tutti gli udienti. Fu al terzo atto chiusa Venere e Marte sotto la rete con una musica d’amori concertata con variati strumenti ascosti, che l’armonia cavava i cuori dei petti per dolcezza alle persone. Al quarto atto dissero i galanti uomini che s’aperse il cielo e si vidde tutti gli dei a convito splendidissimo e ricco e tanto ornato d’oro, argento, vestimenti, ornamenti e gioie, che pareva impossibile essersi gli uomini imaginati tanta pompa: nel qual convito s’udirono molte sorte di concerti di musiche allegre e divine. Al quinto atto gli dei di cielo, di terra, di selve e di mare, con le ninfe loro, fecero su la scena diverse e mirabil danze. Oh che belle donzelle! oh che bei giovani! [p. 21 modifica] E univano gli atti, i salti, i passi, e ciascuno altro moto, con le parole dei canti, che parte erano di sopra, parte dietro alle prospettive, e parte sotto terra. Nel cielo s’udivano storte, violini, cetere, cembanelle, arpicordi, flauti, cembali e voce di fanciulli; in terra violoni, liuti, clavicembali, viole a braccio e voci di tutte le parti; sotto terra sonavano tromboni, cornetti senza boccuccio, flauti grossi, e a voce pari tutti i canti: talmente che queste musiche e questi intermedii furon giudicati piú stupendi che si potesser far mai e che mai fosser fatti. Quando io ebbi udito queste cose, egli mi venne sonno; e avendo da volare un pezzo a venire a Vinegia da Firenze, mi messi in compagnia di certi pipistrelli a mezz’aere e me ne venni. Il Viandante che vi fu poi l’altra sera, vi dirá ciò che vi si fece; e io per questa volta me n’andrò a dormire, essendo stato oggi mai la mia parte svegliato. Spero bene che udirete alcune belle tirate; e non ci andrá molte sere che io mi persuado di farvi udir la comedia, se colui che l’ha composta si degnerá fidarmene una copia, disse uno fiorentino, che io non so il nome, nel partirmi che io feci: sí che si può stare allegramente ad aspettar doman da sera, poi che ci è stato promesso cose allegre e dotte, che vi daranno tanto piacere e diletto che non vorreste che la sera avesse fine.