Grammatica filosofica della lingua italiana/Capitolo I

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Introduzione Capitolo II


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GRAMMATICA FILOSOFICA

CAP. I.


La parola grammatica vien dal Greco, formata da gramma, lettera, cioè scienza delle lettere; ma, per estensione, le si attribuisce un senso più largo, e comprende la scienza delle lettere, e delle parole, e del loro collocamento tra esse.

Nel Trecento si diceva grammatica la scienza della lingua latina per figura rettorica detta metonimia; perchè coloro soli conoscevan grammatica che sapevan latino, non essendo l’italiano ancor sottoposto a leggi grammaticali; però dice il Boccaccio che Primasso fu un gran valente uomo in grammatica.

Le parole son tutte quelle voci delle quali si compone la lingua1, come pagare, moneta, merito; le lettere sono quei segni che compongono le parole, come m, e, r, i, t, o, merito.


DELLE LETTERE




alfabeto.


Questo vocabolo è composto delle due voci greche alpha e beta, le quali sono i nomi delle due prime lettere dell’alfabeto greco a, b; e corrisponde alla parola italiana abbiccì. [p. 2 modifica]

L’alfabeto si divide in lettere vocali e in lettere consonanti. Le vocali sono così dette perchè si profferiscono con semplice suono della voce, mediante apertura di bocca più o men larga, senza assistenza di denti, di labbra, o di lingua; le consonanti non si possono pronunziare senza l’intervenzione di una vocale; che così significa la parola consonante, cioè sonante con la vocale; e l’effetto principale di questa è prodotto dalla lingua, da’ denti, e dalle labbra.

lettere vocali

a, e, i, o, u.

Cinque sono i segni indicanti le lettere vocali, le quali nulladimeno sono sette in fatto; perciò che, sì come la differenza da una vocale all’altra dipende in parte dalla maggiore o minore apertura della bocca, così se ne potrebbero nominar sette, per il doppio suono prodotto dalle vocali e, o. Quindi si dividono queste due in strette e larghe; dicendosi larga l’e in petto e l’o in corpo, per la maggior apertura di bocca, che non bisogna in mente e in colpo; nelle quali due voci l’e e l’o sono strette.

Havvi anche la lettera j, la quale da chi si usa ancora, e da chi è stata abbandonata, come inutile; io l’ho tolta del mezzo delle parole. V’è una sottile differenza in vero tra il suono della i in maniera, smania, infortunio, e quello della j in gioja, alleluja, librajo; ma questa differenza si sente egualmente usando l’i, per la ragione che, in questo caso, sta sempre tra due vocali; e, nel pronunciarsi, si stacca affatto da quella che la precede, per gittarsi in grembo di quella che la segue. [p. 3 modifica]Così alla fine delle parole libraj, mugnaj, fornaj, si potrebbe togliere la j, avendo essa il medesimo suono della i in cantai, lodai; ma ben è necessaria questa lettera ai plurali infortunj, officj, avversarj, contrarj, quando si voglia usare in luogo di due i, per fare una differenza da quelli che hanno l’accento su l’i, come natii, zii, pendii, Dii.

lettere consonanti

b, c, d, f, g, h, l, m, n, p, q, r, s, t, v, z.

A poter nominare queste lettere bisogna aggiungervi una vocale; e però la lettera b, per esempio, si potrebbe chiamare ba, bo, bu, come bi o be. I Toscani la chiamano bi, i Romani be. Ecco di tutte la denominazion toscana, la quale a me pare da preferirsi all’altra: bi, ci, di, effe, gi, acca, elle, emme, enne, pi, cu, erre, esse, ti, vu, zeta. Le lettere k, x, y, non sono della nostra lingua, e sono per noi inutili; perciò le tralascio. La h, non ha valore se non quando sta tra c-e, c-i, g-e, g-i. Nelle voci ho, hai, eh, doh, serve solo a distinguerle dalle altre o, ai, e, do, di senso differente. La s e la z hanno doppio valore; sono vibrate in sale e in zampa; sono dolci in pausa e in zefiro. Così in Toscana si pronunzia questa s, e in qualunque altra parte d’Italia; fuor che in Roma, ove si fa sempre alquanto compressa come in desidero. Parlando della voce esoso il Davanzati dice: Pronunziasi l’una e l’altra s come in esito, esiglio, uso, esalo. E tanto basti della s.

Il Davanzati mosse lite alla doppia z, dicendola inutile; perchè a voler pronunziare zazzera e zizzania, bisognerebbe mettere quadruplicato fiato rompersi una vena nel petto, e scoppiare. La difese il Bartoli, e ora essa trionfa.


Note

  1. Lingua, per idioma, è metaforico; si fa uso della causa per l’effetto.