Giacomo Leopardi/XXXIV. A Pisa

XXXIV. A Pisa

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XXXIII. A Firenze XXXV. «Il risorgimento»
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XXXIV

A PISA

Scrive alla Paolina:

Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine... Qui ho trovato tanto caldo, che ho dovuto gettare il terraiuolo e alleggerirmi di panni..... Lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora..... vi si passeggia poi nell’inverno con gran piacere, perché v’è quasi sempre un’aria di primavera; vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura..... un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene, che mangio con appetito, che ho una camera a ponente, che guarda sopra un orto, con una grande apertura tanto che si arriva a veder l’orizzonte.

Queste impressioni ripete, ora l’una, ora l’altra, e quasi con le stesse parole, agli amici. Pisa è «un paradiso», il clima è «divino». Il padre lo esortava a tornare in Recanati. Egli negava, descrivendo la sua vita in Pisa.

Qui non v’è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, e se si hanno giornate piovose, è ben difficile che non trovi un intervallo di tempo da poter passeggiare. Infatti, dacché sono in Pisa, non è passato giorno che io non abbia passeggiato per due in tre ore: cosa per me necessarissima, e la cui mancanza è la mia morte; [p. 251 modifica]perché il continuo esercizio de’ nervi e muscoli del capo, senza il corrispondente esercizio di quelli delle altre parti del corpo, produce quello squilibrio totale nella macchina, che è la rovina infallibile degli studiosi, come io ho veduto in me per così lunga esperienza... Qui per tutto decembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo. Oltre la passeggiata del giorno, esco anche la sera, spesso senza terraiuolo; leggo e scrivo a finestre aperte.

Al padre scrive:

Ho qui parecchi amici, e più ne avrei se volessi far visite; perché da per tutto mi è usata assai buona accoglienza.

In casa Cioni conobbe il Colletta, e conobbe anche il Carmignani e Rosini. E dice al padre:

Qui tutti mi vogliono bene, e quelli che parrebbe dovessero guardarmi con più gelosia sono i miei panegiristi ed introduttori, e mi stanno sempre attorno.

Questo non vuol dire che a volta non si lagni del mal di nervi e dello stomaco e degli intestini, e che trema da mattina a sera, e che non può studiare. All’Antonietta dice:

Questi miei nervi non mi lasciano più speranza; né il mangiar poco, né il mangiar molto, né il vino, né l’acqua, né il passeggiare le mezze giornate, né lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissare la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna.

Il 5 maggio del 1828 scrive a Giordani:

La mia vita è noia e pena: pochissimo posso studiare, e quel pochissimo è noia medesimamente... La mia salute è sempre tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi ammazzerebbe: se non voglio morire, bisogna ch’io non viva. [p. 252 modifica]In questo modo di scrivere c’è del nuovo: non sono le solite lamentanze, a cui l’indifferenza filosofica toglieva ogni colore; c’è qui dentro il sospiro e la lacrima, c’è la partecipazione dell’anima. «Il perfetto scrittore italiano», come Giordani lo aveva preconizzato, continua così:

Quest’anno passato (in Firenze) tu mi hai potuto conoscere meglio che per l’addietro; hai potuto vedere ch’io non sono nulla: questo io ti aveva già predicato più volte; questo è quello che io predico a tutti quelli che desiderano di aver notizia dell’esser mio. Ma tu non devi perciò scemarmi la tua benevolenza, la quale è fondata sulle qualità del mio cuore, e su quell’amore antico e tenero che io ti giurai nel primo fiore de’ miei poveri anni, e che ti ho serbato e ti serberò fino alla morte. E sappi (o ricordati) che fuori della mia famiglia tu sei il solo uomo il cui amore mi sia mai parato tale da servirmene come di un’ara di rifugio, una colonna dove la stanca mia vita s’appoggia.

Nel 1819 diceva: «Io sono già vissuto», e scriveva gl’Idillii; nel 1828 dice: «Io non sono nulla», e indovini dalla forma insolitamente colorita che già risorge, già ha sacrificato alla Musa. Ci è il sentimento della sua infelicità, non sonnolento nella sua indifferenza filosofica, ma vivo e poetico; e lo vedi in quelli amore tenero giurato nel primo fiore de’ poveri anni», in quell’«ara di rifugio», in quella «colonna a cui s’appoggia la stanca vita». Giordani non ne capì nulla; non capì che il fuoco dalla cenere divampava, e gli risponde i soliti conforti. La dimora in Firenze, le nuove amicizie, le illustri conoscenze, le interessanti conversazioni, il vivo di una lingua divina non gli furono inutili, e fiorirono insieme con la salute sotto il dolce calore del clima pisano. Acquista un’alacrità insolita. Messa da banda col consenso dello Stella l’Enciclopedia, non senza avere accumulato materiali per nuovi lavori che gli giravano in mente, e posta mano alla Crestomazia poetica, l’ebbe condotta a termine in poco tempo. E insieme l’immaginazione gli si è svegliata, la facoltà del sogno ritorna, il passato gli si ripresenta vivo, quel lungo torpore ch’egli chiamava indifferenza è cessato. I nervi lo [p. 253 modifica]molestano, ma il sangue circola più libero, più vivace, tra quell’aria pura, e gli rimette in moto tutte le sue facoltà. Le sue passeggiate dventano poetiche; la via «deliziosa» per la quale suole andare, è battezzata dalla sua immaginazione, è chiamata la «Via delle rimembranze». E così camminando «sogna a occhi aperti», s’abbandona all’onda delle sue immaginazioni, gli pare «di esser tornato al suo buon tempo antico», come il 25 febbraio scrive alla Paolina. E il 2 maggio le fa questa confidenza:

Io ho finita oramai la Crestomazia poetica: e dopo due anni ho fatto dei versi quest’aprile, ma versi all’antica, e con quel mio cuore d’una volta.

Ciò che non gl’impedisce di scrivere tre giorni dopo al Giordani quella triste lettera: a Io non sono nulla»!

Leopardi è risorto e canta il suo risorgimento.