Fosca/Capitolo IX

Capitolo IX

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IX.


Oh Clara, perché mi hai tu abbandonato!

Eccomi solo, più solo ancora di prima, giacché non ho nemmeno più meco le illusioni che prima di conoscerti mi rendevano cara la speranza. Io ho sopravvissuto al nostro amore, alla tua perdita, alla rovina della mia fede, a tutto, io che credeva di morire pel tuo abbandono. Con te sarei passato nella vita, buono, amato, pio, dolcemente mesto, indulgente; non avrei lasciato forse dei fiori sul mio sentiero, ma lo avrei cosparso di benedizioni e di lacrime. La fortuna mi ti ha negato — fu un lampo — i primi passi della mia esistenza erano sbagliati; io doveva correre rovinosamente fin verso il suo termine. Ho bevuto un sorso della coppa, e basta; ora è finito.

Finito!

L’amore muore. Ecco il grido terribile che si innalza da quel sepolcro nel quale ho composto per sempre le ceneri del mio passato. Perché non rimpiango te sola, ma la mia fede, quella fede che non potrò trovare mai più; e senza la quale dovrò passare nel mondo senza attaccarmi più a nulla, e irridere a quelle cose che ho creduto un tempo le sole sante e nobili della vita.

Nondimeno non ti condanno, né la mia voce si alzerà mai contro di te; il mio cuore, tu non lo sai, ma il mio cuore ti benedice in segreto.

Ti ho incontrata sulla mia via, in un’epoca in cui la mia anima dolorava e i miei piedi sanguinavano per l’asprezza del cammino, e tu mi hai preso per mano, e mi hai condotto in un sentiero fiorito e delizioso. E perché [p. 36 modifica]non dovrei benedirti? Tu non avevi contratto un debito di amore eterno con me; la società, la natura stessa lo vietavano. Mi avevi amato per pietà, avevi voluto rifarmi uomo, ridonarmi la forza e l’ingegno, ritemprarmi al fuoco di una passione; ebbene il tuo mandato era compiuto, tu dovevi abbandonarmi, era giusto. Altri doveri ti richiamavano sulla via dalla quale io ti aveva allontanata. Tuo marito, tuo figlio!

Indarno il mondo vorrebbe farmiti credere disprezzevole, indarno lo vorresti tu stessa. Tu sapevi che io non avrei cessato di adorarti finché ti avessi stimata, e tentasti mostrarmi il tuo cuore nudo di ogni virtù, indicarmi la condanna disonorante che pendeva sulla tua condotta. No, Clara, io non ti apprezzerò meno per questo. Io non farò caso delle leggi degli uomini, perché so che il cielo ha donato all’amore delle leggi più generose, più salde, più ragionevoli. Ciò che noi consideriamo come la più gran colpa possibile nella donna — l’adulterio — non è spesso che una rivendicazione dei diritti più sacri che le ha dato la natura, e che la società le ha conculcato. Nel tuo caso era ancora di più; era un sacrificio grande e sublime. Io solo posso saperlo. No, non temere, o Clara, vi è nell’amore una solidarietà che non si smentisce. Fossi tu le mille volte colpevole, io ti amerei ancora doppiamente perché so che lo saresti per amor mio.

Ogni qualvolta ripenso a te, mi corrono alle labbra le miti parole di Cristo: «Ti sarà molto perdonato, perché hai molto amato».