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Tomo Terzo - Capitolo Terzo

../Cap II ../Cap IV IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Terzo - Cap II Tomo Terzo - Cap IV

Quando il Cardinale, terminate le funzioni di quella mattina, si ritirò dalla Chiesa nella casa del curato, tutto il popolo che era stivato nella chiesa, o ammucchiato al di fuori, si sciolse poco a poco, e ognuno s’avviò a casa. Quando il marito della buona donna entrò nella sua, la donna gli corse incontro, gli presentò la ospite inaspettata, e gliene fece in succinto la storia. Il marito fu molto lieto che la sua donna fosse stata prescelta a quell’uficio, ed avesse una parte nella storia di quel giorno, e fu anche tocco assai dalle sventure della nostra Lucia: di modo che quando la donna gli propose di andare al paese di Lucia, ch’era discosto circa tre miglia, e di annunziare ad Agnese ciò ch’era accaduto, e di condurla alla figlia, l’uomo accolse la proposta con giubilo: le funzioni, la predica del Cardinale, la solennità e la pompa straordinaria avevano messo un certo entusiasmo nell’animo d’ognuno degli spettatori: e questo sentimento, messo in comune in quel concorso di popolo, ritornava con maggior forza sull’animo di tutti: non è quindi da farsi maraviglia, se Tommaso Dalceppo, all’udirsi proporre una faccenda che era tanto in armonia con quel suo sentimento, non pensò né alla fatica, né all’incomodo, ma gioì nella conformità di quello che sentiva e di quello che doveva fare. Mangiò un boccone in piedi, tolse una mula che aveva in istalla, e partì di volo.

La buona donna (perché la bontà vera e abituale ispira tutti i pensieri della gentilezza, la quale non è altro che l’espressione o la finzione della bontà) la buona donna pensò che Lucia dopo tante scosse avrebbe gustata volentieri la solitudine e il riposo, e offerse di ritirarsi in un’altra stanza. Lucia accettò l’invito al riposo con nuove parole di riconoscenza, e rimase soletta.

Ma quantunque per gli orrendi disagj del giorno e della notte antecedente il suo corpo avesse bisogno di quiete, pure Lucia non dormì, né cercò di dormire, e il riposo non consistette in altro che nella facoltà di trattenersi coi suoi pensieri senza quel battito continuo, senza sussulti, senza terrore, non però con giocondità. V’ha dei mali e dei pericoli ai quali succede la gioja in chi gli ha sofferti o veduti da presso: tali sono, le burrasche di mare, gli stenti e i rischi della guerra, la rabbia di Scilla, e i sassi dei Ciclopi, quelle cose di cui Enea disse benissimo: forsan et haec meminisse iuvabit, e che il Caro tradusse un po’ lunghettamente:

E verrà tempo
Un dì, che tante e così rie venture
Non che altro, vi saran dolce ricordo.

Il cuore si rallegra doppiamente nel paragone d’una quiete presente con una angoscia passata, le immagini della quale sono grandi, semplici, forti, e miste del ricordo di una certa fortezza. Ma v’ha un’altra specie di mali e di pericoli, i quali dopo avere orribilmente tormentato con la presenza, restano nojosi anche nella memoria: quei mali e quei pericoli nei quali vi si è rivelato un grado ignorato di perversità umana, aumento di scienza molto tristo: nei quali si è conosciuta in sè una suscettibilità di profondo ed amaro patire, che diventa esperienza, che porta ad osservare, a distinguere in tutti gli oggetti, in tutti i casi ciò che potrebbero avere di penoso, e si associa così a tutte le idee: quei mali e quei pericoli, nei quali non v’è stato nessuno splendido esercizio di attività morale, che destano una pietà senza maraviglia, che non si possono sentire a rammemorare senza ribrezzo, e senza vergogna, persino da chi vi si è trovato e n’è uscito innocente; e i mali di Lucia erano di questa seconda specie.

Certo nella inaspettata salute di quel giorno v’era per Lucia una gioja, e la riconoscenza all’ajuto del cielo che santificava quella gioja, la rendeva ancora più viva: ma era stata una gioja ben turbolenta e confusa nei primi momenti; ed ora col crescere della calma quella gioja era alterata continuamente dalle rimembranze recenti e dai pensieri dell’avvenire. L’animo che è liberato da una grande sventura, è come la terra daddove è sterpato un grand’albero: per qualche tempo ella appare sgombra, e vuota: ma a poco a poco comincia ad esser segnata qua e là di piccioli germogli, quindi a coprirsi di erbacce, e mostra chiaramente che quello che si chiama riposo della terra è una metafora, o un errore. Così i guai che erano stati sepolti e come soffocati nell’animo quando una grande sciagura lo riempiva e per dir così, lo aduggiava, cominciano a spuntare e a ricomparire poco da poi che la sventura è cessata.

Lucia ripensava con amarezza i mezzi che l’infame Rodrigo aveva saputi mettere in opera a perseguitarla, e si angustiava di quello che avrebbe potuto fare nell’avvenire. Come essere al riparo di un sì scellerato tiranno, vivendo presso a lui? o dove andare? come trovare il sostentamento in quei tempi così scarsi, e quando i risparmj degli anni addietro fossero tutti consumati? Ma l’idea più penosa per Lucia, e quella che rendeva tutte le altre più penose (giacché abbiamo promesso di non tacer nulla al lettore di quello che è venuto a nostra notizia) il pensiero invano respinto, e che si mesceva a tutti gli altri, era quello del voto fatto nella notte antecedente. Lucia non confessava a se stessa d’esserne pentita, ma lo era; le sembrava orribile sconoscenza il rammaricarsi dell’offerta posta sull’altare per ottenere un gran dono, rammaricarsene quando il dono era ottenuto, le sembrava che questo sentimento le avrebbe attirate nuove sventure, e queste meritate, e quindi riprovava il sentimento, ma non poteva farlo scomparire. L’invincibile di tutte le difficoltà, l’amaro di tutte le privazioni, l’inestricabile di tutti gl’impacci le pareva che venisse dal non poter essere di Fermo; con lui tanti inconvenienti sarebbero svaniti, e tutti gli altri sarebbero divenuti tollerabili! ma il pensiero di Fermo era per lei una tentazione, quasi un delitto, e doveva sempre rispingerlo. La poveretta non era istrutta abbastanza per conoscere che quella promessa fatta in una agitazione febbrile, senza meditazione, quasi senza piena coscienza non era un voto; e che ella già legata con una promessa solenne a Fermo non aveva il diritto di sciogliere senza consenso e senza colpa di lui, un legame già stretto da due volontà libere e concordi; e ignorava anche i mezzi, che la religione la quale consacra i voti dell’uomo, offre per liberarlo dai voti, quando il loro adempimento invece d’essere una occasione di maggior bene, divenga un ostacolo. Lucia aspettava con ansietà amorosa di rivedere la madre, ma tremava di doverla abbracciare con questo segreto nel cuore, ripugnava di rivelarglielo; e sentiva che il silenzio sarebbe stato impossibile.

Era la poveretta in questi pensieri, e sa il cielo fin quando vi avrebbe durato, quando lo scalpito d’un quadrupede che si fermò nel cortiletto, un salire precipitoso per la scaletta di legno, le annunziò Agnese: la porta si aprì impetuosamente; Lucia fu nelle braccia di sua madre, e tutte le altre idee svanirono. Noi non descriveremo le sensazioni delle due donne in quel rivedersi. Questa è la frase della quale si servono tutti i narratori quando si trovano ad un punto simile al nostro; e fanno bene. Il lettore conosce i casi e il carattere di quelle due poverette, e deve immaginarsi ciò che hanno sentito e detto. Dopo i primi sfoghi cominciarono le inchieste e i racconti, e il soggetto di essi è pure già conosciuto. Una sola di queste rivelazioni vuol essere ricordata particolarmente: Lucia non sapeva nulla della fuga di Fermo, e questa notizia che la madre le diede, le cagionò le più varie e opposte commozioni. L’assenza di Fermo era certo dolorosa per lei; ma quando seppe ch’egli era in sicuro, provò quasi una torbida consolazione nel pensiero che la tentazione era lontana, che l’esecuzione del suo voto diveniva più facile, che se non altro non verrebbe così presto la necessità di parlarne. Lucia ed Agnese erano in colloquio, quando il buon curato entrò nella casa, cercò di Tommaso (perché egli non s’intratteneva col bel sesso che in casi di somma necessità), e gli disse che il Cardinale domandava Lucia, e la buona donna che era stata a prenderla. Questa andò ad avvertire le donne della chiamata: Lucia si alzò per partire, la madre le tenne naturalmente dietro, e le tre donne uscirono dalla casa, e attraversando una folla di curiosi, giunsero alla casa del curato, e furono condotte alla presenza di Federigo.

Quando il buon vescovo doveva parlar con donne, cosa che lo impacciava pure alquanto, aveva per massima di non riceverne mai una sola, quando non fosse decrepita, e voleva che una matrona le fosse sempre di compagnia. Nel caso presente invece d’una matrona ve n’aveva due, e tutto era più che in regola. Pure secondo il suo costume egli fece tenere spalancata la porta, e si pose in un luogo dove potesse esser veduto da chi era nell’altra stanza, e così accolse le tre donne che erano impacciate almeno al pari di lui, ma per tutt’altri motivi. Il riserbo abituale, e il contegno modesto di Federigo non potè fare che non gli apparisse sul volto un non so che di affetto soave nell’accogliere Lucia e nel farle animo: ringraziò pure cordialmente la buona donna del pio uficio da lei prestato, e chiese chi fosse la terza: quando seppe che era la madre di Lucia, si rallegrò pure con lei, e la salutò cortesemente. Quindi pregate le due ultime di scostarsi alquanto si trattenne con Lucia sulle sue vicende, interrogandola con quella delicatezza che richiedeva il pudore di Lucia e il suo; poiché in quella canizie egli conservava la purità ombrosa di una fanciulla. Ma le inchieste ch’egli faceva a Lucia non erano mosse da una vana curiosità, e ne pure dal solo interessamento per quella infelice innocente: erano venute all’orecchio di Federigo voci sorde, confuse sul conto della Signora, che gli davano da pensare: e in questa occasione egli sospettava con angoscia che la condotta della Signora con Lucia potrebbe rivelare qualche cosa di quella donna che era per lui un tristo mistero. Lucia con tanto più di schiettezza e di libertà, quanto essa non sospettava nemmeno di accusare, credeva anzi di lodare, soddisfece alle domande di Federigo, nel quale il sospetto crebbe.

Fin qui per Don Abbondio le cose andavano benone. Le circostanze essenziali della storia stavano senza parlare del matrimonio ricusato, e Lucia aborriva il discorso del matrimonio. Ma il Cardinale che disegnava di riparlare altra volta con Lucia e non voleva in quel giorno così burrascoso per lei tenerla più a lungo, chiamò a sè le due donne presenti e lontane; e disse a ciascuna ciò che era più opportuno: ringraziò di nuovo la buona donna, consolò Agnese, e l’animò ad ammirare la provvidenza che dopo d’averle dato tanti timori per la figlia, l’aveva liberata con modi inaspettati, e l’aveva fatta conoscere ad uno che aveva il dovere, e qualche mezzo per proteggerla. Quella benedetta Agnese fra le risposte che diede con un imbarazzo che in lei era un po’ comico, perché voleva non averne, disse anche queste tremende parole: «Già, la colpa in gran parte è del Signor curato». «Come? di che curato?» domandò il Cardinale. «Oh bella! del nostro», rispose Agnese. Il Cardinale domandò una spiegazione, e Agnese spiattellò tutta la storia del matrimonio, senza far motto del clandestino. Federigo che non voleva fare alcuna dimostrazione prima d’avere inteso il curato, per non manifestare un giudizio che forse avrebbe dovuto ritrattare, tacque, ma si legò al dito anche questa. Si rivolse alla buona donna, e le chiese se fino a tanto ch’egli avesse provveduta Lucia d’un asilo, non le sarebbe stato grave di tenerla presso di sè. La buona donna fu contentissima, il Cardinale la ringraziò; e pensò a darle qualche segno di ricompensa; e veduto dal suo abito e dal contegno che un dono di moneta l’avrebbe umiliata, prese da un picciolo scrigno un libretto di orazioni ben ornato, e un rosario prezioso, e la pregò di ritenere queste memorie della sua riconoscenza. La buona donna ripose con molta gioja il dono che si conserva tuttavia dai suoi discendenti con molta pietà, e si fa vedere con molto amor proprio. Le donne partirono: Federigo accudì a quello che gli rimaneva di faccende per la visita; e sul far della sera partì da Chiuso accompagnato da una gran folla, e s’incamminò alla volta di Maggianico, paese famoso per le sue campane.

Ma quella dea che ha (mirabile a dirsi!) tanti occhi quante penne, e tante lingue quanti occhi, e (ma questo pare più naturale) tante bocche quante lingue, e finalmente tante orecchie quanti occhi lingue e bocche (debb’essere una bella dea) questa ultima sorella di Ceo e di Encelado, partorita dalla Terra in un momento di collera, veloce al passo e al volo, che cammina sul suolo e nasconde il capo tra le nuvole, che vola di notte per l’ombra del cielo e della terra, né mai vela gli occhi al sonno; e di giorno siede sui comignoli dei tetti o su le torri, e spaventa le città, portando attorno il finto e il vero indifferentemente, costei aveva già prima della notte diffusa nei paesi circonvicini la storia delle avventure di quel giorno. Per fare intendere al lettore questa particolarità, abbiamo usurpato formole che a dir vero appartengono esclusivamente alla poesia, ma saremo scusati da coloro, i quali sanno che ad imprimere vivamente una immagine nelle fantasie il mezzo più efficace è l’allegoria, e singolarmente quella già nota e consecrata delle antiche favole: poiché quando si vuol fare immaginar bene una cosa, bisogna rappresentarne un’altra: così fatto è l’ingegno umano quando è coltivato con diligenza. Siccome però a voler cavare dalle allegorie il senso vero ed ultimo, quello che si vuol trasmettere, è necessario in ultimo pensare alle cose che le allegorie fanno intendere, così non lasceremo di dire che tutti gli abitanti del contorno, che erano convenuti quel giorno in Chiuso, tornando la sera alle case loro, raccontarono ciò che avevano veduto, ripeterono ciò che avevano inteso, commentarono le circostanze che per sè non avrebbero bastato a dare idea d’un fatto compiuto, e inventarono gli episodj che erano indispensabili per dare continuità alla storia. Ma il fondo delle loro relazioni era vero; e questo fondo aveva abbondantemente di che eccitare una grande maraviglia e un grande interesse. Il Conte del Sagrato era nome d’una terribile celebrità nei contorni, e assai più lontano; e una conversione tanto inaspettata, e che doveva portare tanti cangiamenti era un argomento all’universale di una pia maraviglia, di esultazione, e di riconoscenza a Dio, e di nuova venerazione per l’uomo di Dio che ne era stato lo stromento. E quello che rendeva ancor più interessante quella conversione era l’averne veduto un effetto immediato, un testimonio vivo, già tanto interessante per sè: una povera giovane restituita volontariamente dal carcere privato alla libertà e alle braccia di sua madre. Ma pei parrocchiani di Don Abbondio, l’interesse era ancor più grande che per gli altri; per essi la povera giovane era Lucia, quella Lucia che avevano veduta fra loro modesta, bella, irreprensibile, allegra, che avevano pianta sommessamente smarrita, della quale si sussurravano mille notizie diverse, e tutte lagrimevoli, e della quale ora i suoi vicini potevano dire: «l’abbiamo veduta noi oggi con Agnese andare dal Cardinale che le voleva parlare in persona».

Al mattino seguente la fama si posò anche sul comignolo del castellotto di Don Rodrigo; ed è facile immaginarsi che la novella ch’ella portava fece sull’animo suo tutt’altro effetto che sull’animo di quella povera moltitudine. Quella Lucia ch’egli aspettava da un giorno all’altro d’avere segretamente negli artigli, ora pubblicamente libera; sventate e divolgate ad un punto le sue trame abbominevoli; e quel suo alleato nel quale egli fidava, che con la sua cooperazione doveva dare l’autorità del terrore al fatto, e far morire il biasimo anche nelle bocche dei più arditi, ora disertato, divenuto un oggetto di fiducia per gli avversarj. Don Rodrigo si sforzava di ridere, e guardava in faccia ai suoi bravi per attingere coraggio o indifferenza; ma s’accorgeva che i bravi guardavano in faccia a lui con la stessa intenzione; e per non trovare il coraggio, il mezzo più sicuro è d’essere in molti a cercarlo: anche quel poco che ognuno si sentiva, se ne va: il Griso stesso era avvilito. Costoro s’erano tutti radunati nel castello, come in un asilo, perché non pareva loro di star bene in nessun altro luogo. Girando il mattino, s’erano avveduti che tirava un’aria estrania, inusitata: avevano osservata su tutti i volti, una esaltazione, una risolutezza che aveva abbattuta la loro che veniva in gran parte dall’abitudine di mostrarla soli. Prima d’allora quando un contadino s’avveniva in uno scherano, e vedeva in lui non solo la forza sua e le armi che portava, ma tutta la potenza dei suoi compagni e del capo, passava a canto con una umile riverenza; se fosse stato insultato lo avrebbe tollerato in pace, perché era certo che gli altri che lo avessero veduto, sarebbero stati molto contenti di esserne fuori, e non avrebbe avuto un ausiliario: ora l’occasione di esternare un sentimento unanime aveva fatta sentire a tutti una fratellanza, una comunione di idee e di causa; ognuno era certo che la cosa era intesa da mille come da lui; e ognuno comunicando agli altri il suo nuovo coraggio, ne riceveva da essi, per la ragione inversa di quello che era accaduto ai bravi e a Don Rodrigo.

La liberazione di Lucia era l’argomento dei discorsi di tutti quelli che s’incontravano; la gente si fermava in crocchj a parlarne; un bravo che passasse in veduta dei crocchj, aveva tutti gli occhj addosso a sè: e la espressione di tutti quegli sguardi era una, quella dell’orrore. Tutti parlavano sicuramente della pietà che avevano provata, del timore che avevano avuto per quella innocente, mettevano fuori i pensieri che avevano compressi, o comunicati sotto voce, alla sfuggita, e trovando una conformità negli altri, sentivano che a quei pensieri era unita una forza. La giustizia aveva trionfato, il cielo s’era manifestato per l’innocente, e questa manifestazione che pareva una promessa d’aiuto accresceva ancor più l’animo di tutti. Un potente scellerato aveva pubblicamente abjurata col fatto la iniquità, e l’aveva così vilipesa e indebolita nello stesso tempo. L’iniquità era conosciuta, e perdendo un protettore terribile, aveva acquistato un nemico pur terribile: un Cardinale, un santo, un nobile, uno che aveva mezzi di persuasione, di forza, di autorità, di aderenze.

Quella poi che rinforzava l’effetto di tutte queste considerazioni, era la notizia sparsa che il Cardinale veniva a visitare anche quella parrocchia, che si fermerebbe qualche tempo nei contorni, che ci sarebbe folla d’uomini condotti dallo stesso sentimento pio, avverso alla ingiustizia. E già si diceva che il castellano di Lecco, quello Spagnuolo di cui il podestà aveva tanta stima, si disponeva ad incontrare il Cardinale, in gran pompa, coi suoi soldati: tutta la forza, tutto lo splendore era per la pietà e per la giustizia. Ognuno pensava che gli scellerati avrebbero dovuto convertirsi come il Conte, o perdersi d’animo, e fuggire.

Don Rodrigo, dopo una breve esitazione, prese quest’ultimo partito. La violenza quando è assistita dalla fortuna, ama a mostrarsi, ella ha con sè come un argomento della sua bontà, o della sua ragionevolezza, poiché ottiene il suo intento; ma quando è abbandonata dalla fortuna, quando non valgono altri argomenti che quelli del diritto, del senso universale della giustizia, che le mancano, quando appare non solo come ingiustizia, ma come sbaglio, allora la violenza vorrebbe nascondersi anche a se stessa. Don Rodrigo pensava che cosa mai avrebbe potuto fare di conveniente, che stesse bene in quei giorni, e non trovava nulla, nemmeno un soggetto di discorso con chi venisse a visitarlo. E d’altra parte s’immaginava bene che nessuno sarebbe venuto. Quei signori che lo avevano adulato fin allora, si sarebbero allora avveduti ch’egli era un ribaldo, il podestà doveva in quei momenti far dimenticare le sue relazioni con l’uomo che avrebbe dovuto reprimere e punire; al più il dottor Duplica, il quale non voleva mai inimicarsi senza speranza un signore, sarebbe stato quei giorni a poltrire in letto, per potergli dire un giorno che una malattia gli aveva tolto il bene di ossequiare il Signor Don Rodrigo. Questi non vedeva così distintamente tutte queste disposizioni, ma le sentiva confusamente come per istinto. D’altra parte, come condursi col Cardinale? Tutti i signori del contorno sarebbero andati a visitarlo, ed egli rimanersi solo a casa? Che direbbe lo Zio del consiglio segreto? Andare dinanzi al Cardinale, egli? gran Dio!

Ordinò dunque che tutto si apparecchiasse pel ritorno in città, e al più presto. Quando la carrozza fu pronta, vi fece salire tre bravi: il Griso come il più terribile fu posto alla vanguardia sulla serpe, tutto armato; al resto della famiglia fu dato ordine di venire a Milano l’indomani, e si partì. Dopo i primi passi Don Rodrigo vide coi suoi occhi, la via piena di viandanti che andavano in folla a Maggianico, altri per vedere il Cardinale, per assistere alla solennità: giovani, vecchi, benestanti, e poveri in quantità che sapevano di non tornare con le mani vuote. Guardò alla sfuggita, e conobbe in un punto su tanti volti quale era il sentimento universale per lui: fremette, si promise di vendicarsi, ma s’accorse che la menoma dimostrazione in quel momento poteva far nascere una guerra della quale l’evento finale non sarebbe stato dubbio: dissimulò dunque, ritirò la testa nella carrozza, guardò i suoi bravi, e lesse sui loro volti pallidi il desiderio di esser fuori di quella processione e lontani dal paese. Sentì un romore dietro, stette in silenzio tendendo l’orecchio, e comprese ch’erano urli e fischi. Allora mormorò fra i denti: — vorrei che il Griso avesse giudizio, che non mi facesse scene —. Avrebbe voluto dare al Griso questo consiglio della paura, ma la paura gli comandava di non muoversi, di non farsi vedere; e stette in quella ansietà inoperosa fino a che la carrozza, giunta al punto dove la strada si divideva, imboccò quella che conduceva a Milano, e si separò dalla folla che traeva a Maggianico. Don Rodrigo e i suoi scherani respirarono allora dallo spavento; ma i pensieri che rimasero a Don Rodrigo non furono molto più sereni. Il cocchiere sferzò i cavalli per allontanarsi al più presto, e tutti i viaggiatori, senza dir motto, lo lodarono in cuore, e si rallegrarono, sentendo che la carrozza andava celeremente, senza impedimenti in una strada solitaria. Buon viaggio!

Intanto il buon Federigo attendeva in Maggianico a spicciare le faccende e a celebrare le funzioni solite della visita. Il Conte del Sagrato era venuto quivi di buon mattino con la folla, e dopo il Cardinale era egli il personaggio che traeva a sè tutti gli sguardi. I terrazzani e i concorsi si avvicinavano a lui per curiosità e per interesse, e si ritraevano per una antica abitudine di spavento; ma visto poi il curato che passando su la piazza, e accorto del Conte gli si accostò, e si fermò a salutarlo cordialmente, più rassicurati si ravvicinavano ancora, come una troppa di pulcini ombrosi non avvezzi ancora a conoscere la massaja fuggono in confusione al suo comparire, poi vedendola tranquilla senz’atto di minaccia, e vedendo la chiocchia alla quale si riparavano, andarle vicino senza sospetto, le tengono dietro, e tornano, però non senza esitazione, all’oggetto che gli aveva spaventati. Federigo aveva dato ordine che appena giunto il Conte gli fosse annunziato, e lo accolse nei primi momenti di riposo. Frattanto egli e Lucia erano il soggetto di tutti i discorsi: i paesani di quella chiedevano avidamente notizie della ultima storia della poveretta, e raccontavano in cambio le sue prime vicende. Questi discorsi furono riferiti al Cardinale, che fu lieto assai della partenza di Don Rodrigo; e si fermò sempre più nel disegno di far tornare Lucia alla sua casa per avvisare poi ivi ai mezzi di porla per sempre in sicuro. Prima di partire da Maggianico pregò egli il curato di portarsi a Chiuso, e di far sapere a Lucia ch’egli pensava a lei, e che stesse di buon animo

...

Dopo due, tre o quattro giorni spesi dal Cardinale nella visita di altrettante Chiese (questa indeterminazione è nel manoscritto); venne la volta di Don Abbondio; il quale non dico che desiderasse questa visita; ma se l’aspettava. Quando si seppe che sul vespro di quel giorno il Cardinale arriverebbe al paese, coloro che erano rimasti a casa (giacché una gran parte del popolo andava quotidianamente dov’egli si trovava) si suscitarono e ragunati si mossero per andargli incontro. Don Abbondio era stato quei dì un po’ malato; giacché credo di avere accennato altrove, che la sua salute era soggetta ad alterazioni improvvise quanto quella d’un diplomatico: ma in quel giorno dovette risolversi di star bene; si pose alla testa di quella folla, e andò sulla via per la quale Federigo doveva venire.

Non erano ancora molto distanti dal paese quando si cominciò a vedere l’altra folla che veniva, e a distinguere la lettiga e il corteggio a cavallo; l’incontro e l’accompagnamento si avvicinarono, i due romori si mischiarono, le due turbe si trasfusero in una, e nel mezzo si trovò la lettiga ferma del Cardinale, e Don Abbondio allo sportello a fare il suo complimento. Nelle accoglienze e nelle risposte di Federigo cercò il nostro scaltrito Don Abbondio di scrutinare se Lucia avesse chiacchierato qualche cosa del matrimonio: ma invano: la sincerità ponderata di Federigo rendeva il suo volto impenetrabile come avrebbe potuto fare la più imperturbata dissimulazione. Nella sua lunga e affaccendata carriera aveva egli da gran tempo imparato con quella scienza sperimentale che fa sapere e sentire, e conoscere le cose, delle quali si aveva prima soltanto la formola, aveva dico imparato che le relazioni d’una parte sola non mettono mai chi le ascolta in caso di dare un giudizio, che la parte la quale parla la prima o maliziosamente o senza volerlo altera sempre gli elementi necessarj di questo giudizio: di modo che, se uno da questa prima relazione riceve una persuasione, e la dimostra, quando poi ascolta l’altra parte è per lo più costretto a dire con un’aria un po’ scimunita: «Ah! io non sapeva; non m’immaginava; non mi avevano detto».

E aveva esperimentato che molte volte da due relazioni contraddittorie, ed egualmente confuse o artificiose, aveva ricavato facilmente il mezzo di venire a quella verità che non era stata nudamente espressa né dall’una né dall’altra; più facilmente che non l’avesse potuto mai ricavare da una sola relazione fatta con la buona fede e giudiziosamente. Si era quindi fatta una legge di sospendere realmente il suo giudizio fin che non avesse inteso colui di che altri si doleva; e di non contare intanto per nulla quello che gli era stato riferito. Quindi non aveva ancora una opinione in mente su questo fatto, e sincero com’era, non lasciava trasparire nessuna opinione: a segno che Don Abbondio non vedendo negli atti e nel volto di lui nulla che indicasse malcontento o sospetto, tenne per fermo che il Cardinale non sapesse nulla, e ne fu molto consolato.

Il corteggio raddoppiato andò verso la Chiesa, e quivi il Cardinale entrato come potè tra i plausi e gli urti, e pregato alquanto, cominciò le sue funzioni da un breve discorso ch’era uso di fare al popolo sulla visita ch’egli stava per intraprendere, e quindi si ritirò nella casa del Curato.

Per quanto quei buoni terrazzani avessero voglia di accogliere il loro vescovo con dimostrazioni straordinarie di venerazione e di affetto premuroso, non lo poterono fare, perché i plausi e gli urti fino all’ultimo grado erano diventati l’accoglimento ordinario per lui, e quel primo entrare nelle Chiese, ch’egli andava a visitare, non era la minima delle sue pastorali fatiche, né il più leggiero pericolo. Da per tutto era mestieri prima di tutto ch’egli avesse molta sofferenza, e quindi che quelli del suo corteggio gli servissero da guardie, diradando la turba come potevano, allontanando quelli che volevano baciare o tirare la sua veste, facendo in modo in somma che a forza d’amore e d’ossequio il buon uomo non fosse sconquassato. Questa amorevole persecuzione, ormai antica, aveva cominciato per lui dai primi giorni del suo episcopato: poiché, quando egli fece il suo ingresso nel Duomo di Milano (che, a dirla senza vanità, è un ampio edificio) egli fu talmente compresso che molti nobili che lo circondavano trassero le spade per allontanare la folla; tanto v’era allora d’incomposto anche nella riverenza e nella protezione; e malgrado questa minaccia, forse invece d’un vescovo santo, sarebbe rimasta in duomo una reliquia, se due preti tarchiati e giovani non avessero tolto da quella stretta il Cardinale, e sollevatolo sulle loro braccia non l’avessero portato in salvo fino all’altare. Come dovessero poi stare le ossa di quei due galantuomini ognuno se lo può immaginare.

Ma se le accoglienze dei paesani di Lucia al Cardinale non poterono essere più clamorose né più calde che le altre, avevano però una espressione di una riconoscenza speciale, che Federigo potè distinguere: anzi egli intese più d’una volta nelle benedizioni che gli erano date, unito al suo nome suonare quello di Lucia. Il buon vecchio tripudiò in cuore, e per quella gioja che dà sempre agli onesti il vedere l’espressione pubblica d’un sentimento onesto ed umano, e perché con un tal favore del popolo gli parve che Lucia potesse con sicurezza tornare almeno per allora a casa sua. Ritiratosi pertanto come abbiam detto nella casa di Don Abbondio, il Cardinale s’informò da lui e da qualche altro prete su lo stato delle cose per rapporto a Lucia, e potè esser certo che ogni pericolo era cessato per lei, giacché il suon gran nimico, e gli scherani di questo se n’erano iti con la coda tra le gambe, e quand’anche fossero stati sfrontati a segno di rimanere, i difensori di Lucia sarebbero stati dieci volte in numero più del bisogno. Quando ebbe questa certezza Federigo ordinò che l’indomani di buon mattino la sua lettiga andasse a prendere Lucia e la madre, e impose all’ajutante di camera che si portassero provvigioni di vitto alla casetta delle donne perché le poverette e Lucia principalmente non provasse quei mancamenti e quei disagi che le avrebbero renduti increscevoli i primi momenti del ritorno, e prolungato in certo modo il sentimento amaro dell’assenza.

All’indomani alzatosi al solito di buon mattino, attese il Cardinale alle consuete operazioni, s’intrattenne alquanto col Conte del Sagrato, il quale non aveva mancato di venire a quella stazione della visita, come negli altri giorni; poscia andò nella Chiesa come era uso. Le funzioni non erano ancora terminate che Lucia giunse con Agnese alla soglia della casetta paterna. Agnese aveva parlato per tutta la strada; la sua gioja pel ritorno trionfale, la gioja di ricondurre salva a casa la figlia da tanti pericoli, quella d’esser divenuta conoscenza di Monsignore illustrissimo, l’aspettazione dell’accoglimento che le farebbero i parenti, i conoscenti, tutti i paesani, erano sentimenti espansivi e distinti, che si prestavano assai bene alla sua loquacità naturale. Ma i sentimenti di Lucia erano misti, intralciati, ripugnanti: erano di quelli sui quali la mente s’appoggia con una insistenza dolorosa, per distinguerli e per dominarli: di quei sentimenti che non cercano di esser comunicati, né trovano ancora la parola che li rappresenti. Rivedeva ella la sua casa, quella dove aveva passati tanti anni tranquilli, che aveva tanto desiderato e sì poco sperato di rivedere; ma quella casa che non era stata per lei un asilo, quella casa dove aveva data una promessa che non credeva di poter attenere, dove aveva tante volte fantasticato un avvenire, divenuto ora impossibile. Era terribilmente in forse di Fermo: Agnese non le aveva potuto dire se non quello ch’ella stessa sapeva confusamente; che Fermo cioè, dopo il tumulto di Milano del giorno di San Martino, aveva dovuto fuggire dalla città, e uscire dallo Stato per porsi in salvo. E quand’anche Fermo fosse tornato tranquillamente, le ansietà di Lucia si sarebbero cangiate, ma non avrebbero cessato, perché ella non poteva più esser sua. Tremava ancora nel pensiero che Fermo potesse essere informato del suo ratto, della sua prigionia, e non sapere esattamente com’ella aveva fuggito ogni pericolo: la poveretta mentre aveva rinunziato a Fermo, avrebbe voluto ch’egli sapesse ch’ella era in tutto degna di lui. Avrebbe voluto che Fermo fosse informato del voto ch’ella aveva fatto senza ch’ella glielo dicesse, che egli l’approvasse con dolore, che non pensasse mai ad altra, né più a lei, o per meglio dire (giacché questa non era l’idea precisa di Lucia) avrebbe voluto che Fermo facesse tutti i giorni una risoluzione di non più pensare a lei. L’assenza del Padre Cristoforo accresceva ed esacerbava tutti questi cordoglj: le mancava l’aiuto, e il consiglio; quegli a cui ella confidava anche i mezzi pensieri, quegli le cui parole la rendevano sempre più tranquilla, e più conscia di se stessa. Quanto a Don Rodrigo, egli era messo almeno per qualche tempo fuori del caso di far paura; e la rimembranza di quest’uomo, trista certo e schifosa per Lucia, non accresceva però le sue inquetudini. Pensava però che Don Rodrigo sarebbe tornato, e rimasto, e che il Cardinale non avrebbe potuto sempre aver l’occhio sopra di lei per difenderla; e da questo pensiero deduceva la necessità di trovare qualche dimora più sicura, e sperava che il Cardinale stesso ne avrebbe tolto l’incarico.

Così dopo d’avere abbracciata la Zia che l’accolse piangendo, Lucia la lasciò con Agnese che se ne impadronì per raccontarle tante tante cose, e si ritirò nella sua stanza. Ivi dopo d’aver ringraziato Dio dell’averla ricondotta quivi oltre e contra la speranza, si mise a rivisitare tutte le sue masserizie, come per provare se potesse ricominciare la sua vita passata; ma non v’era oggetto nella casa, non v’era angolo al quale non fossero associate idee divenute dolorose e ripugnanti. Lucia prese come macchinalmente il suo arcolajo, e sedette a dipanare la matassa di seta che aveva lasciata a mezzo quando Fermo venne a pigliarla per la spedizione del matrimonio clandestino.

Dopo pochi momenti, ecco giungere Perpetua affannata a dire che Monsignore tornato di Chiesa aveva chiesto se Lucia era arrivata, e che udendo di sì aveva ordinato che fosse tosto chiamata. «Il signor Curato poi», aggiunse Perpetua sottovoce, «mi ha imposto di dirvi o Lucia che vi ricordiate del parere che vi ha dato a Chiuso: ehn? sapete? di non dir nulla di quel tale affare; Agnese m’intendete? del matrimonio? guardatevi dal parlarne, perché, perché, i Cardinali passano, e i curati restano». Le due donne si guatarono in viso come per dire l’una all’altra: — ora mò? non siamo più in tempo —. Ma Agnese fatta una faccia tosta disse a Lucia: «certo non bisogna dir nulla»; e mettendo la bocca all’orecchio di Lucia, continuò: «del matrimonio clandestino. Guaj, vedi, è un guajo grosso». Lucia con queste due ingiunzioni l’una delle quali era ineseguibile, e l’altra poteva dipendere dalle domande che il Cardinale le avrebbe fatte, s’incamminò, tutta pensierosa e agitata, con le due donne alla casa del curato. Per la via incontrarono la folla che uscita, dalla Chiesa si diffondeva nel contorno; e Lucia fu accolta con acclamazioni, e fermata ad ogni passo con saluti, fra quali vergognosa con gli occhi bassi e gonfj, entrò nella casa parrocchiale, e fu tosto condotta nella stanza dov’era Federigo, il quale la ricevè con le solite precauzioni.

Dopo alcune inchieste cortesi sul suo viaggio, sul piacere ch’ella aveva provato nel rivedere la sua casa, Federigo la interrogò di nuovo sull’affare del matrimonio: Lucia dovette rispondere, e raccontò tutta la faccenda fino al clandestino, dove si fermò come un cavallo che ha veduto un’ombra, e ristà con una sosta improvvisa e singolare che non è quella solita d’allora che è giunto al termine del suo viaggio. Federigo, che s’avvide di qualche cosa, domandò a Lucia che risoluzione avesse presa ella, sua madre, lo sposo quando si videro chiusa la via a quella unione che desideravano e che chiedevano legittimamente. Agnese, udendo questo cominciò a far certi visacci a Lucia cercando di non lasciarli scorgere al Cardinale (cosa non molto facile), e questi visacci volevano dire: — rispondi: «niente, abbiamo aspettato con pazienza». — Lucia stava interdetta: Federigo che vedeva tutto (l’avrebbe veduto un cieco nato), disse ad Agnese con un contegno tranquillo e serio: «Perché non lasciate essere sincera la vostra figlia?» e volto a Lucia: «parlate liberamente», continuò: «Dio vi ha assistita: dategli gloria col dire la verità». Lucia allora spiattellò tutta la storia del clandestino; e la narrazione divenne allora liscia, verisimile, e ben congegnata.

«Avete confessata una colpa», disse tranquillamente Federigo: «Dio ve la perdoni, e... a chi v’ha dato una tentazione così forte di commetterla. Ma d’ora in poi, buona figliuola, e voi buona donna, non fate più di quelle cose, che non raccontereste volentieri».

Quindi passò a chiedere a Lucia dove fosse Fermo; che ora il matrimonio poteva e doveva esser tosto conchiuso.

Questo era un punto ancor più rematico. «Le dirò io...» cominciava Agnese, ma il Cardinale le diede un’occhiata la quale significava ch’egli sperava la verità più da Lucia che da lei, onde Agnese ammutì; e Lucia singhiozzando rispose: «Fermo, povero giovane non è qui: s’è trovato in quei garbugli di Milano, e ha dovuto fuggire; ma son certa ch’egli non ha fatto male, perché era un giovane di timor di Dio».

«Ma che ha fatto in quel giorno?» chiese ancora il Cardinale: «quale è la sua colpa?»

«Non ne sappiamo di più», rispose Lucia.

Il Cardinale giacché altri non v’era a cui domandare, si volse ad Agnese la quale rianimata disse: «Se volessi, potrei inventare una storia per contentare Vossignoria illustrissima, ma sono incapace d’ingannare una gran persona come Ella è; e non sappiamo proprio niente di più».

«Dio buono!» disse il Cardinale: «insidie, colpe, sciagure, incertezze, ecco il mondo dei grandi e dei piccioli. Ma voi», disse a Lucia, «che pensate adunque di fare intanto?»

«Io», rispose Lucia, «io vedo che il Signore ha deciso altrimenti di me, che non mi vuole in quello stato; e ho messo il mio cuore in pace. E se trovassi dove vivere tranquillamente, fuor d’ogni pericolo..., se potessi esser ricevuta conversa in un monastero...: consecrarmi a Dio...»

«Oh che furia!» sclamò Agnese.

«Voi vi siete promessa, buona giovane», disse Federigo: «vi siete allora risoluta a promettere senza riflessione, leggiermente?»

«Questo no», disse Lucia arrossando.

«Bene», disse Federigo: «potrebbe ora dunque esser leggiero il ritrattarvi. Se quest’uomo fosse innocente, se potesse sposarvi, che mutamento è accaduto nelle vostre relazioni? Nessun altro che una serie di sventure ad ambedue, e non è questa una ragione per separarvi. Questo non è il momento di pigliare una risoluzione. Sospendete, fate ricerche, aspettate che Iddio vi riveli più chiaramente la sua volontà. L’asilo intanto ve lo troverò io».

Lucia fu tentata più d’una volta di rivelare il voto, ma una vergogna insuperabile la ritenne. Federigo l’assicurò che non sarebbe partito da quei contorni prima d’avere stabilito qualche cosa per lei, e dopo qualche altra parola di consolazione e di avviso, la lasciò partire con Agnese.

Fece poscia venire a sè il curato, il quale, inchinandosi al Cardinale gli guardò in faccia per vedere se v’era scritto il matrimonio, ma non potè rilevar nulla. La sua incertezza però fu breve, giacché le prime parole di Federigo furono queste: «Signor curato, perché non avete voi unita in matrimonio quella giovane Lucia col suo promesso sposo?»

— Donne ciarlone! — voleva sclamare Don Abbondio, ma s’avvide tosto che questa non era una risposta che stesse bene, né una risposta; e disse titubando: «Monsignore illustrissimo, mi scusi... ma non posso parlare».

«Come?» disse il Cardinale con volto serio e dignitoso: «non sentite che voi siete ora qui per render conto al vostro superiore? e che avendo tralasciato, negato di fare ciò che nella via ordinaria, era il vostro dovere, avete a dirne una buona ragione, o a confessarvi colpevole?»

Queste parole fecero tosto rientrare in sè Don Abbondio. Egli aveva peritanza dell’arcivescovo, e paura di Don Rodrigo, e come questo sentimento era incomparabilmente più forte nell’animo suo, così aveva quasi fatto svanire il primo. Pensava Don Abbondio che Federigo rimproverava, ma che Don Rodrigo dava, e al paragone i rimproveri gli parevano poca cosa, e l’autorità stessa non gl’imponeva troppo quando pensava al rischio della persona. Ma quando vide l’autorità spiegarsi, e volere essere riconosciuta si trovò come annichilato: la riverenza presente divenne in quel momento più forte del terrore lontano.

Replicò adunque umilmente: «Monsignore, io sono il più sommesso degli inferiori di Vossignoria illustrissima... ma ho detto così... Vede bene, Monsignore, ognuno ha cara la sua pelle. Non tutti i signori sono santi, come Vossignoria. Basta, dirò tutto: ma so che parlo ad un prelato prudente, che non vorrebbe perdere un povero curato».

«Dite sicuramente», replicò il Cardinale, «io desidero di trovarvi senza colpa».

«Deve dunque sapere Monsignore illustrissimo», ripigliò Don Abbondio «che la vigilia appunto del giorno stabilito per quel benedetto matrimonio (parlo a Vossignoria, come in confessione) io me ne tornava a casa tranquillamente, senza una cattiva intenzione al mondo, sallo Dio, quando... quando mi si presentarono in su la via, (al mio Superiore e ad un Signore tanto discreto, dico tutto) mi si presentarono faccia a faccia, come sono solo io ora dinanzi a Vossignoria illustrissima, due uomini, per parlare onestamente, con certi visi... parevano coloro che posero San Vincenzo su la graticola; con archibugi, pistole, spadoni, spuntoni..., parati a festa insomma... Vossignoria non ha mai veduto nulla di somigliante, e mi si affacciarono, dico, mi fermarono, e mi intimarono in nome d’un certo Signore (i nomi non servono a nulla) che io mi guardassi bene, per quanto aveva cara la vita (mi pare che fosse un parlar chiaro) dal fare quel tal matrimonio. Ecco la storia genuina. Io adunque ho stimato che l’ostinarmi contra la forza sarebbe stato un dare occasione a costoro di commettere un sacrilegio, e che, io mi sarei renduto reo d’un vero suicidio».

«Non avete avuto altro motivo?» domandò pacatamente Federigo.

«Non basta, Monsignore?» replicò Don Abbondio. «O forse mi sono male spiegato: dico che se avessi fatto il matrimonio, costoro mi avrebbero data una schioppettata nella schiena. Eh! Monsignore!»

«E vi par questa una ragione bastante per ommettere un dovere preciso?»

«No?» disse precipitosamente Don Abbondio con una sorpresa tanto viva che quasi sarebbe paruta stizza. «La pelle! la pelle! non è una ragione bastante?»

Il Cardinale, alzando gli occhi in faccia a Don Abbondio disse con una indegnazione composta: «Ma quando vi siete presentato alla Chiesa, alla Chiesa dei martiri per ricevere questa missione che esercitate, quando avete assunti volontariamente questi doveri del ministero, la Chiesa vi ha ella fatto conto della pelle? Vi ha ella detto che quei doveri erano senza pericoli? Vi ha detto che dove il pericolo cominciasse ivi cesserebbe il dovere? O non v’ha espressamente dichiarato che vi mandava come un agnello fra i lupi? Vi ha promessa la sicurezza temporale per ricompensa? o la vita eterna? Non sapevate voi che v’erano dei violenti nel mondo? La pelle! Offeritela per le mani dei violenti in sagrificio alla fede e alla carità, e la Chiesa la raccoglierà come un nobile tesoro, la conserverà di generazione in generazione, di sacerdozio in sacerdozio, come un oggetto di culto, come un testimonio della forza che le è stata data dall’alto, come un tempio dove lo Spirito avrà operate le sue maraviglie. Ma per conservarla qualche tempo di più, per salvarla a spese della carità e del dovere! non faceva certo mestieri della unzione santa, della imposizione delle mani, della grazia del sacerdozio. Come! al soldato che riceve pochi soldi di paga, che combatte per una causa che non conosce non è lecito dire: ho voluto salvare la vita! non è lecito, è turpe; supporre ch’egli lo possa pensare, è una ingiuria e non una scusa! e sarà scusa per noi! Dio buono, per noi che predichiamo le parole della vita, che rimproveriamo ai fedeli il loro attacco alle cose terrene, che facciam loro vergogna, che gli chiamiamo ciechi perché non sentono il valore della promessa, o perché operano come se non lo avessero compreso! Che più? per questa stessa vita del tempo, la Chiesa non ha ella pensato a voi? non vi nutrisce ella della sostanza dei poveri? non vi munisce di riverenza e d’ossequio? non vi copre ella d’un abito, che prima pure che si sieno vedute le vostre opere vi attrae la venerazione, perché vi segna come un uomo trascelto, come uno di quegli che non hanno altra professione che di fare il bene? E perché vi distingue ella così, se non a fine che possiate farlo? QUEGLI da cui abbiamo la missione e l’esempio, il precetto e la forza di eseguirlo, quando venne su la terra ad illuminare i ciechi, a congregare i dispersi, ad evangelizzare i poveri, a curar quelli che hanno il cuore spezzato, a ben fare, a salvare, pose Egli per condizione di aver salva la vita?»

Don Abbondio teneva bassi gli occhi, il capo, le mani; il suo spirito si dibatteva tra quelli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco che lo tengono elevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirato. Vedendo poi che il Cardinale taceva come chi aspetti una risposta, dopo aver molto cercato, articolò finalmente queste parole: «Non so che dire: avrò fallato: è giusto che i superiori abbiano ragione. Quando la vita non si ha da contare per nulla, non so che dire. Vossignoria illustrissima parla bene... Bisognerebbe però», aggiunse con voce meno spiegata «essersi trovato al busillis».