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Tomo Terzo - Capitolo Secondo

../Cap I ../Cap III IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Terzo - Cap I Tomo Terzo - Cap III

La casipola del curato era, ed è tuttavia, attergata alla chiesicciuola di quel paesello: la cavalcata per porsi in via doveva girare il fianco della chiesa, e passare davanti alla fronte sulla quale è voltato un arco che appoggiandosi dall’altra parte sul muro della strada forma tetto sopra di questa. Già su la porta del curato cominciava la folla di coloro che non potendo capire in Chiesa, né stare in luogo dove si vedesse quello che vi si faceva, cercavano almeno di starvi più presso che si potesse. Quella pompa singolare si affacciò alla turba, e i lettighieri che erano contadini del luogo domandarono il passo ai primi che lo impedivano, con un certo garbo inusitato che era loro ispirato dal sentimento indistinto che servivano a qualche cosa di santo e di gentile, dall’aver veduto il cardinale, dalla commozione che appariva su tutti i volti. La folla faceva largo guardando ognuno quella comitiva con maraviglia e con curiosità, e il Conte con un riserbo che non era più quel solito terrore. Così pian piano la comitiva si avanzava, quando giunse sotto il portico, dove si dovette rallentare ancor più la marcia per la folla di popolo chiusa fra i due muri; il Conte, guardando nella Chiesa dalla porta che era spalancata, si trasse il suo cappello piumato, e inchinò la fronte fino su la chioma della mula: atto che eccitò un mormorio di gioja e di stupore nel popolo che poteva vederlo, e si propagò per tutta la folla, ognuno raccontandone il motivo ai suoi vicini. Don Abbondio si trasse pure il suo gran cappello senza piume, s’inchinò, sentì i suoi confratelli che cantavano, e provò forse per la prima volta un sentimento d’invidia in una tale occasione. — Oh quante volte, — diss’egli in cuor suo, — queste funzioni mi son parute lunghe come la fame; e non vedeva l’ora d’andarmene in sagrestia a piegare la mia cotta; e adesso torrei volontieri di star lì a cantar fino a sera; in quella santa pace; e invece bisogna andare... Ma Dio benedetto! — sclamò egli internamente come l’uomo che è vivamente penetrato dal sentimento che gli si fa torto, — giacché m’avete ficcato in questo impiccio, almeno almeno, ajutatemi.

Superata tutta la folla, il corteggio seguì pianamente il suo cammino; ma siccome la disposizione d’animo dei due personaggi a cavallo era sempre la stessa, anzi i pensieri dell’uno e dell’altro diventavano sempre più intensi a misura che si avvicinava la meta, così il cammino si faceva in silenzio, e noi non possiamo riferire che i soliloqui dell’uno e dell’altro.

— Gran cosa, (è il soliloquio di Don Abbondio) gran cosa, che a questo mondo vi debbano essere dei ribaldi e dei santi, che gli uni e gli altri debbano avere l’argento vivo addosso, che quando hanno una ribalderia, o un’opera santa da fare, debbano sempre tirare per forza in ballo gli altri, quelli che vorrebbero attendere ai fatti loro; e che tanto gli uni quanto gli altri debbano venir tra i piedi a me, pover’uomo, che non m’impaccio degli affari altrui, e che non cerco altro che di starmene quieto a casa mia! Quel birbone di Don Rodrigo s’ha da ficcare in capo di sturbare un matrimonio, proprio nella mia parrocchia, e m’ha da venire una intimazione di quella sorte! Un pazzo che ha nascita e quattrini, casa ben piantata, e parenti in alto, e potrebbe godersi la sua vita tranquilla, signorilmente: attendere a dare dei buoni pranzi, stare allegro, e fare degli allegri: signor no: ha da desiderare la donna d’altri, tanto per venire a molestarmi. Oh questa ragazza benedetta vuol essere la mia morte! Deve proprio capitare in mano di costui (e così dicendo guatava sottecchi il Conte quasi per vedere se poteva arrischiarsi a strapazzarlo mentalmente); e costui che è sempre stato lontano dai vescovi come il diavolo dall’acqua santa, ha da venir qui in persona, a cercare l’arcivescovo, senza che nessuno ce lo abbia mandato per forza, proprio per metter me in impaccio: e questo arcivescovo, benedett’uomo che vorrebbe dirizzar le gambe ai cani, a cui pare che il mondo rovini quando la gente sta ferma, che deve sempre far qualche cosa egli, e far fare qualche cosa agli altri; subito, subito, tutto va bene, gran consolazione, la pecora smarrita, credere tutto, darvi dentro, e far trottare il curato. Che si abbiano concluso fra loro, Dio lo sa: ma, cospetto non bisogna andar così in furia a questo mondo. La santità non basta, ci vuole un po’ di prudenza, e sì che dovrebbe avere imparato: ha avuto delle belle brighe, a forza di cercarne, e di voler fare andar le cose a modo suo: ma pare che vi c’ingrassi: non ne lascia scappare una; la carità va bene; ma la prima carità dovrebb’essere per un povero curato, che un vescovo, un vero vescovo di giudizio lo dovrebbe tener prezioso come la pupilla degli occhj suoi. Chi sa costui che cosa gli ha contato? che fini ha? potrebb’essere una trappola: ahi! ahi! ahi! Ma se anche, come spero, fosse convertito costui (e qui guardava il Conte) dovrebbe sapere Monsignore illustrissimo che dei peccatori inveterati non è da fidarsi così subito, bisogna provarli: i primi momenti sono bruschi; e la forza dell’abito fa ricadere uno quasi senza che se ne avvegga, e intanto... chi è sotto è sotto: ahi! ahi! ahi! S’aveva mò a mandar così un povero curato galantuomo sotto la bocca del cannone?

Don Abbondio era a questo punto della sua meditazione quando la cavalcata giunse alla taverna dove cominciava la salita, e ne uscirono bravi secondo il solito, i quali videro con istupore il Conte con un prete dietro una lettiga. Pensarono che potesse essere, non lo seppero indovinare, e non fecero altro che inchinarsi al Conte, il quale con viso serio proseguì il suo cammino. Ma Don Abbondio, continuava: — ci siamo. Oh che faccie! Questa è la porta dell’inferno! E costui vedete che faccie stralunate fa anch’egli! Un po’ pare Sant’Antonio nel deserto quando scacciava le tentazioni, un po’ pare Oloferne in persona! Dio m’ajuti; e lo deve per giustizia.

Infatti i pensieri che si affollavano nella mente del Conte passavano per dir così rapidamente sulla sua faccia, come le nuvolette spinte dal vento passano in furia a traverso la faccia del sole; alternando ad ogni momento una luce arrabbiata, e una fredda oscurità. Pensava a quello che avrebbe detto e fatto, mettendo il piede nel suo castello, trovandosi con quegli dai quali in un punto s’era fatto così diverso. Avrebbe voluto rendere gloria a Dio, confessare il cangiamento che era accaduto nel suo animo, rinnegare la sua scellerata vita in faccia a quelli che ne erano stati i testimonj, i complici, gli stromenti. — Ma... — diceva un altro pensiero, — guai se costoro, credono un momento ch’io non sia più quello da stendere in terra colui che ardisse resistermi!

Così pensando egli pose macchinalmente la mano al luogo dov’era solito tenere una pistola, e si ricordò di averle lasciate con le altre armi in casa del curato. — Ohe! — continuava fra sè — Perché mi obbedirebbero costoro? e se veggiono che questo pane infame è finito per loro, chi sa che cosa la rabbia può suggerire a costoro! E quello che importa è di non far parole, di non perder tempo, di ricondurre Lucia tranquillamente: quella poveretta! il pegno del mio perdono! — Se in questa casa, se in questa caverna, cessa un momento la disciplina, il terrore del padrone, diventa un inferno! peggio di prima! Costoro saltano il confine, e sono in sicuro: eh gli ho avvezzi io così! — Ma che! dovrò io dunque umiliarmi a fingere dinanzi a costoro! a questi scellerati! Scellerati? costoro? chi sono costoro? i miei scolari, i miei amici, quelli che ho ammaestrati io! Facciamo il bene per l’unica via che è aperta. Bisogna dissimulare; si dissimuli. — Così pensando egli si guardò attorno, e visto che nessuno dei suoi era in vicinanza, alzò la voce, ordinò ai lettighieri di restare, scese da cavallo, si avvicinò alla lettiga, e salutata la buona donna che v’era seduta le disse sottovoce: «L’opera di carità che voi fate ora, vuol esser condotta con prudenza assai. Lasciatevi regolare da me in tutto; e sopra ogni cosa non dite parola che a quella poveretta, e a chi ardisse interrogarvi, dite che parli con me. Voi entrerete nella stanza dov’è quella giovane, le direte brevemente che siete venuta a liberarla; non ne dubiterà, quando vedrà il suo curato: sarà spaventata, poveretta! vedete di annunziarle la cosa in modo che la sorpresa non le faccia male; la lettiga verrà nella stanza, e ripartiremo tosto». La buona donna rispose che farebbe come le era detto. Mentre il Conte le dava questa istruzione Don Abbondio, il quale fino allora si era spaventato ad ogni bravo che s’incontrava, e che per consolarsi guardava ai lettighieri e ai palafrenieri, stava tutto in incertezza per questa fermata, e sospirava. Il Conte spiccatosi dalla lettiga si avvicinò alla mula di Don Abbondio che aspettava quello che avvenisse con gli occhi sbarrati, e gli disse sotto voce: «Signor Curato; ella non ha bisogno che io le insegni ad esser prudente; ma in questa casa, è necessaria una prudenza che io solo pur troppo posso conoscere appieno. Se le sta a cuore la riuscita di questo pio disegno, non dica parola, non faccia cenno che possa dare a divedere nulla a costoro, né di quello che si vuol fare, né di quello ch’io penso. Perdoni, signor curato, se non le dico di più, se non le faccio più scuse dell’incomodo ch’ella patisce per mia cagione, ma Ella ne spera la ricompensa dal cielo, e verrà tempo in cui io potrò tranquillamente esprimerle la mia riconoscenza».

La voce dell’uomo che sgombra le rovine e le macerie, e che chiama il poveretto che è stato colto dalla caduta d’una fabbrica, e vi si trova sepolto vivo, è appena più dolce al suo orecchio che fosse quella del Conte al povero nostro Don Abbondio.

«Ah! signor Conte», diss’egli, confondendo il sentimento che voleva esprimere con quello che provava realmente, «Ella mi dà la vita. Dio sia benedetto! queste sono grazie di lassù. Tocca a me farle scusa se sono stato incivile...»

«Zitto, per amor del cielo», interruppe il Conte: «ad altro tempo le cerimonie: Ella non faccia vista di nulla, si contenga in modo che nessuno possa sapere qui s’ella giunge in casa d’un amico... o d’un tiranno». «Lasci fare, lasci fare a me»; rispose Don Abbondio. Il Conte salì di nuovo su la mula, e volto ai lettighieri, e ai palafrenieri disse loro: «Silenzio, e obbedienza: non dite né rispondete una parola in quel castello; non parlate nemmeno fra voi; silenzio insomma... e il primo di voi che fiata... Ma no!» continuò, ravvedendosi, in tuono più dolce, «figliuoli non fiatate, perché potreste far molto male a voi e ad altri. Andiamo». I lettighieri che deposta la lettiga avevano ascoltata a bocca aperta questa arringa, ripresero le cinghie su le spalle, continuarono la loro strada, le mule seguirono: e si giunse alla porta del castello.

Gli scherani del Conte che al suo avvicinarsi al castello s’incontravano sempre più frequenti, già stupiti di quel suo uscir solo al mattino in un giorno di tanto movimento e di tanto concorso, lo erano ancor più allora di vederlo tornare al seguito d’una lettiga chiusa, a paro d’un prete, con quelle cavalcature sconosciute: ma quello che portava al sommo il loro stupore si era di vedere il loro padrone senz’armi. Quella partenza aveva dato luogo a molte congetture, e fatta nascere una aspettazione di qualche cosa di nuovo, ma il ritorno invece di soddisfare la curiosità la cresceva e la impacciava davantaggio. Era una preda? Come l’aveva fatta il padrone solo? e perché il vincitore tornava disarmato? O che diamine era? Chinandosi umilmente davanti al padrone che passava, cercavano essi di spiare sul suo volto qualche indizio di questa faccenda, ma il volto del Conte era impenetrabile: e gli scherani rimanevano a guardarsi l’un l’altro con la bocca aperta.

Alla porta, il Conte scese dalla mula, e fece cenno di fare altrettanto a Don Abbondio che lo guardava attentamente, appunto per non perdere un cenno; e veduto questo si lasciò tosto sdrucciolare dalla sua mula. Il Conte disse ai palafrenieri: «aspettate qui»; disse al curato di seguire la lettiga; andò egli dinanzi, e disse ai lettighieri: «seguitemi». Tutto si fece com’egli aveva imposto: il Conte entrò col suo seguito nel cortile, si avviò alla stanza dov’era Lucia, ed entrato in quella che le era vicina; fece restare i lettighieri, si chiuse dentro, e comandò che la lettiga fosse posta a terra. Aprì allora lo sportello, diede la mano alla buona donna, la fece uscire e disse sotto voce in modo da non essere inteso che da quelli che lo vedevano: «In quella stanza è la giovane da condursi via: e con lei una vecchia malandrina... una vecchia. Io la chiamerò fuori: voi entrate, e voi pure Signor Curato. Annunziate a quella giovane che è libera, che deve partir tosto con voi, che la cosa deve passare quietamente; non perdete tempo: quando ha inteso, quando è disposta, bussate, la lettiga verrà nella stanza: fatela sedere in essa, ponetevi al suo fianco, tirate le cortine, e venite qui: io vi aspetto: andrò innanzi, poi la lettiga, poi il signor curato; dritto alla porta; quivi saliremo sulle nostre mule, e ripartiremo. E voi», disse rivolto ai lettighieri: «zitti». Così detto condusse la buona donna e il curato sulla soglia della porta chiusa che dava alla stanza di Lucia, bussò: s’udì la voce della vecchia che disse: «chi è egli?» «Io»: rispose il Conte: la vecchia aprì, e vide le due facce inaspettate col padrone, restò come incantata. «Uscite» le disse il Conte; quella uscì tosto, e i due salvatori entrarono. «Fermatevi qui» disse allora il Conte alla vecchia; e non disse altro: egli la vecchia e i lettighieri stettero tutti immobili, egli a tender l’orecchio e a numerare i momenti, i lettighieri ad aspettare, e la vecchia a smemorare.

Lucia aveva passata la notte in un letargo agitato da sogni tormentosi e da risvegliamenti più tormentosi ancora. Al mattino la vecchia destandosi, aveva chiamata Lucia, e non udendo risposta, s’era levata in fretta aveva aperte le finestre, e avvicinatasi alla captiva, chinatasi a guardarla, le aveva chiesto se dormisse, se volesse togliersi da quel cantuccio, e ristorarsi di cibo che doveva averne bisogno. «No, lasciatemi quieta, ricordatevi del vostro padrone», era stata la sola risposta di Lucia. La vecchia brontolando s’era ritirata, e per far qualche cosa s’era posta a rifare il suo letto; quindi era andata ad una tavola dov’erano le reliquie della cena, vi si era seduta, e s’era messa a mangiare, accompagnando questa operazione con le parole e con gli atti ch’ella credeva più opportuni ad eccitare l’emulazione di Lucia, e a vincere il suo proposito: poiché la vecchia non poteva supporre che si resistesse a lungo ad una tentazione di questa fatta, principalmente dopo un lungo digiuno come quello che aveva patito Lucia. Cominciò dunque a sclamare: «Ih! quanta roba! ce n’è per quattro bravi! e che grazia di Dio!» Quindi stese un mantile e cominciò a trinciare un pezzo di stufato, regolando ogni movimento in modo che il romore eccitasse nella mente di Lucia una immagine chiara di quello ch’ella faceva. E questa sua cura era spinta al segno (la delicatezza dei lettori ci perdoni se per seguire fedelmente il manoscritto in tutto ciò che può essere una rappresentazione del costume, ripetiamo anche questa particolarità) che postasi a mangiare, ella andava rimasticando nella sua bocca sdentata il boccone, producendo con affettazione quei suoni, che a ragione proscrive Monsignor della Casa; perché ella s’immaginava che in quei suoni vi fosse qualche cosa di appetitoso: la sua educazione, e le sue antiche abitudini avevano talmente elevata sopra le sue idee l’idea di mangiare di quei bocconi che non sono concessi a tutti, che tutto ciò che era associato a questa idea era per lei, importante, leggiadro, irresistibile. «Buono!» diceva di tratto in tratto. «Buono! viva l’abbondanza! muoja la carestia! Bella cosa vivere in casa dei signori!» E pure di tratto in tratto dava una occhiata alla sfuggita al cantuccio, ma vedendo Lucia insensibile, si adirava dell’inutilità dei suoi artifici così reconditi; e mescolava alle esclamazioni di ammirazione e di gioia, un brontolio sordo di «ehn! ehn! smorfia, smorfia, smorfia!» Venne finalmente all’ultima prova e al più forte esperimento: prese con la sua destra rugosa e scarnata un fiasco che stava sulla tavola, con la sinistra un bicchiere, e fattili prima cozzare un tratto e tintinnire, sollevò il fiasco, lo inclinò sul bicchiere, lo riempì, se lo pose alla bocca, tracannò un sorso, ritirò il bicchiere, battè due o tre volte un labbro contra l’altro, e sclamò: «Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! Al diavolo i rangoli, e i pensieri! Non mi duole più nemmeno d’esser vecchia; ma se fossi giovane ih! come vorrei godermela!» Detto questo ripose il bicchiero alla bocca, lo vuotò, e cheta cheta si volse al cantuccio, e rimase tra lo stupore e la stizza, vedendo che anche l’incanto più forte non aveva prodotto alcun effetto.

«Non volete mangiare un boccone e bere un sorso?» diss’ella a Lucia. «No»: fu la risposta proferita in modo da non lasciare alla vecchia la lusinga che la insistenza produrrebbe maggior effetto. Finalmente la vecchia si levò dalla tavola, prese una scranna, la portò presso una finestra, e tolta la sua rocca si pose a filare, pensando ai casi suoi ed aspettando la venuta del padrone con molta inquietudine.

Per comprendere i pensieri stranamente molesti che ronzavano nella mente della vecchia filatrice è necessario avere una idea di quella mente, e dei casi che l’avevano modificata.

Era costei nata (come dice il volgo di Lombardia) sotto le tegole del Conte, o per dir meglio del padre del Conte, dieci anni prima di questo. Ciò ch’ella aveva inteso, ciò ch’ella aveva veduto dai suoi primi anni le avevano dato un concetto grande, indeterminato, predominante del potere e del lustro dei suoi padroni. La massima principale ch’ella aveva attinta dalle istruzioni, dagli esempj, da tutto, era che bisognava obbedir loro: che ciò fosse per dovere, fosse per interesse, fosse per destino erano questioni che non s’erano mai presentate al suo spirito: ella sapeva che bisognava obbedire. Ebbe ella poi l’onore di sposare il custode del castello quando i padroni non facevano ivi che una breve villeggiatura, abitando in Milano la maggior parte dell’anno. L’uficio del marito doveva presentare cento occasioni che rinforzassero ed estendessero l’idea che la nostra allora giovane donna aveva del potere della famiglia per lei sovrana; e le parti ch’ella doveva prendere nei servizj del marito le furono occasione di applicare la sua obbedienza, di esercitarla, e di avvezzarla a tutto. Quando il Conte divenne padrone, quel potere divenne ancor più grande e più attivo, in proporzione dell’attività violenta dell’animo di lui; e coloro che erano ministri di questo potere dovettero divenire ancor più obbedienti, e più soperchiatori, essere più spaventati e fare più spavento; pochi servitori ai quali la coscienza disse che era troppo, si ritirarono; quegli che rimasero crebbero nella perversità, come una pianta velenosa cresce di grandezza e di forza malefica quando si trova in un terreno confacente. Il marito della nostra eroina episodica fu di quelli che rimasero.

Quando poi il Conte, carico già di delitti, e bandito capitalmente venne ad abitare stabilmente il castello, che fu per lui un asilo ed un campo allo stesso tempo, per condurvi quella vita della quale abbiamo dato un cenno, è facile immaginarsi quale dovesse essere allora l’attività e l’obbedienza di coloro che stavano al suo servizio e presso a lui. La sciagurata fu madre di una figlia che a suo tempo fu sposata ad uno scherano del Conte, e di due figli che furono scherani, e furono soprannominati il Nato-in-casa e lo Spettinato. Alla morte del marito, ella rimase senza servizio determinato, ma destinata a tutti quelli, che potevano essere prestati da una donna accostumata com’ell’era. Tener disposto il pranzo pei bravi a qualunque ora tornassero da una spedizione, medicare i feriti, accudire insomma ad essi, era la sua occupazione più ordinaria: quasi tutte le sue idee erano ricavate dai loro colloquj; ma tutte erano dominate da una idea principale, quella di non dispiacere al padrone. Le impressioni della infanzia l’avevano abituata ad una riverenza tremante per lui, vissuta ai suoi servizj ella non poteva immaginare che fuori di lui vi potesse essere per essa un asilo, un sostegno; e aveva tanto inteso dire, tanto aveva veduto degli effetti della collera di lui, che il minimo grado di quella collera la metteva in un’angoscia mortale. In tutto ciò che ella aveva a fare e a dire non aveva quindi da gran tempo altra cura che di accontentarlo, ogni altra regola taceva dinanzi a questo unico interesse che era quasi divenuto un istinto: anzi ogni altra regola si era a poco a poco quasi smarrita affatto dalle sue idee. Quei pochi pensieri e documenti di religione che le erano stati dati confusamente nella infanzia erano obliterati dal disuso, dal non sentirli mai rammemorare; e l’idea di giusto e d’ingiusto che pure è deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolta nel suo, fin dal principio insieme con le passioni del terrore e della cupidigia servile, accomodata per abito ai principj che tuttogiorno sentiva predicare, ed alle azioni che vedeva compiersi e alle quali ella partecipava, era divenuta una applicazione mostruosa di tutte queste idee e di tutte quelle passioni. La volontà capricciosa, irregolare, violenta del Conte era per lei una specie di giustizia fatale; spiacergli era colpa o sventura, male insomma. La ragione o il torto stavano per essa nella approvazione o nel malcontento del terribile padrone: poiché quale altro motivo di ragione comune poteva aver luogo in quella casa, e fra quelle persone? quale principio generale di equità avrebbe potuto essere invocato da coloro che non li riconoscevano nei rapporti con gli altri, che li violavano tutti? E come mai avrebbe potuto aver ragione una volta quella che servendo alle soperchierie, e rallegrandosene rinunziava di fatto ad ogni principio di diritto, e nello stesso tempo non aveva forza alcuna, non aveva una minaccia per sostenere un diritto quando il suo interesse la portasse a sentirlo e ad ammetterlo? A tutte queste abitudini di servitù, e di annegazione perversa, si aggiungeva un sentimento, in origine migliore, che li rinforzava; il sentimento della riconoscenza. Avvezza costei a ricevere il suo sostentamento dal Conte, riconosceva la vita come un dono della volontà di lui: come un beneficio della sua potenza. E avvezza pure a risguardarsi dalla infanzia come cosa del suo signore provava un certo orgoglio di consenso per quella sua potenza, pel terrore ch’egli incuteva, le pareva di essere qualche parte di un sistema molto importante. La gioja orrenda ch’ella aveva provata tante volte nella sua vita pel buon successo delle imprese del Conte, gioja che nasceva da tutti i sentimenti abituali che abbiamo descritti, l’avevano resa non indifferente, ma propensa ai patimenti altrui, ed ella gli procurava con compiacenza ogni volta che il timore del padrone le avesse permesso o consigliato di farlo. Bersaglio sovente degli strapazzi e degli scherni dei bravi, ella aveva imparato a tollerare, rodendosi quando non poteva ripetere; ma quelle poche volte che le era lecito di straziarli impunemente senza dispiacere del padrone, le uscivano dalla bocca cose tanto argute, tanto profonde, tanto inaspettate, che il diavolo vi avrebbe trovato da imparare.

Intendete ora perché la vecchia guardando Lucia, faceva saltare il fuso con istizza, e di tempo in tempo lo lasciava oscillare penzolone per aria, tutta assorta nei pensieri del terrore? Dagli ordini che il padrone le aveva dati partendo, e dal tuono con cui gli aveva proferiti, ella aveva compreso, che al padrone premeva quella ragazza, ch’egli l’aveva fatta pigliare e la riteneva chi sa perché?, ma che voleva ch’ella fosse contenta. Vedendo ora che tutti i suoi tentativi per raddolcirla erano inutili, che la obbedienza, il garbo quasi servile, gl’inviti amichevoli non avevano servito a nulla, stava in angoscia pensando a quello che avrebbe detto il padrone, quando tornando avrebbe trovata Lucia in quello stato di abbattimento. Poter dire: — io non ci ho colpa — non era un pensiero che rassicurasse la vecchia, perché ella era solita a vedere che il padrone misurava il suo tratto con gli uomini dalla soddisfazione o dalla noja che sentiva, e non da altro. Che colpa avevano tanti ch’egli aveva mandati all’altro mondo? e alla sorte dei quali ella stessa aveva applaudito? Tentava ella dunque di tempo in tempo Lucia con qualche parola dolce, nella quale a dir vero ella stessa poneva poca fiducia, dopo d’aver veduto Lucia resistere alla tentazione del mangiare: e in fatti non otteneva da Lucia altra risposta che un «no» talvolta replicato, al quale ella ammutoliva: e si stava come abbiam detto, aspettando con la venuta del padrone la rivelazione del destino.

Ma la povera Lucia, come nella notte non aveva mai fatto un sonno pieno, intero, e per dirla con un calzante modo milanese non aveva mai potuto dormire serrato, così a giorno fatto, nella luce chiara, non era desta perfettamente. Le memorie, i terrori, le speranze si agitavano e si succedevano nella sua mente con quell’impeto volubile, con quel vigore incerto dei sogni, e il corpo sbattuto, estenuato dai travagli, dal digiuno e dalla febbre non concedeva allo spirito il pieno esercizio della coscienza.

In questo stato era Lucia sempre rannicchiata, quando fu bussato dal Conte, la porta s’aperse, la vecchia uscì, e la buona donna entrò con Don Abbondio. Tutto questo fu un istante; ma un istante di nuovo batticuore per Lucia alla quale se lo stato presente era intollerabile, ogni mutazione era però una contingenza di spavento. Fissò ella gli occhi nei sopravvegnenti, vide una donna e si rincorò, vide un prete, e le sue speranze si accrebbero; guardò più attentamente: — è egli o non è? son’io trasognata? È il mio curato! — La buona donna si avvicinò a Lucia che senza quasi pensarvi si alzò, e salutatala con un volto di pietà cortese, si pose l’indice della destra su le labbra, e stesa la manca la abbassava e la rialzava lentamente come si dipinge il Salvatore che acquieta i flutti del mare di Tiberiade, e disse con voce sommessa, allegramente: «veniamo a liberarvi».

«È dunque la Madonna che vi manda?» disse Lucia con un giubilo ancora incerto, ma pur vivissimo.

«Può essere», rispose la buona donna.

«Chi siete? come avete potuto...?» cominciò Lucia alla buona donna; indi tosto rapita da un’altra brama di sapere, si rivolse al curato, e continuò: «e lei, signor curato: come...?»

«Ah! vedete?» rispose Don Abbondio: «son qui io, il vostro curato, a liberarvi, dal lago dei leoni, senza riguardi per me, in una giornata fredda, a cavallo...»

«E mia madre?» domandò ancora Lucia, a cui le idee si succedevano in folla.

«La vedrete presto, oggi», rispose Don Abbondio: «ma prima dovete vedere ben altro personaggio...»

«Chi? dove?» richiese Lucia.

«Monsignore illustrissimo, che ci aspetta, che vuol vedervi. Ma abbiate giudizio: badate a quel che dite; voi non potete avere pratica di quello che va detto e taciuto ai signori grandi. Vi chiederà delle vostre vicende: non istate a troppo ciarlare: vi può far del bene; ma bisogna guardarsi dal toccar certe corde: non parlate del matrimonio, perché, vedete, se sapesse che avete voluto sorprendere il curato, fare un matrimonio clandestino, guai, guai...!»

«Chi è Monsignore illustrissimo?» domandò Lucia.

«È il cardinale arcivescovo», rispose Don Abbondio, «un uomo di Dio, ma bisogna saperlo pigliare, perché...»

«Andiamo tosto», disse la buona donna.

«È vero», disse Don Abbondio, «andiamo perché qui non è troppo sano stare: ma ricordatevi di quello che v’ho detto».

«Come faremo ad uscire?» disse Lucia: «e se ci veggono?»

«Non temete», disse la buona donna: «il padrone del castello viene egli stesso a cavarvene: qui fuori è la lettiga, voi entrerete con me, e partiremo col signor curato».

«Ho da vederlo ancora il padrone?» chiese ansiosamente Lucia, per la quale il Conte era ridivenuto orrendo, da poich’ella aveva veduti due visi umani. E continuò: «ho paura di lui: ho paura».

«Che paura?» disse Don Abbondio, «siete con me, ed è mio amico. Risolvetevi».

«Non lo vedrete», disse la buona donna: «noi ci chiudiamo nella lettiga e si parte, e in un momento siamo a Chiuso».

«Ah! Chiuso!» sclamò Lucia: «dov’è quel buon curato! andiamo, andiamo. Oh Madonna santissima, vi ringrazio! Me lo sentiva in cuore che non mi avreste abbandonata!»

La buona donna aperse un filo della porta tanto da poter far un cenno, che fu tosto veduto dal Conte, il quale comandò ai lettighieri di andare nell’altra stanza. Queglino vi portarono la lettiga, Lucia vi entrò, e la buona donna dopo lei, si tirarono le cortine, i lettighieri uscirono, il curato dietro: nell’altra stanza il Conte si accompagnò con lui, disse alla vecchia: «aspettatemi qui un’ora, e se non torno andate a fare i fatti vostri». Nel cortile, alla porta del castello, il Conte e il curato a cavallo, la lettiga davanti, giù per la discesa, e diritto a Chiuso. A misura che la caravana si avanzava nel suo viaggio, tutti quelli che la componevano, respiravano più liberamente. Appena la buona donna fu nella lettiga, al momento che i portatori la sollevavano per partire, ella raccomandò a Lucia di non parlare finch’ella non gliene desse avviso. Ma poi che dallo scalpito delle mule che seguivano s’accorse che era varcata la soglia, cominciò a guardare un po’ fuori delle cortine, e vista la strada libera, ruppe ella stessa il silenzio dicendo a Lucia: «Povera giovane! l’avete passata brutta! Ma Dio ha pensato a voi, e tutto è finito».

Queste parole diedero campo a Lucia d’interrogare la buona donna; che cercava di soddisfare alle sue domande, dicendo quel poco che sapeva, e come lo sapeva. Lucia a poco a poco vedeva un po’ più di lume nelle sue strane e terribili avventure: le risposte della buona donna la rimettevano sulla via, e l’ajutavano a spiegare tanti misteri della sua sventura e della sua inaspettata salute; tanto che in quel viaggio Lucia potè farsi una idea del suo stato, comprendere qualche cosa, ed uscire da quella affannosa confusione d’idee nella quale lo strano, l’insolito, di quello che si vede e si soffre non lascia riposare la mente in alcuna, non lascia altra certezza che quella di esistere, e questa stessa diviene un tormento.

«Oh quando potrò vedere mia madre!» sclamò Lucia appena si sentì rassicurata, e potè discernere quello che era reale, quello che era possibile. La buona donna le promise che appena suo marito tornerebbe dalla Chiesa, ella lo determinerebbe ad andarne in cerca, ad informarla, a condurla presso di lei.

Don Abbondio pigliava fiato ad ogni passo; la conferenza che il Cardinale avrebbe con Lucia, gli dava un po’ di briga per le cose che si dovevano rivangare di quel tale matrimonio: vedeva in lontano dei pericoli per parte di Don Rodrigo; ma il sentimento predominante era allora la gioja di uscire sano e salvo da quella spedizione. Pieno di questo sentimento, Don Abbondio aveva una parlantina che nessuno gli avrebbe supposta vedendolo così silenzioso nella prima andata; e non avrebbe rifinito di ciarlare col Conte, se questi avesse fatto tenore ai suoi inviti. Ma il Conte benché lieto di ricondurre Lucia al Cardinale, era tuttavia troppo compreso da tanti sentimenti per prestarsi alla garrulità di Don Abbondio. Ed oltre il resto era anche un po’ umiliato internamente dell’inquietudine che aveva provata nella spedizione, delle precauzioni che aveva prese in casa sua, di una prudenza che gli pareva pusillanimità. Ma il Conte non si conosceva: s’era fatta nel suo animo una rivoluzione della quale egli non s’era reso ben conto: v’eran nati dei sentimenti, vi s’erano svolte delle disposizioni ch’egli non aveva ancora potuto ben raffigurare: e non s’avvedeva che questa pusillanimità era una nuova sollecitudine pia e gentile per una debole innocente, una delicatezza fin allora estrania all’animo suo, un timore che non si sarebbe presentato a quell’animo se non si fosse trattato che d’un proprio pericolo.

Giunsero a Chiuso che il Cardinale, il clero e il popolo erano ancora nella Chiesa. La buona donna fece andar la lettiga a casa sua, dove discese, e condusse Lucia già tutta rassicurata, e tosto le fece animo a ristorarsi dopo un sì lungo digiuno. L’invito era ben altrimenti gradevole che non nella bocca della vecchia del castello, e Lucia, che sentiva il bisogno di nutrimento, accondiscese con riconoscenza. Intanto Don Abbondio e il Conte entrarono nella casa del curato, e quivi si stettero ad aspettare il Cardinale.

Questi non tardò molto a venire, precedendo velocemente il clero che gli faceva codazzo, ed entrato nella stanza, e veduti i due tornati, chiese tosto con ansietà: «È qui?»

«È qui», rispose il Conte.

«L’abbiamo condotta sanamente», rispose Don Abbondio.

«Dio sia lodato!» sclamò il cardinale: «e ve ne rimeriti entrambi». E preso in disparte il Conte, mentre gli altri si ritiravano: «Non siete più contento ora?» gli chiese. «Vedete, se Dio ancor non sa che fare di voi?» Quindi per quella gentile e minuta sollecitudine ch’egli metteva anche nelle cose più gravi: «voi dovete essere affaticato», disse al Conte, «certo voi non mi abbandonerete oggi: e... ma questa mattina voi non avete certo pensato a far colazione?»

«No davvero», rispose il Conte.

«Bene, bene», rispose il Cardinale, «io voglio cominciare a provare se posso farmi obbedire da voi», e traendolo per la mano si avvicinò al buon curato di Chiuso, che se ne stava cheto fra gli altri, e gli disse, con aria sorridente:

«Signor curato, voi siete tanto umile che sarebbe dabbenaggine il non far da padrone in casa vostra. Io invito il signor Conte a pranzare con noi».

Il curato che non lasciava mai scappare l’occasione di rispondere con un testo della Bibbia, disse levando le mani al cielo, e poi stendendole amorevolmente verso il Conte: «Benedictus qui venit in nomine Domini».

Don Abbondio invitato anch’egli, si rifiutò dicendo di non volere abbandonare per lungo tempo il suo ovile; uscì dalla casa del curato, entrò in quella dove era ricoverata Lucia, alla quale raccomandò ancora fortemente di non parlare di matrimonio col cardinale, quindi, se ne andò a casa. Intanto la refezione fu pronta, e il cardinale si sedette a mensa, tenendosi presso da un lato il curato, dall’altro il Conte e poscia gli altri ecclesiastici del suo seguito in un ordine consueto. La frugalità di Federigo era tanto al di qua della temperanza, che virtù in lui, sarebbe divenuta indiscrezione se egli avesse voluto imporla agli altri: quindi nel suo palazzo la mensa dei famigliari non si misurava dalla sua; anzi in paragone di questa si poteva dir lauta. Quando poi visitando la diocesi egli era ospite dei parrochi, questi sapevano troppo bene che un trattamento fastoso non era il mezzo di entrare in grazia a quell’uomo, e si regolavano in conseguenza. Il curato di Chiuso poi aveva un modo di pensare molto singolare. Egli riteneva che trattare sontuosamente un uomo il quale predicava a tutta possa la povertà e la modestia, sarebbe stato un dirgli coi fatti se non in parole: — io vi credo un ipocrita —. Per altra parte, la borsa del curato era ordinariamente e tanto più in quell’anno, fornita a un di presso come quella d’un figlio scialacquatore che abbia il padre spilorcio: e l’aspetto poi della miseria universale era tanto terribile, e tanto presente ad ogni momento che un trattamento fastoso avrebbe fatto ribrezzo anche a chi non avesse avuta la carità delicata e profonda del Cardinale Federigo e del Curato di Chiuso. Da tutti questi fatti venne di conseguenza che la tavola di quel giorno somigliò molto più alla tavola ordinaria del cardinale che a quella dei suoi famigliari.

Ma quella conversazione, resa così singolare dalla presenza del Conte, fu gioconda. Il Cardinale, benché atterrato dalle fatiche e angustiato dalle cure continue, e dalla vista continua dei mali, pure aveva sentita in quel giorno una consolazione che traspariva nella sua faccia, e si diffondeva nei suoi discorsi, e passava nei suoi commensali. Il Conte stesso, quantunque la sua vita intera pesasse in quel giorno su la sua memoria, quantunque tanti fatti si presentassero alla sua mente, spogliati di quella maschera con cui gli aveva veduti nel momento della esecuzione, e lasciassero ora vedere la loro forma vera e spaventosa, pure sentiva una certa pace in quel nuovo consorzio fra quelle idee che gli facevano intravedere una nuova vita di mente, un nuovo interesse, una serie di pensieri coi quali si potesse vivere. Dopo la mensa usava il Cardinale nelle sue visite di prendere un breve riposo, e poi di continuare le faccende pastorali per le quali era venuto. Ma in quel giorno non v’era riposo per lui che nello stare più che poteva unito all’animo del Conte per uniformarlo al suo; e la vigna di quel buon prete Morazzone era tanto ben coltivata che aveva poco bisogno della ispezione di Federigo. Si levò egli dunque, e preso per mano il Conte che lo seguì volenteroso, si chiuse in una stanza con lui. Del colloquio ivi tenutosi non v’è traccia nel nostro manoscritto, né a dir vero noi ne facciamo carico all’autore, maravigliati come siamo ch’egli abbia potuto pescar qualche cosa di quel primo abboccamento; quando il Ripamonti stesso, un famigliare del Cardinale, e biografo di lui protesta che delle cose passate tra questo e il Conte nel secondo colloquio nulla ha trapelato. Quel poco però che il Ripamonti dice degli effetti di questo secondo colloquio serve molto a dare una idea della importanza della mutazione d’un uomo in quei tempi, e a dipinger meglio il Conte. Noi crediamo far cosa opportuna traducendo quel poco dal bel latino di quello scrittore poco conosciuto, e che meriterebbe certamente di esserlo più di tanti altri, e perché in tanta perversità di idee, di cognizioni, di giudizj, e di stile, egli (che che ne dica molto leggiermente il Tiraboschi) fu uno di quelli che più si avvicinarono a quella castigatezza e a quella semplicità che da se stessa si attacca alle parole dove è espresso il vero; e perché in qualche parte delle sue storie, e principalmente nella vita del Card. Borromeo, e nella Descrizione della peste di Milano, si trovano osservazioni e pitture, di costume, che invano si cercherebbero altrove, e che possono arricchire la storia tanto scarsa dell’animo umano. Ecco il passo del Ripamonti.

«Che sia stato detto in quel colloquio, non è a nostra notizia; perché, né fra noi v’era chi fosse ardito d’inchiederne il Cardinale; né mai quell’altro ne fece motto con chicchessia. Certo dopo il colloquio, tanta e sì repentina fu la mutazione d’animo e di costumi di quell’uomo, che nessuno dubitò di attribuire il prodigio alla efficacia di quel colloquio; e tutta quella famiglia di scherani vide in quel fatto la mano del Cardinale, e lo colse in odio come colui che le aveva tolto il suo guadagno. L’altra famiglia pure che sparsa ed appostata nei due Stati viveva degli ordini sanguinolenti di costui, s’accorse dal cessare delle orribili paghe della nuova mansuetudine di lui. Ad un tempo, molti dei principali della città uniti con lui in occulta società di atroci consigli e di funeste faccende, poiché videro le faccende già accordate e avviate rimanersi a mezzo abbandonate da lui, s’apposero tosto ch’egli aveva cangiato vita, né poterono disconoscere l’autore d’un tanto cangiamento. E dovettero pure avvertirlo alcuni principi stranieri che da lontano avevano adoperato quest’uomo a qualche grande uccisione, e gli avevano più volte mandati ajuti, e ministri: ma sospesi andavano fantasticando la cagione del cangiamento; fin che fu loro manifestata dalla fama. Io, siccome non avrei voluto per ingrandire il fatto aggiungervi nulla del mio; così non debbo pure toglier fede a ciò che è toccato con mano. Vidi io stesso poco dopo quell’uomo ancora in salda e rubesta vecchiezza; non aveva dell’antica ferocia che i vestigj e le marche con che la natura manifesta le inclinazioni e le pecche d’ognuno: ma queste marche stesse apparivano temperate e quasi coperte dalla recente mansuetudine: e indicavano una natura disciplinata e vinta, come da una forza poderosa».

Le notizie, che si ricavano da questo passo, quantunque ravvolte in termini tanto generali, ci sono sembrate adatte a supplire almeno in parte alla scarsezza del nostro autore, il quale dopo aver eccitata tanta curiosità su quel personaggio e sulla sua conversione, non ne accenna altro effetto che la liberazione di Lucia; forse perché gli altri gli sono paruti estranei al suo racconto, o fors’anche perché a parlarne, gli conveniva rimescolare più maneggj, e toccare più persone che non comportasse la sua squisita prudenza.

Riferisce egli però compendiosamente le prime disposizioni che il Conte diede in quel giorno stesso al nuovo governo della sua famiglia; e noi le ripeteremo dietro la sua relazione. Staccatosi dal Cardinale egli si avviò solo, a piede, e disarmato com’era al castello, e fece la strada e l’entrata con quella sicurezza e fortezza d’animo che non aveva avuta nella spedizione del mattino: perché egli non aveva ora una innocente da mettere in salvo: i pericoli se ve ne aveva, erano tutti per lui; e il disprezzo dei pericoli fatto già in lui un sentimento abituale, acquistava allora una nuova forza, una nuova ragione dai suoi nuovi pensieri. La sua condotta di tanti anni lo aveva posto in una situazione tale che per assicurare la sua vita, egli aveva mestieri di molto più mezzi e riguardi che non abbisognassero al comune degli uomini; e una delle prime riflessioni che gli erano occorse dopo il suo proposito di nuova condotta si era che una gran parte di questi mezzi non poteva più conciliarsi con questa sua nuova condotta. Ma egli aveva sentito con persuasione (e probabilmente fu questo uno dei capi che egli discusse in quel colloquio col Cardinale), aveva sentito che le ingiustizie passate non potevano rendergli necessarie nuove ingiustizie, che egli doveva assicurare la propria vita solo perché questo era un dovere, e che era un dovere soltanto fin dove per adempirlo, non si dovesse ricorrere che a mezzi leciti; che i pericoli che potevano nascere per lui nel suo nuovo genere di vita inoffensiva ed espiatoria erano una conseguenza del male da lui fatto a man salva per sì lungo tempo, una punizione ch’egli doveva subire. Quindi tutta la vigoria d’animo ch’egli impiegava altre volte nell’offendere, s’era ora trasformata in una vigorosa disposizione a tollerare: era un dissimile ma eguale anzi più forte coraggio: e continuò a produrre l’effetto solito di questo dono, quello di far rispettare colui che ne è fornito.

Entrato il Conte nel castello, comandò che si ragunassero tutti i suoi... non sapeva trovare un nome che tutti gli abbracciasse... «Tutti gli uomini» disse, dopo d’avere esitato un momento. L’apparizione misteriosa del mattino, la ripartita e l’assenza avevano destata una grande curiosità: erano già corsi fino al castello romori che annunziavano la conversione del Conte, e il tripudio di tutti gli abitanti del vicinato, e di quelli che erano concorsi in quel giorno all’arrivo del Cardinale: tutti i bravi, che si trovavano al castello, o nei primi dintorni, vennero alla chiamata con molta ansietà. Congregati che furono, il Conte con viso fermo, con voce risoluta, e senza tergiversare, dichiarò a tutti ch’egli aveva proposto di mutar vita, che si doleva e si vergognava della passata, che a tutti chiedeva perdono degli orribili esempj, e degli incitamenti che aveva loro dati a mal fare, che quanto era in lui egli gli avrebbe tutti ajutati con un nuovo esempio, e coi mezzi ch’erano in sua facoltà ad operare diversamente: che quelli i quali fossero del suo parere, rimanendo con lui, potevano esser certi ch’egli avrebbe avvisato tosto al modo d’impiegare la loro opera in un modo utile ed onesto, e ad ogni modo avrebbe diviso con essi fino all’ultimo tozzo di pane; ma che protezione per ribalderie non ne avrebbe più data ad alcuno: e che finalmente quelli ai quali non piacesse di sottoporsi a questa nuova regola, dovessero partirsi dal suo servizio, ch’egli era dolente di perdergli, ma risoluto.

La più studiata orazione di Demostene non produsse mai tanto varie e forti impressioni nel popolo d’Atene, quanto il breve discorso del Conte in quel picciolo popolo selvaggio. Ma per quanto diversi fossero i pensieri che sorbollivano in quei cervelli ad un tale annunzio, l’effetto esterno fu un solo: un cupo silenzio. Molti di quei ragunati erano contadini del Conte, stabiliti sui suoi poderi, avvezzi dall’infanzia ad obbedirgli, e taluni fra di essi erano divenuti scellerati per obbedienza, tutti questi non vedevano un avvenire un po’ sicuro che rimanendo con lui, e questi risolvettero di sottomettersi alle nuove condizioni, e di rassegnarsi a divenire galantuomini. Altri fuorusciti di mestiere, venuti da altri paesi, senza famiglia, né avviamento, bestemmiavano in cuor loro la risoluzione del padrone, ma tanto era il predominio che il carattere di lui aveva preso sull’animo loro, che non ardivano fare un motto di lamento. Questa idea di conversione era confusa nei loro cervellacci, e non potevano nemmeno immaginarsi che in un uomo come il Conte potesse produrre l’effetto di fargli sopportare una risposta arrogante: pensavano che una temerità usatagli produrrebbe il solito effetto, con la sola differenza che il temerario morrebbe ora per le mani d’un santo. Così incerti l’uno dell’altro, nessuno osava fiatare il primo; e la sommissione dei primi che si manifestava sui loro volti e nel contegno, toglieva ancor più a quei secondi l’animo di poter dire o far nulla che potesse spiacere al Conte. Quel tripudio poi, quel rincoramento che s’era manifestato nella popolazione gli rendeva ancor più irresoluti, avrebbero potuto ridersi di questa gioja impotente finché avevano il Conte per loro, alla lor testa, ma quando la folla era con lui, e sarebbe stata contra loro, si trovavano come smarriti.

Dopo quel breve silenzio, il Conte si rivolse a quello che più gli era vicino, e gli chiese risolutamente quale fosse il partito ch’egli sceglieva, e così di mano in mano con tutti. Dava lodi e promesse a quelli che chiedevano di rimanere, ammoniva gli altri, e quando ripetevano di voler partire, chiedeva loro quanta parte di salario fosse loro dovuta; vi aggiungeva una gratificazione, scriveva la somma sur una cartolina che teneva nella mano sinistra, la dava a colui che voleva partire, gli comandava di andare dall’intendente a farsi pagare, e di uscir tosto dal castello. Tutti pigliavano la carta, e se ne andavano senza far motto. In tutti questi parlamenti il carattere del Conte aveva fatto naturalmente, e senza che il Conte lo sapesse bene, ciò che fatto a disegno sarebbe stato un miracolo di presenza di spirito e di artificiosa prudenza, e forse non avrebbe potuto così bene riuscire. Nelle ammonizioni ch’egli dava a coloro, nelle esortazioni a meglio riflettere, nelle preghiere stesse, fino nelle scuse non v’era mai un momento in cui il suo interlocutore potesse sentire una superiorità, intravedere in lui punto di debolezza, d’irresoluzione, di abbassamento, che invitasse nemmeno uno di quegli animi ad elevarsi e a cadergli addosso. Quale divenisse il castello dopo la partenza di quei più facinorosi, il manoscritto non lo dice, né ci è venuto fatto di trovarne notizia altrove. Il nostro autore dice che il Conte andò ogni giorno ad abboccarsi col Cardinale finché durò la visita di esso in quei contorni: di un solo di questi abboccamenti egli riferisce le particolarità, e il nome del Conte del Sagrato non ricompare poi più nel manoscritto.