Cap. II

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I III
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II.


Il marchesino Alberti fu educato lontano da’ suoi, alla spartana, nel collegio Cicognini. Il padre era morto fuori d’Italia, quasi senza averlo conosciuto. La marchesa, sempre giovane, ed elegante, la più bella toscana che fosse in Milano, andava a fargli visita una volta all’anno, quando c’erano le corse a Firenze, l’abbracciava, l’accarezzava, gli recava dei confetti, e rimontava in carrozza sorridente. — Ella era stata colta da una pleurite, all’uscire dalla Scala, ed era morta prima che i suoi amici avessero avuto tempo di far venire il figliuolo da Prato. Il povero orfanello aveva allora dodici anni, e conservava religiosamente le poche lettere che il babbo gli aveva scritto, e le scatole dei confetti che la mamma gli aveva regalato. Una volta aveva chinato il capo, tutto vergognoso, allorchè il suo amico Gemmati gli aveva detto: — O perchè il tuo babbo non vien mai a vederti? — Un’altra volta avea arrossito [p. 12 modifica]perchè certi forestieri che visitavano il collegio avevano mostrato di conoscerlo come il figliuolo della marchesa Alberti, e poi aveva arrossito di aver arrossito. Sua madre non gli parlava mai del babbo. — Di tutte coteste cose si rammentò più tardi.

Le prime inquietudini del cuore gettarono nella sua mente il germe funesto dello esame.


A 16 anni Alberto era un giovinetto alto e delicato, coi capelli biondi, il profilo aristocratico, un po’ freddo e duro, il pallore marmoreo del padre, e i grand’occhi azzurri, il sorriso affascinante e mobilissimo della madre — cuore aperto a due battenti, immaginazione vivace, affettuosa, ma inquieta, vagabonda, diremmo nervosa, ingegno più acuto che penetrante, analitico per inquietudine e per debolezza di carattere — un ingegno che vi sgusciava dalle mani ad ogni istante — diceva il suo professore di filosofia — atto a fargli cercare la decomposizione dell’unità, o a dargli i peggiori guai della vita quando il cuore si fosse mescolato della bisogna. Egli aveva preso di buon’ora l’abitudine di pensare, come tutti i solitari. Più tardi ebbe un amico, Gemmati, pel quale ebbe tenerezze e gelosie d’amante, sino a tenergli il broncio quando seppe che sorrideva alla figliuola del barbiere che stava di faccia. — Molto tempo dopo, e in circostanze assai diverse, mentre stava seduto accanto al fuoco, cogli occhi fissi sulla fiamma, e le labbra contratte sul sigaro spento, il ricordo di quella ridicola gelosia della sua infanzia gli balenò in [p. 13 modifica]mente colla strana bizzarria delle reminiscenze. — Egli buttò il sigaro, e si alzò più pallido ed accigliato di prima.

Avea fatto tranquillamente i suoi studi in collegio sino a quell’età; era passato per le lingue, per i numeri, per l’analisi della parola e del pensiero; a sedici anni era diventato sognatore, fantastico, ipocondriaco, e sentì d’amare per la prima volta, perchè tutti i poeti parlavano d’amore. Allora, trionfante di mistero, mostrò di nascosto all’amico Gemmati i primi fiori vizzi che la cuginetta gli avea dato, o che egli le avea rubati; — Ami l’Adele? gli domandò Gemmati ch’era anch’esso un po’ parente della ragazza. — Sì! rispose Alberto facendosi rosso. — O come? se non la vedi quasi mai? — Quando penso a lei mi par d’impazzire; — ed era vero; che le prestava tutte le amplificazioni della sua fantasia, ma allorchè le stava accanto, una volta all’anno, rimaneva ingrullito vicino a quell’amante che gli proponeva di giocare a volano.


A 20 anni egli uscì dal collegio più bambino di quando c’era entrato; vuol dire con nessuna nozione esatta della vita, con molte fisime pel capo, e certi giudizî strampalati e preconcetti, nei quali si ostinava con cocciutaggine di uomo che pretenda conoscere il mondo dai libri. Il direttore del collegio fece trapelare tutte codeste brutte verità da una bella lettera che scrisse al signor Bartolomeo Forlani, il babbo dell’Adele, zio materno di Alberto, aggiungendo che il nipote non era riuscito a [p. 14 modifica]superare gli esami dell’ultimo anno, malgrado il suo bell’ingegno. Lo zio, che era tutore per soprammercato, e tornava giusto dal fare i conti col fattore del nipote, rispose ringraziando come meglio sapeva e poteva il signor direttore per l’ottima riuscita del giovanetto — una lettera che fece montare la mosca al naso al buon direttore; come se lo si volesse minchionare, e non era davvero! — Scrisse anche al nipote, invitandolo a venire a Belmonte, nome della sua villa sulla montagna pistoiese, e andò tutto festante a prevenire la figliuola del prossimo arrivo del cuginetto, che il signor direttore scriveva essersi fatto un bel giovane, e pieno zeppo di ingegno. La fanciulla, che non giocava più a volano, arrossì; il babbo non se ne avvide; aggiunse che, secondo gli ultimi affitti, i poderi del cugino rendevano trentaduemila lire di netto, e se ne andò fregandosi le mani.


A Belmonte si aspettava cotesto bel giovanetto, di cui il signor direttore diceva tanto bene, e che aveva trentaduemila lire di rendita.