Discorso sull'indole del piacere e del dolore/V

La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore

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La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore
IV VI

Quantunque però io creda che la virtú stessa non basti a rendere perfettamente felice l'uomo in terra, dico che l'uomo virtuoso a circostanze eguali sarà piú felice dell'uomo malvagio. Dico di piú che se l'uomo potesse avere i sentimenti sempre subordinati alla ragione, sarrebbe certamente meno soggetto ai dolori morali di quello ch'egli è. Ogni dolore morale è semplice timore. Questo dolore è una mera aspettazione d'un d'un dolore contingibile. Quando siam tormentati da un dolor morale, altro male non soffriamo in quel momento fuorché il timore di soffrirne; questo timore spesse volte è chimerico, e sempre ha un grado di probabilità contro la sua ventura realizzazione; può dunque colla ragione o togliersi, o almeno scemarsi, o almeno, vistane l'inutilità di soffrirlo, procurarsene la distrazione. Quanto maggiori progressi facciamo nella vera filosofia tanto piú ci liberiamo da questi mali. Sia per esempio: prendo un ambizioso nel momento in cui gli viene l'annunzio che una carica da lui ansiosamente desiderata, e quasi certamente aspettata, dal principe vien conferita a un suo rivale. Ecco l'ambizioso nello squallore, nell'abbattimento, immerso in un profondo dolor morale. Un freddo ragionatore s'accosta a lui: {{opera|NomeCognome=Pietro Verri|TitoloOpera=Discorso sull'indole del piacere e del dolore|NomePaginaOpera=Discorso sull'indole del piacere e del dolore|AnnoPubblicazione=1773|TitoloSezione=Che fai, uomo desolato e oppresso (gli dice), perché ti abbandoni cosí a un vago e forse chimerico timore? Che temi? Quasi nol sai, confusamente tu prevedi di dover viver male. Ma quai mali prevedi? Gli uomini non avranno per te quei riguardi che tu vorresti, ti stimeranno meno, sarai men ricco? Calmati e per poco almeno esamina questo timore a parte a parte; non prenderlo tutto in massa. Gli uomini ti mancheran di riguardi? Qualche inchino meno profondo, qualche adulazione di meno non è una perdita da farti disperare: se ambisci i riguardi degli uomini illuminati, essi non saran cambiati per te. Gli uomini ti stimeranno meno? Non già gl'illuminati; per il restante hai perduta qualche curvità negli inchini e qualche bassezza di chi mendicava il tuo favore? Non è poi grande lo scapito. Sarai men ricco? Tutti i mali che vagamente temi, forse si riducono a salariare due o tre sfaccendati di meno, a nutrire due o tre parassiti di meno alla tua tavola. La tua sanità, la robustezza de' tuoi anni, il concetto della tua probità, delle tue cognizioni, tutto ciò rimane intatto presso gli uomini ragionevoli, i quali sanno quanta parte abbia il caso nella distribuzione degli uffici su di questo teatro del mondo; ti resta con che nutrirti, alloggiare, vestirti decentemente. Se un chirurgo dovesse farti soffrire una dolorosa operazione, compatirei il tuo affanno, prevedendola; ma se non puoi esser pretore o tribuno della plebe, o console, sii cittadino, sii ragionevole, non ti turbare per una chimera. Il freddo ragionatore ha una ragione cosí evidente, che quasi non resta piú luogo a compatire l'ambizioso, se continua a delirare fra le tenebre d'un avvenire chimerico. Pure lo compatirà quell'umano filosofo, che sa quanta distanza vi sia dalla convinzione al vero sentimento. Obblighiamo il ricco avaro ad analizzare egualmente il suo dolor morale per una porzione del suo denaro che gli venga tolta. Obblighiamo l'amante che scopre infedele e sconoscente la sua amica, e cosí andiam dicendo della maggior parte degli uomini appassionati, e conseguentemente piú capaci di dolori morali; e troveremo che la maggior parte delle volte si addolorano per chimere sognate, e si ingrandiscono le larve d'un avvenire, al quale giugnendo poi, non si trovan sí male come previdero. Se dunque i sentimenti nostri potessero essere sempre posti al prisma della ragione e analizzarsi, una gran folla di dolori morali verrebbe ad annientarsi per noi, e faremmo come quel cinico, il quale scoprendo che comodamente potea ber l'acqua nella cavità della sua mano, gittò il bicchiere come un peso inutile nel suo fardello. Ma la previsione dei mali è talmente nebbiosa e tumultuaria nell'uomo appassionato, che non dà luogo sí tosto a sminuzzarli uno ad uno; anzi quantunque talvolta ci avvediamo che il dolor nostro è una mera apprensione di dolori possibili o probabili, sendo questi tanto vagamente e scontornatamente dipinti alla fantasia, non possiamo né conoscerli né apprezzarli con distinzione; ma ci rattristano per le tenebre medesime che in parte li involgono, e questo sconoscimento accresce in noi la diffidenza di superarli. Un'altra difficoltà incontra l'uomo per uniformare ai dettami della tranquilla ragione tutti i suoi sentimenti, ed è questa: che difficilmente possiamo noi stessi ritrovar l'origine e la genesi di molti de' sentimenti nostri. È come un fiume di cui propriamente non sai indicare qual sia la prima sorgente, poiché lo formano mille piccoli, divisi e lontani ruscelletti, i quali si frammischiano col discendere; cosí i sentimenti sono conseguenze di tante e sí varie e sí mischiate idee in tempi diversi e successivamente avute, sicché la mente umana si smarrisce e si perde rintracciando i capi di tanti piccolissimi e intralciatissimi fili che ordiscono la massa d'una passione; e come d'un fiume non puoi toccare con sicurezza il punto onde comincia, cosí nemmeno esattamente puoi toccare il piú delle volte l'idea primordiale da cui nasce un sentimento. Se però né tutti i dolori morali, né la maggior parte di essi è sperabile di prevenirli coll'uso della sola umana ragione, ella è però cosa certa che vari possono da quella essere scemati, come dissi. L'uomo selvaggio ha pochissimi dolori morali: l'uomo incivilito ne acquista in gran copia; l'uomo che perfeziona l'incivilimento addestrando la sua ragione, e applicandola alle azioni della vita costantemente quanto si può, torna, riguardo ai dolori morali, ad accostarsi al selvaggio. Cosí quale nelle scienze dall'ignoranza si comincia, e all'ignoranza si ritorna, passata che siasi la mediocrità, tale nella coltura si parte dalla tranquillità, si va al tumulto, e da quello progredendo si avvicina di nuovo alla tranquillità.