Discorso sul testo della Commedia di Dante/VII

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[p. 141 modifica]VII. Se non che fra le cagioni accennate dianzi, la maggiore che oggi disanimi il Genio è la certezza di essere tenuto artefice di lavori per lusso di lettori svogliati, e studio di censori maligni spesso, e di critici non contentabili mai. Bensì la venerazione di popoli a’ quali il poeta era profeta e legislatore ispirato, e guidatore a vita meno feroce, aggiungevagli anima. Operava liberissimo; guardava tutto da sè; e ogni cosa eragli nuova. Le facoltà di sentire, di osservare, e d’immaginare vivevano in lui fortissime ed indivise: nè si raffreddava a spiare le cause delle sue impressioni; bensì affrettandosi a rappresentarne gli oggetti ingranditi dalla sua fantasia calda di meraviglia, ne moltiplicava i magici effetti, imitandoli, e le illusioni improvvise che ne risultavano, e le passioni ch’ei vi trasfondeva, le provava senz’affettarle; però le sue rappresentazioni sembrano natura ideale insieme e vivente. L’esperienza de’ suoi proprj sentimenti veementi e schiettissimi guidavalo direttamente nel cuore umano, e vi coglieva vergine la verità. Parlava una lingua arricchita, armonizzata e animata da esso, la quale senza mai vincolarlo d’usi a capriccio, s’arrendeva alla mente che la modellava per la letteratura di nuove generazioni. Tuttavia non che il Genio potesse trarre creazioni da nulla, la sua lingua gli veniva somministrata rozza dagli uomini a’ quali parlava; e molte idee erano reliquie della letteratura e della civiltà di nazioni effeminate per corruzione e abbrutite da barbari conquistatori. E quanto quelle idee arrivavano logore e travisate, e dimenticate dal tempo, tanto il poeta poteva illuminarle e ricrearne le forme in aspetto di originali.

Note