Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XLVII

XLVII. Che tutte le gravezze sono da tollerare per la vita eterna.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (XIV secolo)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XLVII. Che tutte le gravezze sono da tollerare per la vita eterna.
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CAPO XLVII.


Che tutte le gravezze sono da tollerare per la vita eterna.


1. Figliuolo, non ti abbattano le fatiche, che tu hai impreso per amor mio, nè le tribolazioni ti vincano affatto; ma la mia promessa, in ogni avvenimento ti corrobori, e ti consoli. Io posso ben ricambiare altrui oltre ogni modo, e misura. Tu non dovrai travagliar qui lungamente, nè sempre da dolori sarai gravato. Sostieni alcun poco, e sì vedrai tosto il fine de’ mali. verrà talora, che finirà ogni fatica e tumulto. Poco e breve è tutto ciò, che passa col tempo.

2. Fa quello che fai: lavora fedelmente nella mia vigna: io sarò tua mercede. Scrivi, leggi, canta, sospira, taci, prega, sostieni da forte le avversità: di tutte queste e di maggiori battaglie è degna l’eterna vita. [p. 230 modifica]Verrà, in quel giorno che sa il Signore, la pace; e allora non sarà più, come adesso, giorno e notte; ma luce perpetua, chiarezza infinita, ferma pace, e sicuro riposo. Allora tu non dirai: Chi sarà, che mi sciolga da questo corpo mortale. nè più griderai: Ahimè, ch’egli è prolungato il mio esilio! imperciocchè sarà precipitata la morte, salute immanchevole, nessuna ansietà, beato piacere, dolce e graziosa conversazione.

3. Oh! se tu avessi veduto l’eterne corone de’ Santi nel cielo, e in quanta gloria esultano adesso coloro, che già a questo mondo sono stati, e quasi reputati indegni della medesima vita: in verità, che tu di presente ti umilieresti fino a terra, e a tutti anzi procacceresti di farti soggetto, che di sovrastare ad un solo: nè giorni allegri in questa vita non brameresti, ma godresti piuttosto d’essere per amore di Dio tribolato; e l’essere riputato per niente appo gli uomini, l’avresti in conto di sommo guadagno.

4. Oh! se queste cose ti sapessero buone, e profondamente ti scendessero al cuore, come oserestu pure [p. 231 modifica]una volta di querelarti? or non è da tollerare per la vita eterna ogni cosa più grave? Egli non è una ciancia, il perdere, o l’acquistare il regno di Dio. Solleva adunque la fronte al cielo. ecco che io, e meco tutti i miei Santi, che dura battaglia sostennero in questa vita, ora son consolati, ora sicuri, ora in riposo; e con me nel regno del Padre mio eternamente si rimarranno.