Dal Misogallo (Alfieri, 1912)/Sonetto XXXVI

Sonetto XXXVI

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Sonetto XXXV Epigramma XVIII

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Sonetto XXXVI.

25 febbraio 1795.

L’Uom, che minor d’altr’Uom si estima, è spesso,
(Mercé sua fiacca opinïon fallace)
Non che ad altrui, minore anco a se stesso,
4 E, inerte vela, senza vento ei giace.1
Ma chi il contrario inverecondo eccesso,2
Figlio di stolta ebra impotenza audace,

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Spinge a stimarsi, con dileggio espresso
8 D’ogni altro; a ogni altro quegli inver soggiace.
In tai due estremi, due vicine genti
Stanno, gl’Itali, e i Galli: ambo son poco;
11 Nulla quei, tutto questi3 in sé veggenti.
Pur ridestarsi può divino fuoco
In quelle, ov’arse un dí, robuste menti;
14 Non mai destarsi, ove impudenza è giuoco.4


Note

  1. 3-4. Rimane inoperoso, non produce quanto potrebbe. Il vento è, fuor di metafora, la giusta stima di se stesso.
  2. 5-7. Il contrario inverecondo eccesso è il soggetto della proposizione, che ha per verbo spinge.
  3. 11. Quei, gli Italiani, questi i Francesi.
  4. 14. Ove impudenza è giuoco; forse, dove si giuoca d’impudenza, dove al mancante valore reale si cerca supplire con la sfacciataggine.