Cuore (1889)/Luglio/Gli esami

Luglio - Gli esami

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[p. 329 modifica]punti, tema, media, rimandato, promosso; tutti dicono le stesse parole. Ieri mattina ci fu la composizione, questa mattina l’aritmetica. Era commovente veder tutti i parenti che conducevano i ragazzi alla scuola, dando gli ultimi consigli per la strada, e molte madri che accompagnavano i figliuoli fin nei banchi, per guardare se c’era inchiostro nel calamaio e per provare la penna, e si voltavano ancora di sull’uscio a dire: - Coraggio! Attenzione! Mi raccomando! - Il nostro maestro assistente era Coatti, quello con la barbaccia nera, che fa la voce del leone e non castiga mai nessuno. C’erano dei ragazzi bianchi dalla paura. Quando il maestro dissuggellò la lettera del Municipio, e tirò fuori il problema, non si sentiva un respiro. Dettò il problema forte, guardandoci ora l’uno ora l’altro con certi occhi terribili; ma si capiva che se avesse potuto dettare anche la soluzione, per farci promuovere tutti, ci avrebbe avuto un grande piacere. Dopo un’ora di lavoro, molti cominciavano a affannarsi perché il problema era difficile! Uno piangeva. Crossi si dava dei pugni nel capo. E non ci hanno mica colpa molti di non sapere, poveri ragazzi, che non hanno avuto molto tempo da studiare, e son stati trascurati dai parenti. Ma c’era la provvidenza. Bisognava vedere Derossi che moto si dava per aiutarli, come s’ingegnava per far passare una cifra e per suggerire un’operazione, senza farsi scorgere, premuroso per tutti, che pareva lui il nostro maestro. Anche Garrone, che è forte in aritmetica, aiutava chi poteva, e aiutò perfin Nobis, che trovandosi negli imbrogli, era tutto gentile. Stardi stette per più d’un’ora immobile, con gli occhi sul problema e coi pugni alle tempie, e poi fece tutto in cinque minuti. Il maestro girava tra i [p. 330 modifica]banchi dicendo: - Calma! calma! Vi raccomando la calma! - E quando vedeva qualcuno scoraggiato, per farlo ridere, e mettergli animo spalancava la bocca come per divorarlo, imitando il leone. Verso le undici, guardando giù a traverso alle persiane, vidi molti parenti che andavano e venivano per la strada, impazienti; c’era il padre di Precossi, col suo camiciotto turchino, scappato allora dall’officina, ancora tutto nero nel viso. C’era la madre di Crossi, l’erbaiola; la madre di Nelli, vestita di nero, che non poteva star ferma. Poco prima di mezzogiorno arrivò mio padre e alzò gli occhi alla mia finestra: caro padre mio! A mezzo giorno tutti avevamo finito. E fu uno spettacolo, all’uscita. Tutti incontro ai ragazzi a domandare, a sfogliare i quaderni, a confrontare coi lavori dei compagni. - Quante operazioni? - Cos’è il totale? - E la sottrazione? - E la risposta? - E la virgola dei decimali? - Tutti i maestri andavano qua e là, chiamati da cento parti. Mio padre mi levò di mano subito la brutta copia, guardò e disse: - Va bene. - Accanto a noi c’era il fabbro Precossi che guardava pure il lavoro del suo figliuolo, un po’ inquieto, e non si raccapezzava. Si rivolse a mio padre: - Mi vorrebbe favorire il totale? - Mio padre lesse la cifra. Quegli guardò: combinava, - Bravo piccino! - esclamò, tutto contento; e mio padre e lui si guardarono un momento, con un buon sorriso, come due amici; mio padre gli tese la mano, egli la strinse. E si separarono dicendo: - Al verbale. - Al verbale. Fatti pochi passi, udimmo una voce in falsetto che ci fece voltare il capo: - era il fabbro ferraio che cantava.