Cap. VII

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VI VIII
De papa Benedetto e dello tetto de Santo Pietro de Roma lo quale fu renovato.

Currevano anni Domini MCCCXXXIIII quanno fu creato papa Benedetto. Fu oitramontano, vascone e fu monaco bianco de l’ordine de Cistella de santo Bernardo. Avea nome lo cardinale bianco quanno fu eletto. La soa elezzione fu più divina che umana, perché li cardinali li diero la voce per lo quarto, sì che chi hao la voce per lo quarto ène nella più infima connizione. Ora tutti li cardinali se concordavano in esso per lo quarto, sì che tutti l’àbbero per desperato. Ma puoi che·lle voce fuoro tutte dello bianco, soa elezzione fu divina, ca la concordia de tutti fu che fussi papa; lo quale essere papa ciascheuno assemmotì: l’abbe per desperato. Questo abbe nome lo cardinale bianco e fu omo moito corpulento e grasso e gruosso, roscio. La soa figura de ponto stao in Santo Pietro, dentro alla chiesia, sopre la porta maiure della nave maiure. Questo papa fu omo santissimo e servao questa connizione, che non voize mai despenzare nelli matrimonii li quali se faco intra li parienti. Moito li despiaceva cutale parentezze. Mai non li voize consentire. Anche fu omo moito scarzo e retenente dello tesauro della Chiesia; non solamente dello tesauro, ma delle beneficia. Moito bene voleva vedere a chi le daieva e voleva vedere de que vita fussi e volevali forte esaminare. Moiti ne esaminao esso medesimo. Non voleva idiote. Quanno li veniva innanti alcuno prelato indegno overo idiota, de non convenevile fama, li tolleva parte delle prebenne e sì·lle presentava alli sufficienti e buoni. Moito iva cercanno li buoni chierichi sufficienti. Moito li onorava. E perché ne trovava pochi, destrenze le grazie a sì e non voleva provedere. Denanti a questo papa Benedetto venne uno monaco de Santo Pavolo de Roma — frate Manosella avea nome —, lo quale per la morte dello antecessore sio era elietto abbate. Questo era omo lo quale se delettava de ire per Roma la notte facenno le matinate, sonanno lo leguto, ca era bello sonatore e cantatore de ballate. E iva per le corte alle nozze e per le vigne alle calate. Così dico Romani. Quanto ne poteva essere tristo santo Benedetto, quanno lo sio monaco saitava e ballava! Quanno questo elietto fu denanti alla santitate de papa Benedetto, disse: «Santo patre, io so’ lo elietto de Santo Pavolo de Roma». Ora lo papa sao tutte le connizioni de chi li veo denanti. Disse: «Sai cantare?» Respuse lo elietto: «Saccio». Lo papa: «Io dico la cantilena». Disse lo elietto: «Le canzoni saccio». Disse lo papa: «Sai sonare?» Disse lo eletto: «Saccio». Disse lo papa: «Io dico se tu sai toccare l’organi e·llo leguto». Respuse quello: «Troppo bene». Allora mutao favella lo papa e disse: «E conveose allo abbate dello venerabile monistero de Santo Pavolo essere buffone? Va’ per li fatti tuoi!» Così tornao collo capo lavato. Questo papa Benedetto reconfermao tutto lo prociesso lo quale avea fatto lo antecessore sio contra lo Bavaro. Puoi fece fornire tutto lo tetto de Santo Ianni de Laterani, lo quale fi’ alla mitate era descopierto. Puoi fece renovare tutto lo tetto de Santo Pietro Maiure de Roma de una bella opera nobile e pulita. Currevano anni Domini MCCC, dello mese , quanno quella opera fornita fu. Gustao LXXX milia fiorini d’aoro. Lo capomastro de tutta l’opera abbe nome mastro Ballo de Colonna, escellentissimo falename, lo quale fu de tanta escellenzia, che sappe ’nanti dicere lo dìe, l’ora, lo ponto nello quale quello tetto fu in tutto fornito. E per sio sapere posava li travi viecchi e tirava li nuovi suso aito, più prestamente che se fussi uno ciello. Uno omo stava cavalcato nell’uno capo, uno aitro nello aitro. Io non vòizera essere stato uno de quelli. Quanno lo tetto viecchio se posava, fonce trovato uno esmesuratissimo trave de mirabile grossezze. Io lo viddi. Dieci piedi era gruosso. Tutto era affasciato de funi per la moita antiquitate. Per la granne grossezza era tanto durato questo trave. Era de abeto como li aitri. E fonce trovato scritto de lettere cavate CON, quasi dica: «Questo ène de quelli travi li quali puse in questo tetto lo buono Constantino». Era antiquo quanto che l’aleluia. Questo trave ne fu posato e dentro de esso fuoro trovate caverne e cupaine, fatte sì per l’antiquitate sì per fere le quale avevano rosicato e fatta drento avitazione; ca ce fuoro trovati drento sorici esmesuratissimi a nidate e fuoronce trovate fi’ alle martore e, che più ène, golpi colli loro nidi. Chi lo vidde non lo poteva credere. Questo nobile trave fu spezzato e de esso fuoro fatte tavole necessarie per la opera novella. E moiti ientili uomini de Roma ne àbbero tavole da manicare. Una maraviglia voglio contare. Per fare questo tetto fuoro adunati tutti li savii mastri li quali avere se potiero drento de Roma e fòra. Intra li quali fu uno delli buoni dello munno, lo quale abbe nome Nicola de Agniletto de Vetralla. Questo stava suso in uno arcotrave a lavorare. Lo trave era puosto su nello muro aito. Con uno secure in mano faceva questo mastro lavorieri lo quale bisognava. Lo mastro stava in pede. Forza lo trave non stava oguale, anche stava pennente. Lo peso era granne. Lo trave sbinchiao e nello sbinchiare aizaricao e nello aizaricare se mosse de luoco e revoltaose. Poco fu che lo mastro non cadde a terra. Deo uno adatto saito e remase puro in pede. Granne paura abbe lo mastro de cadere a terra esso collo trave. E·lla soa paura non potéo nasconnere, ca subitamente la mesa della varva li deventao canuta. Spesse voite da puoi se·lla radeva. Spesso diceva ca quella canutezza fu per paura che abbe che non venisse a balle esso e·llo trave aizaricato. Lo simigliante avenne a Corradino re. Da puoi che fu sconfitto alla vittoria e preso ad Astura, lo re Carlo li fece tagliare la testa. Suoi capelli erano tanto belli che, quanno crullava la testa, pareva che fili de aoro se movessino atorno ad una colonna d’ariento. In quella notte, la quale demorao in presone, li capelli d’aoro fuoro deventati canuti. La dimane, quanno fu decollato, moito pareva mutato de bionno in canuto. E questa mutazione fu in una notte. Alcuno me pòtera adimannare perché per la paura se fao la canutezze. In questo responne Avicenna e dice ca, quanno l’omo stao in luoco moito aito, tutta la virtute se reduce a confortare la virtute animale dello cerebro, che non E imperciò le membra tremano, perché·sse denudano della virtute regitiva. Così, in simile caso, lo calore della cotica se parte dalla circonferenzia e vao allo spesso de mieso per salvarese, così la cotica se denuda de sio vigore in tale muodo che lo pelo non recipe la soa tentura. E segno de ciò ène che sente omo quella parte formicolare. E questo moito incontra a quelli li quali usano per mare. Anco adomannarao alcuno perché questo fu canuto più da uno lato che dall’aitro. Dirraio ca quello movimento fu subito in quella subitezza. Quella parte che fu più presso allo pericolo, quella recipéo la impressione; l’aitra fu più desposta a salute, perciò non fu canuta.