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Commemorazione del commendatore Domenico Promis/VI

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Chiamato alla carica di bibliotecario del Re, nell’anno 1838, ebbe a lasciare ogni ingerenza nella zecca, e a trovarsi in una condizione meno lucrosa, ma più influente.

In quale stato abbia lasciato la biblioteca tutti lo possono vedere. Tutte le guide di Torino, e quelle specialmente del Bertolotti, del Baricco, dello Stefani, ne enumerano le migliaia di volumi, non finiscono di segnalarne le rarità. Ma tutti non dicono egualmente in quale stato la trovasse il Promis. Egli sottentrò al conte Provana, personaggio coltissimo e valente epigrafista latino, ma che per le grettezze del Governo antecedente e per l’angustia del sito, non aveva mai potuto nè ingrandire, nè rendere degna dei Re la vecchia libreria. Derubata quando dovettero esulare dagli Stati di terra-ferma, si riduceva agli avanzi scampati all’universale scompiglio, ed a quella di Casa Carignano. Il Promis, conscio dell’importanza del novello suo uffizio, non tardò a vedere come dovesse metterli in armonia cogli studi presenti, e colle aspirazioni di Carlo Alberto. Il primo pensiero fu d’indurlo a provvedere la biblioteca d’una sede più ampia e più accessibile, d’adagiarla di armadi di legno elegantemente lavorati, onde è, che i plutei altrove inevitabilmente pulverulenti, qui spiccano per lucentissime vetrine e per quotidiana nettezza.

Dall’ordinamento, che seppe dare all’ammassata congerie, chiunque tragga a visitarla può arguire, come egli possedesse le doti del vero bibliotecario. Spirito d’ordine, coscienziosità, zelo assiduo, affabilità e prevenenza squisita; queste virtù, necessarie in ogni uomo preposto a tali stabilimenti, erano nel Promis accoppiate a molta perizia bibliologica, a retto criterio nel giudicare i codici a penna, la cui dottrina piglia ai nostri giorni inusitata larghezza1; ma sopratutto all’avvedutezza di saper assecondare le tendenze dei tempi, e adempiere ai bisogni del nostro Paese, che ebbe sempre più slancio ad operare, che a scrivere. Doveva dunque, di preferenza, pensare a quelle opere, che tenessero vivo lo spirito militare del Piemonte, illustranti le geste degli antichi, aiutanti le ricerche dei moderni.

In quattro classi divise tutta la dovizia degli stampati e dei manoscritti. La prima concerne la strategia, la tattica e la topografia. Ivi trovansi 53 volumi atlantici di artiglieria, e recenti edizioni, che tornano acconce agli uomini d’arme, che traggono frequenti a profittarne. Ond’è, che se il fratello Carlo, colla Vita degl’ingegneri militari, suppeditava una serie di studi e di esercizi importantissima per l’arte; Domenico, colla raccolta degli scritti guerreschi, forniva illustrazioni e storie di tutta utilità per la conoscenza delle imprese antiche e moderne, e per l’apprezzamento dell’armeria soprastante alla biblioteca, e che in breve pareggiò le armerie più famose di Madrid e di Dresda.

Nella seconda classe fanno bella mostra di sè le collezioni degli statuti italiani, e particolarmente dei Municipi subalpini.

Nella terza si raccolgono le collezioni de’ grandi viaggi; nella quarta quelle di belle arti. Aggiungansi le edizioni rare, tra le quali le Torrentiniane di Mondovì; aggiungansi i cataloghi di storia patria, i cataloghi di 150 volumi di miscellanee, e vedrassi come il pregio singolare di questa biblioteca sia quello di essere formata d’opere difficilmente reperibili altrove.

Il perchè di tanti apparati e di tante fonti dischiuse agl’ingegni e per mezzo della Deputazione suaccennata, e che ebbe stanza negli archivi del Regno, emporio ricchissimo di documenti e di memorie d’ogni maniera, e per mezzo della biblioteca del Re, doveva sentirsi indubitabile effetto. Potendo gli scrittori dissetarsi alle sorgenti pure e limpide, e deciferare le carte vere [p. 12 modifica]dalle false, la storia doveva cessare di essere una filatessa d’aneddoti, un esercizio retorico di descrizioni oratorie, ma sorgere a tutta l’ampiezza di sua missione; doveva rifarsi gran parte della storia italiana, e, ravvivate le tradizioni del Regno subalpino, dovevano divampare in incendio le faville nascoste sotto le ceneri de’ secoli. No, non si spense mai, nè per le vicende de’ Governi, nè per le patite calamità, negli animi piemontesi il desiderio di concorrere a redimere la Nazione dal servaggio straniero.


Note

  1. V. Letture di bibliologia di Tommaso Gar, Torino 1868.