Antropologia/VIII

VIII. Ornamenti e deformazioni artificiali

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VIII. Ornamenti e deformazioni artificiali
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Ornamenti. — Mentre i popoli civili mettono grande attenzione a vestirsi bene e conforme alla moda, i barbari e semiselvaggi cercano di ornare il loro corpo nudo o quasi nudo nei modi più strani, per cui Humboldt disse con ragione: «Se le nazioni dipinte fossero state studiate tanto attentamente quanto le nazioni coperte di vestiti, si sarebbe veduto che la più fertile immaginazione ed il più mutevole capriccio hanno creato tanto le mode di pittura quanto quelle del vestiario.»

In una parte dell’Africa le ciglia sono tinte di nero; in un’altra le unghie sono colorite di giallo o di porpora. In molti luoghi si tingono i capelli con varie tinte. Nei differenti paesi i denti vengono macchiati di nero, di rosso, di azzurro, ecc., e nell’Arcipelago malese è una vergogna avere i denti bianchi «come un cane». I nobili Indù si ungono con olii aromatici e colorano di rosso la faccia interna delle mani e la inferiore dei piedi; il contorno degli occhi è colorato di nero. Le donne giapponesi tingono di bianco il collo, le braccia e parte del viso; di rosso le guancie, di nero il contorno degli occhi e di giallo dorato le labbra.

Nell’America meridionale una madre sarebbe accusata di colpevole indifferenza verso i suoi figli, se non adoperasse mezzi artificiali per foggiare il polpaccio della gamba secondo la moda del paese; ed in molte località viene deformato anche il piede. I Chinesi hanno idee strane intorno alla bellezza personale; l’uomo deve avere il corpo grosso, le unghie lunghe ed i piedi piccoli; la donna sopratutto i piedi piccoli, ed all’uopo li serrano fino dall’infanzia in strettoie tali da renderli di una piccolezza sorprendente, gusto depravato, sebbene in parte diviso anche dai popoli civili. Lo stivale di una donna nobile non deve superare la lunghezza di 7 od 8 centimetri, la suola raggiunge soltanto quella di centimetri 6 1/2. U n costume singolare è pure quello che s’incontra presso gli Annamiti ed altri Mongoli, di lasciar crescere cioè le unghie fino ad una lunghezza straordinaria, in guisa che talvolta sono quasi così lunghe come il resto della mano. Il solo indice ha un’unghia che non sorpassa l’apice del dito. Questo costume osservasi soltanto presso i nobili di quelle popolazioni, i quali così sembrano dire ai plebei: guardate le nostre unghie, noi possiamo fare i signori senza lavorare. Presso i popoli civili v’ha pure qualche persona, s’intende aristocratica o che vuole parere tale, che porta l’unghia del mignolo assai lunga, ad imitazione degli Annamiti; non saprei, quale vantaggio ne potesse ridondare. Anche il naso viene deformato ad arte; così le madri ottentote schiacciano il naso ai loro bambini, il quale perciò non solo resta piccolo come è per natura, ma anche depresso; mentre invece gli antichi Persiani plasmavano quello dei loro principi in modo che riuscisse possibilmente rilevato ed aquilino. I denti non solo vengono dipinti, come poc’anzi fu detto, ma è cambiata anche la loro forma, o vengono in parte strappati. Così in varie parti dell’Africa gli Indigeni tagliano i denti incisivi in punte come quelli di una sega, o li forano con buchi, nei quali fanno entrare dei fuscellini. Gli Indigeni del Nilo superiore si strappano i quattro denti incisivi, dicendo che non vogliono rassomigliare ai bruti, ed i Batokas si strappano i due incisivi superiori, ciò che dà alla faccia un aspetto schifoso per l’accrescimento della mascella inferiore.

Una menzione speciale merita la deformazione artificiale del cranio, la quale veniva praticata già in tempi antichissimi, come, ad esempio, presso gli abitanti del Perù e del Messico. Ippocrate e Plinio parlano di popoli dei loro tempi che deformavano i cranii dei loro bambini; questo costume era frequente presso gli abitatori delle coste del Mar Nero; ed il dottor Moschen ed io abbiamo descritto un cranio dell’epoca romana, scavato a Padova in piazza Capitaniato, che mostra segni manifesti di una deformazione artificiale. Ma anche oggi è frequente questo costume, massime presso gli indigeni dell’America. Cranii così modificati presentano forma diversa, a seconda del procedimento usato: alcuni, ad esempio, sono prolungati verticalmente in alto ed hanno il vertice poco esteso e rotondato a modo di pane di zuccaro; altri sono protratti obliquamente in alto e dietro, hanno il vertice piatto, l’occipite sviluppatissimo e la fronte assai fuggente; altri ancora mostrano due forti depressioni, l’una al vertice e l’altra all’occipite.

Gli Indiani dell’America si chiamano teste piatte per la forma del loro cranio. Il procedimento usato da quelli dell’Oregone è il seguente: Le madri portano i bambini fermati con corde sopra una tavola coperta di musco soffice o di fibre sciolte di cedro, e per rendere piatto il loro capo, pongono un cuscino sulla fronte e sopra di esso un pezzo di corteccia di albero, la quale è premuta contro la fronte col mezzo di cordicelle di cuoio che passano per fori praticati in ambedue i lati della tavoletta, mentre sotto la nuca è collocato un cuscino di erba o di altra sostanza molle per sostenere il collo. Questo procedimento viene iniziato alla nascita del bambino e continuato per otto a dodici mesi, dopo il qual tempo la testa ha perduto la sua forma originaria ed acquistato quella di un cuneo, assumendo un aspetto assai strano, perchè la porzione anteriore del cranio è piatta e si eleva verso l’indietro.

Presso i popoli civili non si riscontra la deformazione artificiale del cranio; tuttavia gli antropologi hanno osservato che le cuffie strette alla testa che si mettono ai bambini, come ancora le bende che cingono la fronte e l’occipite, esercitano un’influenza apprezzabile sulla forma cranica e quindi della testa, non senza inceppare lo sviluppo regolare del cervello.

In molti luoghi il setto, e più raramente le ali del naso, sono forate con anelli, verghette, penne ed altri ornamenti inseriti nei fori. In ogni luogo le orecchie sono forate e similmente adorne, e fra i Botocudi ed i Lenguas dell’America meridionale il foro viene a poco a poco tanto allargato che il margine inferiore dell’orecchio tocca la spalla. Anche le labbra vengono forate ed ornate in mille guise secondo la moda del luogo. L’usanza di portare un pezzo di legno nella parte centrale del labbro inferiore esiste in gran parte dell’America occidentale ed anche in Africa. Il foro viene praticato già nell’infanzia, ed in seguito allargato a grado a grado, fino a che raggiunge una sufficiente larghezza (fig. 5).

Fig. 5. — Botocudi in viaggio.

Mentre alcuni selvaggi si radono completamente la testa e perfino le ciglia, altri pongono grande attenzione alla loro capigliatura. I Papuani, ad esempio, pettinano ed acconciano i capelli in una compatta e crespa spazzola che è il loro orgoglio. Presso i Figiani i capi hanno una capigliatura speciale, cui dedicano parecchie ore di lavoro al giorno. Tali capigliature possono avere la circonferenza di un metro e più, e devono per conseguenza essere assai moleste, sopratutto durante il sonno; ma la moda, come è noto, fa sopportare grandi incomodi non solo nell’isola di Viti, ma anche presso di noi.

Una menzione merita pure il tatuaggio che è praticato in molte parti del globo. Esso viene eseguito con arnesi pungenti, co’ quali si fa penetrare nella cute della sostanza colorante che è quasi incancellabile. Queste materie coloranti vengono portate nella pelle variamente distribuite, così che rappresentano dei disegni od anche delle lettere. Il tatuaggio è quasi universale presso i selvaggi. In alcuni casi, ciascun individuo segue la propria fantasia; in altri ogni tribù ha il suo disegno speciale (vedi fig. 6). Così nell’Africa meridionale i Nyambanas si distinguono per una fila di bottoni o verruche della grossezza di un pisello circa, la quale si estende dalla parte superiore della fronte alla punta del naso. Presso i Cafri Bachapin quelli che si sono distinti in un combattimento, hanno il diritto di portare una lunga cicatrice sulla coscia, la quale è resa indelebile e di colore azzurro col fregare della cenere sulla ferita ancora fresca. Il distintivo della tribù di Bunns dell’Africa sono tre cicatrici che partono dalla sommità della testa e discendono sulla faccia verso la bocca; per renderle molto evidenti, dopo fatto il taglio, si asporta un lembo di pelle o si copre la ferita con olio di palma e cenere.

Fig. 6. — Negro del Mozambico colla faccia tatuata.

Talvolta il tatuaggio viene eseguito in modo diverso nei due sessi. Così presso gli Ostiacchi le donne si tatuano il disopra delle mani, l’avambraccio ed il davanti della gamba; mentre gli uomini s’imprimono soltanto la propria marca sulle giunture delle mani. Presso i Tuschi le donne si fanno col tatuaggio delle linee divergenti sul mento; mentre gli uomini non s’imprimono dei segni permanenti sulla faccia che per ricordare un atto particolare di coraggio od un successo straordinario conseguito in guerra od alla caccia. Alle isole Tonga gli uomini si tatuano dalla metà delle coscie fino sopra le anche, le donne soltanto le braccia e le dita, e assai leggermente.

Alle isole Carolina gl’Indigeni si tatuano gran parte del corpo con disegni, punti e linee; un bellissimo tatuaggio si trova presso i Neo-Zelandesi, nei quali la faccia è tutta percorsa da linee curve di ogni sorta, a produrre le quali su parti così delicate occorre di certo una operazione lunga e dolorosa (vedi fig. 7). È poi naturale che le profonde incisioni, distruggendo il giuoco dei muscoli superficiali, producano una fisonomia rigida ed inflessibile. Nelle isole Gambier e altrove, il tatuaggio è tanto comune, che è raro incontrare un uomo che non sia tatuato, e l’operazione viene spinta ad un tale punto, che il corpo intero, dal collo fino alle caviglie, è completamente coperto di linee (fig. 8); tuttavia suolsi risparmiare il petto, o non vi è disegnato che un solo ornamento.

Fig. 7. — Testa tatuata di Neo-Zelandese.

È pure generale fra i selvaggi l’usanza di appendere ornamenti a tutte quelle parti del corpo dove è possibile il farlo. Questi ornamenti sono di materie diverse, come rame, ottone, ferro, cuoio, avorio, pietre, vetro, perle, legno, ecc. Il corpo di tali uomini è allora carico di collane, anelli, braccialetti, cinture ed altri simili ornamenti, i quali talvolta devono riescire assai incomodi. Un viaggiatore vide la moglie di un capo Bectuan che portava settantadue anelli di ottone, e conviene confessare che cotesto era un bel fardello.

Le signore Falatah, nell’Africa centrale, impiegano molte ore della giornata ad abbigliarsi. Cominciano perfino dalla sera della vigilia avviluppandosi con cura le dita della mano e del piede con foglie di henna, per trovarle la mattina d’un bel colore di porpora. Si tingono i denti alternativamente di azzurro, giallo e porpora, lasciando ad uno o due di questi il loro colore naturale per amor di contrasto. Hanno una cura particolare delle loro palpebre, che tingono con solfuro di antimonio. Tingono la loro capigliatura con indaco. Portano grande profusione di bottoni ed altri gioielli.

Peraltro anche presso di noi la donna ha grande cura del proprio esteriore, e gli orecchini pesanti di certe contadine, di cui ne vidi portare contemporaneamente due paia, le enormi capigliature che furono di moda, ed i nèi artificiali delle antiche dame veneziane, richiamano alla memoria i costumi delle donne selvaggie, anche senza tener conto del costume che hanno molte delle nostre donne di rendere bianchi i capelli colla cipria, e di tingersi le sopraciglia di nero e le labbra di rosso.

Fig. 8. — Capo tatovato dell'isola di Santa Cristina.

La pretesa coda dei Niam-Niam non è che un ornamento. È fabbricata di cuoio e di filo di ferro elegantemente intrecciato, è molto lunga e finisce a ventaglio. Quegli uomini l’appendono tra le coscie e la lasciano sporgere indietro, ciò che ha dato luogo all’asserzione di tribù africane munite di lunga coda (fig. 9). In altri casi la coda, presso questi stessi selvaggi, ha una forma diversa dalla suddescritta, è cioè fabbricata colla corteccia di una pianta (Sanseviera) e pende dal coccige a modo di coda da cavallo fino quasi al tallone.

Fig. 9. — Pretesa coda di un Niam-Niam.

Il vestiario. — Questo argomento sta in istretto nesso col precedente, perchè presso i selvaggi il tatuaggio sostituisce il vestiario. Si asserisce da molti che il pudore sia un sentimento innato dell’uomo, ma la cosa non è così; i riti religiosi degli antichi popoli e le pratiche di molti selvaggi moderni dimostrano il contrario, ne sia prova il ricevimento avuto da Langsdorff a Nukahiva che abbiamo sopra riportato. I missionarii hanno fatto del loro meglio per abituare gli Australiani ai vestiti, ma non vi sono riusciti che in modo incompleto ed hanno dato origine a delle scene piuttosto comiche. Avendo loro donato dei calzoni, dei panciotti, delle marsine e delle camicie, li videro comparire coi panciotti abbottonati sulla schiena, oppure coi calzoni tagliati in due e nella linea di mezzo disgiunti, o con la sola marsina senz’altro indumento, od altrimenti vestiti in modo da far sorridere, e da far comprendere che sono lontanissimi dall’idea che non è lecito di esporre alla vista del pubblico certe parti del corpo. La Sacra Scrittura stessa viene in nostro appoggio quando ci dice, che Adamo ed Eva s’accorsero di essere nudi dopo di aver commesso il peccato originale; ciò vuol dire che prima non se n’erano accorti.

Le idee di decenza variano nei diversi popoli. Il Turco crede cosa sconveniente per una donna il mostrare il viso. Una donna turca, se fosse sorpresa nel bagno, non coprirebbe le parti genitali ed il seno, come fa la Venere de’ Medici, ma si coprirebbe il viso; ed uscendo di casa non si cura tanto di nascondere le bellezze del suo corpo, quanto di porre un fitto velo sulla sua faccia. Le sculture dei più antichi templi dell’India mostrano che una razza può giungere ad un considerevole grado di civiltà senza vedere nessun bisogno di vestiti.

Gli abitatori delle isole Andaman si coprono di fango e si tatuano, ma non portano vestimenti. Molti Fuegiani, tanto uomini che donne, vanno al tutto nudi, ed altrettanto dicasi di altre tribù selvagge, sopratutto dell’Africa centrale. In generale però anche i selvaggi portano vestiti, quantunque miserabili ed incompleti; ma non tanto per un sentimento di decenza, quanto per ornamento, o per difendersi dai raggi cocenti del sole, dal freddo, dalle spine degli alberi, o dagli insetti. Così gli Ottentoti si coprono la schiena con una pelle di animale attaccata sul dinanzi, che portano per tutta la vita, o che loro serve di lenzuolo quando sono morti. Il rimanente del loro vestiario si riduce ad un pezzo di pelle, di forma quadrata, che attaccano ai fianchi per mezzo di un cordone, o che lasciano pendere sul davanti. Il vestito dei Veddah si riduce ad un sordido cencio, trattenuto sul dinanzi da un cordone che cinge i loro fianchi. Gli Australiani portano indosso pezzi di pelle o di opossum o di canguro. I Figiani vanno quasi nudi, riducendosi il loro vestito ad una cintura, la quale nelle donne è ancora più leggera che negli uomini. Invece sono bene vestiti gli Eschimesi, avendo indumenti che coprono tutto il corpo, fatti con pelli di renne, di foca e di uccelli.

Fra l’uomo civile ed il selvaggio noi troviamo una specie di contrasto. Il primo non deforma il corpo per adattarlo alle idee locali di bellezza, ma presta grande attenzione al vestiario; il secondo invece truscura il vestito, ma rende varie parti del corpo, e sopratutto la faccia, deformi, collo scopo di rendersi bello e di piacere all’altro sesso, o di rendersi formidabile agli occhi de suoi nemici. L’uomo selvaggio cerca di ottenere coll’arte ciò che agli animali ha dato la natura; infatti questi ultimi, e principalmente i maschi, sono forniti di ornamenti che li fanno apparire belli all’altro sesso, e sanno rendersi voluminosi, oppure prendono atteggiamenti singolari per farsi temere dai nemici.